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La rimonta di Valentino Rossi nell’ultimo Gran Premio d’Argentina (partito ottavo, ha perso due posizioni alla prima curva, salvo poi raggiungere il gruppo di testa a suon di record sul giro) è molto più di una semplice vittoria, rappresenta piuttosto un deciso segnale rivolto al Motomondiale 2015/2016. È chiaro ormai che non si assisterà a un nuovo monologo del talentino Marquez, il quale al contrario proprio dal Sudamerica si è portato a casa una lezione che dovrà tenere bene a mente. Quand’era ormai certo della vittoria, dopo un lungo monologo in testa, infatti, ha visto sopraggiungere il campione italiano che, a tre giri dalla fine, lo ha sorpassato chiudendogli tutte le linee; l’iberico, però, non si è dato per vinto andando ugualmente “all in” (definizione perfetta dello stesso Rossi) con la conseguenza di finire per le terre mandando in fumo un buon week end. Proprio il duello tra i due ha riportato alla mente i numerosi avversari con cui Vale Rossi si è esibito in epici duelli. Abbiamo provato a raccogliere i cinque più significativi.

Sudafrica 2004: Rossi-Biaggi

Quella del Sudafrica è considerata da molti la più grande impresa sportiva del Dottore (e non è certo facile la scelta, vista la varietà di trionfi). All’esordio in Yamaha, una moto all’asciutto di successi dal 1992, parte assolutamente sfavorito contro le super-Honda che lui stesso ha contribuito a creare. E invece sul circuito africano, il pilota di Tavullia confeziona una prova monstre, condita da frequenti sorpassi e controsorpassi in un duro – ma leale – confronto proprio col rivale più acerrimo di un’intera carriera: quel Max Biaggi messo nel mirino sin da quando correva nelle classi inferiori. Ne scaturisce uno spettacolo proibito ai deboli di cuore con vittoria del numero 46 quasi al fotofinish.

Jerez 2005: Rossi-Gibernau

In Spagna va in scena un altro durissimo duello contro l’idolo di casa: Sete Gibernau. Lo spagnolo tiene la testa del Gp a lungo, fino all’ultima curva, dove lascia malauguratamente un varco nel quale Valentino si infila senza pensarci due volte. Un sorpasso spericolato e al limite, al punto che nel completarlo la manopola della Yamaha di Rossi colpisce la spalla dell’avversario mandandolo nella sabbia. Confronto duro, ma perfettamente in linea con i caratteri forti e la leadership dei due piloti. Sete, nonostante l’uscita di pista, riuscirà ugualmente a chiudere al secondo posto.

Laguna Seca 2008: Rossi-Stoner

A distanza di anni, Casey Stoner, ormai lontano dalle corse, non ha ancora mandato giù la caduta di pista nel duello col pilota italiano, tanto da ricordarla con parole molto forti nella sua autobiografia. Gara splendida dei due che cominciano a duellare sin dalle prime curve. Al quindicesimo sono talmente a tutta che hanno fatto il vuoto alle loro spalle (quasi 14 secondi di vantaggio). A nove dalla fine, poi, il colpo di scena: Rossi supera l’australiano che per evitare di tamponarlo finisce tra sabbia e ghiaia e poi per terra. Il vantaggio sul terzo, però, gli consentirà ugualmente di chiudere secondo.

Catalunya 2009: Rossi-Lorenzo

È passata alla storia come la gara in cui Rossi “ha portato a scuola” il giovane compagno di squadra. Gli ultimi giri, in particolare, si rivelano da cineteca: con un gran vantaggio sui primi inseguitori, i due cominciano con le scaramucce, sorpassi e controsorpassi a suon di staccate e frenate al limite. All’ultimo giro Lorenzo è davanti e si difende bene dagli attacchi del Dottore, almeno fino all’ultima curva, dove l’azione di Rossi ha dell’incredibile: nessuno, infatti, era mai riuscito un sorpasso in quella zona. Nessuno tranne lui, che porta a casa la vittoria lasciando il rivale sbalordito e ammirato.

Mugello 2006: Rossi-Capirossi

Più che una gara di MotoGp, è parsa per larghi tratti una di 125 con Rossi, Capirossi, Gibernau, Hayden, Pedrosa, Melandri e Stoner a lottare in maniera molto ravvicinata per il gradino più alto. Dopo una lunga rimonta, il numero 46 raggiunge Hayden e Capirossi: si sbarazza dell’americano e poi duella con il connazionale, nei confronti del quale cede un po’ in velocità, ma può contare sulla maggiore manovrabilità della sua moto. Alla fine la spunta, approfittando di una Ducati che sembra una bestia impazzita tra le sapienti mani di Loris che ne esce comunque facendo un figurone.

Dopo più di 10 anni, l’americana Jennifer Capriati ha annunciato il suo ritorno nel circus del tennis. Parteciperà al prestigioso Us Open: l’ex bambina prodigio oggi ha 39 anni e pare lo faccia per il papà, che è molto malato. In questo 2015, assisteremo anche a un altro ritorno illustre, in Fed Cup, da parte della svizzera Martina Hingis, a 17 anni dal ritiro e a due dal ritorno in campo prevalentemente in doppio. Due ex campionesse che non vogliono arrendersi al tempo che passa. Come altri hanno fatto nella storia.

