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Wrestling al sangue. Pedro Aguayo Ramirez, wrestler messicano professionista di 35 anni, è morto sul ring, contro l’ex stella della WWE Rey Misterio Jr. È accaduto a Tijuana, durante un incontro di lotta libera 2 contro 2. Ramirez è stato ucciso da un calcio al volo sul collo, eseguito proprio da Misterio. Tra le polemiche per i soccorsi che sono arrivati in ritardo perché il match è proseguito, nonostante Aguayo fosse a terra privo di sensi. E dire che il wrestling dovrebbe essere show, non combattimenti reali. E invece, di morti se ne contano tante. Non tutte durante il match, ovviamente.

Christopher Michael Benoit

Wrestler canadese, è morto a Fayetteville il 24 giugno del 2007. Ha combattuto nelle più importanti federazioni del Nord America e del Giappone, prima di venire messo sotto contratto dalla World Wrestling Entertainment (WWE). Nel suo palmares, ci sono due titoli di campione del mondo (WCW World Heavyweight Championship e World Heavyweight Championship). Famoso per la sua mossa finale, la Crippler Crossface.

Benoit è stato ritrovato privo di vita, in casa sua insieme alla moglie e a figlio, il 25 giugno del 2007. Dopo lunghe indagini, la polizia ha appurato che si è trattato di un omicidio – suicidio. Il wrestler ha ucciso i suoi familiari prima di togliersi la vita.

Larry Booker

Conosciuto anche con il nome di Larry Latham, è morto il 29 novembre del 2003. Statunitense, ha combattuto con il nome di Moondog Spot. Colpito da un infarto durante un incontro, Moondog Spot stava partecipando a una Tag Team Battle Royal. All’improvviso si sentì male e si accasciò in un angolo del ring. Inutili i soccorsi. La sua manager, April Pennington: “In uno sport – spettacolo come il wrestling, può essere difficile distinguere la realtà dalla finzione. Pensavamo tutti che facesse solo parte del copione del match”.

Chris Candito

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Di chiare origini italiane, Chris Candito era un wrestler americano, morto il 28 aprile 2005. Aveva debuttato nella Tna pochi mesi prima, nel gennaio del 2005. Il 25 aprile, durante il pay-per view Lockdown 2005, Candido si ruppe tibia e perone e si slogò la caviglia. Il giorno dopo fu operato e partecipò, sulla sedia a rotelle, alla puntata di Impact! La sera del 28 aprile, collassò, gli venne individuato un trombo, che fu fatale. La Tna ha creato un torneo a suo nome. Il suo amico d’infanzia, Balls Mahoney, ha un tatuaggio sulla mano sinistra per ricordare Candito.

Eduardo Gory Guerrero Llanes

Wrestler messicano, naturalizzato statunitense. Carriera ventennale per lui, interrotta a Minneapolis il 13 novembre 2005. Interpretava il personaggio “Latino Heat” nella WWE, guascone e disposto a tutto pur di vincere. Il suo motto era “Mento, imbroglio e rubo”. Fu ritrovato senza vita nella sua stanza d’albergo, in bagno. L’autopsia rivelò che il decesso era avvenuto per un attacco cardiaco. Nel sangue fu trovata solo un’aspirina, ma fino al 2001 Guerrero aveva usato sostanza illecite e il suo fisico era danneggiato. La WWE lo ha introdotto postumo nella Hall of Fame.

Owen James Hart

Wrestler canadese, è morto il 23 maggio 1999 a Kansas City. Era il più giovane di 12 figli della leggenda del wrestling Stu Hart. Portò avanti un’avvincente faida con il fratello Bret Hart, culminata in un match storico a Wrestlermania X. Sul ring, il suo pseudonimo era The Blue Blazer. Morì durante il pay-per-view Over the Edge 1999. Aveva ormai assunto il ruolo di supereroe fallito. L’idea era di calarlo dal soffitto, appeso a una corda. A pochi metri dalla corda, Hart avrebbe finto di incastrarsi con il meccanismo, finendo faccia a terra. Qualcosa andò storto e il supereroe precipitò da 24 metri. L’autopsia attribuì il decesso a una grave emorragia interna.

Curtis Michael Hennig

Wrestler statunitense, trovò la morte il 10 febbraio del 2003 a Tampa. Negli anni ’80 e ’90 spopolò con il nome di Mr.Perfect. Detiene il record più lungo di Campione intercontinentale della WWE per gli anni Novanta. È il padre di Joe Hennig, conosciuto come Curtis Axel (lottatore anche lui). Hennig fu trovato morto nella sua stanza d’albergo in Florida. La causa ufficiale fu un’intossicazione acuta da cocaina, ma secondo il padre era stato un cocktail di steroidi e antidolorifici a ucciderlo. Nel 2008, la WWE ha messo in commercio il cofanetto intitolato The Life and Times of Mr.Perfetc: si tratta di due dvd con la carriera del wrestler.

