CALCIO

0 46

In Premier League sembra arrivato finalmente il momento della sfida tra i due allenatori più vincenti della storia del calcio contemporaneo. Josè Mourinho e Pep Guardiola, dopo un anno in cui il campionato è scomparso abbastanza velocemente dai radar di entrambi, quest’anno sembrano pronti a battagliare fino all’ultima giornata per giocarsi la vittoria del titolo inglese.

La prospettiva, in questo momento, è quella di uno scontro fino all’ultima giornata tra il City allenato dal tecnico catalano e lo United guidato dal mago portoghese. Paolo Condò, in un bellissimo libro, li ha definitii duellanti, andando a sottolineare come gli incroci tra le squadre guidate da questi due geniali interpreti del ruolo di allenatore non siano mai delle semplici partite, ma veri e propri scontri tra filosofie e personalità opposte e ugualmente vincenti. Addirittura la rivalità tra i due viene definita “materiale da film“, e paragonata a “un franchise cinematografico“, e a guardar bene queste definizioni risultano tutt’altro che esagerate.

Mourinho ha vinto ovunque col suo calcio verticale e pragmatico, e grazie al suo modo di entrare sotto pelle ai calciatori ha spremuto sempre il 110% del loro potenziale. Guardiola, grazie ad un mix tra il calcio totale olandese e il possesso palla a livelli celestiali, ha inventato il tiki taka e dato vita a quella che forse è la squadra più forte di tutti i tempi.

Due personaggi così diversi sono nati praticamente nello stesso ambiente, in quel Barcellona di cui Pep è stato bandiera in campo e che poi ha portato in cima al mondo e in cui Mou ha militato per alcuni anni da allenatore in seconda (ha cominciato come braccio destro di Bobby Robson, dopo un passato di calcio giocato praticamente inesistente). Mentre il Porto di Josè arrivava in cima all’Europa, Pep muoveva i primi passi da capo allenatore al Barcellona B, poi forse l’evento che ha generato la rivalità tra i due: la panchina blaugrana è vacante, il portoghese sembra essere l’indiziato numero uno a sostituire Rijkard. Guardiola stesso lo indica come possibile successore del tecnico olandese, ma alla fine la dirigenza sceglie di affidare proprio a lui il ruolo di capo allenatore. Una sceneggiatura quasi cinematografica, che ha continuato ad alimentarsi negli anni successivi

Quella scelta dirigenziale Mourinho in fondo non l’ha mai digerita (anche se Guardiola non c’entra direttamente) e da quel momento è un susseguirsi di duelli verbali e sul campo. Il primo incrocio è in occasione della Champions del 2010, prima nei gironi e poi in semifinale, con quella corsa liberatoria di Mou sul prato del Camp Nou che assume molti più significati di una semplice esultanza per un’impresa sportiva. I “Clasicos” spagnoli con vittorie spesso tonanti del Barça, quasi sempre ingiocabile anche per una corazzata come il Real, hanno alzato l’asticella dello scontro, fino al famoso dito nell’occhio del portoghese ai danni di Tito Vilanova (allora secondo di Guardiola, scomparso pochi anni fa a causa di un maledetto tumore) dopo l’ennesimo trofeo perso ai danni dei blaugrana (in quel caso la Supercoppa di Spagna).

Il duello è proseguito anche quando i due erano in campionati differenti, con il solito Mou ad accendere la scintilla con dichiarazioni sempre pungenti (tipo nel 2014, quando disse che “se nella vita fai una cosa che ti piace, non perdi i capelli: e Guardiola è calvo. A Pep non piace il calcio”, oppure poco dopo la vittoria della Premier del 2015, quando disse in conferenza stampa: “avrei potuto scegliere di allenare un’altra squadra, in un paese dove diventare campioni è più facile: invece ho scelto il campionato più difficile in Europa”. Riferimento neanche tanto velato alle vittorie di Guardiola al Bayern).

