CALCIO

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Cristian Zapata e Fabio Quagliarella come Gianluca Vialli e Roberto Mancini. Non prendeteci per folli, lo dicono i numeri. Non per i singoli, ma per la squadra che rappresentano. Già, perché le statistiche della Sampdoria edizione 2017/2018 sono in linea con quella che all’alba degli anni ’90 faceva sognare il calcio italiano, capace di tanto in tanto di regalare favole fatte di scalate ai vertici da parte di novelli Davide al cospetto dei Golia del dio pallone.

Il fattore Marassi

Con una partita ancora da recuperare, quella del terzo turno contro la Roma, la Sampdoria può già farsi forte di un record. Cinque vittorie consecutive a Marassi, davanti al pubblico amico. Così bene i blucerchiati non avevano reso neppure 27 anni fa, nella stagione dell’unico scudetto: all’epoca gli scalpi furono eccellenti, con i nomi di Fiorentina, Parma, Juventus, Milan e Napoli che uscivano sconfitti dallo stadio di Genova. Quest’anno le vittorie sono arrivate contro Benevento, Milan, Atalanta, Crotone e Chievo: poco cambia nei risultati, con il sesto posto e 23 punti in cascina, un portfolio in grado di proiettare oggi la Samp in piena zona Europa League. Dove i ragazzi allenati da Marco Giampaolo hanno ampiamente dimostrato di poter stare. Adrenalina alla quale va sommata quella post-derby: due settimane fa, con il 2-0 rifilato al Genoa, è arrivata una vittoria storica. Ora sono tre su tre. Marco Giampaolo e la sua Sampdoria stanno incidendo a caldo il proprio nome nella stele dei derby della Lanterna. Tanti risultati utili così di fila non si vedevano dai tempi di Novellino (ma allora era cadetteria). Per trovare un tris in Serie A si deve ritorna ai primi anni 50, al 1953.

Mezze misure mai

Questa partita lascia emozioni addosso indescrivibili, poi se lo vinci dormi sereno. La mia soddisfazione è di aver creato un gruppo che vuole far bene. Questa squadra la sento mia

Le riflessioni successive al Derby della Lanterna a firma di Marco Giampaolo sono quelle di un allenatore che non conosce affatto mezze misure: o sul punto di abbandonare i vertici del calcio italiano o in copertina. È successo ad Ascoli, a Cagliari, a Empoli e ora nella Genova blucerchiata. Da uomo di mare, fatalista, si muove dove c’è un progetto. E a Genova ha trovato la sua dimensione, quasi metafisica. A 50 anni, vive il calcio come lavoro, allenamento, ricerca, studio. I tempi in cui a Brescia non dava notizie di sé per giorni sono lontani, quasi cancellati: oggi Giampaolo ha costruito una Sampdoria che gioca un calcio piacevole, arioso, attacca con almeno 6 calciatori e si permette un trequartista (Praet) sulla linea di centrocampo, uno tra Ramirez e Alvarez e due attaccanti. Se la Samp è un laboratorio, lui è l’artigiano. Di una mini-bottega di lusso: quest’estate il club ha chiuso il mercato con un attivo di 42 milioni tra acquisti e cessioni, quinto miglior dato d’Europa.

Il penta-partito doriano

Nell’estate della cessione più redditizia (Schick alla Roma) e dell’acquisto più costoso (Zapata dal Napoli) della storia blucerchiata si sono mossi in cinque: il presidente Ferrero, il direttore sportivo Osti, il responsabile dell’area tecnica Pradè, il direttore sportivo del settore giovanile Pecini. E ovviamente l’avvocato Antonio Romei, da collaboratore molto stretto di Ferrero a uomo dei conti, del bilancio, delle trattative. Un mercato da record con diversi padri. Nel quale già si intravede la prossima stella: risponde al nome di Lucas Torreira, centrocampista classe 1996 che ha preso le redini della mediana nell’estate 2016 e non le ha più mollate. Torreira è stato uno dei nomi caldi del primo mese di voci di mercato dopo la chiusura del mercato vero. È già stato accostato a Roma, Inter, Siviglia e Atletico Madrid.  La curiosità? È il calciatore che nella Serie A in corso ha subito il maggior numero di falli: attestazione di “stima” da parte degli avversari, che ben conoscono l’importanza della fonte di gioco della Sampdoria. Sulla stella del futuro doriano, però, dalle parti di Bogliasco non hanno dubbi: tutti indicano David Kownacki, attaccante polacco. Vent’anni, ancora poco inserito negli schemi ma potenzialmente fortissimo. “Nel medio periodo esploderà” giurano gli addetti ai lavori.

