BASKET

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Presidenti che cacciano gli allenatori, con l’alibi che sono loro che pagano. Il re è di sicuro il numero uno del Palermo, Maurizio Zamparini. Ma anche giocatori che fanno la fronda e, spesso, ottengono la testa del tecnico. Sì perché, alla fine, chi scende in campo può decidere di ‘giocare contro’, benché il professionismo imponga tutt’altre regole.

Uno dei casi più recenti di cronaca arriva dal basket Nba. Protagonista il leader dei Cleveland Cavaliers, LeBron James, il prescelto, l’uomo che ha racconto il testimone da Michael Jordan. Dopo una sottile guerra di nervi, alla stella del canestro Usa è riuscito il colpaccio: far mandare via il coach, David Blatt, odiatissimo. Al suo posto un ‘signor nessuno’ come Tyronn Lue, che però aveva un vantaggio su tutti i possibili successori: era l’allenatore addetto proprio a James (lo conosce da quando era minorenne). Blatt, uno dei migliori dell’ultimo decennio, messo alla porta senza tanti complimenti.

Da sottolineare, poi, che al momento dell’esonero, la squadra di Blatt era in testa nella Eastern Conference. Ma in Nba funziona anche peggio che nel calcio europeo: sono i grandi giocatori a comandare, pure mediaticamente, e gli allenatori un semplice obbligo di distinta (non sempre è così, ovviamente). Il pubblico, così in America giustifica la cacciata di Blatt: paga per vedere i LeBron James, non i Blatt. E l’azienda deve tenerne conto.

lebron james

Sacchi o Van Basten

Uno dei casi più eclatanti del calcio italiano risale ai tempi del Milan olandese. Silvio Berlusconi si trova con una brutta gatta da pelare quando la sua stella più luminosa, Marco van Basten, gli dà l’ultimatum: “O me o Arrigo Sacchi. Immaginiamo l’imprenditore a sfogliare la margherita di notte e, infine, a prendere la decisione più logica: addio al profeta di Fusignano.

Più di 20 anni dopo, Sacchi ha spiegato: “Marco mi faceva arrabbiare. Gli dicevo che era meteoropatico, mi chiese che cosa voleva dire. Anni dopo, mi ha detto di aver capito quanti problemi aveva causato, ma io gli ho risposto che me ne aveva pure risolti tanti”. Con il tempo, si tende a cancellare il ricordo brutto. Ancora Sacchi:Van Basten aveva un carattere bizzarro, ma un grande talento. Giocava con e per la squadra, caso raro nei talenti. All’inizio pensava che noi italiani avessimo l’anello al naso: se aveva male al dente, correva in Olanda. Gli dissi: noi eravamo campioni del mondo quando voi ancora eravate sott’acqua”.

Battute a parte, i due non andavano particolarmente d’accordo. Anche se Arrigo smentisce che sia stato proprio il tulipano – alla fine – a remargli contro: “Sono andato via perché lo stress mi uccideva e non volevo lasciarci la pelle. Il primo anno Marco disse qualcosa di critico su di me e sui giornali uscì: “Van Basten contro Sacchi”. La settimana dopo giocavamo a Cesena. Non dissi nulla e lo mandai in panchina: “…visto che sai molto di calcio, vieni in panchina con me…”.

Sorrentino esonera Ballardini in diretta tv

Facendo un salto avanti negli anni, arriviamo al presente. Palermo, la terra degli allenatori a tempo. Questa volta, però, non è Zamparini a premere il grilletto, ma il portiere rosanero Stefano Sorrentino. L’esonero per Davide Ballardini arriva addirittura in diretta tv, una prima mondiale. I siciliani hanno appena strappato una vittoria fondamentale a Verona, il portiere e leader dello spogliatoio, con calma serafica, ai microfoni spiega: “Abbiamo vinto da soli. Ballardini non ha mai parlato con noi. Né prima, né dopo la partita. Quanto successo ha dell’incredibile. La squadra ha giocato e vinto da sola, preparando nel migliore dei modi una partita che valeva sei punti”.

Inutile dire che il giorno dopo Ballardini non è più l’allenatore del Palermo. E a distanza di qualche settimana, la battaglia pare essere solo all’inizio, con l’ex tecnico che minaccia querele per il portiere.

CR7 scarica Benitez

Non ci sono conferme dirette, ma pure Rafa Benitez pare aver pagato non tanto le prestazioni mediocri del Real Madrid, ma la guerra con Cristiano Ronaldo, l’uomo merengue per eccellenza. Pure in questo caso, la piazza e la società hanno deciso di dare credito al portoghese e far arrivare, a furor di popolo, Zinedine Zidane.

