BASKET

0 763

Superati i trenta LeBron James aveva tutto dalla vita tranne una cosa: un titolo Nba con i Cavaliers, la squadra della sua gente. Ci aveva provato una prima volta, dal 2003 al 2010. Re e Prescelto, i paragoni con Jordan e una finale giocata nel 2007. Persa. Perché Cleveland, «the mistake on the lake», la barzelletta dello sport Usa per quell’ultimo titolo professionistico conquistato nel football con i Browns nel 1964, non vinceva mai. Destino. Maledizione. Allora LeBron se n’era andato a Miami, fra accuse di tradimento, maglie bruciate e Dan Gilbert, proprietario del club, che prometteva che l’errore sul lago avrebbe vinto il titolo da sola prima di James. Con una lettera pubblicata da Sport Illustrated LeBron James aveva annunciato il suo ritorno a Cleveland dopo i quattro anni i Florida. Ha vinto due anelli ma è arrivato il momento chiudere il cerchio e rendere orgogliose tutte quelle persone del Northeast Ohio che “Nothing is given. Everything is earned. You work for what you have.” Il Cavaliere, per trovare la pace, deve portare a termine la propria missione. Che fino ad una settimana fa era più uno spot della Nike, che una realtà.

Perché LeBron, nativo di Akron, 60 km da Cleveland downtown, dov’è cresciuto negli stenti dei bassifondi con la madre ma senza padre, sa di avere un debito da saldare. Parte in missione. Più adulto. Forse più simpatico. Sicuramente più umile, perché la gente di Cleveland non ha la puzza sotto il naso. Un anno fa la prova generale: i Cavs perdono la finale con Golden State, senza storie. Troppi infortuni e il Re gioca da solo. Stavolta è diverso. Il Cavaliere sta bene, e anche gli altri combattenti. Nessuno, nella storia delle finali Nba, era risalito dall’uno a tre. Fino all’altra notte. Quando, dopo aver dominato le gare 5 e 6, i Cavs hanno battuto 93-89 i Warriors in un’epica gara 7 e il loro popolo a 3.500 chilometri di distanza nel depresso Midwest ha trovato una ragione per ballare.

Per LeBron è il sogno di una vita che si realizza, culminato in un pianto liberatorio con Kyrie Irving, l’altro artefice del trionfo con una tripla decisiva. Incredibile che sia arrivato contro un altro figlio di Akron, quel Steph Curry che lì è nato, ma non ci ha mai vissuto. Cinquantadue anni, di pazienza. E dopo gara quattro tutto faceva pensare ad un altro anno di purgatorio. Ma gli dei del basket ci hanno premiato con una delle partite più belle della stagione, forse la più bella. LeBron ha giocato forse la sua miglior partita di sempre. Ha avuto sotto il suo controllo emotivo in ogni singolo possesso: ha coinvolto i compagni, si è fidato di loro. Ha saputo aspettare la partita, mettendo un’energia che solo chi ha un dovere morale può riuscire ad esprimere. Scoppia in lacrime, non potrebbe essere altrimenti. Ha appena scritto la pagina più importante della sua carriera. Una delle più importanti dello sport professionistico americano e non solo.
Ha atteso un po’, ma neanche tanto. Il giorno dopo la vittoria in gara-7 e la conquista del titolo, LeBron James si è tolto un sassolino dalla scarpa pubblicando su Instagram un post che lo ritrae abbracciato al “Larry O’Brien Trophy”: nella didascalia, ha rinfacciato ai suoi haters tutte le critiche piovutegli addosso nelle ultime due stagioni, da quando è tornato a Cleveland lasciando Miami.
“Hanno detto che non ho più il passo di una volta, che non sono più esplosivo come prima, che i giorni migliori ormai sono andati, hanno messo in discussione la mia leadership, il mio impegno, hanno detto che non ho l’istinto del killer, che tornare a casa è stato l’errore più grande della mia carriera, che ho fatto licenziare l’allenatore, che ho fatto cedere dei giocatori, che le cose non sarebbero mai funzionate tra me e Kyrie Irving, o tra me e Kevin Love, che voglio troppo bene ai miei compagni, che non sarei mai riuscito a portare un titolo a Cleveland. Sapete cosa? Non è affar mio!”

