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La Transiberiana in bicicletta a luglio sarà realtà. Con la firma di RedBull, infatti, partirà da Mosca la Trans-Siberian Extreme 2015: 9.200 chilometri fino a Vladivostok, sul percorso della leggendaria linea ferroviaria. Saranno 15 tappe da 300 a 1.400 chilometri ciascuna. Sport estremo, di sicuro, ma sono in tanti quelli che hanno voglia di parteciparvi.

Il percorso attraverserà cinque zone climatiche e sette fusi orari. Tre settimane in sella. Il 15 luglio verrà dato il via dalla capitale russa. Le richieste sono tantissime: da parte di professionisti, semi professionisti, semplici appassionati e pure ciclisti della domenica. L’importante è esserci. Fin dove, poi, si vedrà. Questa è la prima edizione, ma gli organizzatori sono sicuri che diventerà una Classica.

La conclusione è prevista sull’Oceano Pacifico. L’itinerario toccherà Kostroma, Perm, Yekaterinburg, Omsk, Barabinsk, Novosibirsk, Krasnoyarsk, Tulun, Irktusk, Ulan-Ude, Chita, Svobodny, Obluchye, Khabarovsk. Si attraverseranno anche due continenti durante il percorso: l’Europa e l’Asia. Arriverà al traguardo (e vincerà) solo chi saprà coniugare la resistenza alla velocità.

Transiberiana in bici

I primi 1.500 chilometri della corsa più pazza del mondo si snoderanno lungo la parte europea della Russia, quella più popolosa. Si passeranno gli Urali, la Siberia, il lago Baikal, la zona di Amur e il Far East con la natura ancora vergine, antiche foreste e una densità di popolazione di 2-4 persone per chilometro quadrato. Il tracciato poi scorre lungo i confini del Kazakistan, della Mongolia e della Cina.

Sul sito internet apposito, www.redbulltranssiberianextreme.com, si possono già leggere tutte le notizie sulla gara e sulle singole tappe, che si potranno seguire in tempo reale.  La partenza da Mosca sarà alle 6 di mattina, dopo 20 minuti già si lascerà la capitale per finire sul fiume Volga, a Kostroma. Durante il tracciato, si passerà vicino al monastero di Yaroslavl. Un assaggio da 330 chilometri, di cui 2,850 metri di salita.

Già la seconda tappa, con arrivo a Perm, è da maratoneti in bicicletta, visto che i chilometri da percorrere sono ben 1.094. La più lunga sarà però la 12ª, da Chita-Svobodniy, per un totale di 1.382 chilometri. Quando le gambe saranno già molto, molto pesanti.

La Ferrovia Transiberiana

La corsa ciclistica costeggerà la Ferrovia Transiberiana, che è lunga esattamente 9.288,2 chilometri ed è la linea più lunga del mondo. Fu presentata per la prima volta nel 1900 all’Esposizione Universale di Parigi, con il nome di Train Transibérien. Si può chiamare veramente Transiberiana solo la parte centro-orientale della ferrovia, da Celjabinsk a Vladivostok, costruita tra il 1891 e il 1916. Da questa data, Mosca è collegata a Vladivostok. La Transiberiana è tuttora in fase di espansione.

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Prima che venisse ultimata l’intera linea ferroviaria, i viaggi tra Mosca e Vladivostok duravano dai 3 ai 4 mesi. Fu costruita a grandissima velocità, con una media di 740 chilometri al giorno. All’apice, ci lavorarono 90 mila uomini contemporaneamente, molti dei quali condannati ai lavori forzati. In migliaia morirono per le proibitive condizioni di lavoro.

Un tedesco ha riportato la Ferrari al successo in Formula Uno dopo 676 giorni di digiuno. L’ultima volta era stato Fernando Alonso a passare per primo sotto la bandiera a scacchi nel Gp di casa, in Spagna. Era il 2013. Due anni dopo, Sebastian Vettel ha stupito tutti perché era solo al secondo gran premio alla guida della Rossa. Un successo festeggiato giustamente con tanto, tanto entusiasmo. Ma la Ferrari può davvero spodestare la Mercedes anche nella classifica costruttori e in quella piloti a fine Mondiale? Dieci sono i motivi per poterci credere.

Arrivabene comincia… bene

Come dice il cognome, Arrivabene, ha iniziato benissimo. Il nuovo direttore sportivo della Scuderia Ferrari, che di nome fa Maurizio, ha conquistato il successo al secondo Gp del 2015. Che sia il portafortuna di Maranello? Di sicuro, come un certo Briatore, è un uomo che si è fatto da solo. Dirigente d’azienda, è pure nel Consiglio d’amministrazione della Juventus. La sua pacatezza in pista ha dato tranquillità ai piloti (non dimentichiamo che se Vettel ha vinto, Raikkonen è arrivato quarto, partendo praticamente dall’ultimo posto in griglia) e a tutto l’ambiente. Chi ben comincia…

Maurizio Arrivabene

La voglia di riscatto

Il 2014 è stato un disastro per la Ferrari, inutile girarci intorno. Pure la Toro Rosso le ha suonate al Cavallino (ex) rampante. Fare peggio era difficile, fare subito così bene però era quantomeno utopistico. Ma la voglia di riscatto ha giocato e giocherà un ruolo fondamentale in una squadra poco abituata a prendere mazzate da scuderie molto meno titolate. Energia vitale, insomma, quel tragico 2014.