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Michael Jonh Lockwood

Anche lui lottatore americano, è morto a Navarre il 6 novembre del 2003. È famoso per aver combattuto, nella WWE, con lo pseudonimo di Crash Holly o anche semplicemente Crash,  Con lui, in squadra, c’era il cugino Hardcore Holly.  Insieme, vinsero il World Tag Team Championship. Per 22 volte è stato campione del WWE Hardcore Championship. Nel 2003 venne licenziato dalla WWE e lottò per federazioni indipendenti. Per Michael è stata fatale una festa: all’inizio si parlò di morte per soffocamento, causata dal suo stesso vomito. Successivamente, si scoprì che era stato un suicidio.

Lance McNaught

È morto cinque anni fa a San Antonio. Wrestler della WWe con il nome di Lance Cade. Il 13 agosto del 2010, a 29 anni, è deceduto per una cardiomiopatia, aggravata da una combinazione di farmaci. Ha lasciato la moglie e due figli. Sotto accusa anche la sanità americana. La moglie, infatti, lo aveva portato il 10 agosto in ospedale a causa di difficoltà respiratorie; il giorno dopo, era stato dimesso.  Nella sua carriera, ci sono esperienze di livello in Giappone, prima della WWE.

Mitsuharu Misawa

Wrestler giapponese, è morto a 47 anni a Saitama. Ha raggiunto la notorietà interpretando la gimnick di Tiger Mask II nella All Japan Wrestling (AJPW) e poi combattendo con il suo vero nome. Ha il record del maggior numero di incontri a 5 stelle. Era inoltre proprietario della Pro Wrestling NOAH, federazione nella quale ha lottato fino alla morte. Molti dei match di Misawa sono considerati veri e propri classici. In uno di questi, il 13 giugno 2009, morì, colpito da Akitoshi Sato, che eseguì un suplex proprio su Misawa. Batté la testa e smise di respirare.

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L’approdo di Metta World Peace, al secolo Ron Artest, a Cantù ha generato grande fermento nel mondo del basket italiano. Era da tempo, infatti, che non capitava di poter apprezzare alle nostre latitudini star Nba di prima grandezza (e Metta lo è, avendo anche vinto un titolo con i Lakers), sia pure – come nel caso in questione – sul viale del tramonto. Nella storia più recente è accaduto, al contrario, che il nostro campionato si sia rivelato una sorta di trampolino di lancio per tanti che adesso continuano a giocare ad alti livelli al di là dell’Oceano in franchigie di primo piano; eppure tra gli anni ’80 e ’90 la storia è stata diversa.

Per questo oggi ci siamo divertiti a raccogliere in un’ideale top-10 dei migliori predecessori di Metta World Peace, considerando essenzialmente due parametri: da un lato l’effettivo contributo offerto alla squadre, dall’altro la suggestione creata dal loro approdo in Italia. In alcuni casi, come vedrete, il primo parametro è stato nulla, sovrastato però dal secondo. Un esempio su tutti? Lo trovate al numero 10.

1. Bob McAdoo

Se fate il suo nome a un tifoso dell’Olimpia Milan over35, lo vedrete inevitabilmente illuminarsi e cominciare a ricordare i meravigliosi anni degli scudetti e delle Coppe europee. Dopo essere stato rookie of the year nel 1973, MVP nel 1975, aver vinto due anelli Nba con i Lakers e disputato 13 stagioni in Nba, Bob ha vestito la maglia dell’Olimpia tra il 1986 e il 1993 vincendo 2 campionati, 2 Coppe dei Campioni, una Intercontinentale e una Coppa Italia. Ha vestito anche le maglie di Forlì e Fabriano prima di chiudere la carriera a 42 anni.

2. Dominique Wilkins

In Italia il suo nome resterà per sempre legato a quel fallo sul tiro da tre punti (realizzato) di Danilovic che costò alla Fortitudo Bologna uno scudetto contro gli odiati rivali della Kinder, eppure alcuni ignorano che Dominique è stato una star Nba di primissima grandezza. Dodicesimo miglior marcatore di tutti i tempi (con quasi 27mila punti), 9 volte Nba All Star, due volte vincitore della gara delle schiacciate, miglior marcatore nel 1986, medaglia d’oro ai Mondiali di Toronto. E questo solo per citare alcuni dei suoi primati. Era soprannominato The Human Highlight Film e in carriera ha vestito le maglie di Atlanta Hawks, Los Angeles Clippers, Boston Celtics in Nba, quindi una parentesi in Grecia con il Panathinaikos, il ritorno in Usa con i San Antonio Spurs, a seguire la stagione alla Fortitudo e infine la chiusura di carriera a Orlando con i Magic.