In un colpo solo LeBron James ha cancellato le cattiverie, le parole degli haters e quella patina di inferiorità che – inspiegabilmente – ancora avvolgeva la sua figura. Ha appena allontanato la penombra della statua di Jordan, scrivendo la sua storia. Ben tornato a casa LeBron.

0 700

Golden State Warriors vs Cleveland Cavaliers, un anno dopo. L’attesa rivincita delle finals Nba è entrata già nel vivo questa notte e il primo atto si propone da succulento antipasto di quello che continueremo a vivere nelle prossime settimane. Alla Oracle Arena di Oakland, violata quest’anno in due sole occasioni su 41 incontri di stagione regolare, sono i padroni di casa dei Warriors a imporsi con un netto 104-89. Gara dominata dalla squadra di Steve Kerr, con parziali sempre positivi, eccetto quello del terzo quarto perso di appena tre punti, senza intaccare però il dominio gialloblù, grazie a un ottimo avvio di ultimo parziale. Una vittoria che assume ancora più valore alla luce della serata no delle stelle Curry e Thompson, che hanno messo insieme appena 20 punti in due, con 8/27 al tiro dal campo.

iguodala

È stato quindi un successo figlio delle tante vite che quest’anno hanno animato e rianimato continuamente i Golden State che, dopo la portentosa rimonta contro Oklahoma in finale di Conference (passaggio del turno dopo essere stata sotto per 3-1; un’impresa riuscita solo a 10 squadre nella storia dell’Nba), appaiono sempre più come il protagonista di “Die hard”, duri a morire. E in effetti, anche in una serata in cui sono venuti meno i principali terminali offensivi, ci ha pensato la panchina a indirizzare la serie su binari favorevoli. Una panchina lunga, determinante e determinata. Ci ha pensato Iguodala (12 punti, 7 rimbalzi e 6 assist, ma soprattutto una difesa da re) per primo a dare il buon esempio: quell’Iguodala che, già da gara 6 con i Thunder era entrato nella modalità “Superman”, la stessa che lo scorso anno gli ha permesso di essere nominato Mvp delle Finali. E ci hanno pensato anche Shaun Livingston, 20 punti (sei dei quali nell’allungo decisivo all’inizio dell’ultimo quarto) e l’incoronazione di “miglior play di riserva dell’Nba” da parte di Thompson, e Leandro Barbosa con 11.

Eppure alla vigilia della serie, le prospettive sembravano tutt’altro che favorevoli a Curry e soci: orfani dell’Mvp stagionale nelle prime gare di play off causa infortunio, autori dell’ennesima impresa stagionale in semifinale dopo il record di vittorie in regular season (73-9, meglio dei Bulls di Jordan e Pippen), sembravano arrivati in fondo col fiato corto. Dall’altra parte, invece, i Cavs dopo un avvio complicato, il cambio in panchina con la promozione dell’ex primo assistente Lue al posto di Blatt, hanno saputo ricompattarsi e sbocciare nella post-season inanellando due 4-0 di fila contro Detroit e Atlanta, per poi domare gli emergenti Toronto Raptors per 4-2 in finale di Conference. Evidentemente aver riposato qualche giorno in più ha tolto un po’ di ritmo a LeBron e soci, che hanno patito al contrario un avversario ancora in piena volata dopo la serie mozzafiato con Oklahoma.

lebron_curry

Ma non è detta l’ultima parola. La vittoria all’esordio è solo la conferma che assisteremo a una serie tiratissima, probabilmente destinata a gara 7. Domenica è già in programma il secondo atto, ancora alla Oracle Arena e toccherà a Cleveland reagire al colpo subito. Del resto, c’è una significativa differenza rispetto alle precedenti finals: James può disporre del supporto dei grandi assenti dello scorso anno, in particolare il play Irving e il lungo atipico Love, autori insieme di una media di oltre 40 punti a partita, con il primo abile a distribuire anche 5 assist a partita e il secondo a catturare quasi 10 rimbalzi ad allacciata di scarpe. Un ruolo decisivo sarà ricoperto, infine, anche dai tiri dalla lunga distanza e dalla capacità dei Cavs di limitare le percentuali di Curry e Thompson. Al resto ci penseranno le panchine e un assaggio in questo primo atto della serie si è già avuto in maniera molto significativa. Staremo a vedere.