La nuova squadra

Vettel traduce in pista ciò che avviene al muretto dei box. Dove si è visto un gran lavoro di squadra. Forse è merito anche della nuova gestione Ferrari: promuovere le seconde linee. Ecco allora Simone Resta, capo progetto, e Mattia Binotti, regista della power-unit che riunisce il propulsore turbo tradizionale e due motori elettrici. La nuova squadra viaggia compatta: questo è importantissimo per andare fino al traguardo.

Macchina migliorata

Non si può prescindere da un’ottima macchina per tentare l’assalto al Mondiale. La Ferrari ha lavorato in silenzio in autunno e inverno sfornando due monoposto dal motore più potente, con migliore aerodinamica e nuovi accorgimenti nel telaio. Quella macchina ha dimostrato di essere anche affidabile. E ha trionfato al secondo Gp della sua vita.

Mercedes ‘umana’

La Mercedes resta la squadra da battere, su questo non ci piove. Ma la Casa tedesca ha dovuto alzare bandiera bianca questa volta. La Ferrari, se vorrà vincere il Mondiale, dovrà fare meglio della Mercedes. Lwe altre scuderie paiono attardate. Insomma, nell’ultimo gp, i mostri della Mercedes sono parsi più umani. Lewis Hamilton è ancora primo nella classifica piloti, ma forse non si aspettava un ritorno così repentino da parte della Rossa. Lo hanno detto anche i dirigenti tedeschi: “In due settimane, siamo stati raggiunti”. E superati.

Michael Schumacher

Vettel come Schumacher

Vettel ha portato in dote alla Ferrari quattro titoli mondiali vinti. E scusate se è poco. Tedesco come un certo Michael Schumacher, ha portato l’esperienza a casa Maranello. E’ entrato in punta di piedi, ma con grandissima voglia. E si sa che voglia ed esperienza sono due ingredienti che, se combinati insieme, possono anche fare il miracolo.

La Rossa ‘silenziosa’

Niente proclami di guerra e di successo. E ci mancherebbe altro dopo l’anno orribile appena vissuto. Ma anche questa è strategia: la Ferrari ha lavorato a testa bassa, in silenzio. Senza dire vinceremo, faremo. Cosa che capitava puntualmente negli anni passati. Il team principal si è spinto fin qui: “Se vinceremo 4 gare, andremo a piedi nudi sulle colline di Maranello”.  Ne mancano tre, ma l’appetito vien mangiando…

James Allison

Se il segreto della Ferrari di Schumacher era Jean Todt, quello della versione 2015 è James Allison. A Maranello da oltre un anno, la SF15-T è la prima vera vettura nata dalle sue sapienti mani. Proveniente dalla Lotus, dove aveva portato Raikkonen al successo, ora Allison è approdato in una scuderia dove la pressione è ben più alta. Ma ha cominciato a raccogliere, grazie anche a un particolare non indifferente: non usura le gomme.

L’entusiasmo dei tifosi

Nel calcio si parla spesso di ‘dodicesimo uomo’ per indicare la Curva che può fare la differenza nelle gare casalinghe. Ebbene, la Ferrari da questo punto di vista non è seconda a nessuno. La bandiere del Cavallino Rampante sventolano ovunque. Siccome le vittorie portano entusiasmo e l’entusiasmo è benzina per tutti, allora il pubblico ferrarista potrebbe dare la differenza. Dare quel qualcosa in più ai piloti in pista e ai meccanici ai box.

Tifosi della Ferrari

Vettel l’umanoide

Un robot, come tutti i tedeschi? Beh, allora andatevi a vedere cosa è successo dopo l’ultimo successo. Vettel che salta addosso ai meccanici, che si commuove e dice “Grazie Ferrari”. Vettel che abbraccia tutti e piange.  L’umanità di Vettel ha conquistato i tifosi. In pista è effettivamente freddo come un robot e questo fa la differenza, fuori si trasforma in un tipo mediterraneo. L’umanoide Vettel può trascinare anche grazie a questi suoi atteggiamenti che ben si fondono con l’italica voglia di fare festa. Ma solo a cose fatte.

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Ha suscitato reazioni entusiaste l’esordio con vittoria di Valentino Rossi in Qatar. Una MotoGp che ritrova il suo storico dominatore, finalmente a bordo di una moto competitiva, è un messaggio importante per tutto il movimento. La sua vittoria, però, non ha mancato di sollevare anche qualche interrogativo: il Dottore, a 36 anni, saprà tenere botta ad avversari (Marquez in testa) anche di oltre dieci anni più giovani? Abbiamo cercato la risposta in una top-10 dei “vecchietti” dello sport, capaci di trionfare in età avanzata (in alcuni casi anche over-40).

1. Josefa Idem

L’ex canoista bionica ha partecipato senza interruzioni a otto edizioni delle Olimpiadi – da Los Angeles 1984 a Londra 2012 – gareggiando per due Nazioni (Germania fino al 1989, a seguire l’Italia sino a fine carriera) e collezionando 38 medaglie tra Giochi Olimpici, Mondiali ed Europei. Si è qualificata all’ultima rassegna olimpica a 48 anni e ha conquistato l’ultima medaglia a 43, a Pechino, nel K1 500 m, dove ha perso l’oro per soli 4 millesimi. Da segnalare anche l’argento ad Atene 2004 a soli 15 mesi dal parto del secondo figlio.