Bjorn Borg

Il più conosciuto è forse lo svedese Bjorn Borg. Presentarlo è quasi inutile. A lungo numero uno del mondo e considerato uno dei più forti tennisti di sempre. A 15 anni è già convocato dalla Nazionale per la Coppa Davis e, naturalmente, vince. In singolare conta 608 vittorie e 127 ko. In bacheca conta sei Roland Garros, cinque Wimbledon, oltre a una Davis nel 1975. Il ritiro risale al 1983, a soli 27 anni. Nei primi anni ’90, però, lo svedese decide di tornare a giocare. Lo fa con le sue vecchie racchette in legno, perdendo al debutto contro Jordi Arrese all’Open di Montecarlo. E altri match contro avversari semi sconosciuti. Nel 1993 supera il primo turno a Mosca e, dopo la sconfitta con Volkov, arriva la decisione definitiva: basta con il tennis.

John McEnroe

L’americano pazzo, che rompe le racchette. Ma pieno di talento e protagonista della partita del secolo proprio contro il grande rivale Borg (1980 a Wimbledon, sconfitta al quinto set). Conta 875 vittorie e 198 sconfitte in singolare, con una percentuale leggermente inferiore allo svedese. McEnroe è stato numero uno al mondo, ma forse ha vinto meno di quanto avrebbe potuto con una testa diversa: 3 Wimbledon e 4 Us Open, 3 Tour Finals. Oltre a 71 tornei Atp. Si contano anche 5 Coppa Davis con la formazione americana, per anni imbattibile. John si ritira nel 1992, per poi tornare nel 2006, a 47 anni, vincendo in coppia con Jonas Bjorkman il Sap Open di San José. E’ l’unico tennista nella storia ad aver vinto un torneo Atp in quattro decenni differenti.

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Mats Wilander

Ex tennista svedese come Bjorg. Domina gli anni ’80, vincendo 3 Australian Open, 3 Roland Garros e 1 Us Open. Dotato di classe cristallina, conquista sette titoli pure in doppio. Il 12 settembre 1988 è primo nel ranking Atp. Vince tre volte la Coppa Davis. Pure lui, dopo il ritiro di un anno, non resiste alla tentazione di tornare a giocare: è il 10 dicembre del 1992.  Aveva lasciato per una serie di infortuni e per la malattia del padre.  Si ritira nel 1996, anche a causa della squalifica di tre mesi per essere risultato positivo a un test anti-doping durante il Roland Garros 1995. Nel 2002 è stato introdotto nella Hall of Fame del tennis.

Thomas Muster

Mancino, alto, bravissimo sulla terra rossa. L’austriaco Thomas Muster, pur non essendo nell’elite del tennis, riesce anche a diventare il numero 1 Atp il 12 febbraio del 1996. In carriera, ha vinto 44 titoli, ma un solo torneo del Grande Slam (Roland Garros 1995). Nel 1999, decide di appendere la racchetta al chiodo, ma ci ripensa nel 2010 a 43 anni. Torna nei tornei Challenger, ma con risultati scadenti (una sola vittoria e otto sconfitte). Il 2011 va anche peggio (una vittoria e 14 ko). Qui, decide di chiudere definitivamente.

Tracy Austin

Ex tennista americana, ha vinto in carriera due volte gli Us Open (1979 e 1981) ed è stata numero uno del circuito. Per quattro volte si è aggiudicata anche la Wta Championships. Nel suo palmares pure un doppio misto sull’erba inglese di Wimbledon. Nel 1983, a soli 21 anni, decide di abbandonare la scena a causa di problemi fisici e di una competitività che pare essere venuta meno. Nel 1988, però, rieccola in campo per sette tornei di doppio. L’anno dopo, gioca due tornei di doppio e uno di singolo, senza risultati. Un incidente automobilistico in cui rischia la vita la convince di nuovo a lasciare. Inserita nella Hall of Fame nel 1992 (è la più giovane), l’anno dopo torna per la terza volta. Gioca il Grande Slam, ma nel 1994 decide di dedicarsi ad altro (diventa commentatrice tv).

Justine Henin

Ex tennista belga, il 20 ottobre del 2003 ha guardato tutti dall’alto in basso grazie alla prima posizione nel ranking Wta. Si è ritirata nel 2008 quando era ancora la più forte di tutte. Un anno dopo, però, il richiamo della racchetta è stato forte e Justine è tornata a giocare. Il 26 gennaio del 2011 ci sarà il ritiro definitivo a causa di un infortunio al gomito riportato a Wimbledon l’anno prima. In bacheca ha un Australian Open, 4 Roland Garros, 2 Us Open, due Wta Championships e una medaglia d’oro alle Olimpiadi nel 2004. Ha guidato il Belgio alla vittoria nella Fed Cup nel 2001.