3. Darryl Dawkins

Lungo dominante, se ce n’è uno (211 cm per 120 kg). In Nba è stato la quinta scelta di Philadelphia 76ers, ha vestito anche le maglie di New Jersey Nets, Utah Jazz e Detroit Pistons. Nel 1989, a 32 anni, approda in Italia a Torino in A2, dove al termine della stagione conquista la promozione nella massima serie. Ci resta un altro anno e poi passa a Milano, salvo poi chiudere la carriera a Forlì.

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4. Spud Webb

Con i suoi 168 cm è stato uno degli atleti più bassi della Nba, eppure nel 1986 è stato capace di imporsi nella Nba Slam Dunk Contest, la gara delle schiacciate dell’All Star Game: un primato che ha fatto di lui un uomo volante a tutti gli effetti. In America ha vestito le maglie di Atlanta Hawks, Sacramento Kings, Minnesota Timberwolves e Orlando Magic. In Italia, invece, si è visto solo per tre partite con la Scaligera Verona tra il dicembre del 1996 e il gennaio del 1997: un regalo di Natale svanito troppo in fretta, a causa di problemi fisici e di ambientamento, ma che non ha scalfito le grandi suggestioni legate al suo arrivo.

5. Orlando Woolridge

Sesta scelta assoluta dei Chicago, ha vestito anche le maglie di New Jersey Nets, Los Angeles Lakers, Denver Nuggets, Detroit Pistons, Milwaukee Bucks, Philadelphia 76ers. È approdato in Italia nel 1994 vestendo la maglia della Benetton Treviso. Con i veneti ha conquistato subito una finale scudetto (persa poi contro la Virtus Bologna) e vinto due trofei: la Coppa d’Europa (poi denominata Coppa Saporta) e la Coppa Italia; di quest’ultima fu eletto miglior giocatore della manifestazione. Nella stagione successiva si trasferisce proprio alla Virtus Bologna, dove conquista ancora una volta i play-off scudetto, ma la squadra viene sconfitta in semifinale dalla Stefanel Milano. Si ritira al termine dell’avventura italiana e muore prematuramente nel 2012 per problemi cardiaci.

6. Mahmoud Abdul Rauf

Terza scelta assoluta del draft NBA del ’90, chiamato dai Denver Nuggets, dove rimane sei stagioni, sfiorando il record di tutti i tempi per la precisione ai liberi (95.6% nel ’93-’94); in due campionati, sempre in maglia Nuggets, ha viaggiato alla media di 19,2 punti a partita, ma nel 1996 è passato alla storia soprattutto per la decisione di rimanere negli spogliatoi prima di una partita, per non cantare l’inno americano, poiché considerava la bandiera a stelle e strisce un simbolo di oppressione. Scambiato con Sacramento, ha vestito anche la maglia del Fenerbahce. Approda a Roseto nel 2004-2005, dove mette insieme 424 punti in 21 partite.

7. Vinny Del Negro

Di chiare origini italiane (i nonni erano di Salerno), viene scelto come numero 29 da Sacramento. Dopo due stagioni ai Kings, nel 1990 approda in Italia alla Benetton Basket Treviso dove, in coppia con Toni Kukoc, vince da protagonista lo scudetto del 1992, con una media punti di oltre 25 a partita. Dopo lo scudetto torna in Nba, dove veste la maglia dei San Antonio Spurs per sei campionati, quindi nel 1999 fa un’altra fugace apparizione alla Fortitudo Bologna durante la sospensione dela Nba per la serrata dei proprietari. Gli ultimi spiccioli di carriera con Milwaukee Bucks, Phoenix Suns e Golden State Warriors, prima di diventare uno stimato allenatore.

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8. Earl Boykins

Un altro piccoletto di grandissimo talento. Alto solo 163 cm, è riuscito a costruirsi una buona carriera Nba grazie alla capacità di rendersi efficace anche in pochi minuti di utilizzo. In America ha vestito le maglie di New Jersey Nets, Cleveland Cavaliers, Orlando Magic, L.A. Clippers, Golden State Warriors, Denver Nuggets, Milwaukee Bucks, Charlotte Bobcats, Washington Wizards, Houston Rockets. L’approdo in Italia nel 2008-2009, alla Virtus Bologna con cui colleziona 30 partite e qualche capriccio di troppo che rischia di chiudere anzitempo la sua avventura, che finisce comunque al termine della stagione con il ritorno oltreoceano.