L’anno scorso, quando si sono ritrovati a Manchester, tutti pensavano che la Premier dovesse da subito diventare una questione tra loro due. Alla fine invece United e City sono arrivati molto dietro il Chelsea di Conte. Ma il ritorno in vetta era solo questione di tempo, viste anche le disponibilità finanziarie praticamente illimitate dei due club.

Lo United, che comunque a portato a casa il “triplete” minore (Europa League, Community Shield e Supercoppa inglese) ha raddrizzato la mira sul mercato e, complice l’infortunio di Ibrahimovic (che a 36 anni non può più essere l’unico in grado di risolvere le partite) ha scelto di puntare sul devastante Lukaku e sulla solidità di Matic, due giocatori che hanno migliorato in modo esponenziale le prestazioni della squadra. Guardiola ha rifatto la difesa acquistando Mendy, Walker e Danilo, oltre al promettente portiere Ederson, ha preso il talentuoso Bernardo Silva e ha lanciato definitivamente il fenomenale Gabriel Jesus in avanti. Centinaia di milioni spesi, ma se i risultati seguiranno quelli di questi primi mesi di stagione non saranno stati soldi buttati.

Ex aequo in vetta in Premier League dopo la quinta giornata, entrambe con 13 punti, 16 gol fatti e 2 subiti. Un andamento quasi a specchio, anche se come al solito il modo di ottenere i risultati è molto diverso. Ultimamente gli animi tra Mou e Guardiola sembrano essersi placati, ma se le premesse sono queste il duello (anche verbale) sembra destinato a riaccendersi molto presto.

0 56
Fabio Pecchia Verona

Quando le stagioni cominciano male poi ci vuole il doppio dell’impegno, se non il triplo, per evitare che finiscano peggio. Quella del Verona, ritornato in Serie A dopo un solo anno in Serie B, è cominciata con un equivoco e non sta certo procedendo nel migliore dei modi. In attesa del turno infrasettimanale la formazione scaligera è penultima con un punto conquistato, solo il Benevento ha fatto peggio, ma ciò che preoccupa è la qualità delle prestazioni viste in campo nonostante un mercato che aveva portato altre ambizioni e l’intenzione di avere le carte in regola per qualcosa di più della semplice salvezza.

Antonio Cassano Verona

ERRORI DI COSTRUZIONE?

Il 10 luglio l’Hellas annuncia gli ingaggi di Alessio Cerci e soprattutto Antonio Cassano, colpi a parametro zero che nelle intenzioni del presidente Maurizio Setti e del direttore sportivo Filippo Fusco devono garantire un salto di qualità e di esperienza per il club, reduce dalla promozione ma con qualche passo falso che aveva messo in dubbio l’immediato ritorno in Serie A. Col barese è un flop clamoroso: già il 18 luglio pensa di abbandonare, poi cambia idea ma solo per sei giorni, perché il 24 decide stavolta in maniera definitiva di non voler più proseguire in gialloblù e il 27 arriva la risoluzione del contratto. Cerci è stato invece frenato da un infortunio dopo due presenze, ma non è che gli altri acquisti abbiano fatto meglio: Martín Cáceres e Thomas Heurtaux sono naufragati nel disastro difensivo, i giovani Gian Filippo Felicioli e Seung-woo Lee ancora non si sono visti e il classe 2000 Moise Kean ancora deve trovare la sua dimensione, di fatto gli unici volti nuovi che hanno dato un contributo in questo avvio di stagione sono stati Marcel Büchel e Daniele Verde. Poco.