Kim Clijsters

Un altro talento belga, numero uno sia nel singolare sia nel doppio. Figlia di un famoso calciatore, con la racchetta ha conquistato 1 Australian Open, 3 Us Open e 3 Wta Championships. In doppio, primo posto una volta a Parigi e una a Wimbledon. Faceva parte dell’imbattibile Belgio che conquisterà la Fed Cup nel 2001. Il ritiro arriva nel 2007 per i numerosi infortuni subiti in carriera e perché vuole dedicarsi alla vita privata. Due anni dopo, però, torna in sella e vince gli Us Open, compiendo una grande impresa e venendo premiata davanti alla figlia, che entra in campo per festeggiare con la mamma. Nel 2011 andrà a prendersi pure gli Australian Open. Una delle poche tenniste che non hanno sbagliato a tornare. Nel 2012 avviene il ritiro definitivo.

Martina Navratilova

Martina Navratilova

Ex tennista cecoslovacca, naturalizzata americana. Forse la più famosa nel circus femminile del tennis. Ha vinto 59 prove del Grande Slam: una macchina da risultati. Agli Us Open del 2006, quasi a 50 anni, l’ultima vittoria nel doppio misto degli Us Open. Eterna. Per 332 settimane è rimasta in vetta alla classifica Wta del singolare, per 237 in quella di doppio. Memorabili per sfide con Chris Evert negli anni ’80. Wimbledon, per lei, è stata come l’erba di casa (9 le affermazioni, record). E poi: 3 Australian Open, 2 Roland Garros, 4 Us Open, 8 Wta Championships. In doppio, 8 Australian Open, 7 Roland Garros, 7 Wimbledon, 9 Us Open. In doppio misto, 1 Australian Open, 2 Roland Garros, 3 Us Open e 4 Wimbledon.
Il primo ritiro è del 1994, ma nel 2000 rieccola nei tornei di doppio. Stupire e vincere ancora. Nel 2006, dopo l’ultimo successo, il ritiro definitivo. E’ stata una tennista molto chiacchierata per i suoi gusti sessuali. Di sicuro, è stata la più forte di sempre.

Jennifer Capriati

La bambina terribile, a 39 anni, torna in campo. Campionessa olimpica a Barcellona 2002, con 3 Grandi Slam vinti in carriera (2 Australian Open e 1 Roland Garros), nel 2004 aveva deciso di mettere fine alla sua carriera. A settembre, salvo ripensamenti, la rivedremo agli Us Open. Per cercare di chiudere dignitosamente una carriera vissuta sempre sulla bocca di tutti per un carattere difficile e qualche errore di gioventù (un furto in un centro commerciale, ma anche depressione, alcol e droga. Nel 2010 è stata vittima di una overdose di farmaci). A 13 anni, Jennifer già vinceva Roland Garros e Us Open Juniores, nel 1990 a 14 anni era la più giovane semifinalista del Roland Garros. Due anni fa è stata denunciata per stalking dall’ex fidanzato. Anche per scacciare questa immagine vuole tornare agli Us Open.

Martina Hingis

Svizzera, talentuosa, lontana dal grande giro per 17 anni. In Fed Cup tornerà per affrontare la Polonia e provare a regalare agli elvetici un posto nel World Cup per il prossimo anno. Martina vuole forse riprendersi ciò che si è lasciata indietro. Vorrebbe infatti partecipare alle Olimpiadi di Rio 2016. In Fed, ha giocato 30 incontri, perdendone solo 4. In carriera, ha vinto 9 tornei del Grande Slam in doppio femminile, 5 nel singolare e uno nel doppio misto. E’ stata la più giovane tennista a raggiungere il numero uno del ranking Wta.
Nel 2003 il ritiro a causa di problemi alle caviglie. Martina però torna nel 2005 e, dopo due anni, lascia nuovamente. Viene infatti pizzicata positiva alla cocaina a Wimbledon e, successivamente, squalificata per due anni. Nel 2013, la svizzera annuncia nuovamente di voler tornare a giocare. A lungo partner di Flavia Pennetta in doppio, ora Hingis ha cambiato partner. Ma potrebbe venire schierata anche nel singolare dalla Svizzera.

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La Transiberiana in bicicletta a luglio sarà realtà. Con la firma di RedBull, infatti, partirà da Mosca la Trans-Siberian Extreme 2015: 9.200 chilometri fino a Vladivostok, sul percorso della leggendaria linea ferroviaria. Saranno 15 tappe da 300 a 1.400 chilometri ciascuna. Sport estremo, di sicuro, ma sono in tanti quelli che hanno voglia di parteciparvi.

Il percorso attraverserà cinque zone climatiche e sette fusi orari. Tre settimane in sella. Il 15 luglio verrà dato il via dalla capitale russa. Le richieste sono tantissime: da parte di professionisti, semi professionisti, semplici appassionati e pure ciclisti della domenica. L’importante è esserci. Fin dove, poi, si vedrà. Questa è la prima edizione, ma gli organizzatori sono sicuri che diventerà una Classica.