9. Jim Brewer

In Italia sarà sempre ricordato per la stoppata all’ultimo secondo della finale di Coppa dei Campioni su Vittorio Gallinari, che decretò la vittoria della sua Cantù nel derby contro Milano. Al di là dell’importantissimo successo di Grenoble, nel 1983, Brewer è anche tanto altro. Lungo, con ottime doti atletiche, capace di vincere un campionato Nba con i Lakers (1982), ha vestito anche le altre prestigiose maglie dei Cleveland Cavs, Portland Trail Blazers e Detroit Pistons.

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10. Shawn Kemp

Giocatore “all around”, tra i più dominanti della Lega. Soprannominato “The Reign Man” (il regnante”) ha fatto di dinamismo, atletismo, potenza e tecnica i suoi punti di forza che lo hanno portato a essere 6 volte NBA All-Star, una volta McDonald’s All American e medaglia d’oro ai Mondiali di Toronto nel 1994. Nell’estate 2008 Kemp, a 39 anni e 5 dopo il suo ritiro, si accorda con Montegranaro. Dopo numerosi ritardi e incomprensioni, però, la squadra decide di tagliarlo ponendo fine a uno dei più grandi sogni coltivati da una squadra italiana. Ai tifosi non rimase che apprezzarlo in alcune sporadiche apparizioni in allenamento di cui si registrano ancora tracce su Youtube.

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Domenica comincia il Mondiale di Formula 1 2015. L’attesa è forte: riuscirà la Ferrari a riprendersi il ruolo di macchina vincente con la coppia VettelRaikkonen? Sarà ancora una volta dominio Mercedes? La McLaren che farà? Tanti interrogativi che in Australia troveranno le prime risposte.

La F1, nella storia, ha vissuto di sfide emozionanti e tanti sono i Gran Premi che gli appassionati ricordano. Con sorpassi mozzafiato e imprese che hanno reso alcuni piloti leggendari. Abbiamo scelto i cinque più emozionanti. Sperando che, quest’anno, la classifica venga rivoluzionata con duelli all’ultimo giro e arrivi al fotofinish.

Gran Premio di Francia 1979

Sul primo gradino del podio va Digione 1979. È il Gp di Francia, si corre il primo luglio. Il duello più bello non riguarda la prima posizione, che sarà di Jean-Pierre Jabouille, ma il secondo posto. Se lo giocano la Renault di René Arnoux e la Ferrari dell’indimenticato Gilles Villeneuve. Gli ultimi giri sono al cardiopalma, con continui sorpassi tra i due. Alla fine, sarà il ferrarista a spuntarla. Uno che non smetteva mai di tenere pigiato il piede sull’acceleratore. A proposito, la Renault si prende comunque il primo e il terzo posto. Ed è la prima volta che un motore turbo vice in Formula 1.

Gran Premio d’Europa 1993

Questa volta siamo alla terza gara della stagione, si corre a Donington ed è l’11 aprile. Entra in scena Ayrton Senna, il brasiliano della McLaren. Nonostante una monoposto inferiore, approfitta della pioggia per superare – nel primo giro – tre del calibro di Damon Hill, Alain Prost e Michael Schumacher. Le prime sono due Williams, Schumi corre con la Benetton. Senna arriverà al traguardo con un vantaggio di un minuto e 23 secondi su Hill. Alain Prost, anche lui sul podio, viene addirittura doppiato dallo scatenato sudamericano.

Gran Premio d’Europa 1997

Siamo a Jerez, è il 26 ottobre del 1997 ed è l’ultima gara del Mondiale. La Ferrari di Michael Schumacher arriva con un punto di vantaggio sulla Williams di Jacques Villeneuve che, però, conquista la pole position, pur avendo finito con lo stesso tempo, al millesimo, del tedesco, e del compagno di squadra Heinz-Harald Frentzen. Questa volta sono i box a determinare sorpassi e contro sorpassi. Al 47 esimo giro, Schumi è davanti, ma viene superato dal canadese; la Ferrari scalpita e Michael sperona proprio Villeneuve, mettendo fine ai sogni di gloria. Sarà quest’ultimo a vincere il Mondiale. Schumacher e la Rossa si riscatteranno gli anni successivi.

Gran Premio d’Olanda 1973

Facciamo un salto indietro di 20 anni. Zandvoort, Olanda, fa caldo: è il 29 luglio. Emozioni e anche lacrime. All’ottavo giro del suo secondo Gp, Roger Williamson (March) esce di pista e muore per asfissia, intrappolato nel suo abitacolo in fiamme. Dei 19 piloti rimasti in gara, uno si ferma per soccorrerlo. È il compagno di marca, David Purley. I commissari di percorso, però, non hanno sufficienti estintori per spegnere il fuoco e impediscono all’eroe Purley di avvicinarsi al compagno.

