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Un anno e mezzo di digiuno, un anno e mezzo lontano dal gradino più alto del podio. Dopo Singapore 2015, sono stati tempi duri per la Ferrari, che non ha più vinto un Gran Premio di Formula 1. Fino a ieri mattina, poco prima delle 9. A Melbourne, nel Gp d’Australia, Sebastian Vettel ha trionfato, anticipando di 10 secondi la Mercedes di Lewis Hamilton e di 11 secondi l’altra Freccia d’Argento di Valtteri Bottas.

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Una vittoria, quella del tedesco, di tattica e grinta, che prima ha usato l’arma del pressing su Hamilton, e poi quella della sosta ai box, per lui posticipata, per guadagnare tempo prezioso e la vetta della corsa, allungando fino al traguardo.

La gara per Vettel era iniziata in salita, con Hamilton partito bene e in testa fino al 17° giro. L’inglese poi si ferma per montare le soft e lascia il comando a Vettel, ma rientra in quinta posizione, alle spalle di Verstappen, che lo rallenta nel duello a distanza con il tedesco.

La svolta arriva al 23° passaggio: Vettel effettua il pit stop e rientra davanti all’olandese, che fa da cuscinetto su Hamilton. La chiave è qui, e lo capiscono anche ai box Mercedes, dove il tavolo ancora è dolente per i pugni di disappunto sbattuti dallo staff.

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Vettel ed Hamilton tornano al primo e al secondo posto e la gara termina così.

La Ferrari non vinceva il Gp inaugurale dal 2010, con Alonso trionfante in Bahrain, e da 10 anni non lo faceva in Australia.

Per Vettel è il 43esimo successo in carriera, il quarto con la Ferrari.

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C’è un confine labile, eppure così difficile da valicare, tra quello che è sport e quello che è mito. Roger Federer lo ha capito ieri, per davvero, cosa significhi entrare nella leggenda, sfondare ogni tipo di barriera, illuminare le zone d’ombra, le pause di una carriera che non può avere sempre alti, ma che adesso ha il sapore d’epica. E lo svizzero, numero 17 del mondo, ha sconfitto il suo storico rivale, Rafa Nadal, con una sfida infinita ma bellissima. 5 set (con il punteggio di 6-4, 3-6, 6-1, 3-6, 6-3), tre ore e 37 minuti di gioco.

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Una sfida emotiva, che rimarrà nella storia del tennis, dei due protagonisti e anche nel ricordo di chi si è fermato a guardarla. Sì, perché il pianto di Roger, a fine gara, lo avvicina un po’ anche a noi, a chi sa di essere sulla strada del tramonto, ma non per questo rinuncia ancora ad essere il migliore, a lottare per essere il migliore.

Per lo svizzero, questa vittoria non è solo un numero, non è solo una soddisfazione che nasce e muore sul campo, è un riscatto personale, dopo cinque lunghi anni senza uno Slam, sei mesi lontano dai giochi e i tanti commenti sul suo essere ormai “finito”, come se la carta d’identità bastasse a dire ‘stop’ ad un campione come lui.

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Questo è il suo capolavoro più bello, arrivato al termine di una gara che sembrava pendere dalla parte dello spagnolo, grazie anche un break sanguinoso che aveva spezzato in due il game.

E invece no, tra un rovescio e un diritto di controbalzo, Federer ha capovolto la sfida e sollevato il suo 18° titolo dello Slam in carriera, il primo da Wimbledon 2012, siglando la 12esima vittoria su 35 confronti contro Nadal.

E ora la storia porta anche il suo nome. Lui, nell’Olimpo dei grandi, insieme ad altri intrambontabili campioni: da Pelè a Bartali, da Lewis a Phelps, da Michael Jordan ad Ali.

Fede(RE)r: stavolta non ce n’è per nessuno.