Arriva la Vecchia Signora

L’umore è buono, la gioia per il derby vinto è ancora fresca. Il calendario ora propone un’altra sfida di lusso: domenica a Marassi arriverà infatti la Juventus. C’è una classifica che profuma d’Europa da mantenere. L’obiettivo finale è quella che un tempo si definiva la “parte sinistra della classifica…”. La forza principale della Samp edizione 2017/2018 resta la cultura del lavoro, matrice di un’identità di gioco ben precisa. È un buon punto di partenza. La banda di Giampaolo suona il rock, come quella di Boskov che nell’annata 1990/91 fece lo scherzetto alla Vecchia Signora del calcio italiano. Altri tempi, vero: oggi i rapporti di forza sono mutati, ma Genova “per gli altri”, quando si parla blucerchiato, è diventata un fortino.  Guardi il gruppo blucerchiato e sembra quasi di sentirlo, quel genovese doc di Ivano Fossati con la sua musica: “Oh, non svegliatevi, oh, non ancora”.

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Le coreografie di Lazio e Roma per il derby d'andata della Serie A 2014-2015.

Roma-Lazio quest’anno non è solo derby capitale, ma è anche derby scudetto. Quella di sabato alle 18 sarà una stracittadina di altissima classifica. Non varrà solo per la supremazia cittadina, come tante volte è accaduto quanto a confrontarsi sono state le squadre del Cupolone, ma è sufficiente guardare la classifica per accorgersi che il derby sarà forse meno ‘spensierato’ di altri, pur essendo appena alla 13ª giornata, perché un pensiero non potrà non andare alla graduatoria.

La Roma e la Lazio sono rispettivamente a 27 e 28 punti, ed entrambe hanno una partita in meno di chi le precede. Come a dire che i biancocelesti di Simone Inzaghi potrebbero essere a braccetto con la Juventus al secondo posto, a -1 dal Napoli; i giallorossi a quota 30, comunque a tiro di sorpasso dei partenopei.

Ci si gioca tanto, e mai come questa volta non c’è una favorita d’obbligo. La Roma ha infilato un filotto di successi che l’ha proiettata direttamente nell’Olimpo del pallone, dopo che una partenza con il freno a mano tirato aveva fatto storcere un po’ il naso a più di qualcuno. Già erano saliti alti al cielo i mugugni per un Eusebio Di Francesco non ancora pronto per il salto in una grande, ma il ruolino di marcia di Dzeko e compagni, da quel momento, è stato impressionante: il 14 ottobre il Napoli passava per 1-0 all’Olimpico, poi ecco il 3-3 di Londra contro il Chelsea, in Champions, con tanto di rimonta romanista; quindi, tre 1-0 consecutivi prima dell’illustre scalpo di Antonio Conte in Europa e il 4-2 del Franchi contro la Fiorentina.

La Lazio non è stata da meno. Se escludiamo l’1-4 con il Napoli, dopo lo 0-0 della prima con la Spal, Immobile (capocannoniere) e compagni le hanno date a tutti. Compresa la Juventus sul suo campo.

