MOTORI

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Nell’ultimo weekend abbiamo assistito, quasi in contemporanea, a due grandi eventi sportivi: il Gran premio di Monza ed il Gp di Silverstone in Gran Bretagna. Le due gare ci hanno fatto ragionare: appassiona di più la F1 o la MotoGP? La risposta è soggettiva, chiaro; noi però abbiamo analizzato i Gran Premi cercando spunti interessanti per rispondere a questa domanda.

La gara di Monza è stata, in una parola, “monotona“: Mercedes davanti e tutti gli altri dietro. Ovvio, la partenza da città trafficata di Hamilton ha reso l’esito finale differente da quello che ci aspettavamo, ma sempre due macchine della casa di Stoccarda davanti ed i poveri “umani” ad oltre 20” dal vincitore Rosberg.

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Il podio di Monza 2016 – Rosberg, Hamilton e Vettel

Insomma, la gara è durata 800 mt, quelli che hanno fatto sperare al popolo rosso di vedere Vettel attaccare la Mercedes numero 6. Il popolo rosso, appunto. Tifosi che non hanno mai abbandonato la speranza di vedere una delle due macchine di Maranello stare davanti ad almeno una Mercedes ma, purtroppo, non è stato così. Il tifo Ferrari merita altro.

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Il “popolo rosso” all’autodromo di Monza

La MotoGP, al contrario della F1, ci sta abituando all’imprevedibilità. Le ultime 5 gare ci hanno consegnato 5 differenti vincitori: Miller, Marquez, Iannone, CrutchlowViñales, roba da sogno per chi è abituato alle 4 ruote. La gara di Silverstone è stata l’apoteosi dell’ignoranza come direbbero i piloti romagnoli; tralasciando la gara del vincitore (possiamo riassumere la prestazione del buon Maverick con partenza, fuga, traguardo, vittoria) quello a cui abbiamo assistito dietro di lui ci ha fatto stare incollati alla televisione: 4 “pazzi” di nome Cal, Valentino, Marc e Iannone (nonostante l’ennesima caduta) se le sono date di santa ragione, come se non ci fosse un domani.

Abbiamo visto sorpassi, staccate e carenate a cui, da qualche tempo, non eravamo più abituati.

È questo ciò che rende eccitante e adrenalinico questo sport: puoi non essere un tifoso o essere il direttore del fan club di Valentino Rossi, ma quando assisti ad un sorpasso millimetrico effettuato ad oltre 250 km/h su due ruote, sale quasi spontanea quella sensazione che ti fa stringere le mani sui braccioli del divano sperando che il tentativo vada a buon fine.

La battaglia tra Valentino e Marquez ha emozionato per spettacolarità e decisione

Gli amanti della F1 vivono di storia: portano avanti il ricordo delle battaglie di un tempo, dei grandi duelli che hanno animato le domeniche di milioni di appassionati. Chi non ha mai sentito parlare di Jackie Stewart, Niki Lauda, Nelson Piquet, Gilles Villeneuve, Ayrton Senna, Alain Prost, Nigel Mansell, Michael Schumacher?

Oggi, la tecnologia, ha scavalcato il pilota.

Le macchine influiscono oltre il 70% sulle prestazioni in pista,  rendendo il pilota una componente non più fondamentale in gara. I mondiali vengono vinti a dicembre da ingegneri e meccanici rendendo la competizione priva di duellismi se non tra compagni di scuderia (vedi Rosberg – Hamilton).

Questo sport ha perso la sua componente “umana”: vincono le macchine, non i piloti.

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Da sinistra: Senna, Prost, Mansell e Piquet

La MotoGP si è affacciata agli occhi delle persone più recentemente: è vero che campioni come Mike Hailwood, Giacomo Agostini, Wayne Rainey, Kevin Schwantz e Mick Doohan hanno creato le fondamenta di questo sport, facendoci emozionare con le loro storie e rivalità, ma possiamo affermare, senza essere troppo patriottici, che con l’arrivo nel “circus” di Valentino Rossi questo spettacolo è stato reso ancora più coinvolgente.