2. Dino Zoff

Nella notte di Madrid dell’11 luglio 1982, il portierone azzurro sollevò la terza Coppa del Mondo nella storia della nostra Federazione, all’età di 40 anni e 4 mesi. Attualmente è ancora il giocatore più anziano ad essersi imposto nella rassegna iridata e detiene il record di imbattibilità di un portiere in Nazionale: 1142 minuti in partite ufficiali consecutive, da Italia-Jugoslavia del 20 settembre 1972 ad Haiti-Italia del 15 giugno 1974.

3. Armin Zoeggler

L’altoatesino ha appeso lo slittino al chiodo lo scorso ottobre, alle soglie dei 41 anni, prima però non ha mancato di centrare un record senza precedenti: con il bronzo all’Olimpiade di Sochi 2014, infatti, è diventato il primo atleta nella storia olimpica (sia estiva che invernale) a ottenere una medaglia individuale, nella stessa disciplina, in sei edizioni consecutive dei Giochi. Specializzato nel singolo, nel suo palmarès vanta oltre ai sei titoli mondiali, quattro europei, dieci Coppe del Mondo e sei medaglie olimpiche (due ori, un argento e tre bronzi).

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4. Valentina Vezzali

Schermitrice, specialista nel fioretto, è l’azzurra più medagliata di tutti i tempi, nonché una wonder woman capace di mettere al mondo due figli, nel 2005 e 2013, senza interrompere l’incredibile striscia di successi. È stata la prima schermitrice al mondo a essersi aggiudicata tre medaglie d’oro olimpiche individuali in tre consecutive edizioni, più altri tre ori olimpici a squadre, oltreché un argento e 2 bronzi sempre ai Giochi; è stata vincitrice anche di sei titoli mondiali e di cinque europei, ai quali vanno aggiunte 11 Coppe del Mondo e svariati altri successi. Gli ultimi della lunga serie, a 40 anni compiuti, ai Mondiali Kazan 2014: bronzo individuale e oro a squadre.

5. Michael Jordan

Il più grande cestista di tutti i tempi, giocatore totale, capace di vivere tante vite (compresa una breve parentesi da giocatore di baseball) ma sempre costellate da trionfi e riconoscimenti di squadra e personali. Il primo successo Nba con i Chicago Bulls nel 1991 a 28 anni, seguito a stretto giro da altri due e poi dai tre consecutivi del 1996, 1997 e 1998, dopo il passaggio in Major League e il ritorno con i Bulls nel 1994-1995. Dopo un altro ritiro nel 1998, è rientrato sul parquet per altre due stagioni nel 2001, questa volta nei Washington Wizards, all’età di 38 anni.

6. Nigel Mansell

Il baffo più famoso della Formula 1 si è laureato campione del Mondo relativamente tardi, all’età di 39 anni con la sua Williams-Renault, quindi l’anno successivo, lasciata la F1, ha bissato il successo anche nel campionato Cart. Mansell è il secondo pilota britannico di maggior successo con 31 Gp vinti, superato nel 2014 da Hamilton in occasione della vittoria negli Stati Uniti.

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7. Jeannie Longo

Il nome forse dirà poco ai non esperti, ma la francese è una ciclista su strada, biker e pistard, campionessa olimpica in linea nel 1996, nove volte campionessa del mondo su strada tra corsa in linea e cronometro e quattro volte su pista nell’inseguimento individuale. Nella sua lunga carriera è riuscita a centrare anche la medaglia di bronzo a Sidney 2000 (alle soglie dei 42 anni) e a partecipare alla successiva edizione di Atene, senza però piazzarsi sul podio.

8. Mario Cipollini

È stato uno dei ciclisti più istrioni che lo sport delle due ruote abbia conosciuto, ma anche uno dei migliori velocisti di tutti i tempi. Ha dominato gli arrivi in volata di buona parte degli anni ’90 e di metà anni 2000 tenendo botta sino al 2008, a 41 anni compiuti. Uno dei suoi ultimi successi di maggior rilievo resta il campionato del mondo su strada a Zolder (Belgio) nel 2002, a 35 anni.

9. Serhij Bubka

Il più grande di tutti i tempi nella specialità del salto con l’asta, ha stabilito 35 nuovi record mondiali, 17 dei quali all’aperto e 18 indoor. Tredici le medaglie d’oro conquistate tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei all’aperto e indoor. Si racconta che siccome l’Unione Sovietica era solita offrire consistenti bonus monetari per ogni record, Bubka abbia volontariamente centellinato per anni le proprie capacità per essere in grado di stabilire un nuovo primato ad ogni evento successivo. L’ultimo successo a 34 anni con l’oro ai Mondiali di Atene nel 1997.