Dopo un 2016 da abbuffate sportive – Europei di calcio e Olimpiadi brasiliane su tutti – il 2017, come la maggior parte degli anni dispari, lascia tirare un po’ il fiato, non proponendo eventi planetari come possono essere la manifestazione continentale del pallone e i cinque cerchi. Ci sono, però, alcuni avvenimenti sportivi che ci terranno compagnia lungo tutto l’arco dell’anno appena iniziato.

Partendo dal calcio – noblesse oblige – a giorni inizierà la Coppa delle nazioni africane. È il Gabon a ospitare una manifestazione che, con il tempo, ha smesso di essere la cenerentola delle competizioni calcistiche e che oggi gode anche della copertura televisiva integrale (Fox Sports per il nostro Paese). Si comincia il 14 gennaio, con finale il 5 febbraio. Inutile dire che tanti protagonisti del campionato italiano e dei principali tornei europei saranno in Gabon. Due anni fa, la vittoria è andata alla Costa d’Avorio, alla seconda affermazione della sua storia.

Sempre per quanto riguarda il calcio, dal 17 giugno al 2 luglio ecco le prove generali del Mondiale in programma nel 2018, con la Confederations Cup ospitata dalla Russia. Partecipano i padroni di casa, la Germania campione del mondo in carica, l’Australia che ha vinto il Campionato asiatico 2015, il Cile che ha conquistato la Coppa America, il Messico quale detentore della Concacaf, la Nuova Zelanda che ha vinto la Coppa delle nazioni oceaniche, il Portogallo campione d’Europa e la squadra che vincerà la prossima Coppa d’Africa.

Ancora per il pallone, dal 7 al 21 giugno Europei Under 21 in Polonia; dal 16 luglio al 6 agosto Campionati europei femminili in Olanda. Proseguiranno, naturalmente, le qualificazioni ai Mondiali maschili del 2018.

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Tutto da seguire anche il Campionato europeo maschile di pallacanestro, dal 31 agosto al 17 settembre. Se Istanbul ospiterà la fase finale, la prima fase avrà più sedi: Helsinki (Finlandia), Cluj (Romania), Tel Aviv (Israele) e la stessa Istanbul. Ci sarà anche l’Italia, a caccia di un buon risultato. La pallavolo, altro sport di squadra seguitissimo, vedrà svolgersi sia gli Europei maschili (in Polonia), sia quelli femminili (in Azerbaigian e Georgia). Altre manifestazioni di sicuro richiamo: le Universiadi invernali di Almaty, dal 28 gennaio all’8 febbraio, i Giochi del Mediterraneo di Tarragona (dal 30 giugno al 9 luglio), le Universiadi di Taipei (dal 19 al 30 agosto), i Giochi dei piccoli Stati d’Europa di San Marino dal 29 maggio al 3 giugno.

L’Atletica leggera vivrà il suo clou a Londra, dal 5 al 13 agosto, con i Campionati del mondo 2017, ma l’antipasto ci sarà già a marzo, dal 3 al 5, con gli Europei di atletica indoor a Belgrado. Lo Sci alpino attende tutti al varco con i Mondiali di Saint Moritz dal 6 al 19 febbraio; quello Nordico di Lahti dal 22 febbraio al 5 marzo.

Pure il Rugby a 13, nel 2017, vedrà scendere in campo le nazionali più forti nella Coppa del mondo, ospitata da Australia, Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea. Appuntamento dal 26 ottobre al 2 dicembre; le donne saranno impegnate nel torneo a 15 in Irlanda e Irlanda del Nord dal 9 al 26 agosto. Tempo di Mondiali per la pallamano maschile dall’11 al 29 gennaio in quel della Francia.

Il bob vivrà sia gli Europei (14 e 15 gennaio a Winterberg) sia i Mondiali (17–26 febbraio a Schonau am Konigssee). Svezia e Danimarca ospiteranno le qualificazioni al Campionato europeo di football americano 2018. Per la Ginnastica artistica doppio appuntamento: 19–23 aprile XVII Campionati europei individuali (a Cluj – Napoca), 2–8 ottobre Mondiali e Montreal. La Ginnastica ritmica, dal 30 agosto al 3 settembre, assegnerà il titolo iridato a Pesaro.