Giampaolo Pazzini Verona-Napoli

ANCHE IL RESTO NON È GRANCHÉ

Magari i nuovi acquisti devono ancora ingranare ed è solo questione di tempo per vederli rendere al meglio, ma il problema è che fin qui di buono non si è visto praticamente niente e la panchina di Fabio Pecchia inizia a traballare. La difesa è la nota più dolente: undici gol presi in quattro giornate, porta inviolata solo col Crotone e imbarcata casalinga subita con la Fiorentina. Vero che il calendario non ha dato una mano, incrociando i viola oltre a Napoli e Roma, ma certi svarioni non sono certo dovuti al fatto di aver affrontato avversari di gran lunga superiore (emblematico sabato quando sul 3-0 in area Marco Ezio Fossati calcia la gamba del compagno Alex Ferrari anziché il pallone e la Roma quasi fa il quarto). Poi c’è la grana Giampaolo Pazzini: fin qui ha giocato titolare solo da ex contro la Fiorentina, poi è sempre subentrato a partita in corso e dopo il rigore realizzato col Napoli ha avuto un’esultanza polemica verso Pecchia. Se il capitano già da agosto comincia a dare segnali di insofferenza il rischio che l’ambiente possa non essere sereno c’è.

Roma-Verona

La paura è che possa essere un’altra stagione come quella di due anni fa, passata quasi interamente in zona retrocessione con la prima vittoria alla ventitreesima giornata e un desolante ultimo posto finale con appena ventotto punti. Peggio ancora sarebbe se fosse come altri campionati da neopromosso, vedi il 1991-1992 (terzultimo posto nonostante in rosa ci fosse uno come Dragan Stojković, pesante fallimento) o il 1996-1997 (penultimo con una squadra composta con poca logica: chi ricorda Elvis Brajković e Reinaldo?). Le due partite in casa, stasera con la Sampdoria e domenica con la Lazio, sono un bivio non solo per la panchina di Pecchia.

0 64

È tutta una questione di numeri. Di alta scuola, ma non solo. La Juventus ha deciso di dare la maglia numero 10 a Paulo Dybala, quella dei grandissimi (da Sivori a Platini, da Baggio a Del Piero) e lui sta ricambiando. Lo dicono, ancora una volta, i numeri: 8 gol in campionato in 4 partite giocate, a cui vanno aggiunte le due (inutili) fatte in Supercoppa italiana contro la Lazio. Che portano il totale a 10 (ancora questo numero). Resta lo zero in Champions League contro il Barcellona, al cospetto di Leo Messi, di cui si dice La Joya sia l’erede.

Numeri che da soli valgono il prezzo del biglietto, quelli del gol. Per bellezza stilistica e prontezza nel tiro. Tre volte ha firmato il cartellino a Marassi contro il Genoa, tre volte ha infilzato il Sassuolo a Reggio Emilia. Una Joya da esportazione, si direbbe. Ma pure all’Allianz Stadium ha infilato due perle, giocando solo mezzora contro il Chievo.

Con questo Dybala la Juve dove può arrivare? Al settimo scudetto consecutivo? Per ora, le cifre sono assolutamente monstre per l’argentino che piace tanto (pure troppo, dicono a Torino) al Barcellona. È naturalmente capocannoniere in serie A, in 100 partite con la maglia bianconera è a quota 52 gol. Lui ha detto di non volere paragoni con Messi, e allora un paragone si impone con un altro connazionale, e compagno di squadra, quel Gonzalo Higuain che invece è criticato in questo inizio di stagione (con 2 sigilli in campionato).

Può Dybala battere il record di Higuain, fresco appena di due anni e stabilito con il Napoli (36 reti in tutto il campionato)? Beh, quell’anno, il Pipita era fermo a 4 segnature in 4 partite. Aveva segnato una doppietta alla Sampdoria e una alla Lazio, entrambe al San Paolo. Fino alla 24esima giornata, l’Higuain partenopeo mantenne la strabiliante media di una rete a incontro. E poi chiuse con 36, avendo saltato pure qualche partita (tre turni di squalifica). La media gol/minuti fu impressionante quell’anno: una rete ogni 82 minuti. Il Napoli partiva sempre 1-0, insomma.