In passato il motomondiale era conosciuto solo agli addetti ai lavoro ed agli appassionati: negli ultimi anni si è notato un importante incremento del seguito a questo sport, con tifosi che riempiono le tribune dalle prime ore del sabato mattina. Questo succede perchè ogni weekend abbiamo la possibilità di assistere ad uno spettacolo diverso e sempre imprevedibile; basti pensare alla stagione 2015, la più seguita di sempre per via dell’ormai celebre “duello da strada” tra Rossi e Marquez.

Questo è quello che vuole vedere la gente. Spettacolo, andrenalina, rivalità; soprattutto vuole sapere chi c’è dentro quel casco. Vuole conoscere la sua storia, le sue sfaccettature, vuole sapere cosa pensa prima e soprattutto dopo la gara.

E tutto questo la MotoGP lo offre.

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Schwantz-Rainey, il duello “clou” di inizio anni 90′

Se la Formula Uno in passato rappresentava lo sport motoristico per eccellenza, la lotta dell’uomo prima contro la propria macchina, poi contro gli altri piloti, oggi è l’emblema di quanto la parola tecnologia, nel mondo dei motori, non significhi per forza “passi avanti“. La noia e l’invariabilità di risultati rendono questo sport un passatempo per appassionati tendenzialmente “over 50”. Il rischio è di ritrovarsi, fra qualche anno, con sempre meno patiti trasformando questo spettacolo in un porto di innovazione automobilistica.

La MotoGP, per intensità, storie e colpi di scena ha decisamente superato in termini di “intrattenimento” la F1. Questo è uno sport giovanile, al passo coi tempi, dalle ombrelline alla telecronaca, dalle livree dei caschi alla scelta dei circuiti. Gli spettatori restano incollati al teleschermo per 40 minuti isolandosi dal mondo circostante sicuri che assisteranno ad uno spettacolo sempre differente.

Ci auguriamo che la nuova proprietà del circus delle 4 ruote riporti questo sport agli antichi splendori, lasciando perdere le regole assurde e sempre differenti che ogni anno causano “scompensi” tra i piloti e tra i tifosi; contrariamente, ci auguriamo che la MotoGP possa restare avvincente e sempre imprevedibile, che ci possa narrare ogni weekend una storia nuova e, per un’ora o più, distrarci dalla noiosità domenicale.

Recuperiamo la F1, salvaguardiamo la MotoGP.

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Dopo le Iene che portano bene (ricordate i servizi dell’ex inviato Peppe Quintale?), ora anche Belen Rodriguez. Anzi, nel caso della showgirl argentina una definizione del genere appare quasi riduttiva. E non potrebbe essere diversamente quando si tratta della donna che trasforma in oro – o quanto meno in gossip – tutto quello che tocca. Meglio parlare di “Effetto Belen” a questo punto. Una definizione più consona a contrassegnare quanto andato in scena nell’ultimo weekend sportivo a diverse centinaia di chilometri di distanza, un evento dall’altro.

Da una parte, sul circuito di Spielberg in Austria, la prima vittoria in MotoGp della carriera di Andrea Iannone che ha messo in fila nell’ordine il compagno Dovizioso, lo spagnolo Lorenzo, il mito Rossi e anche il prossimo campione Marquez; dall’altro l’esordio di Marco Borriello con la nuova maglia del Cagliari in Coppa Italia (avversario: la Spal, neo-promossa in B) bagnato subito con un poker di gol per l’attaccante 34enne. Punto di contatto tra i due sportivi – neanche a dirlo – lei, che in quest’estate da mamma single è stata fotografata prima col campione della Ducati e poi con il bomber con cui si mormora ci sarebbe stato un ritorno di fiamma.

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Inevitabile, dunque, che alla ripresa delle attività i due sportivi si siano trovati sempre più spesso a dover rispondere a domande su Belen, anche in occasioni di uscite ufficiali. Come nel caso della recente presentazione di Borriello in Sardegna: “Belen allo stadio? È una cara amica, può venire quando vuole“, ha tagliato corto l’attaccante evitando che la conferenza trascendesse nel gossip. È solo “un’amica speciale“, invece, per Iannone che l’ha ospitata ai box per tutto il weekend di corse in Austria. “È venuta a vedere la gara – ha aggiunto il pilota che a fine stagione dirà addio alla rossa di Borgo Panigale -. Sono contento se si diverte“. Salvo poi affondare la stoccata, al cospetto di una domanda più esplicita sul suo ruolo di portafortuna: “Non posso dirvi quello che vorrei dirvi, però assolutamente sì, Belen e i ragazzi che sono venuti mi hanno portato fortuna. E poi come si dice, quando una persona ha un gran culo“. Fortuna che non poteva dire!