Sarà il derby degli attaccanti, Immobile (che pare ad oggi poter essere del match) contro Dzeko, ma anche di qualche assente di troppo, con Felipe Anderson e Radja Nainggolan che cercano disperatamente di recuperare ed essere presenti. Perché è troppo importante. Il primo però difficilmente ce la farà. Roma e Lazio hanno già dimostrato e dimostrano di poter sopperire anche alle assenze.

E che dire poi di Simone Inzaghi ed Eusebio Di Francesco? Proprio mentre si mette in croce Gian Piero Ventura, ecco che due giovani allenatori ci fanno sperare in un futuro migliore. Entrambi per la prima volta a guerreggiare anche per lo scudetto. Per tutti e due la stracittadina – da giocatori e in panchina – non è sinonimo di gioia, ma per uno dei due potrebbe diventarlo sabato intorno alle 20. Di Francesco, tra l’altro, ha rivelato recentemente che proprio il derby era l’unica partita in cui gli tremavano le gambe. Adesso, dovesse capitargli ancora, potrà farsi aiutare dalla panchina, sedendocisi sopra.

Abbiamo lasciato per ultimo il grande assente della partita. Sarà il primo derby, dopo più di 20 anni, senza Francesco Totti in campo. Il simbolo della Roma, ma anche un po’ di tutta Roma. L’uomo del selfie sotto la curva, della maglietta e degli sfottò ai cugini. Guarderà la sfida dalla tribuna e sembrerà molto strano anche a lui.

Nonostante l’addio dell’ex Pupone, sarà proprio Di Francesco a schierare i veterani. Tutti hanno alle spalle almeno un derby: Kolarov l’ha vissuto sull’altra sponda, Alisson nelle semifinali di Coppa Italia. Solo in caso di forfait del Ninja, al suo posto giocherebbe un debuttante.

Inzaghino, invece, si affiderà ai soliti 11, gli stessi dell’impresa dell’Allianz Stadium. Qualche forfait potrebbe scaturire dagli impegni con le Nazionali, con in particolare Parolo e Immobile tornati delusi e spompati, ma in questo caso saremmo 2-2, perché pure Florenzi e De Rossi hanno vissuto l’amara notte di San Siro, chi in campo, chi dalla panchina. Una stracittadina, però, dovrebbe ricaricare presto le pile a tutti e quattro. De Rossi, poi, già sentiva questa partita più delle altre quando c’era il paravento Totti, adesso si sente ancora più responsabilizzato.

Se non l’aveste capito, insomma, sarà un derby diverso questo. Per la classifica, per gli uomini in campo, per chi li guida dalla panchina. Tutte variabili che concorrono a trasformare Roma-Lazio in una partita ancora meno uguale alle altre: dove fare un pronostico è impossibile, dove sarà anche il contorno dello stadio Olimpico a entrare in campo con i 22.

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Giornata movimentata quella in cui veniva staccato l’ultimo pass per la qualificazione al Mondiale di Russia 2018. I verdetti definitivi per alcuni sono stati sentenze amarissime (e gli italiani ne sanno qualcosa…), per altri sorprese dolcissime.

È questo il caso del Marocco che, battendo per 2-0 la Costa d’Avorio nello scontro diretto, ritorna a giocare la fase finale della Coppa del Mondo dopo ben 20 anni. Il match vedeva la squadra di Renard partire sfavorita sulla carta, meno preparata della compagine ivoriana che può contare su giocatori importanti come Gervinho, Kessie e Doumbia. Bastava un solo punto per il Marocco e invece ne sono arrivati ben 3 grazie ai gol di Dirar e del difensore della Juventus Mehdi Benatia, che hanno ribaltato tutti i pronostici della vigilia ed hanno mandato in estasi un’intera nazione, abbandonatasi a festeggiamenti frenetici per le strade di Rabat, Casablanca e Marrakech.