Dybala sta viaggiando su medie ancora superiori. La proiezione finale lo porterebbe addirittura a 76, record che difficilmente arriverà. Pensate: finora Paulo ha segnato ogni 37′. Per battere i 36 gol del Pipita, gli basterebbe abbassare la media a un gol ogni 86 minuti perché chiuderebbe a 37 nella classifica marcatori. Il migliore di tutti i tempi. Dybala sta facendo meglio anche dell’attaccante dell’Inter, Mauro Icardi, uno che di gol se ne intende eccome: ha segnato una rete ogni 70 minuti (e ogni 16 tocchi di palla). Il 9 interista in classifica è distante tre reti da Dybala che, ricordiamolo, prima punta non è, lasciando l’incombenza proprio a Higuain.

Se qualcuno ipotizza che ormai possa chiamarsi Tribala per via delle triplette, non sbaglia. Ha eguagliato intanto David Trezeguet, altro juventino entrato negli annali per i tanti portieri che ha battuto: nel 2007/2008 segnò due triplette a questo punto della stagione. Ma Dybala punta ancora più in alto, a superare il recordman di triplette in una singola stagione, l’argentino Pedro Manfredini, che ne fece quattro in tutto l’anno 1960/61 con la maglia della Roma. Da allora, diventò Mantredini.

Se Paulo La Joya dovesse anche solo eguagliare Manfredini, diventerebbe il giocatore della Juventus con più triplette in un anno calcistico. Al top c’è, un altro numero 10, un altro argentino, Omar Sivori che, nel 1960/61, ne fece tre. Quello che è sicuro è che nessuno dei re dei bomber del nostro campionato, negli ultimi 15 anni, aveva mai toccato quota 8 gol dopo quattro giornate. Quello che si avvicina maggiormente è Totò Di Natale, a quota 6 con l’Udinese nel 2006/2007.

Dybala ha segnato finora in tutte le partite di campionato. Nella storia recente della serie A è riuscito ad Adriano nel 2003 con l’Inter, a Luca Toni nel 2005 con la Fiorentina e a un difensore, Christian Terlizzi, con il Palermo nel 2005.

Se ne avete basta di numeri e simili, allora parliamo anche del perché la Juve – felicità a parte per Dybala – debba comunque temere di non confermarsi campione d’Italia. Ha già subito tre reti in campionato nelle prime quattro giornate. Se allarghiamo il campo alle altre competizioni, siamo a quota 9 (tre dalla Lazio e tre dal Barcellona). Era dal 1990, tempi di Gigi Maifredi, che la retroguardia non soffriva tanto (9, ma in cinque sfide e non sei). Ben 5 dal Napoli in Supercoppa italiana, all’epoca, 2 dal Taranto in Coppa Italia, 2 in A da Atalanta e Parma. Quella Juve terminò il campionato al settimo posto, uno dei peggiori risultati in assoluto. Come a dire che puoi avere l’attacco mitraglia, un attaccante da due gol a partita, ma se non sistemi la difesa, sono guai.

Il dopo Bonucci evidentemente, là dietro, non è facile. Ma pure davanti, Dybala a parte, gli altri paiono sonnecchiare, a cominciare da Gonzalo Higuain, che ha sì segnato due gol finora, ma che pare fuori forma in zona gol. Oltre alla Joya, finora, e al Pipita, hanno fatto esultare i tifosi una volta Mandzukic e una volta Cuadrado. Poi stop. Quella che spesso è stata la cooperativa del gol, al momento ha un solista: 10 reti in tutto su un totale di 14 segnate dall’attacco bianconero. Praticamente, è il numero 10 che si sta sobbarcando sulle spalle tutta la Juve. E quando non trova il pertugio lui, la Juve finisce al tappeto (vedi Barcellona). Detto questo, essere Dybala-dipendenti non è assolutamente una vergogna. Quasi tutte le grandi hanno un giocatore che toglie le castagne dal fuoco spesso e volentieri: per non citare solo il Barcellona con Messi (ieri autore di 4 reti nel 6-1 dei blaugrana), c’è il Real Madrid con Cristiano Ronaldo (anche se, ultimamente, anche gli altri partecipano), c’è il Bayern Monaco con Lewandowski. C’è il Paris Saint Germain che ha cominciato a dipendere da Neymar e prima lo faceva da Ibrahimovic.