Il film è solo all’inizio.

Milano e Reggio Emilia sono le due sfidanti scudetto per la stagione 2015-2016 di basket. Per entrambe, è il momento della rivincita. L’Armani dopo una stagione con più ombre che luci (ma una Coppa Italia vinta), vuole il tricolore come due anni fa e ha i favori del pronostico (oltre che il fattore campo a favore), ma la Grissin Bon per il secondo anno consecutivo arriva all’ultimo atto. Sperando, questa volta, che l’esito sia diverso rispetto a dodici mesi fa quando, fu Sassari ad alzare il trofeo.

Rakim Sanders

SANDERS, DOPPIETTA NEL MIRINO

Uno dei motivi di principale interesse della finale – che può durare da un minimo di quattro a un massimo di sette match – è scoprire se Rakim Sanders farà bis. L’anno passato giocava infatti per la Dinamo di Meo Sacchetti e fu eletto Mvp; in questa stagione, invece, ha vestito la casacca Armani e ora sarà uno dei principali incubi per gli emiliani. La guardia di Rhode Island è stato uno dei trascinatori dei milanesi: inutile dire che non vuole fermarsi proprio adesso.

GRISSIN BON, LA BENZINA

Milano non ha dalla sua solo i favori e il fattore campo, ma anche giorni in più di riposo. L’Ea7, infatti, ha avuto la meglio sulla Reyer Venezia in sei incontri, mentre la Grissin Bon ha dovuto sudarsi la finale fino alla settima sfida, contro un orgoglioso Avellino. Peserà la differenza di benzina ancora nel serbatoio, ma difficilmente sarà una finale scontata: si affrontano infatti la prima e la seconda della regular season, che si sono divise le vittorie in questo 2015-2016, con Reggio Emilia capace di piegare Milano in casa per 74-72, Armani ok al Mediolanum Forum per 84-80.

VENERDÌ PRIMO MATCH A MILANO

L’Armani inizia in casa, venerdì 3 giugno, e spera di mettere subito in discesa la contesa, replicando ancora al Forum due giorni dopo. Poi la serie si sposta a Reggio Emilia (martedì 7 e giovedì 9). A questo punto, se nessuna delle due avrà fatto filotto (4 su 4), si giocherà ancora sabato 11, lunedì 13 e mercoledì 15. Ogni volta, appena 48 ore di tempo per ricaricarsi in quella che è una vera e propria maratona. Le prime quattro gare si giocheranno alle 20.45. Rai Sport e Sky Sport trasmetteranno tutta la serie.

VETERANI CONTRO MATRICOLE

Veterani contro matricole, ovvero le Scarpette Rosse titolatissime contro la Grissin Bon che mai ha vinto uno scudetto nella sua storia. Due anni fa, l’Olimpia superò la Mens Sana Siena per 4-3. Da una parte, una bacheca con 26 scudetti, 5 Coppe Italia, 3 Coppe dei Campioni, 3 Coppe delle Coppe, 2 Coppe Korac e una Coppa Intercontinentale. Dall’altra parte, una Supercoppa italiana, 1 EuroChallenge e due titoli di Lega A2. Ma questi numeri potrebbero non pesare in finale, soprattutto perché nella finale di Supercoppa italiana, gli uomini di Max Menetti hanno già ribaltato il pronostico contro l’Armani, vincendo 80-68.