Ma siamo sicuri che il ricatto dei giocatori sia qualcosa di accettabile? Naturalmente no. Pur se stelle, sono stipendiati dalla società e dovrebbero rendere conto al loro superiore, che è appunto chi siede in panchina. Non succede, naturalmente. In ogni spogliatoio ci sono i leader, quelli che possono portarti a vincere i titoli – se gli va a genio ambiente e allenatore – o spernacchiare la stagione, se non sono contenti dei carichi di lavoro, del troppo sudore in allenamento o della tattica rinunciataria che impedisce alla squadra di lavorare per il campione. Cioè, per se stessi. Capaci di determinare e di spostare, capaci di portare dalla loro parte i giocatori più timidi. E di manipolare la stampa amica.

Rafa Benítez durante Valencia-Real Madrid del 3 gennaio 2016.

‘Special One’ chi?

Amatissimo a Stamford Bridge, Josè Mourinho ha fatto la stessa fine di Rafael Benitez. Stagione ai minimi storici, quella del Chelsea, squadra che non seguiva più il portoghese. Impossibile non intervenire, anche se in questo caso la piazza non era contro lo ‘Special One’. Ma si era fatto troppi nemici, Josè, e questa volta non erano gli avversari, ma i suoi calciatori. Tre anni nello stesso club son tanti per uno come Mourinho: il primo anno i ragazzi si butterebbero nel fuoco per te, il secondo lottano ancora, ma con meno convinzione. Il terzo ti scaricano.

Una vera e propria faida quella scatenatasi in spogliatoio. Diego Costa, uno che segnava a ogni pallone toccato, pareva una statua. “E’ lento a capire il gioco” la spiegazione di Mou, che all’attaccante non avrà fatto piacere. Così come i lunghi riscaldamenti, inutili, perché alla fine in campo non entrava e scagliava via la pettorina. Il belga Eden Hazard, un gioiellino, ombra di se stesso: “Sto pensando di cambiare squadra, il gioco del Chelsea non mi piace”, deriso dallo stesso allenatore per aver chiesto di uscire contro il Leicester: “Si vede che si era fatto mooolto male”. Matic e Fabregas, pur non volendo, finiti pure loro in mezzo.

Insomma, un disastro. Completato dalle polemiche con il bel medico donna del Chelsea, Eva Carneiro, fatto allontanare da Mou. Alla fine, Roman Abramovic ha deciso: via Josè, dentro Hiddink. E la squadra, nell’ultimo weekend, è andata a espugnare il campo della prima in classifica, l’Arsenal.

mourinho

Volley, Bonitta non piace

Spostiamoci nella pallavolo, sport che non è immune alle faide tra tecnici e giocatori. In questo caso, la vittima è Marco Bonitta, commissario tecnico della Nazionale femminile italiana di volley. È il 2006. Dopo sei anni, le parti non vanno più d’accordo. Dimenticato l’oro mondiale del 2002 e i due argenti europei. La luna di miele è durata pure troppo.

Il bronzo al World Grand Prix è l’ultimo picco. Piccinini e Lo Bianco vogliono la testa del ct su un vassoio d’argento. Il presidente della Federazione, Carlo Magri, si piega al volere delle ragazze. Ai Mondiali del Giappone mancano poche settimane, arriva Massimo Barbolini, ma di tempo per prepararsi ce n’è davvero poco.

Otto anni dopo, però, Bonitta tornerà sulla panchina azzurra. “Il 2006? Un caso unico, un gruppo che si solleva contro il proprio coach. E chiede ufficialmente che venga rimosso dal suo incarico. Richiesta che viene accettata. Esperienza eccezionale, ma necessaria. Qualsiasi allenatore, dopo tanto tempo nello stesso posto e con le medesime persone, perde stimoli. E anche il gruppo che guida non ne ha più. Io ero arrivato al capolinea, così loro. Nessuna ferita, tutto digerito e superato”.

Non tutti la prendono così bene. O forse è stato solo il tempo che ha cicatrizzato le ferite. “Forse con le donne bisogna parlare diversamente. Se fai un appunto a un uomo, sai che viene interpretato in un certo modo. Con le ragazze devi trovare un altro linguaggio: più raffinato, più gentile”.

Francesca Piccinini

Lo sciopero dei francesi

Fece notizia, nel 2010, lo sciopero dei calciatori francesi ai Mondiali in Sudafrica. Nicolas Anelka insulta il ct Raymond Domenech nell’intervallo di Francia-Messico e viene cacciato dal ritiro. Patrice Evra, oggi alla Juve, accusa di “tradimento” la talpa che ha spifferato tutto alla stampa. I Bleus si sfaldano e decidono di non allenarsi, prendendo chiaramente le difese di Anelka. Scrivono una lettera alla Federazione, “che non ha protetto la squadra”.

Federazione e stampa, come se non bastasse, criticano Franck Ribery per lo scarso impegno in campo. Tutti contro tutti. La Francia uscirà male e a pezzi da quel Mondiale (un solo punto in tre gare). Pioveranno le squalifiche. Il 5 settembre del 2010, Domenech verrà esonerato dalla Federazione, dopo aver incassato altre critiche da parte dei media e di Evra.