La qualificazione è arrivata grazie alla grande convinzione e alla voglia dimostrata dalla compagine marocchina che ha chiuso il girone senza subire nemmeno un gol, divenendo così la miglior difesa di tutta la fase di qualificazione al mondiale. Altro capolavoro per il tecnico Hervé Renard, che non solo è il primo allenatore della storia a vincere due Coppe d’Africa (con lo Zambia nel 2012 e proprio la Costa d’Avorio nel 2015), ma diviene anche l’uomo che riporta il Marocco al mondiale dopo 20 lunghi anni. Il tecnico francese è riuscito ad esaltare un gruppo senza tante stelle e in sei partite di girone sono arrivati 3 vittorie e 3 pareggi con undici gol segnati e zero subiti. Meglio non si poteva fare, nessuna potenza calcistica europea è riuscita, infatti, a non perdere nemmeno una partita e a conservare la propria rete inviolata.

La mente subito vola quindi all’ultima apparizione dei Leoni dell’Atlante nella rassegna iridata, quella giocata in Francia nel 1998. Era il Marocco di Naybet, Hadji e Neqrouz che conquistò 4 punti in un girone ostico con Norvegia, Scozia e Brasile. Oggi il Marocco vive un sogno ma è pronto a mettere sul tavolo tutte le sue carte nel mondiale russo, con la speranza di dare la giusta continuità ad una qualificazione conquistata giocando da grande squadra.

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Una tra Perù e Nuova Zelanda andrà ai Mondiali e l’Italia no. Il dato è deprimente ma è realtà: stanotte va in scena l’ultimo play-off delle qualificazioni a Russia 2018, dopo il passaggio del turno dell’Australia sull’Honduras rimane solo una partita per definire la trentaduesima nazionale, se lo giocheranno due formazioni che non hanno certo una grande esperienza a livello di fase finale. Se però la Nuova Zelanda ha una partecipazione recente (2010, fuori con tre pareggi fra cui quello con gli Azzurri) il Perù punta a tornarci ben trentacinque anni dopo l’ultimo accesso, nell’edizione di Spagna ’82.

Gareca Solano Perù

UN PAESE INTERO IN ATTESA

Se stanotte (fischio d’inizio alle 3.15 ora italiana) il Perù dovesse vincere (lo 0-0 dell’andata dà un solo risultato, ogni pareggio con gol qualificherebbe la Nuova Zelanda) è già decisa la festa nazionale per domani, questo per capire come la nazione si stia preparando a un evento storico. Nel 1982 c’era Teófilo Cubillas, il miglior giocatore della storia blanquirroja, e due che grazie a quei Mondiali si guadagnarono la Serie A: Gerónimo Barbadillo, passato all’Avellino, e Julio César Uribe, finito al Cagliari. Fuori al primo girone, il Perù pareggiò con gli Azzurri per 1-1 a Vigo, prima di farsi travolgere dalla Polonia (5-1), senza ripetere l’exploit del 1970 quando arrivò fino ai quarti.

Ora ci riprova dopo un girone in cui ha fatto una rimonta sensazionale, perché a settembre 2016 dopo la sconfitta in Bolivia era penultimo con soli quattro punti. Da lì è però partita la risalita, perché la presenza di Nelson Cabrera è stata giudicata irregolare (ne aveva una col Paraguay prima di essere naturalizzato) e la CONMEBOL ha dato lo 0-3 a tavolino: nel 2017 è rimasto imbattuto, salendo dall’ottavo al quinto posto grazie a tre vittorie di fila e agli ultimi due pareggi, lo 0-0 in Argentina e l’1-1 “cercato” con la Colombia (negli ultimi minuti non si è giocato, con il KO del Cile il pari bastava a entrambe).

José Paolo Guerrero Peru-Colombia

SENZA STELLE MA CON IDEE

Ora nella rosa del Perù di campioni non ce ne sono. Claudio Pizarro ha lasciato la nazionale e la stella José Paolo Guerrero non è a disposizione per i play-off, perché con l’Argentina è risultato positivo all’antidoping per cocaina. La federazione le ha provate tutte, dicendo che si è trattato di una bevanda contaminata, ma la FIFA non l’ha riabilitato e perciò stanotte toccherà al veterano Jefferson Farfán, all’ex promessa André Carrillo e a elementi come Christian Cueva, Yordy Reyna e Raúl Ruidíaz cercare i gol qualificazione.