In attesa di capire se Paulo Dybala rallenterà, per adesso, la Juve spolvera il suo gioiello. Che valeva 150 milioni l’estate scorsa, ma che adesso almeno 200 li vale tutti. Se poi dovesse diventare recordman in serie A, beh, almeno quanto Neymar dovrebbe costare. Soprattutto perché non è un attaccante centrale alla Icardi. Lui lo trovi pure a centrocampo a impostare. E non è cosa da poco farsi trovare lucido poi in zona gol. Immaginiamo che a lui dei record interessi relativamente, vorrebbe iniziare a mettere le mani su qualcosa di unico, tipo la Champions League, portare l’Argentina ai Mondiali, essere sul podio del Pallone d’oro, magari come numero uno, interrompendo il dominio incontrastato della Pulce e di CR7.

Segna Paulo, segna…

0 66

Quella della Roma contro il Verona è stata una vittoria netta. Un 3-0 che non ha lasciato spazio a nessuna possibilità di replica. Mattatore della serata è stato Edin Dzeko che ha messo a segno una doppietta. Eppure, nonostante l’ottima prestazione dell’attaccante bosniaco, è stato un altro giocatore ad aggiudicarsi il titolo di migliore in campo. Alla prima da titolare, dopo 325 giorni di assenza, un gravissimo infortunio al ginocchio e due interventi chirurgici, Alessandro Florenzi è stato protagonista di una partita sontuosa condita da un assist, tantissima corsa e voglia di riprendersi la sua Roma. La naturale e scontata conclusione della serata è stata una grande dimostrazione d’affetto da parte di compagni e tifosi per celebrare quello che è stato a tutti gli effetti un ritorno da favola.

I numeri e le statistiche della gara sono dalla sua parte: ha recuperato e toccato più palloni di tutti, ha effettuato tanti cross e 3 tiri nello specchio della porta. Una prestazione importante che gli ha permesso di tornare padrone della fascia destra giallorossa. Nessuno come lui è capace di adattarsi a tutti i sistemi di gioco e ai vari moduli, per la gioia di mister Eusebio Di Francesco. Anche il ct della nazionale Ventura ha salutato con gioia il rientro dell’esterno romano che tornerà sicuramente utile anche per la causa azzurra.

Ma non sono solo i tecnici a sorridere per il ritorno di Alessandro. Lo farà anche quell’Edin Dzeko che ha sfruttato al meglio un suo cross per il gol del 2-0. Proprio qualche giorno fa, infatti, il centravanti della nazionale bosniaca aveva espresso scetticismo sulla possibilità di ripetere le reti dello scorso anno, che lo hanno reso capocannoniere della Serie A.

Questo, soprattutto per la partenza di Mohamed Salah, freccia egiziana, che con la sua capacità di corsa creava azioni da gol per se stesso e per i suoi compagni di reparto. E la sua mancanza è amplificata su quella fascia destra viste anche le difficoltà di Defrel e Schick.

Ma, se il buongiorno si vede dal mattino, Florenzi sembra essere ritornato lo splendido calciatore che abbiamo avuto modo di ammirare in queste ultime stagioni, così che anche Dzeko potrà sentirsi meno solo là davanti.

Decisivo in tutte le fasi del gioco, Florenzi può partire da terzino per arrivare a giocare come esterno o addirittura ala, rendendosi pericoloso anche in zona gol.

Il suo ritorno, ora, dopo un calvario durato mesi e tanta paura, rappresenta una seconda vita, da scrivere tutta con grinta, forza e speriamo tanta fortuna.

0 209

Quattro vittorie, una sola rete al passivo, tanta grinta e un pizzico di fortuna. Unite questi ingredienti, tingeteli di nerazzurro e otterrete l’avvio di stagione della nuova Inter targata Luciano Spalletti. Un’annata avviata passeggiando su una Fiorentina in piena costruzione, poi rimontando a domicilio grazie anche all’aiuto di tre legni una Roma che nell’edizione 2016/2017 aveva staccato Candreva e compagni di 25 punti, e successivamente matando Spal in casa e Crotone allo “Scida” con lo stesso punteggio, 2-0. Radiografia di una squadra che ha imparato a soffrire ed essere concreta, in pieno “interismo”, e con un pizzico di qualità in più, derivata dalle menti pensanti di Spalletti in panchina e Borja Valero in campo e dall’integrazione dei muscoli di Dalbert, Vecino e Skriniar.