Raymond Domenech

L’eccezione di Livorno

Ogni tanto qualche allenatore viene riabilitato dai giocatori stessi. Un paio di anni fa, infatti, Davide Nicola venne esonerato dal Livorno. Ma giocatori e tifosi insorsero contro la decisione, inondando il web. E così, dall’esonero del 13 gennaio del 2014 si passa alla riassunzione del 19 aprile dello stesso anno. Storie da Libro Cuore, eccezioni in un mondo in cui comandano i giocatori. Più delle società.

Tifosi Livorno

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L’Olimpia Milano sogna Andrea Bargnani, a gennaio o, più probabilmente, a giugno. Come si dice in questi casi, ci sono stati più che semplici contatti. Il patron milanese, Giorgio Armani, vuole tornare a vincere in Italia – dopo l’anno di Sassari – ma soprattutto vuole dare battaglia in Europa, dove l’Italia da troppo tempo sta a bocca asciutta.

Il 30enne azzurro sta incappando in una stagione negativa – sua e della squadra, i Nets di Brooklyn – e dopo tanti anni in Nba, non sarebbe scontento di tornare in Italia. Il contratto gli permette di uscire dal biennale e, facendo due righe di conti, di non perderci neanche dal punto di vista economico. I Nets, infatti, quest’anno pagano il ‘Mago’ 1.362.897 dollari l’anno, il minimo salariale per un veterano. E stiamo parlando della cifra lorda, dunque comprensiva delle tasse. Al netto, viene fuori uno stipendio in linea con i top player dell’Armani.

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Un ‘Mago’ per gennaio

Qualcuno sussurra che gli ammiccamenti di Milano si siano spinti fino a credere di poter portare Bargnani in Italia già in questo mese di gennaio. Il lungo azzurro scalpita, a quanto pare, e la Società milanese pure. Il tempo, però, stringe. Bisognerebbe tesserare Andrea entro il 28 gennaio, ultimo termine per poter schierare il giocare nel girone di ritorno di Eurocup. Non solo: Bargnani dovrebbe rescindere con Brookyln, mentre a fine stagione potrebbe andarsene senza penali annesse. E se rescindesse, ogni franchigia potrebbe prenderlo entro le successive 48 ore. E l’ipotesi Milano si allontanerebbe tremendamente.

Ecco perché tutto lascia pensare che l’idea verrà posticipata all’anno prossimo. Quando si potrà costruire una squadra intorno a Bargnani che, adesso invece, dovrebbe adeguarsi al roster che già c’è. Con rischi non da poco di rompere gli equilibri di un quintetto che, ormai fuori dall’Eurolega, ha tutte le carte in mano per poter vincere la Coppa Italia e il campionato. Anche senza Mago.

Andrea Bargnani

Bargnani sottotono

Certo, la stagione in America sta regalando molte delusioni all’azzurro. Incappato nella peggiore annata da quando è sbarcato negli States. Trentadue partite giocate finora, nessuna da titolare, appena 6,7 punti di media e un minutaggio che si è andato riducendo di gara in gara, fino al ‘non entrato’ contro Orlando per “scelta tecnica”. E i Nets, finora, hanno il poco invidiabile record di 10 partite vinte e 27 perse (terzo peggior bilancio Nba).

Una situazione del genere sarebbe stata l’ideale per fuggire via. Ma i Nets hanno cambiato allenatore: via Hollins, che non vedeva più il nostro. Il patron russo, Mikhail Prokhorov, ha affidato la squadra al vice, Tony Brown, con un passato da giocatore a Reggio Emilia e ad Arese. Chiaro che, con il cambio di guida tecnica, anche il vento potrebbe mutare. E Bargnani ha voglia di lasciare l’Nba in modo meno anonimo.

La fama del ‘Mago’

Certo, negli ultimi tempi Bargnani oltre oceano ha goduto di cattiva pubblicità. Cosa che potrebbe ancora una volta fare il gioco dell’Olimpia. In caso di rescissione anticipata, infatti, le altre franchigie potrebbero fermarsi un attimo di troppo a riflettere sulle parole di un certo Phil Jackson, che accusò l’italiano di essere “un lavativo” nonché “un enigma”. Attimo di troppo che favorirebbe Milano. E in Europa, statene certi, Andrea potrebbe ancora dire la sua sotto canestro.

Andrea Bargnani

La fame del ‘Mago’

Con quanta fame di rivincita Bargnani tornerebbe in Italia? E in Europa? L’Armani Milano può competere, è vero, con i budget più bassi dell’Nba (l’unica in Italia), ma siamo sicuri che nel Vecchio Continente altre corazzate non metterebbero gli occhi su un Bargnani libero? Questo è un rischio concreto. Cska Mosca, Real Madrid e Fenerbahce potrebbero proporre al nostro contratti più vantaggiosi. A quel punto, il lungo azzurro deciderebbe con il cuore o con il portafogli?