La conclusione è prevista sull’Oceano Pacifico. L’itinerario toccherà Kostroma, Perm, Yekaterinburg, Omsk, Barabinsk, Novosibirsk, Krasnoyarsk, Tulun, Irktusk, Ulan-Ude, Chita, Svobodny, Obluchye, Khabarovsk. Si attraverseranno anche due continenti durante il percorso: l’Europa e l’Asia. Arriverà al traguardo (e vincerà) solo chi saprà coniugare la resistenza alla velocità.

Transiberiana in bici

I primi 1.500 chilometri della corsa più pazza del mondo si snoderanno lungo la parte europea della Russia, quella più popolosa. Si passeranno gli Urali, la Siberia, il lago Baikal, la zona di Amur e il Far East con la natura ancora vergine, antiche foreste e una densità di popolazione di 2-4 persone per chilometro quadrato. Il tracciato poi scorre lungo i confini del Kazakistan, della Mongolia e della Cina.

Sul sito internet apposito, www.redbulltranssiberianextreme.com, si possono già leggere tutte le notizie sulla gara e sulle singole tappe, che si potranno seguire in tempo reale.  La partenza da Mosca sarà alle 6 di mattina, dopo 20 minuti già si lascerà la capitale per finire sul fiume Volga, a Kostroma. Durante il tracciato, si passerà vicino al monastero di Yaroslavl. Un assaggio da 330 chilometri, di cui 2,850 metri di salita.

Già la seconda tappa, con arrivo a Perm, è da maratoneti in bicicletta, visto che i chilometri da percorrere sono ben 1.094. La più lunga sarà però la 12ª, da Chita-Svobodniy, per un totale di 1.382 chilometri. Quando le gambe saranno già molto, molto pesanti.

La Ferrovia Transiberiana

La corsa ciclistica costeggerà la Ferrovia Transiberiana, che è lunga esattamente 9.288,2 chilometri ed è la linea più lunga del mondo. Fu presentata per la prima volta nel 1900 all’Esposizione Universale di Parigi, con il nome di Train Transibérien. Si può chiamare veramente Transiberiana solo la parte centro-orientale della ferrovia, da Celjabinsk a Vladivostok, costruita tra il 1891 e il 1916. Da questa data, Mosca è collegata a Vladivostok. La Transiberiana è tuttora in fase di espansione.

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Prima che venisse ultimata l’intera linea ferroviaria, i viaggi tra Mosca e Vladivostok duravano dai 3 ai 4 mesi. Fu costruita a grandissima velocità, con una media di 740 chilometri al giorno. All’apice, ci lavorarono 90 mila uomini contemporaneamente, molti dei quali condannati ai lavori forzati. In migliaia morirono per le proibitive condizioni di lavoro.

Un tedesco ha riportato la Ferrari al successo in Formula Uno dopo 676 giorni di digiuno. L’ultima volta era stato Fernando Alonso a passare per primo sotto la bandiera a scacchi nel Gp di casa, in Spagna. Era il 2013. Due anni dopo, Sebastian Vettel ha stupito tutti perché era solo al secondo gran premio alla guida della Rossa. Un successo festeggiato giustamente con tanto, tanto entusiasmo. Ma la Ferrari può davvero spodestare la Mercedes anche nella classifica costruttori e in quella piloti a fine Mondiale? Dieci sono i motivi per poterci credere.

Arrivabene comincia… bene

Come dice il cognome, Arrivabene, ha iniziato benissimo. Il nuovo direttore sportivo della Scuderia Ferrari, che di nome fa Maurizio, ha conquistato il successo al secondo Gp del 2015. Che sia il portafortuna di Maranello? Di sicuro, come un certo Briatore, è un uomo che si è fatto da solo. Dirigente d’azienda, è pure nel Consiglio d’amministrazione della Juventus. La sua pacatezza in pista ha dato tranquillità ai piloti (non dimentichiamo che se Vettel ha vinto, Raikkonen è arrivato quarto, partendo praticamente dall’ultimo posto in griglia) e a tutto l’ambiente. Chi ben comincia…

Maurizio Arrivabene

La voglia di riscatto

Il 2014 è stato un disastro per la Ferrari, inutile girarci intorno. Pure la Toro Rosso le ha suonate al Cavallino (ex) rampante. Fare peggio era difficile, fare subito così bene però era quantomeno utopistico. Ma la voglia di riscatto ha giocato e giocherà un ruolo fondamentale in una squadra poco abituata a prendere mazzate da scuderie molto meno titolate. Energia vitale, insomma, quel tragico 2014.

La nuova squadra

Vettel traduce in pista ciò che avviene al muretto dei box. Dove si è visto un gran lavoro di squadra. Forse è merito anche della nuova gestione Ferrari: promuovere le seconde linee. Ecco allora Simone Resta, capo progetto, e Mattia Binotti, regista della power-unit che riunisce il propulsore turbo tradizionale e due motori elettrici. La nuova squadra viaggia compatta: questo è importantissimo per andare fino al traguardo.

Macchina migliorata

Non si può prescindere da un’ottima macchina per tentare l’assalto al Mondiale. La Ferrari ha lavorato in silenzio in autunno e inverno sfornando due monoposto dal motore più potente, con migliore aerodinamica e nuovi accorgimenti nel telaio. Quella macchina ha dimostrato di essere anche affidabile. E ha trionfato al secondo Gp della sua vita.