LA ‘DOPPIA CIFRA’ EMILIANA

Attenti a quei …cinque. La Grissin Bon, nel 4-3 ad Avellino, ha dimostrato quanto sia importante il collettivo, mandando cinque uomini in doppia cifra proprio nella settima decisiva sfida. Su tutti Rimantas Kaukenas, 39enne che pare non voler mai smettere: 17 punti, cinque assist, 19 di valutazione e i cinque punti che hanno piegato definitivamente i campani. Gli altri? Aradori con 10 punti, Polonara con 13, Lavrinovic con 13 e Della Valle con 14. Attenzione a quei cinque e all’anima italiana della Reggiana Basket.

FOCUS SU KAUKENAS

Il lituano ha giocato nella sua storia 28 partite di finale, 21 con Siena e sette con Reggio Emilia, collezionando 731 minuti, 359 punti (12.8 di media a incontro) e 48 assist. In questa speciale classifica è sesto. Primo c’è Riccardo Pittis (38 finali), poi Ress (36), Carraretto (30), Dino Meneghin e Marconato (29). Nella classifica di punti nelle finali è quarto, preceduto da Danilovic (374), Premier (425) e Myers (604). È sesto come minuti giocati, preceduto da Gracis (741), Dino Meneghin (827), Pittis (953), Myers (955) e D’Antoni (1041). Il miglior bottino in una finale scudetto, per Kaukenas, sono i 25 punti segnati con Siena in gara 2 della finale scudetto 2006/2007 contro la Virtus Bologna.

CAPITAN GENTILE… MICA TANTO

L’Armani sarà guidata dal suo capitano, Gentile, l’uomo che mette sempre il cuore oltre l’ostacolo e che quando c’è da combattere, sa indossare la tuta da operaio. Ma il roster è da Eurolega: c’è Cerella, l’eroe della semifinale, ci sono i play Andrea Cinciarini e Oliver Lafayette, le guardie Charles Jenkins e Krunoslav Simon, le ali Robbie Hummel e Jamel McLean. E ancora: i centri Milan Macvan, Stanko Barac e Rakim Sanders, di cui abbiamo già parlato, arrivato a stagione in corso.

GENTILE MEGLIO DI MORSE E MCADOO

Alessandro Gentile, in gara 5 contro Venezia, ha superato un grande del basket, Bob Morse, nella classifica totale di punti nei play off: 831 con le maglie dell’Armani e di Treviso contro gli 813 dell’americano in 28 gare. Non si è fermato qui, naturalmente, Ale: in gara 6 ha messo a referto altri 11 punti e ora a -4 da Dan Gay, al 24esimo posto assoluto. Superato Bob McAdoo, altra leggenda per Milano, per punti segnati solo con la maglia lombarda: 736 in 55 match contro 732 in 29).

PERCORSI DELLE DUE BIG

Nella stagione regolare l’Ea7 ha chiuso al primo posto con 44 punti, 22 vittorie e otto sconfitte. Nei quarti di finale dei playoff, è arrivato il facile 3-0 contro l’Aquila Trento, in semifinale il sudato 4-2 a Venezia in rimonta. Reggio Emilia, che era stata campione d’inverno in regular season, ha chiuso seconda don 42 punti (21 successi e 9 sconfitte). Ai play off, ecco Sassari ai quarti, fatta fuori 3-0. Rivincita servita su un piatto d’argento, quindi le semifinali ben più dure contro Avellino (4-3).

SERIE A ‘BEKO’

Chi vince, porta a casa la serie A ‘Beko’, lo sponsor di oggi del campionato, che nella sua storia ha avuto molte denominazioni. Fino al 1955 si è chiamata semplicemente serie A, dal 1955 al 1965 è stata ‘Campionato Elette’; con la riforma del 1974, si è stabilita la divisione tra A1 e A2. Dal 1976-77, lo scudetto viene assegnato dopo i play off. Dalla stagione 2001-2002, dopo un’altra riforma, è stato riproposto il nome Serie A. Beko è un marchio turco di elettrodomestici, di proprietà del gruppo Arçelik.