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Il precedente Datome

Milano l’estate scorsa è stata bruciata da Gigi Datome. Dopo due anni in Nba, con Detroit e Boston, il capitano della Nazionale italiana decise di tornare in Europa. L’Armani fece il possibile per prenderlo, ma alla fine Datome preferì i (tanti) dollari offerti dai turchi del Fenerbahce. Niente operazione nostalgia, dunque, ma voglia di guadagnare ancora e di lottare per vincere l’Eurolega a Istanbul. Potrebbe accadere la stessa cosa con il Mago?

Milano schiacciasassi

I tifosi dell’Olimpia sognano di presentarsi alla seconda parte della stagione con il ‘Mago’, Sanders e un nuovo playmaker. Milano diventerebbe schiacciasassi, di più di come è già. Coach Repesa ha fatto sapere ai dirigenti che lui è pronto a rivoluzionare la squadra pur di avere subito uno come Bargnani. Armani&Co. sono d’accordo nel dare un’anima sempre più italiana alla squadra per il medio e lungo periodo. Ma vogliono elementi che siano spendibili pure a livello internazionale. E Bargnani è uno dei pochi, al momento. Insomma, si proverà fino all’ultimo a scandagliare tutte le possibilità di prendere subito Andrea, ma non si piangerà se l’acquisto dovesse slittare a giugno.

Eurolega, un’ossessione

L’Italia in Eurolega (l’ex Coppa dei Campioni) da anni vive un periodo di magra. Lontani i tempi in cui le nostre squadre erano protagoniste. L’ultima volta che siamo approdati alla Final Four è nell’anno di grazia 2010-2011, ma la Montepaschi di Siena dovette accontentarsi poi del terzo posto. Per trovare una vittoria, l’ultima, bisogna risalire al 2000-2001, con la Virtus Bologna che aveva già vinto il trofeo nel 1997-1998.

E Milano? Milano in bacheca ha tre Coppe dei Campioni. La prima è del 1965-66, le altre due sono consecutive, 1986-1987 e 1987-1988. Era la Tracer quella che vinse 90-84 contro il Maccabi Tel Aviv. Era la squadra di Bob McAdoo, Piero Montecchi, Mike D’Antoni, Riccardo Pittis, Roberto Premier e Dino Meneghin. Uno squadrone.

Bargnani in pillole

Al draft 2006 dell’Nba, Andrea Bargnani fu scelto al primo giro dai Toronto Raptors. È questo l’inizio dell’avventura in America per il centro – ala italiano. Gli inizi, però, sono lontani dal grande basket. Si mette in luce in B2, con la Stella Azzurra Roma. Nel 2003, Andrea approda in serie A con la Benetton Treviso e si consacra anno dopo anno. Nel 2005-2006 vince lo scudetto e il premio di miglior giovane del campionato italiano. Non solo: si aggiudica pure il trofeo ‘Rising Star Trophy’, come miglior giocatore under 22 dell’Eurolega.

L’Nba non se lo fa sfuggire e Bargnani diventa il primo giocatore italiano a venire scelto al primo giro. Giocherà in Canada fino al 2013-2014, quando decide di firmare per i New York Knicks. Saranno gli infortuni, però, a condizionarlo finché, il 12 luglio del 2015 deciderà di trasferirsi ai Brookyln Nets al minimo salariale. Per prendersi una rivincita proprio con i Knicks. Rivincita che, come abbiamo visto, finora è mancata.

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Niente come lo sport riesce a raccontare storie di riscatto sociale e disegna metafore di vita, talmente efficaci e incisive da restare impresse quasi senza volerlo nella mente degli appassionati e non solo. Ci scuserete l’introduzione, parecchio retorica ne conveniamo, ma con il rischio di continuare a rasentarla o a sguazzarci allegramente, oggi vogliamo parlarvi di Jimmy Butler: un nome che forse dirà poco al grande pubblico, ma siamo certi che non sarà a lungo così. Almeno dopo l’ultima impresa messa a segno da questo ragazzo del Texas (è originario di Tomball, un sobborgo di Houston), di 26 anni, dotato di una forza di volontà da fare invida a chiunque.

Jimmy, dicevamo, è un giocatore dei Chicago Bulls, storica franchigia Nba, il campionato professionistico americano, nota anche ai non amanti del basket per aver goduto a lungo delle magie di un certo Michael Jordan. MJ, il più grande giocatore di tutti i tempi, è un nome che non citiamo a caso, proprio perché Butler nell’ultima settimana è riuscito a battere un record che gli è appartenuto per circa 27 anni. Pensate, non era ancora nato Jimmy, quando il numero 23 in maglia Bulls, il 16 febbraio del 1989 (il ragazzo sarebbe nato il 14 settembre successivo) metteva a segno contro i Milwaukee Bucks 39 punti nel solo secondo tempo. Un’impresa senza precedenti, una magia, una partita da fenomeno, come ne ha collezionate tante.