Insomma riflettori accesi su questo triangolo, che triangolo non è, nel quale a saltare agli occhi – al di là delle paparazzate varie ed eventuali – saranno soprattutto i risultati sportivi. Per Borriello, che per tutta l’estate ha imperversato su Instagram in compagnia di Bobo Vieri e Gianluca Vacchi, quella di Cagliari è un’occasione di rilancio in grande stile. La squadra ha le potenzialità e gli uomini, in un interessante mix tra gioventù ed esperienza, per andare oltre la semplice salvezza e Marco, come promesso, si è presentato tirato a lucido dopo la preparazione sulle spiagge di Ibiza e Formentera. A 34 anni ha ancora parecchio da dire e i recenti esempi di bomber “stagionati” come Toni e Di Natale sono lì a dimostrarlo. Per Iannone, che di anni ne ha 27, invece, c’è un futuro immediato tutto da scrivere: è ai saluti con la Ducati, ma ci sono ancora tante soddisfazioni da prendere e una fama di pilota spericolato (e spesso scriteriato) da mettere da parte. La corsa è solo all’inizio, cos’altro produrrà l’ “effetto Belen”?

Il circuito di Montreal è magico. Non solo perché è intitolato all’indimenticato Gilles Villeneuve, ma perché spesso qui le Rosse hanno dato spettacolo. E la Ferrari di questo periodo ha bisogno di qualche aiutino dall’alto per tornare a insidiare Hamilton e Rosberg. E provare a vincere, anche se appare difficile.

Era il 1978 quando Villeneuve, qui, conquistò il suo primo successo in carriera. Era a bordo della Ferrari 312 T3, sulle tribune c’erano i suoi tifosi. L’Ile Notre Dame venne inaugurato proprio in quel 1978, oggi la pista è intitolata al grande e sfortunato pilota. Che nacque a 40 chilometri da qui, a Saint-Jean-sur-Richelieu.

Jean Alesi

CIRCUITO DA PRIME VOLTE

Stasera si corre qui, alle ore 20 italiane, tra ali di folla che faranno il tifo per la Ferrari. Forse da quel 1978, quando si sono innamorati dei bolidi di Maranello. Tifosi che hanno potuto vedere un’altra Rossa trionfare, nel 1995, con Jean Alesi, numero 27. Unica volta che il francese è finito sul gradino più alto del podio (e poi non dite che non è un percorso magico). Se il figlio di Gilles, Jacques, da queste parti ha conquistato al massimo un secondo posto – nel 1996, nella stagione d’esordio – il polacco Robert Kubica (Bmw Sauber) ricorda con piacere e con dolore questi tornanti per avere messo le ruote davanti a tutti nel 2008, ma anche per l’incidente del 2007 alla curva ‘Epingle‘: impatto contro la barriere a velocità altissima. Si salva miracolosamente, riportando solo un leggero trauma cranico e la distorsione della caviglia.

Come avrete capito, questa è soprattutto la pista delle ‘prime’ e spesso ‘uniche’ volte. Dobbiamo aspettarci una sorpresa anche questa volta?

Michael Schumacher

SCHUMACHER E I RECORD

Il primatista di successi, a Montreal, è il tedesco Michael Schumacher. In soli dieci anni, il ferrarista vinse sette volte, ma una volta era alla guida della Benetton (1994), chiudendo la serie impressionante di primi posti nel 2004, l’anno dell’ultimo titolo mondiale con la Ferrari. Ancora una volta, il circuito ‘Gilles Villeneuve‘ si lega indissolubilmente alla scuderia di Enzo Ferrari, un altro che dall’alto si spera dia un aiuto alla sua macchina. Sebastian Vettel, connazionale di Schumi, dovrà tirare fuori qualcosa in più perché, come si dice, “aiutati che il ciel ti aiuta”. Senza dimenticare che, naturalmente, c’è pure Raikkonen.