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10. Juri Chechi

Ha dominato la specialità degli anelli negli anni novanta, riuscendo a dare all’Italia una medaglia d’oro olimpica nella ginnastica alle Olimpiadi di Atlanta 1996, 32 anni dopo il precedente di Menichelli. Ma negli occhi di molti sportivi, nonostante un medagliere ricchissimo, è rimasta soprattutto l’emozionante esultanza per l’inaspettato bronzo conquistato ad Atene 2004, al rientro da un gravissimo infortunio e a quasi 35 anni compiuti. Un monumento dello sport nazionale che ha deciso di chiudere con il botto la sua carriera.

Spopola in TV la Serie 1992 in onda su Sky ogni martedì. La fiction, che affronta un anno molto difficile, dal punto di vista politico e sociale, per il nostro Paese, rievoca anche avvenimenti più piacevoli dal punto di vista della cultura, della TV (Non è la Rai vs Domenica In), del costume. Noi di Betclic abbiamo rievocato dieci episodi sportivi da tramandare, nell’anno delle Olimpiadi di Barcellona e degli Europei di Svezia. E non solo…

L’Italia murata 

La nazionale italiana di pallavolo si presenta alle Olimpiadi del 1992 da stra-favorita, dopo aver conquistato il mondiale in Brasile due anni prima, annichilendo in finale la fortissima compagine cubana. Ma a Barcellona qualcosa va storto e il sogno a cinque cerchi della “generazione dei fenomeni” va a infrangersi contro il muro olandese ai quarti di finale del torneo. “Non sta scritto da nessuna parte che chi ha vinto prima deve necessariamente trionfare poi” afferma Julio Velasco a fine partita. Le Olimpiadi restano il grande rimpianto della nazionale (non solo italiana) probabilmente più di tutti i tempi: su tutti emergono Giani, Zorzi e Lucchetta. Ma a Barcellona, forse per colpa del villaggio olimpico, forse per colpa della pressione, qualcosa va storto. 

Zeman e la zona

“Marcare a uomo? Non dirò mai a un mio calciatore di giocare solo per controllare un avversario.”  Questa è la filosofia del Foggia di Zeman, che dal 1989 al 1994 mette in scena negli stadi d’Italia il calcio più spettacolare degli ultimi anni, arrivando a sfiorare la qualificazione UEFA nel 1994. Nel 1992, al termine della prima stagione in A, il Foggia di Zeman arriva nono, con il secondo miglior attacco del torneo dopo quello del Milan degli invincibili. La sua è una vera e propria rivoluzione culturale. Applica all’ennesima potenza gli schemi di Arrigo Sacchi, con una squadra di carneadi. Nella provincia italiana. Il vero miracolo italiano è boemo. 

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Quincy Watts, l’eroe di Barcellona

È l’inizio di un famoso spot della Nike, uno dei più ambiziosi dell’azienda americana. Si tratta di un’opera lirica “La super ammortizzata mogliettina con le super ammortizzate Nike Air Shoes“. Lo spot è cantato in italiano con i sottotitoli in inglese, i protagonisti sono Charles Barkley e appunto Quincy Watts, che vinse due medaglie d’oro ai Giochi olimpici. Si aggiudicò l’oro individuale nella gara dei 400 m battendo per due volte il record olimpico di 43″86 stabilito, in altura, da Lee Evans nel 1968 a Città del Messico. All’oro individuale aggiunse quello della staffetta. E anche qui fu record.

Il sogno blucerchiato

188 KMH. Tanto è potente il tiro di Koeman che il 20 Maggio 1992 a Wembley, nei supplementari, disintegra il sogno europeo della Sampdoria. Un tiro talmente veloce che per vedere la palla devi mettere per forza il rallenty. Pagliuca si tuffa sulla sua destra, ma non può nulla. Quella notte il Barcellona (che gioca in giallo per scaramanzia) conquista la sua prima Coppa dei Campioni ai danni della Sampdoria di Boskov, Mancini e Vialli. Quest’ultimo, già ceduto alla Juventus, gioca una delle sue paggiori partite sbagliando due gol fatti nel primo tempo supplementare. Se li sognerà di notte, per anni, dirà.

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L’età dell’oro della scherma italiana

Strani incroci nel 1992 tra Barcellona e Jesi. Se i sogni di gloria di Roberto Mancini affondano a Wembley colpiti dal siluro blaugrana di Koeman, il 30 luglio la sua concittadina Giovanna Trillini conquista l’oro olimpico nel fioretto contro la cinese Wang Huifeng. È l’inizio dell’età dell’oro della scherma italiana, che durerà fino a Pechino 2008, con i successi di un’altra atleta jesina, Valentina Vezzali e, in seguito, di Elisa Di Francisca. Un successo che parte da lontano, dal maestro Ezio Triccoli.