MILANO, POI BOLOGNA

Detto di Milano, che con 26 titoli guarda tutti dall’alto, al secondo posto nell’albo d’oro c’è la Virtus Bologna con 15 scudetti. Sul podio anche i nemici storici delle Scarpette Rosse, la Pallacanestro Varese, con 10. Sono 17, in totale, i club che hanno vinto almeno una volta lo scudetto del campionato italiano di basket e Milano ne ha altre due di squadre che hanno assaporato questa gioia: Assi Milano con 5 e Internazionale con 1.

Si va tutti a Berlino. Ma questa volta, sfortunatamente, non ci saranno squadre italiane. La capitale tedesca ospita la Final Four di Eurolega maschile di basket dal 13 al 15 maggio. A contendersi il trofeo due squadre russe, Lokomotiv Kuban e Cska Mosca, che si affronteranno per prime alle 18 di venerdì 13, e poi i turchi del Fenerbahce e gli spagnoli del Laboral Kutxa Vitoria (fischio d’inizio alle 21).

Noi italiani possiamo ‘consolarci’ con Gigi Datome, in campo con la maglia del Fenerbahce che sogna di portare la prima Eurolega in terra turca. Esaminiamo una per una le protagoniste della tre giorni di Berlino.

Fenerbahce

FENERBAHCE, L’ANNO GIUSTO?

Tutti ci credono a Istanbul. Il Fenerbahce può davvero fare la storia a Berlino? L’allenatore Zelimir Obradovic conta pure sulla cabala, con il Galatasaray che ha portato a casa l’Eurocup. Per Istanbul sarebbe un ‘double’ che metterebbe la città al centro del mondo della pallacanestro.

L’anno scorso, il Fener perse in semifinale contro il Real Madrid (e poi la finale del terzo posto con il Cska Mosca) e dovrebbe aver imparato la lezione. Solo che dodici mesi fa si presentava da outsider, mentre questa volta almeno in semifinale gioca con la pressione di dover vincere. La speranza principale per i turchi arriva proprio da Datome, autore di una stagione straordinaria dopo l’avventura non molto positiva in Nba.

Il Fenerbahce arriva condividendo il record, 22 vittorie e 5 sconfitte, con la corazzata russa del Cska Mosca. In casa, 14 successi a fronte di nessun ko. L’impresa, però, è arrivata a Madrid, contro i detentori del Real, per il punto del 3-0 della serie nei quarti di finale. Obradovic ritrova Jan Vesely, fermo da marzo a fine aprile per un problema al tendine d’Achille.

L’arma in più è la difesa, con una media di punti subiti (72,2) superiore solo a quella del Kuban, ma con la percentuale di tiro reale concessa all’avversario (44,4%) più bassa di tutta l’Eurolega. Da vedere le stoppate di Bogdanovic e compagni (109 in tutto, quattro di media).

Il roster è di valore ottimo. Le stelle sono Ekpe Udoh, miglior marcatore con 12.4 punti di media, poi Datome (12.2), Nikola Kalinic, l’unico ad aver giocato tutti e 27 i match (54,4% da due, 45,6% da tre, 4,3 rimbalzi e 1,8 assist). Oltre al già citato Bogdanovic.

Bourousis

VITORIA, L’OUTSIDER

Dopo otto anni riecco Vitoria in Final Four. L’impresa nei quarti contro il Panathinaikos, dopo una prima parte di Eurolega a fari spenti. È l’outsider perfetta di una Spagna che, negli ultimi 12 anni, ha sempre mandato almeno un club alle Final Four. Il roster lungo potrebbe essere l’arma in più, ma un po’ di debolezza lontano da casa (5 vittorie su 13 gare giocate) e la poca esperienza, Iounis Bourousis a parte, potrebbero fare da zavorra.

È la squadra che ha preso più rimbalzi (37.9). Coach Velimir Perasovic sa di poter contare su una difesa di ferro (seconda, 45.1% tiri concessi agli aversari) e su nervi saldi in volata: (4 su 4 all’overtime).