Luciano, poco Lucky

Aveva lasciato la Roma senza rimpianti. Stanco e svuotato dal dualismo con Totti e dalle polemiche con un ambiente esasperante e a volte anche esasperato. Luciano Spalletti non si è mai guardato indietro e non l’ha fatto nemmeno quando ha deciso di salire su un treno per Milano salutando la Capitale a cui ormai sentiva di non poter dare altro. E pazienza se le promesse maturate all’alba del calciomercato interista, da Nainggolan a Vidal passando per Di Maria e Schick, non sono state mantenute: tirare fuori le squadre dalle ceneri è stata spesso una specialità della casa.

Basti fare un salto indietro all’anno 2005:  Spalletti arriva a Roma dove trova una squadra vittima di scelte sbagliate da parte della società, incapace di uscire dal tunnel della mediocrità di due ottavi posti in tre anni. Non ha vinto molto,due Coppe Italia (’06/’07 – ’07/’08) e una Supercoppa italiana (2007), ma ha emozionato. Tanto.

A Milano, sponda nerazzurra, gli hanno chiesto di trovare una via di mezzo: cuore e risultati, con il vento d’Oriente smorzato dalla presenza dell’amico Walter Sabatini. Che ha garantito per lui al momento della scelta della nuova guida tecnica: non solo un allenatore, ma un leader della panchina.

Meno acquisti, più responsabilità

Un occhio al rettangolo verde e uno al portafogli. La nuova proprietà dell’Inter ha seguito un iter geometrico durante la campagna acquisti estiva: ad Appiano Gentile sono arrivati João Cancelo, Borja Valero, Skriniar, Padelli, Vecino e Dalbert, oltre ad operazioni minori come quelle riguardanti i giovani Zaniolo e Odgaard. I circa 83 milioni spesi in cartellini sono stati parzialmente ammortizzati dalle uscite anche dei vari Banega, Juan Jesus, Palacio, Medel e Felipe Melo, per un risparmio non sufficiente però a pareggiare gli investimenti ma di sicuro utile per determinare il cambio di rotta richiesto.

Nomi di grido? Pochi, in pieno stile Spalletti. Allenatore che spesso ha preferito il gruppo al singolo, come un demiurgo che predilige materiale da sgrezzare. In realtà, in casa Inter la qualità non mancava già nella scorsa stagione: servivano un direttore d’orchestra e dei rinforzi in difesa. Arrivati, con il coraggio di investire sulla loro voglia di diventare dei big e l’intenzione di svecchiare. Eccezion fatta per Borja Valero e un “secondo” come Padelli, parliamo di Under 25: sintomo di progetto.

Oh capitano, mio capitano

Un progetto al centro del quale, inutile ribadirlo, ci sono Mauro Icardi e il suo fiuto del gol. Nonostante la polemica ancora aperta con la Curva Nord (nella fanzine distribuita prima della sfida casalinga con la Spal si leggeva: «Non si fanno cori per Icardi. Quando segna, segna l’INTER. Quando lo speaker annuncia la formazione, evitate di urlare il nome di quell’infame argentino»), il numero 9 argentino ha una merce rara dalla sua parte: la capacità di andare in rete, spesso e volentieri. Cinque marcature in quattro incontri di campionato ne sono degna conferma: dal dischetto, di testa, con tap-in a pochi passi dalla linea di porta o danzando sul pallone all’interno dell’area di rigore. Se nella rosa di Luciano Spalletti c’è un inamovibile, quello è proprio Icardi. La conferma? L’assenza di un altro vero e proprio centravanti in organico.