Lewis Hamilton

HAMILTON, CHI LO FERMA?

Gli ultimi anni di Formula Uno in Canada hanno rispecchiato la classifica finale. Lewis Hamilton ha ottenuto quattro vittorie, 2007, 2010, 2012 e 2015, conquistando pure quattro pole. Il campione del mondo in carica, quest’anno, deve inseguire il compagno di squadra Nico Rosberg (106 punti contro 82) prima che la scuderia decida di schierarsi apertamente con il primo, a scapito del secondo. A Montecarlo, però, Lewis ha dato spettacolo, arrivando alla vittoria numero 44 della sua carriera. E tra Barcellona e Monaco, Rosberg di punti ne ha guadagnati soltanto sei.

Sepang International Circuit Sepang Kuala Lumpur Malaysia Sunday 29 March 2015 Sebastian Vette

ALBO D’ORO, FERRARISTI CON ALTRE ‘DIVISE’

Vettel e Raikkonen una volta hanno esultato sotto la bandiera a scacchi qui in Canada. Ma per entrambi la ‘divisa’ non era quella Rossa. Il finlandese ha vinto nel 2005 con la McLaren, il tedesco nel 2013 con la Red Bull. Siccome non c’è due senza tre, non resta che sperare che pure la cabala sia dalla parte della Ferrari in questo 2016. Hai visto mai che gli interventi divini e la legge dei numeri non facciano da combinazione letale per gli avversari?

Rubens Barrichello

LA PISTA E BARRICHELLO

Il circuito canadese misura 4.361 metri, che si dovranno percorrere 70 volte, per un totale di 305,27 chilometri. Ci sono in totale 14 curve, di cui sei a sinistra. Il record della pista appartiene al brasiliano Rubens Barrichello, stabilito nel 2004: 1’13”622. Indovinate con chi correva il sudamericano? Esatto, proprio con la Ferrari. A conferma di quello che abbiamo detto finora, ma anche in ricordo di una macchina che in quel periodo andava che è un piacere più o meno su tutte le piste.

1970: PRIMA VOLTA FERRARI

Nel 1970, si correva in Canada, ma su un altro circuito, quello di Mont Tremblant. Ed è questo l’anno in cui la Ferrari ha colto la prima vittoria in questo Paese, grazie a Jacky Ickx. Solo tre anni prima, nel 1967, la prova era stata inserita nel Mondiale di F1. Nel 2005, il Gp canadese è stato la gara di Formula Uno più vista al mondo, terzo evento sportivo più visto in televisione nell’anno, dietro la finale del Super Bowl e della Champions League.

Nel computo totale di vittorie per scuderia, la McLaren è a quota 13 e precede di due lunghezze la Ferrari, a 11. A quota 7 c’è poi la Williams. In tutto, sono 11 le Case che hanno trionfato, mentre i motori che hanno ottenuto almeno una volta il primo posto in Canada sono otto. E anche qui la Ferrari è seconda, con 11, dietro alla Ford – Cosworth, a quota 12.

Start zum GP von Deutschland 1981 Alain Prost Frankreich Renault vor Carlos Reutemann Argentin

L’EDIZIONE SALTATA

Il Gp del Canada non si è svolto nel 2009. Il 7 ottobre del 2008 venne infatti escluso dal calendario Fia (al suo posto la Turchia), salvo poi essere riammesso grazie a un accordo raggiunto tra gli organizzatori e Bernie Ecclestone già l’anno successivo. Un accordo da 15 milioni di dollari canadesi contro i 35 chiesti inizialmente da Ecclestone: fu firmato un contratto quinquennale su queste basi.

Jenson Button

LA GARA PIU’ LUNGA DELLA STORIA

Montreal detiene un altro record: la gara più lunga della storia. Nel 2011, infatti, ci fu una sospensione per pioggia; il gp riprese dopo 4 ore e quattro minuti. E vinse Jenson Button, su McLaren-Mercedes con la media più bassa di sempre, 74,864 Km/h. La safety car entrò sul tracciato sei volte, il numero di sorpassi fu 89: anche questi due ultimi numeri sono un record nel mondo della Formula Uno.