Mercedes ‘umana’

La Mercedes resta la squadra da battere, su questo non ci piove. Ma la Casa tedesca ha dovuto alzare bandiera bianca questa volta. La Ferrari, se vorrà vincere il Mondiale, dovrà fare meglio della Mercedes. Lwe altre scuderie paiono attardate. Insomma, nell’ultimo gp, i mostri della Mercedes sono parsi più umani. Lewis Hamilton è ancora primo nella classifica piloti, ma forse non si aspettava un ritorno così repentino da parte della Rossa. Lo hanno detto anche i dirigenti tedeschi: “In due settimane, siamo stati raggiunti”. E superati.

Michael Schumacher

Vettel come Schumacher

Vettel ha portato in dote alla Ferrari quattro titoli mondiali vinti. E scusate se è poco. Tedesco come un certo Michael Schumacher, ha portato l’esperienza a casa Maranello. E’ entrato in punta di piedi, ma con grandissima voglia. E si sa che voglia ed esperienza sono due ingredienti che, se combinati insieme, possono anche fare il miracolo.

La Rossa ‘silenziosa’

Niente proclami di guerra e di successo. E ci mancherebbe altro dopo l’anno orribile appena vissuto. Ma anche questa è strategia: la Ferrari ha lavorato a testa bassa, in silenzio. Senza dire vinceremo, faremo. Cosa che capitava puntualmente negli anni passati. Il team principal si è spinto fin qui: “Se vinceremo 4 gare, andremo a piedi nudi sulle colline di Maranello”.  Ne mancano tre, ma l’appetito vien mangiando…

James Allison

Se il segreto della Ferrari di Schumacher era Jean Todt, quello della versione 2015 è James Allison. A Maranello da oltre un anno, la SF15-T è la prima vera vettura nata dalle sue sapienti mani. Proveniente dalla Lotus, dove aveva portato Raikkonen al successo, ora Allison è approdato in una scuderia dove la pressione è ben più alta. Ma ha cominciato a raccogliere, grazie anche a un particolare non indifferente: non usura le gomme.

L’entusiasmo dei tifosi

Nel calcio si parla spesso di ‘dodicesimo uomo’ per indicare la Curva che può fare la differenza nelle gare casalinghe. Ebbene, la Ferrari da questo punto di vista non è seconda a nessuno. La bandiere del Cavallino Rampante sventolano ovunque. Siccome le vittorie portano entusiasmo e l’entusiasmo è benzina per tutti, allora il pubblico ferrarista potrebbe dare la differenza. Dare quel qualcosa in più ai piloti in pista e ai meccanici ai box.

Tifosi della Ferrari

Vettel l’umanoide

Un robot, come tutti i tedeschi? Beh, allora andatevi a vedere cosa è successo dopo l’ultimo successo. Vettel che salta addosso ai meccanici, che si commuove e dice “Grazie Ferrari”. Vettel che abbraccia tutti e piange.  L’umanità di Vettel ha conquistato i tifosi. In pista è effettivamente freddo come un robot e questo fa la differenza, fuori si trasforma in un tipo mediterraneo. L’umanoide Vettel può trascinare anche grazie a questi suoi atteggiamenti che ben si fondono con l’italica voglia di fare festa. Ma solo a cose fatte.

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Ha suscitato reazioni entusiaste l’esordio con vittoria di Valentino Rossi in Qatar. Una MotoGp che ritrova il suo storico dominatore, finalmente a bordo di una moto competitiva, è un messaggio importante per tutto il movimento. La sua vittoria, però, non ha mancato di sollevare anche qualche interrogativo: il Dottore, a 36 anni, saprà tenere botta ad avversari (Marquez in testa) anche di oltre dieci anni più giovani? Abbiamo cercato la risposta in una top-10 dei “vecchietti” dello sport, capaci di trionfare in età avanzata (in alcuni casi anche over-40).

1. Josefa Idem

L’ex canoista bionica ha partecipato senza interruzioni a otto edizioni delle Olimpiadi – da Los Angeles 1984 a Londra 2012 – gareggiando per due Nazioni (Germania fino al 1989, a seguire l’Italia sino a fine carriera) e collezionando 38 medaglie tra Giochi Olimpici, Mondiali ed Europei. Si è qualificata all’ultima rassegna olimpica a 48 anni e ha conquistato l’ultima medaglia a 43, a Pechino, nel K1 500 m, dove ha perso l’oro per soli 4 millesimi. Da segnalare anche l’argento ad Atene 2004 a soli 15 mesi dal parto del secondo figlio.

2. Dino Zoff

Nella notte di Madrid dell’11 luglio 1982, il portierone azzurro sollevò la terza Coppa del Mondo nella storia della nostra Federazione, all’età di 40 anni e 4 mesi. Attualmente è ancora il giocatore più anziano ad essersi imposto nella rassegna iridata e detiene il record di imbattibilità di un portiere in Nazionale: 1142 minuti in partite ufficiali consecutive, da Italia-Jugoslavia del 20 settembre 1972 ad Haiti-Italia del 15 giugno 1974.