E ancora, ecco lo Skeleton: 14–15 gennaio a Winterberg Campionati europei 2017, 19–26 febbraio Campionati mondiali 2017 a Schonau am Konigsee; e il Trampolino elastico, Mondiali dal 9 al 12 novembre a Sofia.

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Formula Uno e MotoGp vivranno, come tutti gli anni, i Mondiali. Il ciclismo affronterà le grandi corse a tappe, Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta di Spagna, e i Mondiali, dal 17 al 24 settembre a Bergen, in Norvegia. Il rugby avrà il consueto appuntamento con i fiocchi del Sei Nazioni. Il Nuoto vivrà gli Europei in vasca corta a dicembre, dal 13 al 17, a Copenaghen. Dal 23 al 30 luglio ci saranno invece i Mondiali a Budapest. Mondiali pure per la pallanuoto, dal 15 al 30 luglio, sempre in Ungheria. Dal 17 al 27 giugno, alle Bermuda, spettacolo assicurato con la America’s Cup di Vela.

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Nella lunga storia del basket professionistico americano, la NBA ha salutato decine di stelle di prima grandezza che hanno contribuito a renderla la più importante e conosciuta Lega al mondo. Dal drammatico addio di Magic Johnson, che nei primi anni ’90 contrasse il virus dell’HIV, agli addii e ritorni di Michael Jordan (pre e post parentesi nel baseball), sino ai saluti più crepuscolari e inevitabili della generazione dei Big Man degli anni ’90: Patrick Ewing, Hakeem Olajuwom, Charles Barkley, Shawn Kemp, David Robinson e Shaquille O’Neal, solo per citarne alcuni. Nomi, volti e presenze sceniche che hanno fatto sognare milioni di fan in tutto il mondo e lasciato alle spalle vuoti malinconici e nostalgici, colmati solo in parte dal ricambio generazionale intervenuto. L’ultima stagione, però, è andata ben oltre. Il campionato che ha scritto l’importante pagina di storia rappresentata dalla vittoria di LeBron con i suoi Cleveland, in verità ne ha lasciate in scorta agli annuari molte di più. Altre pagine di addio, attese, ma non così. Non tutte insieme.

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Il primo è stato Kobe Bryant con il suo “Farewell Tour“, un’intera stagione per salutare a suo modo le altre 29 squadre della Lega. Uno stillicidio per cuori teneri. Ad ogni partita una celebrazione, un’ovazione, un tributo, lacrime, tante lacrime, versate peraltro da avversari tanto fieri e ostici, in campo e fuori, quanto onesti nel riconoscere la primaria grandezza del “nemico”. Una star capace di salutare come a nessuno era riuscito prima di lui: i suoi 60 punti con vittoria in rimonta contro i Boston Celtic, lo scorso 13 aprile, difficilmente saranno replicabili a breve da un altro giocatore, alla soglia dei 38 anni, capace un attimo dopo aver siglato gli ultimi canestri di pronunciare le parole più difficili in mondovisione: “Mamba out“.

Quindi è stata la volta di Kevin Garnett, un altro dei più grandi della sua generazione. Giocatore polivalente: ala piccola, ala grande, centro all’occorrenza. Ottimo difensore e trash talker come pochi (c’è anche questo a contraddistinguere la personalità di un big). 40 anni e spenderli ancora benissimo sul parquet con i suoi Minnesota Timberwolves. Poesia anche nel suo addio, sebbene pronunciato lontano dai riflettori. KG, infatti, ha deciso di tagliare il traguardo di una lunga carriera con la squadra che gli aveva permesso di arrivare in NBA e di segnare i suoi primi 19mila punti. Dopo i sei anni spesi a Boston con la conquista di un anello e il passaggio per i Brooklyn Nets, il ritorno con i Lupi. In tono minore forse, ma con la maglia che ha sempre amato.