Il trascinatore? Neanche a dirlo, Iounis Bourousis. L’anno scorso aveva vinto, è vero, l’Eurolega con il Real Madrid, ma da comprimario. A Vitoria ha triplicato punti e rimbalzi (14.6 e 8.9), secondo per valutazione solo a Nando De Colo, del Cska (21.5 contro 24). E non è mai partito nel quintetto base.

Kuban Krasnodar

KUBAN, NIENTE PRESSIONE

A Krasnodar essere arrivati qui è probabilmente già un traguardo. Il che vorrà dire che, a Berlino, scenderà in campo senza pressione alcuna. Certo, arrivare per la prima volta così in alto proprio nel 70esimo anniversario della nascita darà una spinta in più. Attenzione, però, ai russi del Kuban, nel 2012-2013 capaci di vincere l’Eurocup.

Il budget di poco meno di 15 milioni di euro non lasciava presagire una stagione simile. Ma il greco Georgios Bartzokas, campione d’Europa nel 2013 con l’Olympiakos, è stato l’uomo in più. Con Malcolm Delaney e Anthony Randolph.

Il momento chiave è nei quarti di finale: sotto 2-1 nella serie, i russi hanno rovesciato il destino contro il Barcellona. Hanno un record globale di 20 vittorie e 9 sconfitte (13-2 in casa, 7-7 fuori casa) e la miglior difesa dell’intero torneo (70.5 di media concessi). Il Kuban fa giocare male gli avversari e da tre segna tanto (28.8 tentativi, 11 segnati). Delaney è l’unico a giocare più di 30′ a partita.

Anthony Randolph, con 17.4 punti di media e 6.6 rimbalzi, ha guidato i suoi nei quarti contro il Barcellona. Ma è Malcolm Delaney l’uomo che può decidere (15.8 e 6.4 falli subiti a partita). Ventisei volte su 29 è andato in doppia cifra. Ha vinto ovunque è andato: Francia, Ucraina e Germania.

CSKA MOSCA, LA CORAZZATA

Negli ultimi 14 anni, ha disputato 13 volte le Final Four. È questo il Cska Mosca, costruito per vincere. Eppure il trofeo manca alla Russia dal 2008, quando in panchina c’era Ettore Messina. Con un budget di 37 milioni di euro, anche solo arrivare secondi sarebbe un fallimento. Milos Teodosic (16.3 punti di media, 42.4% da tre) è uno dei due terribili terminali offensivi. Dalle sue mani passa la possibilità di farcela.

I russi hanno vinto 22 delle 27 gare giocate. Mancherà, a Berlino, il lungo britannico Joel Freeland, ma coach Dimitris Itoudis avrà di nuovo a disposizione il capitano Viktor Khryapa e Pavel Korobkov. A livello offensivo, il Cska è la migliore di Eurolega e una delle migliori quattro degli ultimi 15 anni. Segna 90.7 punti di media a partita, il 42.3% dalla lunga distanza. Il playmaker francese Nando De Colo è la stella luminosa, miglior marcatore di Eurolega (473 punti), in doppia cifra in 24 delle 25 partite giocate. Lui e Teodosic sono praticamente immarcabili.

L’ALBO DORO È ‘REAL’

Il Real Madrid è il club che ha vinto più volte l’Eurolega, portando a casa nove trofei. Con 6 ci sono Maccabi Tel Aviv, Cska Mosca e Panathinaikos. A 5 c’è anche Varese, che precede di due Milano. Le altre italiane che hanno vinto l’Eurolega sono: Virtus Bologna (2), Pallacanestro Cantù (2), Virtus Roma (1). Siamo però a digiuno dal 2000-2001, quando la Kinder Bologna mise le mani sul trofeo, dopo una serie di finale tiratissima contro il Tau Ceramica (3-2) e, soprattutto, dopo aver estromesso in semifinale l’altra squadra bolognese, la Fortitudo. In quella Kinder c’era un certo Manu Ginobili, Mvp della finale. L’Italia è oggi solo quattordicesima nel ranking per nazioni di Eurolega.