La fine dell’Impero slavo

Nazioni, culture, lingue ed etnie differenti. Un solo maresciallo, Tito. Ma il progetto della grande Jugoslavia, tenuta assieme più in maniera coercitiva che per unità di intenti, si sgretola definitivamente nel 1992. L’antefatto calcistico è del 1990  Faceva un gran caldo a Zagabria quel 13 maggio In programma la “grande classica” del campionato jugoslavo: Dinamo Zagabria – Stella Rossa Belgrado. Le repubbliche federate erano scosse da fermenti nazionalisti e le squadre simbolo delle capitali di Croazia e Serbia, quel giorno, rappresentavano molto di più della rivalità calcistica per i tifosi sugli spalti dello stadio Maksimir. Certo tra i Bad Blue Boys (nome ispirato a un film del 1983 con Sean Penn), gli ultras della Dinamo, e i Delijie (eroi), quelli della Stella Rossa, non correva buon sangue. La scintilla scoppia intorno alle 18. I tifosi della Stella Rossa, alcune centinaia, iniziano a distruggere i grandi pannelli della pubblicità alle loro spalle e a staccare i sedili di plastica per lanciarli sulle tribune vicine dove c’erano i tifosi della Dinamo. In campo c’è anche Zvonimir Boban. Anche se ha solo 21 anni è il capitano della Dinamo, la stella, che davanti a lui ha una brillante carriera in Italia. Molti di quegli ultras saranno protagonisti della guerra, su tutti la Tigre Arkan. L’ormai ex Jugoslavia deve rinunciare agli europei per ordine della NATO.

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La favola Danimarca

Il 30 maggio 1992 la risoluzione dell’ONU 757 vieta alla Jugoslavia di partecipare ad ogni manifestazione sportiva nel mondo. La creatura di Tito si è sbriciolata. Non esiste più, dilaniata da odio, nazionalismo e violenze. All’europeo in Svezia il suo posto spetta di diritto alla Danimarca, arrivata seconda nel girone eliminatorio, ad un punto dalla nazionale slava. A 10 giorni dall’inizio del torneo, i danesi tornano dalle vacanze e vanno a giocare l’europeo senza preparazione fisica e senza grosse pretese. E invece il 26 giugno 1992 il capitano danese Lars Olsen alza il trofeo: la Danimarca, cenerentola del torneo, ha sconfitto in finale la Germania, campione del mondo in carica. Favola nella favola: il gol del 2 a 0, in finale è realizzato dal centrocampista Vilfort, che tra una partita e l’altra tornava a casa ad accudire la figlia malata di leucemia. 

Il settebello in acqua

Anche questa è una grande storia. Va in scena l’11 agosto 1992, a giocarsi una drammatica finale del torneo olimpico di pallanuoto sono i nostri azzurri, allenati dal croato  Ratko Rudic, contro i padroni di casa della Spagna che si aspettava di chiudere alla grande con una medaglia d’oro. Clima caldissimo, in tutti i sensi, con in tribuna i reali spagnoli, pronti a festeggiare. L’Italia si porta in vantaggio per 3 volte con 3 gol di scarto e sembra poter avere la meglio. Alcune decisioni arbitrali ”casalinghe” riportano a galla la Spagna che ottiene il pareggio a 37″ dal termine con il gol del 7-7 firmato da Oca che manda la sfida ai tempi supplementari. Ed è qui che la partita diventa epica con l’atmosfera che diventa incandescente dentro e fuori dall’acqua. Nel secondo tempo gli spagnoli usufruiscono di un rigore che il capitano Estiarte mette a segno: 8-7. Ma è Massimiliano Ferretti a trovare a 20″ dalla fine il gol dell’8-8. Si va così ad una nuova coppia di tempi supplementari che non sblocca la situazione e ne richiede una terza, mentre gli animi si scaldano sempre di più e ci sono scintille anche tra le due panchine. Al sesto tempo supplementare la svolta: Ferretti, subisce fallo e passa sulla sinistra a Nando Gandolfi che è smarcato e non sbaglia, battendo il portiere Rollan e siglando il gol del 9-8 azzurro.

Il Dream Team 

Non sempre avere la migliore squadra è garanzia di vittoria. Succede che i grandi giocatori non vadano d’accordo e che il campo sovverta i pronostici. Non con il Dream Team. Se mai nella storia della pallacanestro può essere esistita una squadra perfetta, allora quella era il Dream Team del 1992. Semplicemente straordinario: Charles Barkley, Larry Bird, Clyde Drexler, Patrick Ewing, Magic Johnson, Michael Jordan, Christian Laettner, Karl Malone, Chris Mullin, John Stockton, Scottie Pippen, David Robinson. Nelle dinamiche interne di quello spogliatoio, nelle accese sfide in allenamento (la squadra di Magic sempre contro la squadra di Michael) si consumava un vero e proprio passaggio di consegne, per niente pacifico, assolutamente non scontato. Con Bird vessato da grossi problemi alla schiena e vicino al ritiro, ci pensava un gasatissimo Magic Johnson (da un anno lontano dai parquet dopo l’annuncio della sua sieropositività il 7 novembre 1991) a far di tutto per non lasciar strada libera al giovane Jordan, in rampa di lancio per diventare il miglior giocatore al mondo.

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 Sacchi e il miracolo italiano

Azeglio Vicini è un bravo allenatore e un uomo pacato. Forse troppo pacato, e decisamente poco fortunato. La sua avventura mondiale finisce in semifinale contro l’Argentina, immeritatamente. La sua nazionale è bella, è la squadra della gente, ma non vince. Per di più un palo di Rizzitelli in Russia frena la rincorsa agli Europei del 1992. Con un vero e proprio colpo di stato calcistico Antonio Matarrese rovescia il governo e opta per una svolta, chiedendo a Silvio Berlusconi di liberare il “suo” allenatore. È Arrigo Sacchi, ed ha vinto tutto. Berlusconi, che mette avanti gli interessi della sua squadra a quelli della nazionale intuisce che questa svolta azzurra ha anche sottili implicazioni politiche. Il suo allenatore più vincente, sarà l’allenatore di tutti e porterà la filosofia “Milan” in nazionale. È tempo di fondare un nuovo partito e magari chiamarlo con un nome che evochi successi calcistici e unità nazionale: dice niente Forza Italia?