Gran Premio di Monaco 1982

Non può mancare in questa classifica Montecarlo, la classicissima della Formula 1. A due giri dal termine, la gara si accende. Esplode letteralmente a causa della pioggia che comincia a cadere. Alain Prost, su Renault, è in testa al gran premio. Ma esce di pista. Al comando passa Riccardo Patrese, su Brabham, che però spegne il motore poco dopo. Arriva dunque Didieri Peroni, su Ferrari, a cui si spegne la batteria. È la volta di Andrea De Cesaris, su Alfa Romeo, che si ritrova senza benzina. Derek Daly, Williams, va a sbattere contro le barriere. A chiudere la corsa, l’unico, è Patrese, che è riuscito nel frattempo a ripartire. Vince. Era dal 1975 che un italiano non ci riusciva in Formula 1.

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Con la primavera e l’allungarsi delle giornate, arriva anche la stagione delle gare dedicate agli amanti della corsa. Che siate esperti maratoneti o corridori della domenica, anche quest’anno l’offerta è vastissima e soddisfa qualsiasi piede! Corse colorate, luminose, scenografiche, professionali, al buio o super mattutine: ce n’è per tutti i gusti e mettere a frutto i sacrifici invernali sarà decisamente facile. Abbiamo selezionato per voi 5 manifestazioni di running per 5 diverse tipologie di corridore. Scopriamole insieme:

Per i professionisti

I 42 km per eccellenza, quelli storici, i primi in assoluto, sono quelli della Maratona di Atene, dove quasi 500 anni prima di Cristo, Filippide arrivò partendo proprio dalla città di Maratona, per l’appunto! Il tempo di urlare la vittoria degli ateniesi sui persiani, per poi stramazzare al suolo. Una vicenda che spinse Pierre de Coubertin a far rinascere le antiche Olimpiadi.

Quest’anno la Maratona di Atene, giunta alla sua 33esima edizione, si svolgerà il prossimo 8 novembre. Il percorso prevede i primi 10 km in piano, i successivi 19 km un dislivello di 225 metri. Il percorso presegue toccando il War Memorial dedicato ai soldati morti durante la Battaglia di Maratona ed il sito Marathon Tombs. Dall’11esimo al 17esimo km aumentano i dislivelli fino ad arrivare al 20esimo km, punto in cui la gara diventa più difficile: dopo Pikermi infatti, iniziano alcuni saliscendi fino al 25esimo km (Agia Paraskevi).

Successivamente i runner correranno lungo Mesogeion Avenue, dove inizia l’ultimo ed il più facile tratto di gara. L’ultimo tratto di gara si svolge all’interno del Panathinaikon Stadium di Atene, il famoso stadio di marmo bianco costruito in occasione delle prime Olimpiadi moderne del 1896, dove i runner correranno per gli ultimi 170 metri fino a raggiungere la Finish Line. Il tempo limite è di 8 ore.

Per gli amanti del mezzofondo

La Vattenfall Berlin Half Marathon rappresenta una delle corse più belle al mondo: 21 km ideali per coloro che vogliono mettersi alla prova su una distanza un po’ più lunga, o prepararsi per le maratone primaverili, provando l’emozione di un grande evento. Uno scenario stimolante che prevede un pubblico sempre caloroso, gruppi musicali ed un percorso piatto e veloce tra grandi edifici classici con le avveniristiche strutture ultramoderne sorte negli ultimi anni, ed i suoi grandi spazi verdi.

Sport e natura

I paesaggi mozzafiato del lungo lago e le vie storiche ricche di monumenti e palazzi, fanno da cornice alla StraLugano, la corsa più suggestiva che mai, in scena il prossimo 26-27 settembre. 30 km panoramici con un tracciato di media difficoltà che, in gran parte, alterna tratti pianeggianti a salite e discese (con un dislivello totale di 160 m). Si costeggia quasi continuamente il Lago di Lugano, in mezzo alla vegetazione lussureggiante di parchi e giardini ornati di piante subtropicali, favorite dal clima mite. E per i concorrenti “neofiti” StraLugano offre il percorso più abbordabile: “City”, di soli 10 km o, in alternativa, la staffetta relay 3×10.

La corsa che fa bene anche agli altri

I runner hanno un grande cuore e la Wings for Life World Run è l’occasione giusta per dimostrarlo. Verona, la città dell’amore, il prossimo 3 maggio, correrà per le lesioni al midollo spinale. Oltre a percorrere le strade che hanno fatto da teatro alla tragedia di “Giulietta e Romeo”, i partecipanti alla gara arriveranno a specchiarsi nelle acque dell’Adige, per poi uscire dalle porte della città e attraversare i paesi limitrofi, potendo beneficiare del clima mite caratteristico del mese di maggio.