L’EUROLEGA IN TV

Potremo vedere l’intera manifestazione su Fox Sports, canale 204 della piattaforma Sky. Le finali sono previste per domenica 15 maggio: alle 17 quella per il terzo posto, alle 20 quella per il primo.

0 768

Quando a inizio stagione i Golden State Warriors, campioni in carica, hanno infilato la 24esima vittoria consecutiva ottenendo il miglior inizio nella storia della Nba, sono stati in molti a sbilanciarsi in proiezioni circa le possibilità di attentare al record dei Chicago Bulls 1995-1996 di Jordan, Pippen e Rodman che chiusero la stagione con 72 e 10. Una quota inavvicinabile per molti, alla portata per altri, soprattutto guardando alle giocate di quel funambolo che risponde al nome di Steph Curry. E in effetti la squadra allenata da Steve Kerr si è dimostrata ancora una volta capace di sovvertire i pronostici e far saltare il banco. Sia pure al netto di qualche passo falso sopraggiunto con l’approssimarsi della post-season (ko con le non irresistibili Boston e Milwaukee), proprio con i principali avversari sulla strada per il titolo, i San Antonio Spurs, nella notte tra domenica e lunedì hanno infilato il 72esimo successo.

Ma la storia della Lega professionistica americana è ancora tutta da scrivere. Ai Warriors, infatti, è rimasta un’altra partita da giocare: mercoledì faranno visita a Memphis e con un’altra “W” marchieranno a fuoco il loro nome negli annali dello sport mondiale. Privilegio già ottenuto grazie al primato dei 34 successi esterni strappato proprio ai Bulls di quell’annata magica che diede il via al secondo Three-peat degli anni ’90. Un roster fortissimo, quello allenato da Phil Jackson, con Harper, Jordan, Pippen, Rodman e Longley in quintetto e gente del calibro di Kukoc e Wennington, ma soprattutto Kerr, nel ruolo di rincalzi di lusso. Proprio Kerr è l’anello di congiunzione tra le due formazioni: tiratore implacabile in maglia Bulls (a fine di quell’annata collezionò la più alta percentuale da tre), coach vincente nella baia di San Francisco. Ma anche questi Warriors non scherzano, dotati di talento a profusione che si sprigiona attorno ai detonatori Curry, Thompson e Green, con gli esperti Iguodala e Bogut a completare il quintetto. L’accostamento tra i due team ha generato così un dibattito su chi dei due si possa considerare il più forte di sempre, rispetto al quale le parti si sono divise. Il primo a uscire allo scoperto è stato proprio Pippen: “In una finale avremmo vinto noi, 4-0. Senza dubbio – ha commentato senza troppa diplomazia – Non penso che ci saremmo potuti permettere nemmeno il lusso di una serata a vuoto. Io avrei marcato Curry, e Jordan si sarebbe occupato di Klay Thompson. Credo che con la mia altezza avrei potuto dare parecchio fastidio a Curry in difesa. Non penso che avrebbe potuto segnare più di 20 punti contro di me“. Dopo il successo, però, anche lui ha inteso celebrare i meriti di Golden State in un tweet.

Più morbida la posizione di Kerr, ma anche perché parte in causa: “Stiamo paragonando ere differenti e per me è impossibile distinguere il ‘noi’ dal ‘loro’. Posso solo dire che, nel caso di un’ipotetica sfida, noi potremmo sicuramente batterli, e loro potrebbero sicuramente batterci. Da un punto di vista arbitrale, sarebbe una partita molto difficile, perché quei Bulls commetterebbero tantissimi falli di hand-checking nella marcatura su Curry, mentre a noi fischierebbero tantissime infrazioni di 3 secondi in difesa perché flotteremmo tantissimo sul lato debole per portare aiuti contro Michael Jordan. Con tutti questi fischi, la partita rischierebbe di durare 6 ore, anche senza tante infrazioni di passi. Non le fischiano oggi come non le fischiavano allora“.