Eppure Jordan, dopo la notte dello scorso 3 gennaio, dovrà farsene una ragione: c’è un altro nome che gli statistici della Lega hanno trascritto, al suo posto, alla voce “maggior numero di punti realizzati in un tempo”. Quello di Butler appunto. Il ragazzo formatosi all’università di Marquette ne ha realizzati 40 trascinando la sua squadra alla vittoria in rimonta sui Toronto Raptors, in completa trance agonistica. Una notte magica che ha rappresentato una sorta di ciliegina in un periodo molto positivo per Butler che, complice l’infortunio di Rose, si è preso sulle spalle la squadra viaggiando a una media di 30.5 punti ad uscita. L’impresa, tuttavia, ha permesso non solo di far conoscere il ragazzo al grande pubblico, ma soprattutto di portare alla luce la sua storia personale.

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Jimmy, infatti, non ha una storia semplice alle spalle. A 13 anni si è trovato a vivere in mezzo a una strada, ma non per particolari ragioni di povertà o degrado (anche se di soldi in tasca non ne aveva), semplicemente – si fa per dire – perché un giorno sua madre gli ha urlato: “I don’t like the look of you. You gotta go“. “Non mi piace la tua faccia, devi andartene” e il ragazzo, suo malgrado, si è adeguato. Per circa quattro anni si è appoggiato da amici e compagni di scuola, ma non sono mancate le notti in cui è stato costretto a dormire all’addiaccio. Almeno fino a quando, a 17 anni, non ha incontrato quello che sarebbe diventato il suo migliore amico, Jordan Leslie. Tutto comincia da un incontro in un playground, poi un invito a casa per giocare ai videogame, quindi la disponibilità della mamma di Jordan, Michelle Lambert, a ospitarlo a casa per qualche notte che diventano settimane, poi mesi. Fino a quando la donna non acconsente a prendersi cura anche di Jimmy, insieme agli altri sette figli.

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Ed è lì che ricomincia la storia di Butler, anzi a dirla tutta prosegue con la stessa caparbietà di sempre, ma con l’aggiunta di un tetto stabile sulla testa e di una famiglia premurosa. La guardia ha un unico pallino in testa: giocare a basket, continuare a migliorarsi stagione dopo stagione e approdare in Nba. Ogni momento a sua disposizione è un momento buono da trascorrere in palestra, lavorare sui propri limiti, fissare nuovi obiettivi. Nel 2011 così il suo sogno si realizza: al draft Nba Chicago lo chiama alla fine del primo giro con il numero 30. La scalata è solo all’inizio e la selezione è solo un punto di partenza e non di arrivo per un lavoratore del suo calibro.

Dei suoi miglioramenti, però, cominciano ad accorgersene anche gli altri e così lo scorso anno gli arriva il riconoscimento di Most Improved Player (giocatore “più migliorato”), un attestato per certi versi superiore a quello più accreditato di MVP (Most Valuable Player). E siamo solo all’inizio: Jimmy “the worker” ha ancora fame.

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Se il coach del Reggio Emilia vice-campione d’Italia, a distanza di mesi, continua a rimpiangere il suo infortunio in gara-3 della serie-scudetto, vinta poi da Sassari all’ultimo respiro, qualcosa vorrà pur dire. Se poi lo stesso giocatore, alla voce “data di nascita”, sulla carta d’identità riporta l’anno 1996 sarà il caso di approfondire la conoscenza di uno dei talenti più limpidi che il nostro basket abbia sfornato nella storia recente. Stiamo parlando di Federico Mussini, playmaker reggiano, di nascita e formazione cestistica, da quest’anno in forza al St. John’s Red Storms, formazione di primo piano del campionato NCAA, la lega universitaria americana, bacino inesauribile di talenti da cui attingono ogni anno le franchigie NBA attraverso il draft.

Per Federico solo l’ultimo step di una rapida scalata che lo ha portato nell’ordine a esordire ancora minorenne in serie A nel maggio del 2013 (Reggio Emilia-Roma), a essere inserito in pianta stabile in prima squadra l’anno dopo, a disputare un Europeo Under18 da protagonista con tanto di palma di miglior realizzatore, a essere convocato per il prestigioso “Nike Hoop Summit“, trofeo di esibizione americano che, dal 1995, fa sfidare i migliori giovani provenienti da ogni parte del mondo contro i più interessanti prospetti statunitensi e a disputare un campionato di primo piano (37 presenze e quasi 600 minuti di campo) con la Grissin Bon di coach Max Menetti, sino alla finale persa di giugno scorso.

Ma la rapida ascesa è ancora ben lontana dall’arrestarsi. Al contrario, è proprio adesso che comincia il bello, in una nuova città (New York), in un’altra dimensione sportiva e più in generale di vita e per di più alla corte di un monumento del basket americano: quel Chris Mullin che, tra le altre cose, ha fatto parte anche del vero Dream Team di Barcellona 1992, accanto a gente del calibro di Michael Jordan, Magic Johnson, Larry Bird. È stato proprio Mussini a spiegare di recente le ragioni della sua scelta che lo ha portato a interrompere la carriera nei campionati professionistici. “Non l’ho vissuta come uno stop al professionismo – ha detto di recente -. La via della NCAA, infatti, è al momento la miglior occasione per migliorare il mio gioco individuale, sia negli aspetti in cui sono più forte ma soprattutto in quelli in cui sono più carente“.