3. Armin Zoeggler

L’altoatesino ha appeso lo slittino al chiodo lo scorso ottobre, alle soglie dei 41 anni, prima però non ha mancato di centrare un record senza precedenti: con il bronzo all’Olimpiade di Sochi 2014, infatti, è diventato il primo atleta nella storia olimpica (sia estiva che invernale) a ottenere una medaglia individuale, nella stessa disciplina, in sei edizioni consecutive dei Giochi. Specializzato nel singolo, nel suo palmarès vanta oltre ai sei titoli mondiali, quattro europei, dieci Coppe del Mondo e sei medaglie olimpiche (due ori, un argento e tre bronzi).

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4. Valentina Vezzali

Schermitrice, specialista nel fioretto, è l’azzurra più medagliata di tutti i tempi, nonché una wonder woman capace di mettere al mondo due figli, nel 2005 e 2013, senza interrompere l’incredibile striscia di successi. È stata la prima schermitrice al mondo a essersi aggiudicata tre medaglie d’oro olimpiche individuali in tre consecutive edizioni, più altri tre ori olimpici a squadre, oltreché un argento e 2 bronzi sempre ai Giochi; è stata vincitrice anche di sei titoli mondiali e di cinque europei, ai quali vanno aggiunte 11 Coppe del Mondo e svariati altri successi. Gli ultimi della lunga serie, a 40 anni compiuti, ai Mondiali Kazan 2014: bronzo individuale e oro a squadre.

5. Michael Jordan

Il più grande cestista di tutti i tempi, giocatore totale, capace di vivere tante vite (compresa una breve parentesi da giocatore di baseball) ma sempre costellate da trionfi e riconoscimenti di squadra e personali. Il primo successo Nba con i Chicago Bulls nel 1991 a 28 anni, seguito a stretto giro da altri due e poi dai tre consecutivi del 1996, 1997 e 1998, dopo il passaggio in Major League e il ritorno con i Bulls nel 1994-1995. Dopo un altro ritiro nel 1998, è rientrato sul parquet per altre due stagioni nel 2001, questa volta nei Washington Wizards, all’età di 38 anni.

6. Nigel Mansell

Il baffo più famoso della Formula 1 si è laureato campione del Mondo relativamente tardi, all’età di 39 anni con la sua Williams-Renault, quindi l’anno successivo, lasciata la F1, ha bissato il successo anche nel campionato Cart. Mansell è il secondo pilota britannico di maggior successo con 31 Gp vinti, superato nel 2014 da Hamilton in occasione della vittoria negli Stati Uniti.

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7. Jeannie Longo

Il nome forse dirà poco ai non esperti, ma la francese è una ciclista su strada, biker e pistard, campionessa olimpica in linea nel 1996, nove volte campionessa del mondo su strada tra corsa in linea e cronometro e quattro volte su pista nell’inseguimento individuale. Nella sua lunga carriera è riuscita a centrare anche la medaglia di bronzo a Sidney 2000 (alle soglie dei 42 anni) e a partecipare alla successiva edizione di Atene, senza però piazzarsi sul podio.

8. Mario Cipollini

È stato uno dei ciclisti più istrioni che lo sport delle due ruote abbia conosciuto, ma anche uno dei migliori velocisti di tutti i tempi. Ha dominato gli arrivi in volata di buona parte degli anni ’90 e di metà anni 2000 tenendo botta sino al 2008, a 41 anni compiuti. Uno dei suoi ultimi successi di maggior rilievo resta il campionato del mondo su strada a Zolder (Belgio) nel 2002, a 35 anni.

9. Serhij Bubka

Il più grande di tutti i tempi nella specialità del salto con l’asta, ha stabilito 35 nuovi record mondiali, 17 dei quali all’aperto e 18 indoor. Tredici le medaglie d’oro conquistate tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei all’aperto e indoor. Si racconta che siccome l’Unione Sovietica era solita offrire consistenti bonus monetari per ogni record, Bubka abbia volontariamente centellinato per anni le proprie capacità per essere in grado di stabilire un nuovo primato ad ogni evento successivo. L’ultimo successo a 34 anni con l’oro ai Mondiali di Atene nel 1997.

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10. Juri Chechi

Ha dominato la specialità degli anelli negli anni novanta, riuscendo a dare all’Italia una medaglia d’oro olimpica nella ginnastica alle Olimpiadi di Atlanta 1996, 32 anni dopo il precedente di Menichelli. Ma negli occhi di molti sportivi, nonostante un medagliere ricchissimo, è rimasta soprattutto l’emozionante esultanza per l’inaspettato bronzo conquistato ad Atene 2004, al rientro da un gravissimo infortunio e a quasi 35 anni compiuti. Un monumento dello sport nazionale che ha deciso di chiudere con il botto la sua carriera.