Un evento mondiale con un format unico: questa gara prevede una linea di partenza, ma nessuna linea di arrivo. La fine della gara per ognuno dei runner, infatti, è determinata dal sorpasso dell’atleta da parte della “Catcher Car”, presente su ogni percorso. La “catcher car” diventa così un vero e proprio traguardo che insegue i partecipanti. Esattamente alle 13.30 ora italiana, mezz’ora dopo il fischio d’inizio, la Catcher Car supererà la linea di partenza e procederà lungo il percorso di gara.

Per garantire risultati comparabili tra tutte le location nel mondo ogni Catcher Car comincerà a inseguire gli atleti nello stesso momento e manterrà esattamente la stessa andatura. Col passare del tempo, ogni auto aumenterà la velocità finché non verrà superato l’ultimo partecipante e non verrà dichiarato il campione di ogni location. I vincitori mondiali saranno i concorrenti di sesso maschile e femminile che tra tutti i paesi del mondo avranno percorso la maggiore distanza prima di essere superati dalla Catcher Car.

Divertimento puro

Impossibile scegliere una tra le tre gare in scena quest’anno in Italia. Si comincia con la Asus Electric Run il prossimo 25 aprile nel Parco di Monza (il 3 ottobre a Torino, a Parco Dora), che per l’occasione si illuminerà con luci fluo. Una 5 km con un percorso esperienziale dove ad ogni chilometro ci si immerge in un universo parallelo dove perdersi a ballare tra alberi fluorescenti che cambiano sfumature a ritmo di musica, tunnel di arcobaleni luminosi e giganteschi oggetti gommosi.

Si prosegue il prossimo 16 maggio a Torino con The Color Run, la corsa più colorata di sempre (a Firenze il 23 maggio), quest’anno più scintillante che mai con il “Shine Tour” ed un nuovo punto colore tutto glitterato che si va ad aggiungere ai quattro classici pit-stop dalle tinte forti.

Gli uomini che non devono chiedere mai (e non solo), non possono perdere la Fisherman’s Friend StrongmanRun, la corsa più forte di tutti i tempi, in scena a Bibione il prossimo 9 maggio, e poi ancora a San Vittore Olona (Mi) il 6 giugno e a Rovereto il 19 settembre.

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Il 5 settembre prossimo, in contemporanea a Montpellier, Berlino, Zagabria e Riga, prenderà il via la fase a girone degli Europei di basket. Un appuntamento molto atteso da appassionati e tifosi italiani che bramano per vedere finalmente all’opera una squadra capace di schierare tutto il suo potenziale, rappresentato in particolare – ma non completamente, si badi bene – dalla portaerei azzurra di scena in Nba. Salvo sorprese, infatti, Bargnani, Belinelli, Datome e Gallinari (in rigoroso ordine alfabetico) si metteranno  – per la prima volta al completo – agli ordini di coach Pianigiani per la complicata fase di qualificazione che vedrà l’Italia giocare a Berlino contro Spagna, Serbia, Turchia, Islanda e Germania. Il raggruppamento più competitivo dei quattro, ma che non vede gli azzurri battuti in partenza, anzi. Di certo non saranno le “figurine” a vincere le partite. La storia insegna che gruppi ben amalgamati, sia pure sulla carta meno dotati di talento, possono andare oltre limiti fisici e strutturali, ma l’assunto non è sempre verificato ed è altresì vero che il talento chi ce l’ha, deve saperlo sfruttare al meglio. Ecco perché i segnali che giungono da Oltreoceano invitano a un cauto ottimismo: da nefasti sono volti al bello.