E ancora: “Lo sviluppo individuale è più difficile da portare avanti in Italia perché ci si concentra più sulla squadra, nel college basketball invece posso focalizzarmi maggiormente sulla mia crescita individuale, senza trascurare naturalmente il gioco di squadra“. Ma la decisione di abbracciare l’NCAA è stata dettata, per sua stessa ammissione, non solo dalla voglia di prendersi subito un palcoscenico di privilegio per un futuro auspicabile nell’NBA, ma anche dalla possibilità di portare avanti studi universitari che in Italia sarebbero stati quasi inconciliabili con una carriera da pro, mentre in America sono privilegiati. Insomma giovane, ma già saggio e con le idee chiare. E i risultati lo stanno già premiando.

Nelle prime apparizioni in maglia St. John’s Red Storms si è subito imposto come uno dei tasselli imprescindibili per coach Mullin, sia nelle vesti di costruttore di gioco, sia in quelle di finalizzatore. In linea con la sua capacità di bruciare le tappe, si è inserito in fretta nei nuovi meccanismi e a fine novembre ha toccato il career high contro Chaminade firmando 24 punti. Ma la prestazione di maggior rilievo, quella da raccontare ai nipotini, è arrivata qualche giorno fa, davanti ai 14mila spettatori del Madison Squadre Garden di New York, un tempio della pallacanestro a stelle e strisce. I Red Storms, sotto la sua guida e grazie anche a 17 punti (miglior marcatore con 5/7 dall’arco e 2/2 ai liberi, oltre a 3 rimbalzi, 3 assist e una palla rubata) hanno piegato la più forte Syracuse Orange facendo schizzare in alto le quotazioni nella Big East Conference. Insomma, ancora una volta, Italians do it better e forza Federico!

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Kobe Bryant ha detto basta. Con il basket, con l’Nba, con le battaglie, con le vittorie. Un monumento della pallacanestro mondiale, a 37 anni, a fine stagione appenderà gli scarpini al chiodo. Definitivamente. La decisione era nell’aria da qualche tempo, da quando il fisico del gigante non rispondeva più come una volta agli stimoli.

Kobe ha scritto una lettera al basket, per congedarsi. Non ai tifosi, non alla sua squadra di sempre, i Lakers di Los Angeles, ma proprio allo sport che – da quando aveva 17 anni – ha amato, sulla scia del padre, giocatore che l’Italia ha potuto ammirare negli anni ’80. Ancora oggi, a distanza di tempo, c’è chi scrive: “Ditelo che Kobe ha imparato a giocare a pallacanestro a Reggio Emilia”. Una delle squadre del papà.

Kobe Bryant

Cara pallacanestro…

Inizia proprio così la lettera di Bryant, apparsa sul ‘Players Tribune’: “Il basket ha dato a un bambino di sei anni il sogno dei Lakers e lo amerò per sempre per questo. Ma se il mio cuore e la mia mente sono ancora pronti, il mio corpo sa che è ora di dire addio. Questa stagione è tutto quello che mi resta. Sono pronto a lasciarti andare, in modo che entrambi possiamo assaporare ogni momento trascorso insieme. Quelli belli e quelli brutti. Ci siamo dati tutto”.

E ancora: “Dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzini di mio padre e a lanciare immaginari tiri nel Great Western Forum ho saputo che una cosa era reale: mi ero innamorato di te. Un amore così profondo che ti ho dato tutto, dalla mia mente al mio corpo, dal mio spirito alla mia anima. Da bambino di 6 anni profondamente innamorato di te, non ho mai visto la fine del tunnel. Vedevo solo me stesso correre. E quindi ho corso. Su e giù per ogni parquet, dietro a ogni palla persa, per te. Hai chiesto il mio impegno, ti ho dato il mio cuore perché c’era tanto altro dietro. Ho giocato nonostante il sudore e il dolore non per vincere una sfida, ma perché TU mi avevi chiamato. Ho fatto tutto per TE perché è quello che fai quando qualcuno ti fa sentire vivo come tu mi hai fatto sentire. Sappiamo entrambi, indipendentemente da cosa farò, che rimarrò per sempre quel bambino con i calzini arrotolati. Ti amerò per sempre”.

Sarà un lungo tour d’addio per i palazzetti americani, fino al 13 aprile. Quando si giocherà l’ultimo match delle regoular season a Los Angeles, quello sarà il saluto alla sua gente, che ha amato la sua forza, il suo sapersi divertire ed essere decisivo; il suo carattere che gli ha permesso di affrontare a testa alta tutte le battaglie sportive. Quel pubblico che, prima di Lakers-Pacers, sul seggiolino dello Staples Center, ha trovato proprio la lettera del suo campione, sigillata, in un’elegante busta nera con il suo simbolo in colore nero. “Quando medito, la mia mente non è più focalizzata sul basket come era prima: è stato il primo segnale”.