Renault

IL TABACCO IN CANADA

La legislazione canadese è particolarmente dura con il tabacco e ne proibisce qualsiasi pubblicità. Al punto che, nel 2004, il Gran Premio del Canada fu inizialmente eliminato dal Mondiale. Gli organizzatori, però, riuscirono a trovare lo stesso i fondi necessari e la gara si svolse regolarmente. Nel 2011, sempre a causa delle leggi del Paese nordamericano, la livrea della Renault R31 – che ricorda le John Player Special, marca di sigarette – sarebbe dovuta essere sostituita per la gara canadese. Così non fu: all’ultimo venne trovata l’intesa con il ministero della Sanità del Quebec.

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La chicane delle Piscine, la curva del Tabaccaio, l’ex curva del Gasometro -ora ribattezzata Rascasse-, il tornante Mirabeau e il passaggio nel tunnel. Dove siamo? Avete indovinato: a Montecarlo, nel circuito cittadino del Principato di Monaco, il più suggestivo e spettacolare dell’intero Mondiale di Formula 1. Una gara con una storia lunghissima e tanti aneddoti da raccontare in oltre 70 anni di corse. Una gara glamour con macchine che sfrecciano tra yacht, abitazioni private, donne bellissime, il più delle volte in bikini e sotto gli occhi della famiglia Grimaldi, i regnanti del Principato.

La prima corsa risale addirittura al 1929, la prima valida per il campionato mondiale nel 1950 e nelle 62 edizioni ufficiali del Gp è impresso a fuoco il marchio di uno dei più grandi piloti della storia: il compianto brasiliano Ayrton Senna, capace di vincere in sei edizioni, di cui cinque consecutive tra il 1989 e il 1993. Alle sue spalle l’inglese Graham Hill e il tedesco Michael Schumacher con cinque, a quota quattro il francese Alain Prost. Tra i piloti in attività, invece, Nico Rosberg ha vinto in tre occasioni, Fernando Alonso in due, una per i ferraristi Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen e per l’inglese della McLaren Lewis Hamilton.

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In origine il tracciato era lungo appena 3,18 km, dai quali si è passati con il tempo agli attuali 3,34 km che lo rendono ugualmente il più breve del Mondiale che i piloti devono percorrere per 78 volte. Ma ci sono anche altri elementi peculiari a rendere unica la pista: dall’ampio curvone veloce all’interno del tunnel, in cui si superano i 280 km orari, infatti, a breve distanza si passa alla curva più lenta del mondiale, ovvero quella leggendaria a forma di ferro di cavallo della Vecchia Stazione, in cui si tocca il picco più basso di 55 km/h. I piloti, inoltre, affrontano la prima staccata importante al termine del rettifilo dei box, percorso ad oltre 250 km/h, una curva decisiva il cui approccio può risultare determinante per il risultato finale perché spesso chi l’ha superata per primo si è poi aggiudicato il Gran Premio.

Una pista complicata, in cui spesso le condizioni climatiche si sono messe di traverso conferendo ulteriore imprevedibilità e spettacolo alla corsa. È il caso per esempio dell’edizione del 1996, in cui a causa dell’asfalto estremamente bagnato e della pioggia, le macchine al traguardo furono appena quattro e a vincere fu il francese Olivier Panis su Ligier, alla prima e unica vittoria in F1, seguito da David Coulthard su McLaren e da Johnny Herbert su Sauber. La quarta vettura, l’altra Sauber di Heinz-Harald Frentzen, non chiuse neanche a pieni giri e a punti ci arrivarono anche Mika Salo e Mika Hakkinen, rispettivamente su Tyrrel e McLaren, usciti entrambi al 70° giro per una collisione. Appena un po’ meglio l’anno dopo, dove al traguardo ci arrivarono in dieci, a trionfare fu Schumacher su Ferrari, seguito dal futuro compagno Barrichello e dall’altro pilota del cavallino Irvine, con il francese Panis stavolta quarto.