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Wrestling al sangue. Pedro Aguayo Ramirez, wrestler messicano professionista di 35 anni, è morto sul ring, contro l’ex stella della WWE Rey Misterio Jr. È accaduto a Tijuana, durante un incontro di lotta libera 2 contro 2. Ramirez è stato ucciso da un calcio al volo sul collo, eseguito proprio da Misterio. Tra le polemiche per i soccorsi che sono arrivati in ritardo perché il match è proseguito, nonostante Aguayo fosse a terra privo di sensi. E dire che il wrestling dovrebbe essere show, non combattimenti reali. E invece, di morti se ne contano tante. Non tutte durante il match, ovviamente.

Christopher Michael Benoit

Wrestler canadese, è morto a Fayetteville il 24 giugno del 2007. Ha combattuto nelle più importanti federazioni del Nord America e del Giappone, prima di venire messo sotto contratto dalla World Wrestling Entertainment (WWE). Nel suo palmares, ci sono due titoli di campione del mondo (WCW World Heavyweight Championship e World Heavyweight Championship). Famoso per la sua mossa finale, la Crippler Crossface.

Benoit è stato ritrovato privo di vita, in casa sua insieme alla moglie e a figlio, il 25 giugno del 2007. Dopo lunghe indagini, la polizia ha appurato che si è trattato di un omicidio – suicidio. Il wrestler ha ucciso i suoi familiari prima di togliersi la vita.

Larry Booker

Conosciuto anche con il nome di Larry Latham, è morto il 29 novembre del 2003. Statunitense, ha combattuto con il nome di Moondog Spot. Colpito da un infarto durante un incontro, Moondog Spot stava partecipando a una Tag Team Battle Royal. All’improvviso si sentì male e si accasciò in un angolo del ring. Inutili i soccorsi. La sua manager, April Pennington: “In uno sport – spettacolo come il wrestling, può essere difficile distinguere la realtà dalla finzione. Pensavamo tutti che facesse solo parte del copione del match”.

Chris Candito

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Di chiare origini italiane, Chris Candito era un wrestler americano, morto il 28 aprile 2005. Aveva debuttato nella Tna pochi mesi prima, nel gennaio del 2005. Il 25 aprile, durante il pay-per view Lockdown 2005, Candido si ruppe tibia e perone e si slogò la caviglia. Il giorno dopo fu operato e partecipò, sulla sedia a rotelle, alla puntata di Impact! La sera del 28 aprile, collassò, gli venne individuato un trombo, che fu fatale. La Tna ha creato un torneo a suo nome. Il suo amico d’infanzia, Balls Mahoney, ha un tatuaggio sulla mano sinistra per ricordare Candito.

Eduardo Gory Guerrero Llanes

Wrestler messicano, naturalizzato statunitense. Carriera ventennale per lui, interrotta a Minneapolis il 13 novembre 2005. Interpretava il personaggio “Latino Heat” nella WWE, guascone e disposto a tutto pur di vincere. Il suo motto era “Mento, imbroglio e rubo”. Fu ritrovato senza vita nella sua stanza d’albergo, in bagno. L’autopsia rivelò che il decesso era avvenuto per un attacco cardiaco. Nel sangue fu trovata solo un’aspirina, ma fino al 2001 Guerrero aveva usato sostanza illecite e il suo fisico era danneggiato. La WWE lo ha introdotto postumo nella Hall of Fame.

Owen James Hart

Wrestler canadese, è morto il 23 maggio 1999 a Kansas City. Era il più giovane di 12 figli della leggenda del wrestling Stu Hart. Portò avanti un’avvincente faida con il fratello Bret Hart, culminata in un match storico a Wrestlermania X. Sul ring, il suo pseudonimo era The Blue Blazer. Morì durante il pay-per-view Over the Edge 1999. Aveva ormai assunto il ruolo di supereroe fallito. L’idea era di calarlo dal soffitto, appeso a una corda. A pochi metri dalla corda, Hart avrebbe finto di incastrarsi con il meccanismo, finendo faccia a terra. Qualcosa andò storto e il supereroe precipitò da 24 metri. L’autopsia attribuì il decesso a una grave emorragia interna.

Curtis Michael Hennig

Wrestler statunitense, trovò la morte il 10 febbraio del 2003 a Tampa. Negli anni ’80 e ’90 spopolò con il nome di Mr.Perfect. Detiene il record più lungo di Campione intercontinentale della WWE per gli anni Novanta. È il padre di Joe Hennig, conosciuto come Curtis Axel (lottatore anche lui). Hennig fu trovato morto nella sua stanza d’albergo in Florida. La causa ufficiale fu un’intossicazione acuta da cocaina, ma secondo il padre era stato un cocktail di steroidi e antidolorifici a ucciderlo. Nel 2008, la WWE ha messo in commercio il cofanetto intitolato The Life and Times of Mr.Perfetc: si tratta di due dvd con la carriera del wrestler.