Per quanto ci riguarda, ci limitiamo a condividere la considerazione che si tratti di ere (geologiche) diverse. Due basket diversi, la stessa intensità, ma un altro modo di intendere il gioco, a cominciare dal diverso “peso” del contatto fisico e dalle diverse “spaziature” difensive in area (molto più larghe ai giorni nostri) e proseguendo con le diverse filosofie di gioco, molto più accentrato su un solo uomo – specie in alcuni momenti – nel caso dei Bulls, più di squadra in quello dei Warriors. A far pendere l’ago della bilancia, per certi versi, ci riesce solo Michael Jordan. Lui sì, di un altro pianeta.

 

0 1361

Io sono il Messi della Nba o lui è il Curry del calcio? Non lo so, ma di sicuro siamo entrambi dei creativi. Io quando scendo in campo cerco di fare cose fantasiose ed essere il più imprevedibile possibile. E Messi fa lo stesso. Sono un suo grande fan, perché ogni volta che tocca palla sai che può succedere qualcosa di speciale. Mi incollo alla tv ogni volta che lo vedo“. Parole e musica dell’ultimo genio che il basket a stelle e strisce ha lanciato sul grande palcoscenico dell’Nba. Un palcoscenico che Steph Curry, numero 30 dei Golden State Warriors, Mvp dell’ultima stagione conclusa con l’anello e assoluto dominatore anche di quella in corso, si è preso con levità, leggerezza, ma anche con un forza dirompente poco prevedibile a una prima occhiata.

curry

Quel fisico esile ed elastico, i 191 centimetri da “impiegato” in un mondo di Superman e Hulk, l’immagine da bravo ragazzo attorniato da bad boy sono tutti elementi fuorvianti rispetto al killer che in realtà si nasconde dietro quei tratti così concilianti. “Il ragazzo è parecchio competitivo, molto più di quanto possiate pensare – lo ha descritto in maniera molto efficace coach Steve Kerr -. Mi spiego, la competitività di Jordan (con cui ha giocato e vinto ai tempi dei Bulls, ndr) era più evidente perché lui giocava con rabbia, Steph no. Steph gioca con gioia, così da dare molto meno nell’occhio. Ma Steph è un killer-inside e lo è per davvero“. Ed è anche per questo che non esiste un giocatore del presente e del passato del basket americano sovrapponibile a lui, alle sue caratteristiche, alla sfacciataggine e all’incredibile capacità di rendere tutto semplice.

Beninteso, non stiamo dicendo che si tratti del più grande della storia, ma è sicuramente storia che si sviluppa davanti ai nostri occhi. Una storia in cui si ha costantemente la sensazione che nulla sia impossibile e di cui si parlerà a lungo, come accade ancora adesso per il già citato Jordan, per Kobe, Magic, LeBron e per tutti quelli che li hanno preceduti, a cominciare dal capostipite Wilt Chamberlain. È per questo che l’accostamento con Messi è forse il più calzante. Nonostante i due pratichino sport agli antipodi, li interpretano alla stessa maniera. Entrambi sembrano sbarcati da un altro pianeta, alieni in mezzo agli umani, capaci di tutto quasi senza scomporsi.

Per maggiori informazioni, andate pure a rivedere una delle ultime incredibili partite di Curry contro gli Oklahoma City Thunders. Al di là dei 46 punti, che ormai non fanno quasi più notizia, è riuscito a eguagliare il record di triple realizzate in un match (12/16), ma soprattutto ha infilato l’ultima della serie nel supplementare, a meno di un secondo dalla fine, da oltre dieci metri e con una naturalezza disarmante che ha costretto anche un tipo orgoglioso come LeBron James a riconoscere la grandezza dell’avversario, inveendo simpaticamente su Twitter:

E adesso quale sarà il prossimo traguardo? Difficile da prevedere con un tipo così. Non resta che accomodarsi in poltrona e aspettare. Il meglio deve ancora venire…