Spopola in TV la Serie 1992 in onda su Sky ogni martedì. La fiction, che affronta un anno molto difficile, dal punto di vista politico e sociale, per il nostro Paese, rievoca anche avvenimenti più piacevoli dal punto di vista della cultura, della TV (Non è la Rai vs Domenica In), del costume. Noi di Betclic abbiamo rievocato dieci episodi sportivi da tramandare, nell’anno delle Olimpiadi di Barcellona e degli Europei di Svezia. E non solo…

L’Italia murata 

La nazionale italiana di pallavolo si presenta alle Olimpiadi del 1992 da stra-favorita, dopo aver conquistato il mondiale in Brasile due anni prima, annichilendo in finale la fortissima compagine cubana. Ma a Barcellona qualcosa va storto e il sogno a cinque cerchi della “generazione dei fenomeni” va a infrangersi contro il muro olandese ai quarti di finale del torneo. “Non sta scritto da nessuna parte che chi ha vinto prima deve necessariamente trionfare poi” afferma Julio Velasco a fine partita. Le Olimpiadi restano il grande rimpianto della nazionale (non solo italiana) probabilmente più di tutti i tempi: su tutti emergono Giani, Zorzi e Lucchetta. Ma a Barcellona, forse per colpa del villaggio olimpico, forse per colpa della pressione, qualcosa va storto. 

Zeman e la zona

“Marcare a uomo? Non dirò mai a un mio calciatore di giocare solo per controllare un avversario.”  Questa è la filosofia del Foggia di Zeman, che dal 1989 al 1994 mette in scena negli stadi d’Italia il calcio più spettacolare degli ultimi anni, arrivando a sfiorare la qualificazione UEFA nel 1994. Nel 1992, al termine della prima stagione in A, il Foggia di Zeman arriva nono, con il secondo miglior attacco del torneo dopo quello del Milan degli invincibili. La sua è una vera e propria rivoluzione culturale. Applica all’ennesima potenza gli schemi di Arrigo Sacchi, con una squadra di carneadi. Nella provincia italiana. Il vero miracolo italiano è boemo. 

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Quincy Watts, l’eroe di Barcellona

È l’inizio di un famoso spot della Nike, uno dei più ambiziosi dell’azienda americana. Si tratta di un’opera lirica “La super ammortizzata mogliettina con le super ammortizzate Nike Air Shoes“. Lo spot è cantato in italiano con i sottotitoli in inglese, i protagonisti sono Charles Barkley e appunto Quincy Watts, che vinse due medaglie d’oro ai Giochi olimpici. Si aggiudicò l’oro individuale nella gara dei 400 m battendo per due volte il record olimpico di 43″86 stabilito, in altura, da Lee Evans nel 1968 a Città del Messico. All’oro individuale aggiunse quello della staffetta. E anche qui fu record.

Il sogno blucerchiato

188 KMH. Tanto è potente il tiro di Koeman che il 20 Maggio 1992 a Wembley, nei supplementari, disintegra il sogno europeo della Sampdoria. Un tiro talmente veloce che per vedere la palla devi mettere per forza il rallenty. Pagliuca si tuffa sulla sua destra, ma non può nulla. Quella notte il Barcellona (che gioca in giallo per scaramanzia) conquista la sua prima Coppa dei Campioni ai danni della Sampdoria di Boskov, Mancini e Vialli. Quest’ultimo, già ceduto alla Juventus, gioca una delle sue paggiori partite sbagliando due gol fatti nel primo tempo supplementare. Se li sognerà di notte, per anni, dirà.

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L’età dell’oro della scherma italiana

Strani incroci nel 1992 tra Barcellona e Jesi. Se i sogni di gloria di Roberto Mancini affondano a Wembley colpiti dal siluro blaugrana di Koeman, il 30 luglio la sua concittadina Giovanna Trillini conquista l’oro olimpico nel fioretto contro la cinese Wang Huifeng. È l’inizio dell’età dell’oro della scherma italiana, che durerà fino a Pechino 2008, con i successi di un’altra atleta jesina, Valentina Vezzali e, in seguito, di Elisa Di Francisca. Un successo che parte da lontano, dal maestro Ezio Triccoli.

La fine dell’Impero slavo

Nazioni, culture, lingue ed etnie differenti. Un solo maresciallo, Tito. Ma il progetto della grande Jugoslavia, tenuta assieme più in maniera coercitiva che per unità di intenti, si sgretola definitivamente nel 1992. L’antefatto calcistico è del 1990  Faceva un gran caldo a Zagabria quel 13 maggio In programma la “grande classica” del campionato jugoslavo: Dinamo Zagabria – Stella Rossa Belgrado. Le repubbliche federate erano scosse da fermenti nazionalisti e le squadre simbolo delle capitali di Croazia e Serbia, quel giorno, rappresentavano molto di più della rivalità calcistica per i tifosi sugli spalti dello stadio Maksimir. Certo tra i Bad Blue Boys (nome ispirato a un film del 1983 con Sean Penn), gli ultras della Dinamo, e i Delijie (eroi), quelli della Stella Rossa, non correva buon sangue. La scintilla scoppia intorno alle 18. I tifosi della Stella Rossa, alcune centinaia, iniziano a distruggere i grandi pannelli della pubblicità alle loro spalle e a staccare i sedili di plastica per lanciarli sulle tribune vicine dove c’erano i tifosi della Dinamo. In campo c’è anche Zvonimir Boban. Anche se ha solo 21 anni è il capitano della Dinamo, la stella, che davanti a lui ha una brillante carriera in Italia. Molti di quegli ultras saranno protagonisti della guerra, su tutti la Tigre Arkan. L’ormai ex Jugoslavia deve rinunciare agli europei per ordine della NATO.