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Infine, Tim Duncan. Non si sono ancora spente le luci della sua ultima notte di gloria all’all’AT&T Center di San Antonio, dopo la vittoria dei neroargento su New Orleans. Il numero 21 non era naturalmente in pantaloncini e maglietta, ma come ha scherzato durante la cerimonia di ritiro della sua maglia ha “vinto parecchie scommesse: non ho indossato un paio di jeans, ho addosso una giacca e ho parlato per più di 30 secondi“. Quasi una forzatura per un tipo schivo del suo calibro, che ha annunciato il ritiro con un breve comunicato, neanche di suo pugno, e lontano dai riflettori dei play off. Ha evitato di commuoversi anche quando coach Popovich lo ha sorpreso con le sue lacrime e la voce rotta: “Questo è il commento più importante che possa fare su Duncan. Dico una cosa ai suoi genitori, che se ne sono andati. Posso garantirvi una cosa, Tim è la stessa persona che si è presentata a me per la prima volta”. E ove servisse un’ulteriore conferma, è bastato il suo saluto ai tifosi del Texas che “mi hanno dato molto più di quanto io ho dato loro“.

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Un finale di carriera in Formula 1. Che sia questo il futuro a breve termine di Valentino Rossi? Una sorta di deja-vù per chi ha seguito la lunga carriera del Dottore, reduce dal secondo posto al Motomondiale. La suggestione è stata prodotta dalle parole del team principal Mercedes, Toto Wolf, alle prese con la non facile sostituzione del campione del Mondo, Nico Rosberg, che ha comunicato a sorpresa il suo ritiro dalle scene a 31 anni, a pochi giorni dalla conquista del tanto sospirato titolo iridato.

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Potremmo offrire la macchina a Valentino“, si è lasciato sfuggire parlando con alcuni giornalisti italiani ufficializzando l’inserimento di Rossi nella short-list in corso di valutazione e che, al momento, comprende anche Fernando Alonso, il più papabile del novero secondo i media. Un’ipotesi che il numero 46, reduce dal successo al Rally di Monza a conferma della sua abilità anche con le quattro ruote, non ha respinto al mittente, tutt’altro. “Non lo sapevo, sarebbe bello – ha risposto a chi lo ha informato della dichiarazione del tedesco -. Se vogliono chiamarmi, il mio numero ce l’hanno. Avendo pilotato la Ferrari ed essendo amico di tanti uomini di Maranello sarebbe come un mezzo tradimento, ma come fai a non provare se la Mercedes te lo chiedesse?

Molto prima della Mercedes, infatti, era stata la rossa di Maranello a provare a calare l’asso. Di qui la sensazione di deja-vù. Tra il 2004 e il 2006, Stefano Domenicali, allora braccio destro di Jean Todt, mise a disposizione una monoposto e una squadra di tecnici per alcuni test (poi ripetuti nel 2008 come premio per il Mondiale vinto), che oggi ricorda così: “Rossi diede conferma di avere un talento e una capacità tecnica tale da non sfigurare neppure con le quattro ruote. Allora lui era pronto per correre in F1, poi decise diversamente e la storia finì lì“. Dieci anni prima no, adesso chissà. Ma non sono pochi quelli che hanno catalogato la notizia a una boutade.

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Altri, invece, come l’ex campione Giacomo Agostini hanno fornito una valutazione ad ampio spettro: “Per correre a un livello così alto ci vuole tempo per imparare, e il tempo in F1 è proprio l’unica cosa che non c’è“, è la sintesi di un suo recente editoriale per la Gazzetta dello Sport, nel quale ha anche ricordato l’occasione offertagli da Enzo Ferrari: “Ci ho pensato seriamente tre giorni e tre notti, poi mi sono detto che Dio mi aveva dato questo dono delle moto, perché avrei dovuto lasciare qualcosa di certo per molto di incerto?“. Un discorso che si cala alla perfezione anche nella realtà di Valentino che, alla soglia dei 38 anni (li compirà a febbraio), deve decidere se far partire l’ultimo assalto a quel Mondiale sfuggito negli ultimi due anni chiusi al secondo posto, oppure lanciarsi in una nuova sfida senza la garanzia di successo.