Dopo un anno e mezzo trascorso perlopiù sul lettino del fisioterapista, nelle ultime settimane Andrea Bargnani, prima scelta del draft 2006, è tornato a dare notizie di sé sul campo di gioco: 25 punti e 12 rimbalzi contro Detroit, 19 contro Toronto, salvo poi patire qualche inevitabile battuta d’arresto dovuta anche a un contesto di gioco – quello di New York – tra i più disarmanti della Lega. Anche Danilo Gallinari ha finalmente risolto i problemi al ginocchio, che lo avevano costretto a un nuovo stop di due mesi nel bel mezzo della regular season. Nelle ultime settimane si è liberato anche di coach Brian Shaw – che lo ha capito poco e saputo sfruttare anche meno – e ha festeggiato insieme ai compagni di Denver interrompendo contro Milwaukee una striscia di 10 sconfitte consecutive, grazie alla sua miglior prestazione dell’anno (26 punti e 7 rimbalzi). Sempre in cerca d’autore, invece, Gigi Datome: ha cambiato franchigia passando da Detroit a Boston e dopo un inizio stentato, è già alla seconda doppia cifra (10 e 13 punti contro Orlando e Miami) ottenuta in risicatissime parentesi sul campo. Completa il quadro Marco Belinelli, reduce dalla vittoria dell’anello con i San Antonio Spurs e coinvolto insieme ai compagni nel classico down che spesso segue una stagione esaltante. Ha mancato la conferma nella gara dei tre punti, spazzato via da un superlativo Curry, ma il suo apporto nel contesto di gioco dei texani non manca mai. Suo, per esempio, il canestro quasi allo scadere che lo scorso febbraio ha a coach Popovich la vittoria numero 1000 in carriera.

Ma non è tutto. In Italia, infatti, non mancano altri azzurri pronti al grande salto. Su tutti Alessandro Gentile, già in orbita Houston e per ammissione del general manager dei Rockets in grado già di competere ad altri livelli; per non parlare del compagno di squadra a Milano, Daniel Hackett che, risolti i problemi ambientali, potrà dare un grosso contributo nel ruolo di playmaker, insieme all’ordinato Cinciarini. Insomma i presupposti per divertirci ci sono tutti e chissà che non si possano rinverdire i fasti di quella squadre del 1999 capace di imporsi nella rassegna iridata e di scrivere una grande pagina di storia dell’intero movimento.

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L’Italia del rugby è tornata a vincere al Sei Nazioni, torneo che la vede partecipare ufficialmente dal 2000 insieme a Inghilterra, Francia, Scozia, Galles e Irlanda. Gli Azzurri, pur non avendo mai vinto il torneo, hanno messo insieme alcune ottime prestazioni. Tra cui, appunto, l’ultima: la vittoria in Scozia. Qui ripercorriamo i successi italiani nelle 15 edizioni.

1. Italia-Scozia 34-20 (05/02/2000)

Un esordio da ricordare. L’Italia, invitata nel gotha europeo del Sei Nazioni, fa subito l’impresa al Flaminio contro la Scozia, campione in carica. Al Flaminio, il 5 febbraio del 2000, il 15 dell’ex neozelandese Brad Johnstone vince 34-20.  E’ Diego Dominguez, con un calcio piazzato, a rompere l’emozione che aveva bloccato gli Azzurri all’inizio. Alla fine, 30 dei 34 punti totali saranno suoi. C’è anche la meta di De Carli al 78′ a far esplodere il pubblico capitolino (21 mila gli spettatori presenti).

2. Italia-Galles 30-22 (15/02/2003)

Dopo 14 sconfitte consecutive, l’Italia torna a vincere al Sei Nazioni, evitando il cucchiaio di legno. La squadra è guidata da un altro ex neozelandese, John Kirwan, e il successo arriva di nuovo alla ‘prima’ nel catino del Flaminio. Il Galles perde 30-22 ed è la prima volta che la nostra Nazionale supera i gallesi. A fine primo tempo, il punteggio dice 20-17 per i padroni di casa. Ancora una volta, è Diego Dominguez sulla cresta dell’onda, allungando definitivamente nei secondi 40′. Il presidente del Coni, Gianni Petrucci, è estasiato: “E’ stata un’Italia straordinaria”.

3. Italia-Scozia 20-14 (06/03/2004)

La Scozia porta ancora bene all’Italia del rugby, che alla terza partita dei Sei Nazioni si sblocca, superando i britannici per 20-14.  Il successo viene salutato dall’invasione di campo e dal giro trionfale dei giocatori. Ongaro al 42′ realizza la prima meta del torneo. La panchina di Kirwan, traballante, viene piallata. “Ai ragazzi ho detto che voglio continuare a far bene nel torneo. Quest’Italia può crescere ancora”.

John Kirwan

4. Scozia-Italia 17-37 (24/2/2007)

Bisogna attendere tre anni per vedere un altro successo azzurro nel Sei Nazioni. Ma l’impresa è fantastica, ottenuta in trasferta. Murrayfield alla fine applaude i nostri ragazzi. Prima di questa data, 18 sconfitte e un pari fuori casa (in Galles) per la Nazionale italiana. Che supera nettamente, 37-17, i padroni di casa. E fa esultare i 6 mila tifosi al seguito.  Da raccontare i primi sei minuti: tre mete azzurre, la prima dopo 19 secondi, di Mauro Bergamasco. Siamo 0-21. La Scozia si avvicina (17-24), ma i leoni azzurri reagiscono (17-30) e fanno la quarta meta, con Troncon.