Tigre-Arkan

La favola Danimarca

Il 30 maggio 1992 la risoluzione dell’ONU 757 vieta alla Jugoslavia di partecipare ad ogni manifestazione sportiva nel mondo. La creatura di Tito si è sbriciolata. Non esiste più, dilaniata da odio, nazionalismo e violenze. All’europeo in Svezia il suo posto spetta di diritto alla Danimarca, arrivata seconda nel girone eliminatorio, ad un punto dalla nazionale slava. A 10 giorni dall’inizio del torneo, i danesi tornano dalle vacanze e vanno a giocare l’europeo senza preparazione fisica e senza grosse pretese. E invece il 26 giugno 1992 il capitano danese Lars Olsen alza il trofeo: la Danimarca, cenerentola del torneo, ha sconfitto in finale la Germania, campione del mondo in carica. Favola nella favola: il gol del 2 a 0, in finale è realizzato dal centrocampista Vilfort, che tra una partita e l’altra tornava a casa ad accudire la figlia malata di leucemia. 

Il settebello in acqua

Anche questa è una grande storia. Va in scena l’11 agosto 1992, a giocarsi una drammatica finale del torneo olimpico di pallanuoto sono i nostri azzurri, allenati dal croato  Ratko Rudic, contro i padroni di casa della Spagna che si aspettava di chiudere alla grande con una medaglia d’oro. Clima caldissimo, in tutti i sensi, con in tribuna i reali spagnoli, pronti a festeggiare. L’Italia si porta in vantaggio per 3 volte con 3 gol di scarto e sembra poter avere la meglio. Alcune decisioni arbitrali ”casalinghe” riportano a galla la Spagna che ottiene il pareggio a 37″ dal termine con il gol del 7-7 firmato da Oca che manda la sfida ai tempi supplementari. Ed è qui che la partita diventa epica con l’atmosfera che diventa incandescente dentro e fuori dall’acqua. Nel secondo tempo gli spagnoli usufruiscono di un rigore che il capitano Estiarte mette a segno: 8-7. Ma è Massimiliano Ferretti a trovare a 20″ dalla fine il gol dell’8-8. Si va così ad una nuova coppia di tempi supplementari che non sblocca la situazione e ne richiede una terza, mentre gli animi si scaldano sempre di più e ci sono scintille anche tra le due panchine. Al sesto tempo supplementare la svolta: Ferretti, subisce fallo e passa sulla sinistra a Nando Gandolfi che è smarcato e non sbaglia, battendo il portiere Rollan e siglando il gol del 9-8 azzurro.

Il Dream Team 

Non sempre avere la migliore squadra è garanzia di vittoria. Succede che i grandi giocatori non vadano d’accordo e che il campo sovverta i pronostici. Non con il Dream Team. Se mai nella storia della pallacanestro può essere esistita una squadra perfetta, allora quella era il Dream Team del 1992. Semplicemente straordinario: Charles Barkley, Larry Bird, Clyde Drexler, Patrick Ewing, Magic Johnson, Michael Jordan, Christian Laettner, Karl Malone, Chris Mullin, John Stockton, Scottie Pippen, David Robinson. Nelle dinamiche interne di quello spogliatoio, nelle accese sfide in allenamento (la squadra di Magic sempre contro la squadra di Michael) si consumava un vero e proprio passaggio di consegne, per niente pacifico, assolutamente non scontato. Con Bird vessato da grossi problemi alla schiena e vicino al ritiro, ci pensava un gasatissimo Magic Johnson (da un anno lontano dai parquet dopo l’annuncio della sua sieropositività il 7 novembre 1991) a far di tutto per non lasciar strada libera al giovane Jordan, in rampa di lancio per diventare il miglior giocatore al mondo.

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 Sacchi e il miracolo italiano

Azeglio Vicini è un bravo allenatore e un uomo pacato. Forse troppo pacato, e decisamente poco fortunato. La sua avventura mondiale finisce in semifinale contro l’Argentina, immeritatamente. La sua nazionale è bella, è la squadra della gente, ma non vince. Per di più un palo di Rizzitelli in Russia frena la rincorsa agli Europei del 1992. Con un vero e proprio colpo di stato calcistico Antonio Matarrese rovescia il governo e opta per una svolta, chiedendo a Silvio Berlusconi di liberare il “suo” allenatore. È Arrigo Sacchi, ed ha vinto tutto. Berlusconi, che mette avanti gli interessi della sua squadra a quelli della nazionale intuisce che questa svolta azzurra ha anche sottili implicazioni politiche. Il suo allenatore più vincente, sarà l’allenatore di tutti e porterà la filosofia “Milan” in nazionale. È tempo di fondare un nuovo partito e magari chiamarlo con un nome che evochi successi calcistici e unità nazionale: dice niente Forza Italia?