Una tedesca per il pesarese…o forse no!

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Si può scendere nel più profondo degli abissi per trovare la luce della propria vita? È ciò che ha fatto Enzo Maiorca, l’uomo dei record di immersione subacquea, che ci ha lasciato a 85 anni nella sua Siracusa, dove aveva visto anche i natali il 21 giugno del 1931. Se n’è andato di domenica, lo stesso giorno in cui era nato. Ma non è l’unica magia di una vita che lo ha visto più volte immergersi e rischiare per il suo sogno: scendere sempre più giù dove non è tutto nero. Anzi.

La carriera di Enzo

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L’apnea è stato un amore a prima vista per Enzo Maiorca, che pure da bambino aveva paura dell’acqua. Nel 1960, a soli 29 anni, già raggiungeva i -45 metri, superando il brasiliano Amerigo Santarelli che, nel settembre dello stesso anno, si riprenderà il record (-46 metri). Un’alternanza, una rivalità che a Maiorca pare aver dato sempre linfa vitale per andare oltre i limiti umani. A novembre del 1960 l’italiano scenderà infatti a -49. E sarà solo l’inizio di una carriera lunga 16 anni, fino al 1976, quando deciderà di abbandonare definitivamente l’apnea.

L’evento del 1974

C’è la diretta Rai per il tentativo di Maiorca: è il 22 settembre 1974. Sulla costiera sorrentina, il nostro rappresentante vuole abbattere il record mondiale in apnea, scendendo a 90 metri sotto il livello del mare. Una diretta drammatica: durante la discesa, infatti, Enzo sbatte contro Enzo Bottesini, sub, inviato della Rai ed ex campione di ‘Rischiatutto’. Sulla tv pubblica vanno in onda le bestemmie del siciliano: impossibile spegnere il microfono. Enzo impreca e se la prende con il suo omonimo. Il record del mondo non arriva. E la partecipazione a programmi televisivi gli viene interdetta per alcuni anni.

È questione di 14 (anni) per andare a conquistare l’ennesimo record. Nel 1988, pur avendo ormai abbandonato la specialità, Maiorca tornerà infatti all’apnea andandosi a prendere il record mondiale di -101 metri. Memorabile. Durante i suoi anni di massimo fulgore, si ritroverà spesso a combattere – a suon di primati e di parole – non solo con Amerigo Santarelli (ritiratosi nel 1963), ma pure con Teteke Williams, Robert Croft e, soprattutto, il francese Jacques Mayol.

La rivalità con Mayol

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Inizia nel 1966 la guerra tra il francese e l’italiano. I due si conoscono alle Bahamas, dove Mayol strappa a Maiorca il record del mondo, scendendo a -60 metri. Nel 1973, all’isola d’Elba, è di nuovo il campione transalpino a far saltare il banco, superando Enzo che si era ripreso il primato a -80. Mayol scende a -85. Ci saranno pure colpi bassi tra i due rivali, con il francese che accuserà Maiorca di essere arrogante e mafioso. Nel 1983, tanto per cambiare, andrà a togliere di nuovo all’italiano il record: -105 metri.

La dura lotta tra i due darà il ‘la’ al film ‘Il grande blu’, che uscirà al cinema solo quando lo stesso Maiorca avrà dato il suo benestare, facendo togliere gli spezzoni in cui viene per l’appunto descritto come una sorta di mafioso. Il regista Luc Besson l’aveva girato nel 1988, ma verrà proiettato solo nel 2002, quando Mayol non c’è più, essendosi suicidato all’Elba a causa di una forte depressione.