La garanzia sta in panchina: Ricardo Gareca è un ottimo CT, reduce da un terzo posto in Copa América (2015) e da altre esperienze positive con i club, soprattutto alla guida del Vélez dal 2009 al 2013, portato alla vittoria del campionato argentino e a un passo dalla finale di Copa Libertadores 2011 con una delle squadre migliori degli ultimi anni di calcio sudamericano, anche per gioco. El Tigre da giocatore aveva estromesso il Perù da Messico ’86, segnando il definitivo 2-2 nel finale che fece avanzare l’Argentina all’ultimo turno, ma poi non era stato convocato per il torneo: adesso ha l’opportunità di conquistarlo dalla parte opposta, in tal caso nessuno potrà togliergli la Russia e farlo diventare eroe nazionale peruviano. Il paese aspetta solo questo.

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Ieri sera a San Siro il calcio italiano ha toccato probabilmente il punto più basso degli ultimi 60 anni. Una sconfitta che trascende il piano sportivo, che va a toccare le corde emotive in tutti noi.

La tristezza di Buffon, che si ritrova a chiudere un ventennio di Nazionale straordinario nel modo peggiore, la delusione di De Rossi e Barzagli, il dispiacere sui volti di tutti gli azzurri sono le stesse sensazioni provate da chiunque abbia assistito alla partita.

Non sappiamo cosa sia un Mondiale senza l’Italia, almeno una gran parte di noi. Il prossimo anno invece dovremo fare i conti con questa situazione inedita, inaspettata. Niente corse per tornare presto dal mare, niente locali addobbati a festa, niente scuse per uscire da lavoro un’ora prima “perché alle sei gioca l’Italia”. Oggi siamo tutti tristi, spaesati per questa situazione: ad ogni Mondiale sono legati ricordi, sensazioni indelebili della nostra vita.

I Mondiali di calcio hanno scandito i tempi della nostra vita e scandiranno i tempi che verranno”, dicono Federico Buffa e Carlo Pizzigoni nell’incipit di ogni puntata di Storie Mondiali. Accadranno comunque cose belle e indimenticabili nell’estate del 2018. Rideremo, resteremo svegli fino a tardi, guarderemo anche qualche partita delle squadre che al Mondiale ci sono arrivate. Ma a questo universo narrativo di ricordi mancherà un riferimento sociale, prima ancora che sportivo, un gol di Grosso o un rigore di Baggio a cui appigliarsi quando non ci ricorderemo che anno era.

Come siamo arrivati a tanto? Come è stato possibile infangare la storia di una Nazione che ha dato tanto al calcio mondiale e far indignare un intero paese? Il fallimento dell’Italia di Ventura e di Tavecchio è epocale, con pochi precedenti, ma è solamente l’apice negativo di un periodo di declino assoluto di un intero movimento, convinto che la storia gloriosa possa bastare per portare a casa risultati positivi. E invece non è così, perché intorno a noi gli altri non sono stati a guardare e pian piano ci hanno sorpassato.

Belgio, Germania, Spagna, nazionali che hanno vissuto anni difficili, sono ripartite grazie a progetti di crescita ben definiti, che hanno avuto come base il lavoro sui giovani e che negli anni hanno dato i frutti sperati. Chi dirige il calcio in questi paesi si è preso la responsabilità di cambiare la rotta di un movimento in difficoltà, di attuare riforme di lungo periodo che poi col tempo hanno portato a risultati importanti.