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Insomma una gara che, anche in stagioni scontate come sembra l’attuale, non ha mai mancato di regalare emozioni, spettacolo e grande imprevedibilità. Una pista in cui il pilota può fare la differenza colmando il gap delle auto ed è quello che si augura Vettel ancora a secco di vittorie, rispetto allo strapotere McLaren.

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Al Mugello, attesa tappa italiana del Motomondiale in programma domenica, sarà ancora Jorge Lorenzo contro Valentino Rossi per l’ennesima riedizione di un derby Yamaha che è ormai una costante da un anno a questa parte. Terzo incomodo, al solito, lo spagnolo della Honda, Marc Marquez, alle prese però con un inizio di stagione a corrente alternata che però non gli ha impedito di piazzarsi, per il momento, al secondo posto in classifica generale. Una classifica corta, con i primi tre racchiusi in 12 punti ed equilibri che potrebbero cambiare in ogni momento. Ma c’è di più. La consapevolezza che possa risolversi nuovamente in uno contro uno interno alla casa di Iwata deriva infatti dai precedenti dei due piloti sulla pista italiana: Lorenzo ha vinto quattro delle ultime cinque edizioni del Gran Premio (2011, 2012, 2013, 2015); il Dottore è il pilota con più successi del circuito, due nelle classi 125 e 250 e sette in MotoGP.

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I due non hanno quindi fatto mistero delle loro aspettative nelle interviste della vigilia. “Il Mugello è una delle mie piste preferite, una delle più belle al mondo – ha attaccato lo spagnolo -. Il lay-out è perfetto per la
YZR-M1 e per il mio stile di guida. Vediamo cosa succede in questa stagione con la nuova elettronica e pneumatici. Arriviamo in Italia con la grande soddisfazione dell’ultima gara disputata in Francia. A Le Mans abbiamo ottenuto una vittoria importante e siamo in testa al campionato per cui siamo abbastanza motivati per le prossime gare“.

Dedica subito un pensiero all’entusiasmo da cui sarà accolto dal tifo italiano, invece, il pilota di casa: “È molto difficile per me mantenere la concentrazione qui – è il commento di Rossi – perché ci sono sempre tanti miei amici e fan, ma la gara del Mugello è speciale per me anche per questo motivo. Ho avuto alcune vittorie qui, molti grandi battaglie e un sacco di bei ricordi”. Sulle potenzialità Yamaha, invece, c’è sintonia con il compagno di squadra: “Quest’anno potremo essere competitivi perché la nostra moto è buona ed io sono sempre in una buona forma. Al GP di Le Mans abbiamo raggiunto in ritardo il giusto set up per la gara, al Mugello non faremo di nuovo questo errore. Dopo Le Mans sono rilassato e ora sono pronto per cercare di raggiungere il livello massimo di concentrazione“.

Ma sulla pista italiana ci sono altri piloti di casa che proveranno a chiudere il conto aperto con la sfortuna e a interrompere il dominio spagnolo in campionato. A cominciare dai ducatisti Iannone e Dovizioso, caduti entrambi, ancora una volta, a Le Mans. “Finalmente al Mugello – attacca il primo che l’anno prossimo passerà in Suzuki – e sono certo che potremo essere competitivi anche sul nostro circuito. Il GP dello scorso anno è stato uno dei momenti più belli della mia carriera: ho fatto la pole position e sono arrivato secondo in gara, e spero tanto di poter ottenere un bel risultato anche quest’anno. Con le prestazioni ed il potenziale che abbiamo dimostrato fino ad oggi, sono convinto che continuando a lavorare bene i risultati importanti arriveranno presto“.

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Sulla stessa lunghezza d’onda Andrea Dovizioso, che ha appena ottenuto la riconferma in Ducati anche per il 2017 quando è atteso l’arrivo di Lorenzo a Borgo Panigale: “Dobbiamo essere contenti del lavoro fatto fino ad oggi perché abbiamo dimostrato di essere molto veloci sia in prova che in qualifica su quasi tutte le piste, ma a volte non riusciamo a mantenere la stessa velocità in gara. Il nostro obiettivo è quindi quello di essere veloci ma usando meno energia e aggressività per preservare le gomme. Al Mugello abbiamo tutti uno stimolo in più per far bene, visto che si tratta della gara di casa per Ducati“.