Una famiglia che ama il mare

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Non solo Enzo Maiorca amante del mare, ma anche le sue due figlie, Patrizia e Rossana. Pure loro sono diventate celebri per aver stabilito record mondiali d’immersione in apnea. La seconda è morta nel 2005 a causa di un tumore. Enzo tornò al suo primo amore nel 1988 proprio per loro. Rossana aveva infatti sfidato apertamente il papà, andando a segno con il record in assetto variabile: -80 metri nel 1988. E con quello in assetto costante, -58 metri. Secondo il suo allenatore, sarebbe potuta scendere fino a -120. Pure Patrizia, nel 1988 farà la sua ultima immersione record: -47 metri in assetto costante.

Le frasi storiche

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“Continuo a inseguire una bellissima balena bianca, e là dove si immerge viene fuori l’arcobaleno. Il mio arcobaleno viene fuori non dalle pentole d’oro, ma da questa balena che si va spostando nel mio mare”.

“Per conoscere davvero il mare, bisogna prima conoscere la propria anima e il proprio cuore”.

“Il mare è stato la mia seconda casa e io gli sono grato. Nella mia cameretta entrava di prepotenza con il suo profumo salmastro portato dal vento di grecale. E io pensavo: chissà cosa ci sarà sotto”.

“Mi ero immerso in una secca, arpionando una cernia; con lei si scatenò una vera e propria battaglia titanica. La cernia pretendeva di salvare la sua vita e io pretendevo di togliergliela. Con il suo pulsare di sangue, ho capito che stavo uccidendo un essere vivente. Da allora il mio fucile subacqueo giace come un relitto”.

L’ambiente

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Dopo aver appeso al chiodo le pinne e aver fatto per due anni il senatore per An, Enzo Maiorca è diventato un grandissimo sostenitore dell’ambiente, oltre che un convinto vegetariano. Ha diffuso in giro per il mondo i valori della cultura e del rispetto per il mare, proteggendo la flora e la fauna. Ha collaborato con il programma ‘Lineablu’ della Rai dal 2000 al 2002. Insomma, dopo aver visto ciò che tanti possono solo immaginare, nel fondo del mare, ha deciso che quella bellezza andava preservata. Che non si poteva sprecare o distruggere. Enzo è stato testimonial dell’area marina protetta del Plemmirio.

I libri, il cinema e la musica

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Non c’è solo ‘Il Grande Blu’, ma diverse pellicole e libri ispirati dalla figura di Enzo Maiorca. Lui stesso ha raccontato la sua passione in ‘A capofitto nel turchino: vita e imprese di un primatista mondiale’, ‘Sotto il segno di Tanit’, ‘Scuola di apnea’ e ‘Il Mare con la M maiuscola’. Viene citato, al cinema, dal protagonista di ‘Io sono un autarchico’ (1976) di Nanni Moretti, e dall’attore Guido Nicheli nel film ‘Montecarlo Gran Casinò’ (1987). Pure la canzone ‘La ballata del Cimino’ di Davide van de Sfroos cita il recordman siracusano.

È lo stesso Enzo Maiorca e interpretare Enzo, il cognato dell’ingegner Valdesio, in ‘Sfida sul fondo’, diretto nel 1976 da Melchiade Coletti. Per l’occasione venne doppiato da Pino Locchi.

Gli incidenti


Una volta, a tre metri di profondità, a Enzo gli si spaccano entrambi i timpani. Tutta colpa di un raffreddore. Fortunatamente, con gli anni, i timpani si sono cicatrizzati completamente. Nel 1974, riemergendo dalle profondità di Sorrento, rischia seriamente la vita: una sincope durante il record a -99 metri. Sarà questo incidente a fargli pensare al ritiro (che arriverà due anni dopo), salvo tornare nel 1988, come abbiamo già visto.