Noi ci ritroviamo indietro, ancorati a un passato di vittorie che diventa sempre più passato. La nostra Nazionale, dopo la straordinaria impresa del 2006, ha collezionato brutte figure sia in Sud Africa che in Brasile (con gli intermezzi degli Europei del 2012 e del 2016, in cui abbiamo ottenuto risultati superiori alle nostre possibilità grazie soprattutto al gran lavoro fatto da Prandelli e Conte), la Serie A è spaccata tra squadre deboli sempre più deboli e quelli che dovrebbero essere top club che vincono senza difficoltà contro di esse, ma che poi in Europa vengono sistematicamente battute dalle altre big europee (solo la Juventus è riuscita, in parte, a competere ad alti livelli), per i giovani che emergono con difficoltà la maglia della Nazionale maggiore sembra quasi impossibile da raggiungere.

Nel post 2006 non c’è stata lungimiranza nelle azioni di chi ha guidato il calcio.  L’era di Carlo Tavecchio ha portato al disastroso epilogo di ieri, con Ventura Ct in bambola e incapace di dare un’impronta definita alla squadra azzurra. Dopo la sconfitta con la Spagna l’ex allenatore del Torino ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza, preferendo tornare sui suoi passi e rinnegare il 424 su cui aveva puntato per riproporre il 352 di Conte. Le sue scelte senza criterio (su tutte quella di tenere Insigne, probabilmente il miglior calciatore italiano in questo momento, in campo per 10 minuti nella gara di andata e in panchina ieri) e le dichiarazioni fuori luogo (parlare di arbitri e sfortuna dopo la sconfitta in Svezia è assurdo) parlano per lui.

In questa situazione assurda sia il presidente della FIGC che il Ct non sono stati ancora in grado di fare un passo indietro e dare le dimissioni, cosa che almeno fecero Prandelli e Malagò poco dopo Italia-Uruguay. Sono ancora lì, ad aspettare non si sa cosa.  Sembra che si sia sempre l’interesse personale prima della dignità, la poltrona da difendere, il milione di buonuscita da trattare.

L’indignazione di una nazione intera deve servire da stimolo a portare un profondo rinnovamento calcistico in un movimento immobile da troppi anni. Emblematiche a tal proposito le dichiarazioni rilasciate proprio oggi dal ministro per lo sport Lotti: “Le parole di Gigi Buffon sono state molto chiare: è evidente che dobbiamo tutti aiutare a far ripartire il mondo del calcio, in tutti i sensi. Non è dalla partita con la Svezia che si è capito che ci sono dei problemi, che c’è qualcosa che non va: negli ultimi due Mondiali siamo usciti al primo turno, non si riescono ad eleggere il presidente della Lega di A e di B. C’è molto da fare, credo che sia opportuno sfruttare questa occasione negativa per rifondare del tutto il calcio italiano

L’occasione di ricostruire sulle macerie un calcio nuovo, che riporti finalmente l’Italia fuori da una situazione ormai insostenibile, stavolta è troppo grande per non sfruttarla. Reiterare con gli stessi errori del passato recente significherebbe solamente condannarci a un futuro di incertezze e di sicuri insuccessi.

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La vittoria contro il Manchester United del “nemico” Mourinho non è bastata a rasserenare il clima teso che si è creato intorno al Chelsea allenato da Antonio Conte. Anzi, la vittoria della squadra londinese contro una diretta rivale è passata quasi sottotraccia rispetto alla mancata stretta di mano tra il tecnico leccese e quello portoghese. Questa situazione è paradigmatica della situazione dell’ex Ct della nazionale azzurra, che in questo inizio di stagione è stato messo costantemente in discussione per i risultati non sempre in linea con le attese.

E proprio queste ultime forse sono il problema principale: il Chelsea lo scorso hanno ha vinto il titolo in modo netto ribaltando anche le previsioni di inizio stagione che non lo vedevano di certo favorito visto il disastroso campionato disputato due stagioni fa. Quest’anno invece la situazione è molto diversa, con le due squadre di Manchester rinforzate da un mercato faraonico: il City di Guardiola ha iniziato triturando qualsiasi avversario affrontato e sembra non potersi più fermare; lo United è molto più solido e continuo (e manca ancora Ibra). Senza dimenticare il Tottenham capace di battere in modo netto i Campioni d’Europa del Real in Champions e l’ambizioso (ma discontinuo) Liverpool di Klopp.