I suoi numeri con l’Inter sono spaventosi: 129 partite giocate e 76 reti in 4 stagioni e…uno spicchio. Così gli si può perdonare anche la zazzera bionda con la quale si è presentato alla Pinetina nella scorsa settimana: una scelta che ha spinto i compagni a prendere Icardi bonariamente in giro, come attestato dal fotomontaggio diffuso dal difensore Danilo D’Ambrosio, che ha postato su Instagram l’immagine dei giocatori dell’Inter «acconciati» con un biondo platino uguale a quello sfoggiato nei giorni scorsi da Icardi.

Settimana libera

Tornando in “cassa”, la società nerazzurra sarà chiamata anche in questa stagione 2017/18 a incamerare circa 60 milioni fra plusvalenze, eventuali aumenti dei ricavi e risparmi in stipendi e ammortamenti, per rispettare le richieste della UEFA. Per farlo, servirà anche tornare in Europa: un’assenza forzata, quella di quest’anno, che nasconde però dei vantaggi. Al momento l’Inter si ritrova in mano una rosa competitiva, che non sarà gravata dagli impegni infrasettimanali e dalla legge del turnover:  un punto a favore rispetto a Juventus e Napoli, che oggi con i nerazzurri condividono la vetta, ma anche Roma, Milan e Lazio, principali avversari per il podio. Nella prima stagione aperta a 4 posti tricolore per la zona Champions, ritrovare la coppa con le orecchie appare un obiettivo più che a portata di mano. Ma se l’effetto Spalletti sarà a lunga gittata, per Perisic e compagni guardare alla vetta non sarà più una mission impossible.

0 392

In campo ha incarnato l’essenza del numero 9: magari non bellissimo da vedere, ma tremendamente efficace. Così ha messo la firma su 288 reti in 623 partite ufficiali, collezionate con maglie prestigiose come Juventus e Milan, senza dimenticare gli albori tra Piacenza, Leffe, Verona, Parma e Atalanta. Nel curriculum, un titolo di campione del mondo, quello di campione d’Europa con il Milan, una classifica capocannonieri di Serie A e tre scudetti. Oggi che siede in panchina, a 44 anni, Filippo Inzaghi fa invece della difesa il suo asso nella manica: e la quota 0 alla voce “reti subite” dal suo Venezia nel campionato di serie B ne è eloquente testimonianza.

La prima volta

La conferma della solidità del suo Venezia è arrivata sabato scorso, quando gli arancioneroverdi hanno espugnato il “San Nicola” di Bari con una prova solida e gagliarda: linee strette, difesa a 3 pronta a trasformarsi in una linea a 5, ripartenze e…un Emil Audero in gran forma. Il portiere classe 1997, nato in Indonesia ma italiano a tutti gli effetti, è uno dei protagonisti di quest’alba stagionale e sta confermando il gran bene che di lui si diceva in orbita Juventus, club dal quale è arrivato in Laguna. Il finale in Puglia? 0-2, grazie al centro dal dischetto di Simone Bentivoglio e al raddoppio (in posizione più che sospetta) di Gianmarco Zigoni. Nell’incrocio tra campioni del mondo targati Italia 2006 con Fabio Grosso, Inzaghi ha dimostrato di aver mandato giù a memoria la lezione del muro azzurro in Germania: forse sin troppo bene. Un ex centravanti che vince grazie alla difesa, un ex terzino che cede per colpa di due distrazioni del reparto: paradossi del calcio.