Kobe Bryant

L’Italia nel sangue

L’Italia, Bryant. Nato nel 1978 a Filadelfia, sei anni dopo è nel nostro Paese con il papà, anche lui giocatore di basket – Joe ‘Jellybean’ Bryant – a Rieti, Reggio Calabria e Pistoia, e con la mamma Pamela Cox, sorella dell’ex cestista Chubby Cox. Chiamato Kobe ispirandosi alla carne giapponese (Pamela aveva annunciato a Joe di essere incinta in un ristorante giapponese di Filadelfia mentre mangiavano proprio questa carne). Cresce a latte e pallacanestro, si appassiona. Decide di intraprendere la stessa carriera del genitore. A 18 anni farà il suo esordio in Nba con la maglia dei Lakers. Che tuttora indossa. Una bandiera. Anche se negli ultimi cinque anni parzialmente ammainata a causa di numerosi infortuni. Solo due anni fa quello più grave, per via della lacerazione del tendine d’Achille che lo terrà lontano dai campi per otto mesi.

Ma l’Italia se la ricorda bene, Kobe, tanto da stupire ancora una volta in conferenza stampa: “Avevo promesso, da ragazzino, di concludere la carriera dove l’avevo iniziata. Mi piacerebbe tantissimo, l’Italia per me è tutto, ma purtroppo il mio corpo non me lo consente”. Già, anche se farebbe ancora sfracelli e riempirebbe i palazzi. Nella lettera, lo ha scritto chiaramente: “Palla nelle mie mani: 5…4…3…2…1”.

Pokerissimo di anelli

Con i Lakers, Kobe ha conquistato cinque anelli (l’ultimo nel 2010). Con la Nazionale americana ha vinto la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Pechino 2008 e di Londra 2012. Ha conquistato il primo posto pure ai FIBA Americas Championship 2007. È il terzo cestista più prolifico nella storia dell’Nba, dietro solo a Jabbar e a Karl Malone, ma quest’anno ha una media realizzativa di 15,7 punti a partita, con appena il 31,5 per cento dei tiri andati a segno: è il peggiore anno da quando è professionista, e i Lakers ne stanno risentendo.

Dal 1999 è sempre stato incluso in uno dei tre quintetti dell’All-Nba-Team ed è stato convocato per partecipare all’Nba All-Star Game. In 12 occasioni ha fatto parte di uno dei due Nba All-Defensive Team. Ha una media di circa 26 punti a partita, da aggiungere ai 4,7 assist e 5,3 rimbalzi, oltre e 1.800 palle rubate. A pari merito con Donyell Marshall detiene il record di triple realizzate in una sola partita, 12. Ha segnato oltre 32 mila punti in carriera. È al terzo posto per i migliori realizzatori nei play off, con 5.640 punti.

Secondo Forbes, è il decimo sportivo più pagato al mondo nel 2014, con 49,5 milioni di dollari all’attivo.

Di lui, Magic Johnson ha detto: “È stato la cosa più vicina a Michael Jordan”. Lo stesso MJ è stato il primo a telefonare a Kobe appena ha saputo del ritiro, l’estate scorsa. Sì, perché la decisione era già stata presa: “Magic mi ha detto di godermi ogni minuto in campo”. Oltre a lui, lo sapevano la moglie Vanessa e le figlie Gianna Maria e Natalia: “Se piangerò, non lo farò pubblicamente”.

Una piccola speranza olimpica

Qualcuno sogna che il Black Mamba possa partecipare alle Olimpiadi del 2016 a Rio. “Sarei onorato di andarci, ma non ne sono ossessionato” ha detto in conferenza stampa Kobe. Difficile, sarebbe più che altro un premio (meritato) alla carriera, vista la stagione che il giocatore sta vivendo.

Sarebbe comunque un modo splendido di uscire di scena: i cinque cerchi per chi ha vinto cinque anelli. Sarebbe magnifico per tutti quelli che l’hanno amato, e non parliamo soltanto di tifosi dei Lakers: quando un atleta è così forte e corretto, diventa icona anche per chi lo fischia durante le partite, più per paura che per poco rispetto.

La vita privata

È sposato dal 2001 con Vanessa Laine. Nel 2011 lei aveva chiesto il divorzio per una questione di tradimento, ma poi i due sono tornati insieme. Nel 2003, Black Mamba era finito sotto inchiesta con un’accusa di stupro, presentata da una 19enne dipendente di un hotel in Colorado. Bryant aveva ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con la giovane, ma consensualmente: fu arrestato e subito rilasciato dopo il pagamento di una cauzione. Nel 2004, i legali della dipendente avevano ritirato le accuse di violenza sessuale.