Vincere in questo campionato è difficilissimo, quindi dobbiamo cercare di fare il miglior lavoro possibile. Negli altri campionati ci sono delle partite in cui puoi anche rilassarti un po’, qui no”

Antonio Conte


Il carico di aspettative per questa stagione ha portato ad una situazione di nervosismo generale all’interno della società, con Abramovich scontento delle sconfitte rimediate finora e la stampa sempre pronta a mettere in discussione la posizione del tecnico (prima della vittoria con lo United qualcuno parlava di esonero in caso di sconfitta). Conte invece ha sottolineato diverse volte il fatto di avere a disposizione una rosa numericamente non sufficiente a sostenere tutte le competizioni a cui il Chelsea partecipa: gli acquisti di Zappacosta, Bakayoko, Rudiger, Drinkwater e Morata non possono bastare a rinforzare una squadra orfana di due elementi fondamentali come Matic e Diego Costa.

La gestione del bomber brasiliano/spagnolo ha contribuito in modo fondamentale a incrinare il rapporto tra Conte e Abramovich. Il fatto che uno dei protagonisti principali della scorsa stagione sia stato scaricato con un sms non è andato giù al proprietario russo, tanto che ad agosto si era parlato di Tuchel come possibile candidato a sostituire il mister leccese.

Questo continuo sentirsi in bilico infastidisce il tecnico, che dopo il titolo dello scorso anno probabilmente si aspettava maggior considerazione da parte della società e maggior fiducia. Abramovich invece si fida esclusivamente di Marina Granovskaia, suo braccio destro fin dai tempi della Sibneft (ex compagnia petrolifera russa di cui era socio, dalla cui cessione delle sue quote a Gazprom ha guadagnato 13 miliardi di dollari). Un sodalizio inscindibile, con Conte tagliato praticamente fuori dalle decisione riguardanti acquisti e cessioni di calciatori.

In estate il tecnico ha chiesto diversi calciatori, in primis Alex Sandro e Lukaku, che alla fine non sono arrivati. I nuovi, tra problemi fisici e di adattamento (escluso Morata, che finora si è dimostrato all’altezza, anche se gli 80 milioni spesi per lui non sono proprio pochi) non hanno inciso più di tanto, e con alcuni dei “senatori” i rapporti non sembrano essere più così buoni.

Oltre ai 3 gol subiti a Roma nella partita di Stamford Bridge contro i giallorossi c’è stata la polemica sollevata da David Luiz. Il difensore ha reagito molto male alla sostituzione e, dopo la prestazione negativa dell’Olimpico, è stato escluso dalla partita con lo United. Questo è solo l’ultimo episodio che ha coinvolto l’ex Ct della nazionale e uno dei suoi giocatori: dopo la partita con la Roma anche Gary Cahill e Cesc Fabregas hanno avuto un confronto con Conte, ma non sono stati puniti come David Luiz. Per molti sulla decisione hanno pesato anche i buoni rapporti tra Diego Costa e Luiz, con quest’ultimo che ha sempre sostenuto l’attaccante.

La situazione attuale di Conte non è per nulla semplice, ma il campionato per il Chelsea è ancora aperto (è a 1 punto dallo United secondo e il City potrebbe accusare un calo fisiologico, dopo la partenza a razzo) così come la qualificazione agli ottavi di Champions.

L’impressione però è che, anche di fronte a risultati positivi, a fine stagione le strade tra Conte e il club londinese si separeranno. Per un passionale come lui i rapporti con la società e i calciatori sono fondamentali e al Chelsea la situazione non è certo di suo gradimento (il corteggiamento dell’Inter, in estate, lo aveva già fatto vacillare parecchio). L’Italia lo aspetta e lui sente la mancanza del suo paese. Rivederlo su una panchina di Serie A, nella prossima stagione, è un’ipotesi sempre più credibile.