Il passato è una terra straniera, o quasi

Lo stesso attaccante dagli occhi spiritati, capace di segnare con tutte le parti del corpo (ricordate il centro di schiena nella finale di Champions League di Atene 2007 contro il Liverpool?) e di far innamorare milioni di tifosi, oggi è un convinto curatore della fase difensiva. Da non confondersi con il catenaccio. Già, perchè nella filosofia di calcio di Pippo c’è un concetto chiave: la misurazione delle forze a disposizione. Inutile perdersi in ghirigori se si ha a disposizione un manipolo di onesti soldati. Meglio capire che un punto è comunque più di zero e, a volte, mettere da parte lo spettacolo. È successo così nello 0-0 interno all’esordio contro la Salernitana, per uno schema ribadito nel pareggio a reti bianche del “Manuzzi” di Cesena, dove il Venezia ha anche sfiorato più volte la rete del colpaccio, e nella complicata trasferta di Bari, dove i lagunari sono stati aiutati anche da un pizzico di fortuna (pali colpiti da Improta e Floro Flores nel finale). Ma sulla buona sorte, Inzaghi ci ha costruito anche una piccola percentuale di carriera: d’altronde, bravo è chi se la va a cercare.

Nei fatti, l’uomo che pensava costantemente al gol oggi pensa solo e soltanto a vincere. In comune con il Filippo Inzaghi del passato, ci sono due caratteristiche chiave: l’attenzione all’alimentazione (anche senza scarpini ai piedi, bresaola e pasta in bianco restano ingredienti presenti quasi ogni giorno) e la rigida applicazione al lavoro. Che la parola “successo” sia rimasta agganciata alla pelle di Inzaghi lo dicono il campionato di Lega Pro vinto alla guida del Venezia, che è tornato in Serie B dopo 12 anni di assenza, e la conquista della Coppa Italia di categoria. Lui lavora sodo, con uno slogan semplice ma efficace, come Superpippo in campo:

I risultati alla lunga arrivano sempre.

Ripartire dal basso

In Laguna, Inzaghi ha avuto il tempo di crescere. Quello che forse gli era mancato quando nell’estate 2014 si era trovato catapultato sulla panchina della prima squadra del Milan dopo la trafila con Allievi e Primavera del club rossonero. Esperienza non entusiasmante. La posizione finale è stata il decimo posto, che aveva comportato l’esclusione dalle coppe europee della squadra per il secondo anno consecutivo e l’esonero di Pippo, nonostante un altro anno di contratto.

È allora che l’ex numero 9 ha deciso di prendersi un anno sabbatico: ha rifiutato anche offerte da categorie superiori, o dalla ricca Cina, per decidere il suo punto di ripartenza. Lo ha trovato a Venezia, dove ha incontrato i progetti di Joe Tacopina e le idee di Giorgio Perinetti. Risultato? Ha vinto il campionato con largo anticipo, precedendo di dieci punti in classifica il Parma secondo. E quando tutti si aspettavano investimenti da sceicchi al “Penzo” e l’estate ha invece portato in dote una formazione allestita per un’onesta salvezza, con l’esperienza di Domizzi, Del Grosso e Bentivoglio, la solidità di Andelkovic, Signori e Zigoni, e la voglia di spaccare il mondo di Falzerano e Moreo, lui ha risposto presente, allestendo una squadra “martello”. Parola di Filippo.

Allenarsi bene, mangiare bene, dormire, fare una vita da atleta. Se segui queste linee guida, alla lunga il destino ti dà una mano.

Il ballo di Simone

A casa Inzaghi, l’alba della stagione 2017/2018 si è tinta di sorrisi. Filippo si gode un Venezia capace di non incassare reti in tre partite di campionato (così bene solo il Carpi), Simone invece sta confermando la bontà di una Lazio divertente ed efficace, capace di superare per 4-1 il Milan all’Olimpico, nonostante la cessione di Keita: una vittoria delle idee.

Superpippo è ancora, a distanza di cinque anni dal ritiro, un ambasciatore del calcio, uno dei suoi figli più noti e celebrati. Simone ha colmato in panchina il gap che da calciatore lo divideva dal fratello maggiore: entrambi passano molto tempo in campo, anche prima della partita. I dettagli, un chiodo fisso in famiglia. Non sono abituati a sorvolare sulle cose, anche le minime. E difficilmente si dicono contenti. Almeno non fino a fine stagione quando, se le cose continueranno così, potranno brindare per Venezia e Lazio. Magari facendo uno strappo alla regola, con una buona carbonara e un bicchiere di Valpolicella.