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Michael Jonh Lockwood

Anche lui lottatore americano, è morto a Navarre il 6 novembre del 2003. È famoso per aver combattuto, nella WWE, con lo pseudonimo di Crash Holly o anche semplicemente Crash,  Con lui, in squadra, c’era il cugino Hardcore Holly.  Insieme, vinsero il World Tag Team Championship. Per 22 volte è stato campione del WWE Hardcore Championship. Nel 2003 venne licenziato dalla WWE e lottò per federazioni indipendenti. Per Michael è stata fatale una festa: all’inizio si parlò di morte per soffocamento, causata dal suo stesso vomito. Successivamente, si scoprì che era stato un suicidio.

Lance McNaught

È morto cinque anni fa a San Antonio. Wrestler della WWe con il nome di Lance Cade. Il 13 agosto del 2010, a 29 anni, è deceduto per una cardiomiopatia, aggravata da una combinazione di farmaci. Ha lasciato la moglie e due figli. Sotto accusa anche la sanità americana. La moglie, infatti, lo aveva portato il 10 agosto in ospedale a causa di difficoltà respiratorie; il giorno dopo, era stato dimesso.  Nella sua carriera, ci sono esperienze di livello in Giappone, prima della WWE.

Mitsuharu Misawa

Wrestler giapponese, è morto a 47 anni a Saitama. Ha raggiunto la notorietà interpretando la gimnick di Tiger Mask II nella All Japan Wrestling (AJPW) e poi combattendo con il suo vero nome. Ha il record del maggior numero di incontri a 5 stelle. Era inoltre proprietario della Pro Wrestling NOAH, federazione nella quale ha lottato fino alla morte. Molti dei match di Misawa sono considerati veri e propri classici. In uno di questi, il 13 giugno 2009, morì, colpito da Akitoshi Sato, che eseguì un suplex proprio su Misawa. Batté la testa e smise di respirare.

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L’approdo di Metta World Peace, al secolo Ron Artest, a Cantù ha generato grande fermento nel mondo del basket italiano. Era da tempo, infatti, che non capitava di poter apprezzare alle nostre latitudini star Nba di prima grandezza (e Metta lo è, avendo anche vinto un titolo con i Lakers), sia pure – come nel caso in questione – sul viale del tramonto. Nella storia più recente è accaduto, al contrario, che il nostro campionato si sia rivelato una sorta di trampolino di lancio per tanti che adesso continuano a giocare ad alti livelli al di là dell’Oceano in franchigie di primo piano; eppure tra gli anni ’80 e ’90 la storia è stata diversa.

Per questo oggi ci siamo divertiti a raccogliere in un’ideale top-10 dei migliori predecessori di Metta World Peace, considerando essenzialmente due parametri: da un lato l’effettivo contributo offerto alla squadre, dall’altro la suggestione creata dal loro approdo in Italia. In alcuni casi, come vedrete, il primo parametro è stato nulla, sovrastato però dal secondo. Un esempio su tutti? Lo trovate al numero 10.

1. Bob McAdoo

Se fate il suo nome a un tifoso dell’Olimpia Milan over35, lo vedrete inevitabilmente illuminarsi e cominciare a ricordare i meravigliosi anni degli scudetti e delle Coppe europee. Dopo essere stato rookie of the year nel 1973, MVP nel 1975, aver vinto due anelli Nba con i Lakers e disputato 13 stagioni in Nba, Bob ha vestito la maglia dell’Olimpia tra il 1986 e il 1993 vincendo 2 campionati, 2 Coppe dei Campioni, una Intercontinentale e una Coppa Italia. Ha vestito anche le maglie di Forlì e Fabriano prima di chiudere la carriera a 42 anni.

2. Dominique Wilkins

In Italia il suo nome resterà per sempre legato a quel fallo sul tiro da tre punti (realizzato) di Danilovic che costò alla Fortitudo Bologna uno scudetto contro gli odiati rivali della Kinder, eppure alcuni ignorano che Dominique è stato una star Nba di primissima grandezza. Dodicesimo miglior marcatore di tutti i tempi (con quasi 27mila punti), 9 volte Nba All Star, due volte vincitore della gara delle schiacciate, miglior marcatore nel 1986, medaglia d’oro ai Mondiali di Toronto. E questo solo per citare alcuni dei suoi primati. Era soprannominato The Human Highlight Film e in carriera ha vestito le maglie di Atlanta Hawks, Los Angeles Clippers, Boston Celtics in Nba, quindi una parentesi in Grecia con il Panathinaikos, il ritorno in Usa con i San Antonio Spurs, a seguire la stagione alla Fortitudo e infine la chiusura di carriera a Orlando con i Magic.

3. Darryl Dawkins

Lungo dominante, se ce n’è uno (211 cm per 120 kg). In Nba è stato la quinta scelta di Philadelphia 76ers, ha vestito anche le maglie di New Jersey Nets, Utah Jazz e Detroit Pistons. Nel 1989, a 32 anni, approda in Italia a Torino in A2, dove al termine della stagione conquista la promozione nella massima serie. Ci resta un altro anno e poi passa a Milano, salvo poi chiudere la carriera a Forlì.