Kobe Bryant e Vanessa Laine

Il futuro

Olimpiadi a parte, Bryant ha detto di non sapere cosa fare del suo futuro: “Devo lavorare sodo per capire cosa fare. Finora ho pensato soltanto al basket”. Pare scontato che Hollywood sarà la sua prossima casa, con film e documentari sulla sua vita nel basket.

Del resto, nel 2011 è già apparso nella pubblicità di ‘Call of Duty: Black Ops’. Nel ‘commercial’, viene ripreso mentre impugna un fucile con sopra impressa la scritta ‘Mamba’, il suo soprannome. È stato poi protagonista di diversi spot, come quello per Nike girato con Lebron James (il nome della serie pubblicitaria era ‘MVPs puppets’).

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La nuova stagione NBA è cominciata da meno di un mese, ma raggiunta la quota di 10-11 partite per franchigia, è netta la sensazione di un campionato quasi in fotocopia al precedente. Potrà sembrare un parere affrettato e probabilmente non del tutto corretto rispetto a quelle realtà che stanno offrendo importanti segnali di solidità, ma è sufficiente dare un’occhiata alle cifre e ai protagonisti di quest’inizio per rendersi conto che sarà un’altra annata nel segno di Stephen Curry e dei suoi Golden State Warriors.

La squadra di Oakland, celebrata la vittoria dell’anello nella sua gara d’esordio, ha subito messo da parte i festeggiamenti per concentrarsi sulla più complicata opera di confermarsi a certi livelli. Un’operazione avviata nel migliore dei modi grazie a un percorso netto di vittorie propiziato in larga parte dall’mvp 2014/2015 che ha offerto prestazioni monstre viaggiando a una media superiore ai 33 punti per gara con frequenti sortite oltre quota 40 (si pensi ai recenti 46 contro i Timberwolves o ai 53 contro New Orleans, a un passo dal massimo in carriera di 54).

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Nessuno come i gialloblù, se si pensa che i primi inseguitori, Cleveland Cavaliers e San Antonio Spurs, hanno già dovuto chinare il capo in due occasioni. Le squadre di LeBron James e Tim Duncan, tuttavia, restano le rivali più accreditate per provare a detronizzare la banda di Steve Kerr. I Cavs, pur con un King James in modalità “energy saving” (a causa di qualche problema alla schiena che lo sta in parte condizionando), stanno trovando continuità di rendimento grazie al ritorno di un ottimo Love e in attesa di un Irving che possa rientrare dall’infortunio per fornire equilibrio, fantasia e punti in cabina di regia. Il team di coach Pop ha metabolizzato in maniera piuttosto rapida l’inserimento di Aldridge vicino a canestro e può contare sempre sui soliti big three (Parker e Ginobili con il già citato Tim), ai quali negli ultimi anni si è aggiunto il polivalente Leonard.

Tra chi insegue spicca l’assenza degli Houston Rockets, negli ultimi play off capaci di far sudare parecchie camicie a Curry e compagni per il passaggio del turno. I ‘razzi’ di Harden (che sta tirando con percentuali parecchio al di sotto del 30% dalla lunga distanza) hanno infilato una pericolosa china, a causa della terza peggior difesa della lega (con una media di oltre 108 punti subiti a partita) e di un asse play-pivot (Lawson-Howard) altamente deficitario. Un mix costato la panchina a coach McHale, ufficialmente in discussione dopo l’ultima sconfitta con i Celtics.

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Tornando alla parte alta del nostro ranking virtuale, mantengono marce medio-alte i Clippers di Chris Paul, Jordan e Griffin, con quest’ultimo sempre più leader e giocatore completo; non smettono di stupire gli Hawks di coach Bud, roster quadrato, molto giovane e versatile, nonché destinato a dominare ad Est come l’anno scorso; devono fare i conti con l’infortunio di Durant i Thunder, a cui manca però un cast di supporto ad eccezione dell’altro leader Westbrook; cercano migliori equilibri difensivi, infine, i Bulls del neo-coach Hoiberg che possono contare sul neo-campione d’Europa Pau Gasol in forma smagliante nonostante le 35 primavere e su un Rose in lenta ma graduale ripresa.

Annotazioni a margine per i grandi vecchi del campionato e gli italiani. Nella prima schiera vanno annotate le difficoltà di Bryant, probabilmente all’ultimo giro di giostra della sua ventennale carriera NBA. Rientrato dall’infortunio, sta facendo una fatica del diavolo a tornare ai suoi livelli e non sembra intenzionato a un ruolo da comprimario, specie negli attuali Lakers ancora impegnati in una difficile ricostruzione. Altra storia per Kevin Garnett che a Minnesota, all’età di 37 anni, sta contribuendo alla crescita di una nidiata interessante. Quanto agli italiani, quello messo meglio al momento è Danilo Gallinari con i suoi Nuggets, ancora alla ricerca di una certa continuità di gioco e risultati, ma che quanto meno stanno viaggiando al ritmo del 50% di vittorie. Non ingranano, invece, i Kings di Belinelli e men che meno i Nets di Bargnani fermi a un solo successo dall’inizio.