Insomma gli ingredienti per una gara di altissimo livello ci sono tutti, non resta che tenersi pronti a salire in piedi sul divano!

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Jorge Lorenzo ha le palle. Per dirla con Valentino Rossi, che rischia adesso di doversi rimangiare la frecciata di inizio stagione (“Per andare alla Ducati bisogna avere le palle. E quindi resta alla Yamaha“, aveva detto commentando le voci di motomercato che volevano il collega in procinto di cambiare aria), il pilota maiorchino ha dimostrato la giusta dose di carattere per accettare, a quasi 29 anni e con cinque titoli Mondiali vinti in carriera, la sfida della rossa di Borgo Panigale. Dal 2017 correrà per l’italiana Ducati con un contratto biennale che lo renderà il pilota più pagato del Motomondiale.

Ha avuto 25 milioni di buone ragioni (12,5 l’anno) per abbracciare il tricolore nostrano, ma alla base della scelta non c’è soltanto la ricerca di una posizione contrattuale migliore anzi, forse al contrario, c’è soprattutto la ferma volontà di cercare altrove quei riconoscimenti che, pure a fronte di titoli e numeri importanti, gli sono sempre mancati in Yamaha. Almeno nella sua percezione. Dopo aver costretto Rossi a emigrare in Ducati nel 2011-2012, dunque, stavolta è il suo turno. Ha salutato tutti per sfuggire dall’ombra ingombrante del compagno più esperto, più famoso, più amato. Anche all’interno dello stesso box. Una circostanza che ha fatto fatica a mandar giù sul finire dello scorso campionato, quando ha avvertito che buona parte del team fosse al fianco del Dottore e diventata insopportabile, in avvio di quest’anno, alla notizia della firma del prolungamento tra il numero 46 e la casa di Iwata.

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La misura era colma e ha scelto così di cedere alle lusinghe del direttore generale della Ducati, Luigi Dall’Igna, che gli ha prospettato il binomio: miglior pilota del momento sulla moto più cresciuta a livello di prestazioni negli ultimi anni. Ma non solo. Ciò che probabilmente ha fatto maggiore leva sull’orgoglio e il desiderio di rivincita di Lorenzo è stata la possibilità di imporsi e vincere, lì dove Rossi ha fallito tornando, dopo due stagioni parecchio negative, in Yamaha. E in effetti, a proposito del valore della moto, i primi Gp sono lì a fornire buone conferme. Senza le mosse azzardate di Iannone e la sfortuna di Dovizioso (messo ko non solo dal compagno, ma anche da Pedrosa), le rosse sarebbero comodamente al secondo posto della classifica generale e subito dietro Marquez in quella individuale.

E Dall’Igna può così godersi il colpaccio, in vista del prossimo anno: “Un campione ti toglie tanti dubbi – ha detto ai microfoni di Sky – e un pilota come Giorgio (lo chiama proprio così, ndr) può togliere anche l’ultima scusa che uno può avere. Noi siamo qua per vincere il campionato del mondo, è la persona giusta per dimostrare se potremo riuscirci o meno. Giorgio ha uno stile di guida tutto suo e una velocità di percorrenza di curva solitamente superiore a tutti gli altri. Una moto da corsa ha tantissime regolazioni e credo che troveremo sicuramente il modo di adattarla al suo stile come è anche vero che il pilota dovrà capirla e gestirla. Non è mai qualcosa di unilaterale, ma un matrimonio alla pari”.

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Nel frattempo, però, ha a disposizione quasi un intero Mondiale per sciogliere i dubbi attorno a un’altra scelta non da poco: il futuro compagno di squadra di Jorge. Se in partenza sembrava scontato che l’indicazione ricadesse sul più giovane e rampante Iannone, dopo i disastri dei primi Gp, l’equilibrio e l’esperienza di Dovizioso sono tornati prepotentemente in auge e sembra che anche il prossimo ducatista abbia espresso una preferenza per quest’ultimo. Di sicuro sarebbe un compagno meno imprevedibile e più controllabile, ma poi al resto dovrà pensarci tutto da solo. Soprattutto a dimostrare, ancora una volta e in pista, l’assunto di cui sopra: che lui ha le palle.