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4. Spud Webb

Con i suoi 168 cm è stato uno degli atleti più bassi della Nba, eppure nel 1986 è stato capace di imporsi nella Nba Slam Dunk Contest, la gara delle schiacciate dell’All Star Game: un primato che ha fatto di lui un uomo volante a tutti gli effetti. In America ha vestito le maglie di Atlanta Hawks, Sacramento Kings, Minnesota Timberwolves e Orlando Magic. In Italia, invece, si è visto solo per tre partite con la Scaligera Verona tra il dicembre del 1996 e il gennaio del 1997: un regalo di Natale svanito troppo in fretta, a causa di problemi fisici e di ambientamento, ma che non ha scalfito le grandi suggestioni legate al suo arrivo.

5. Orlando Woolridge

Sesta scelta assoluta dei Chicago, ha vestito anche le maglie di New Jersey Nets, Los Angeles Lakers, Denver Nuggets, Detroit Pistons, Milwaukee Bucks, Philadelphia 76ers. È approdato in Italia nel 1994 vestendo la maglia della Benetton Treviso. Con i veneti ha conquistato subito una finale scudetto (persa poi contro la Virtus Bologna) e vinto due trofei: la Coppa d’Europa (poi denominata Coppa Saporta) e la Coppa Italia; di quest’ultima fu eletto miglior giocatore della manifestazione. Nella stagione successiva si trasferisce proprio alla Virtus Bologna, dove conquista ancora una volta i play-off scudetto, ma la squadra viene sconfitta in semifinale dalla Stefanel Milano. Si ritira al termine dell’avventura italiana e muore prematuramente nel 2012 per problemi cardiaci.

6. Mahmoud Abdul Rauf

Terza scelta assoluta del draft NBA del ’90, chiamato dai Denver Nuggets, dove rimane sei stagioni, sfiorando il record di tutti i tempi per la precisione ai liberi (95.6% nel ’93-’94); in due campionati, sempre in maglia Nuggets, ha viaggiato alla media di 19,2 punti a partita, ma nel 1996 è passato alla storia soprattutto per la decisione di rimanere negli spogliatoi prima di una partita, per non cantare l’inno americano, poiché considerava la bandiera a stelle e strisce un simbolo di oppressione. Scambiato con Sacramento, ha vestito anche la maglia del Fenerbahce. Approda a Roseto nel 2004-2005, dove mette insieme 424 punti in 21 partite.

7. Vinny Del Negro

Di chiare origini italiane (i nonni erano di Salerno), viene scelto come numero 29 da Sacramento. Dopo due stagioni ai Kings, nel 1990 approda in Italia alla Benetton Basket Treviso dove, in coppia con Toni Kukoc, vince da protagonista lo scudetto del 1992, con una media punti di oltre 25 a partita. Dopo lo scudetto torna in Nba, dove veste la maglia dei San Antonio Spurs per sei campionati, quindi nel 1999 fa un’altra fugace apparizione alla Fortitudo Bologna durante la sospensione dela Nba per la serrata dei proprietari. Gli ultimi spiccioli di carriera con Milwaukee Bucks, Phoenix Suns e Golden State Warriors, prima di diventare uno stimato allenatore.

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8. Earl Boykins

Un altro piccoletto di grandissimo talento. Alto solo 163 cm, è riuscito a costruirsi una buona carriera Nba grazie alla capacità di rendersi efficace anche in pochi minuti di utilizzo. In America ha vestito le maglie di New Jersey Nets, Cleveland Cavaliers, Orlando Magic, L.A. Clippers, Golden State Warriors, Denver Nuggets, Milwaukee Bucks, Charlotte Bobcats, Washington Wizards, Houston Rockets. L’approdo in Italia nel 2008-2009, alla Virtus Bologna con cui colleziona 30 partite e qualche capriccio di troppo che rischia di chiudere anzitempo la sua avventura, che finisce comunque al termine della stagione con il ritorno oltreoceano.

9. Jim Brewer

In Italia sarà sempre ricordato per la stoppata all’ultimo secondo della finale di Coppa dei Campioni su Vittorio Gallinari, che decretò la vittoria della sua Cantù nel derby contro Milano. Al di là dell’importantissimo successo di Grenoble, nel 1983, Brewer è anche tanto altro. Lungo, con ottime doti atletiche, capace di vincere un campionato Nba con i Lakers (1982), ha vestito anche le altre prestigiose maglie dei Cleveland Cavs, Portland Trail Blazers e Detroit Pistons.

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10. Shawn Kemp

Giocatore “all around”, tra i più dominanti della Lega. Soprannominato “The Reign Man” (il regnante”) ha fatto di dinamismo, atletismo, potenza e tecnica i suoi punti di forza che lo hanno portato a essere 6 volte NBA All-Star, una volta McDonald’s All American e medaglia d’oro ai Mondiali di Toronto nel 1994. Nell’estate 2008 Kemp, a 39 anni e 5 dopo il suo ritiro, si accorda con Montegranaro. Dopo numerosi ritardi e incomprensioni, però, la squadra decide di tagliarlo ponendo fine a uno dei più grandi sogni coltivati da una squadra italiana. Ai tifosi non rimase che apprezzarlo in alcune sporadiche apparizioni in allenamento di cui si registrano ancora tracce su Youtube.