5. Italia-Galles 23-20 (10/03/2007)

Sono passate due settimane e l’Italia di Berbizier stupisce ancora. Batte in casa il Galles per 23-30, conquistando per la prima volta due successi nella stessa edizione del Sei Nazioni. Potendosi addirittura giocare il successo finale nel torneo nell’ultima partita. E’ Mauro Bergamasco a segnare la meta del sorpasso a pochi minuti dalla fine.

6. Italia-Scozia 23-20 (15/03/2008)

L’Italia del sudafricano Nick Mallet evita il cucchiaio di legno all’ultimo turno del Sei Nazioni 2008. Batte la Scozia 23-20 a trenta secondi dalla fine, grazie a un calcio piazzato di Andrea Marcato. Lo stadio Flaminio esulta come se fosse il successo del Sei Nazioni. Sei mesi prima, proprio gli scozzesi avevano eliminato l’Italia dai quarti del Mondiale francese.  L’Italia vince di rimonta, dopo aver chiuso in svantaggio per 17-10 il primo tempo.  Il capitano, Sergio Parisse, dice: “Voglio dedicare questa vittoria al Flaminio che, ancora una volta, ha risposto presente”.

7. Italia-Scozia 16-12 (27/02/2010)

L’Italrugby interrompe il digiuno, due anni dopo, ancora contro la sua vittima preferita, la Scozia. Gli azzurri vincono 16-12 al terzo turno del Sei Nazioni, in casa. Fondamentale la meta di Canavosio dopo una grande azione di Canale. L’Italia arriverà comunque ultima. Grande protagonista Mirco Bergamasco con 11 punti, frutto di una trasformazione e tre calci piazzati.

Mirco Bergamasco

8. Italia-Francia 22-21 (12/3/2011)

Altro Sei Nazioni, altro successo al Flaminio. Per la prima volta nella storia, gli Azzurri battono la Francia nel torneo.  Quattordici anni prima c’era stato il successo di Grenoble, decisivo per l’ammissione della nostra Nazionale al Sei Nazioni. Nick Mallet compie un capolavoro tattico, rovesciando una situazione quasi impossibile (6-18) e trionfando per un punto (22-21). Decisivo Andrea Masi, nominato Man of the Match.

9. Italia-Scozia 13-6 (17/3/2012)

Nel 2012, la vittoria tarda ad arrivare per l’Italia di Jacques Brunel. Ma ci pensa alla Scozia, all’ultima giornata, a salvare l’onore nostrano. Finisce 13-6 per gli Azzurri, che lasciano il cucchiaio di legno agli avversari. Si gioca all’Olimpico, davanti a 72 mila persone. Al riposo siamo 3-3, roba da calcio più che da rugby. Nella ripresa, Venditti (cognome che all’Olimpico non può che generare entusiasmo) va in meta. Standing ovation per Ongaro, che chiude la sua carriera con la Nazionale.

10. Italia-Francia 23-18 (03/02/2013)

Italia da amare, scrivono i giornali. L’Italia più bella di sempre batte i francesi, vice campioni del mondo, 23-18 all’Oimpico. E’ la prima del Sei Nazioni 2013. Lo stadio gode e canta “Ma il cielo è sempre più blu”, il punteggio è più stretto di ciò che dice il campo. Da Castrogiovanni a Parisse, tutti sono stati encomiabili. Ma l’uomo della partita, alla fine, risulterà Luciano Orquera.

11. Italia-Irlanda 22-15 (16/03/2013)

L’Italia di Brunel eguaglia il suo miglior risultato al Sei Nazioni, vincendo la seconda partita, ancora in casa, contro l’Irlanda. Quarto posto finale, Andrea Lo Cicero lascia l’azzurro e il pubblico lo applaude lungamente. Tanti gli errori arbitrali, ma di più la voglia italiana di conquistare un altro successo. Ancora sugli scudi Parisse, autentico leader.

12. Scozia-Italia 19-22 (28/02/2015)

Dopo un anno di digiuno, l’Italia del rugby torna a vincere al Sei Nazioni. E lo fa ancora una volta nel tempio di Edimburgo, Murrayfield. Esulta via twitter persino il premier Renzi: “Strepitosi gli azzurri, evitato il cucchiaio di legno”. Successo ottenuto in rimonta. Indovinate chi c’è in campo a orchestrare il gioco? Ancora capitan Parisse. Luke McLean, estremo azzurro di origine australiana, viene nominato Man of the Match. Al 79′ il punteggio va sul 20-19 per gli Azzurri grazie alla meta e poi alla trasformazione di Allan per il 22-19 finale.

Sergio Parisse