BASKET

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Come costruire in laboratorio i giocatori di basket perfetti (sulla carta). Tu, professionista mancato, ma dal fisico decisamente da pallacanestro (201 centimetri di altezza), sposi un’ex giocatrice universitaria, 190 centimetri, e le ‘ordini’ di fare tre figli maschi. Poi, inizi ad allenare tutti e tre come se fossimo in un durissimo collegio, sette giorni su sette. Nessuna possibilità di distrarsi, come spetterebbe di diritto a tre giovanotti, avversari sempre più forti e più grandi d’età da affrontare.

Troppi sacrifici? Rischi di soffocare i tuoi figli? Bene, in casa LaVar Ball questo non è successo. E il prossimo campionato Nba vedrà ai nastri di partenza, tra i rookie (le matricole), Lonzo Ball, classe 1997, scelto al secondo giro del draft niente meno che dai Los Angeles Lakers. Qui inizia l’avventura vera e propria del primo giocatore di basket Nba costruito in laboratorio. O meglio, è già iniziata. Nella Summer League, il torneo estivo pre-campionato, Lonzo ha fatto vedere di non essere soltanto un ‘figlio di papà’ oppressivo, tutt’altro. I Lakers vincono, lui viene eletto miglior giocatore del torneo.

Gioca veloce, Lonzo, gli assist non si contano. Come i rimbalzi. Segna pure tanto. Insomma, appare già completo. Al punto che gli scommettitori sono pronti a investire forti somme su di lui come il nuovo LeBron James. E scusate se è poco. Gioca play Lonzo, di cose ne ha imparate in quella difficile gavetta nel giardino di casa con il papà e i fratellini: “È meglio tirare da otto metri completamente smarcati piuttosto che da più vicino ma con un uomo addosso”. Insomma, il tiro da tre è una sua specialità, nonostante i 198 centimetri di altezza.

La storia, questa storia, va raccontata dall’inizio alla fine, però, senza tralasciare altri particolari. Papà LaVar è ingombrante come pochi, del resto, come ogni bravo scienziato, vuole seguire il progetto dall’inizio alla fine. Ha generato – dice – tre fenomeni: gli altri due sono LiAngelo (1998) e LaMelo (2001) e anche loro presto busseranno alle porte dell’Nba. Perché ne siamo certi? Perché al liceo i ‘Ball Brothers’ erano dei veri e propri fenomeni (e non da baraccone) tutti e tre: su YouTube i video hanno fatto il giro del mondo grazie alle loro giocate da Globetrotters consumati. La squadra di Chino Hills che chiude la stagione con 35 vittorie e neanche una sconfitta grazie ai tre figli di un papà gelido calcolatore. E parliamo di una squadra sconosciuta. Quindi, se tanto ci dà tanto, i due fratelli di Lonzo valgono lui, che è già in Nba semplicemente perché è il più grande in famiglia.

Ma la storia non finisce qui, e non potrebbe essere altrimenti. Se resta un po’ ai margini mamma Tina, che pure ha avuto il merito di metterli al mondo i tre bimbi uno dopo l’altro, quasi fossero tiri da infilare nella retina per vincere, ci pensa papà LaVar, in ogni caso, a seguire i marmocchi ormai adolescenti. L’università di UCLA ingaggia Lonzo e dà una futura borsa di studio agli altri due fratelli. Il primo sogno del signor Ball si concretizza: monetizzare il talento immenso che crede di aver trasmesso prima geneticamente e poi con gli allenamenti alla prole.

Ma serve altro perché l’America parli di te e così LaVar cambia faccia, diventa antipatico e sbruffone, cosa che nell’era di Donald Trump pare che faccia audience. Comincia da Michael Jordan, mica pizza e fichi. “Lo distruggerei in una sfida uno contro uno”. Chissà quante risate si sarà fatto MJ. Poi propone di vendere in blocco i diritti d’immagine dei suoi tre figli a una delle maggiori aziende produttrici di scarpe da basket per un miliardo di dollari. “Pagabili anche in dieci annualità da 100 milioni l’una”.

L’America ride. Ne parla. E questo è l’obiettivo di LaVar. Sì, perché tv, giornali e radio si interessano a lui, pagano per ospitarlo, sperando in una delle sue battute impossibili. Negli States la famiglia Ball si prende i titoli dei giornali sportivi, per adesso più che altro per le sparate del papà, che non è sazio. Al Draft Nba, l’estate scorsa, Lonzo arriva con scarpette fatte su misura, ‘signature shoes’. Sì, avete capito bene: non avendo concluso la trattativa con l’importante azienda di scarpette da basket, LaVar si è fatto un marchio tutto suo. Si chiama ‘Big Baller Brand’. Autoproduce le ZO2, mettendole in vendita a una cifra inaccessibile: 495 dollari. Il figlio le indossa quando le franchigie devono scegliere su chi puntare. Provocazioni su provocazioni, insomma, da questo papà ingombrante. Intanto, Lonzo finisce sotto i riflettori, probabilmente per la prima volta per doti solo sue, non costruite mediaticamente, in laboratorio. I Lakers lo scelgono, lo mandano in campo: lui non ha paura e fa il leader.

La famiglia LaVar fa discutere davvero più di Trump e questo risultato è da ascrivere completamente al capo famiglia, bravo e scaltro, pure un po’ fortunato. Ha chiesto disciplina (forse anche un po’ troppa), sta riscuotendo i primi risultati, inizia a far soldi con i suoi Ball Brothers che finora non si sono mai domandati sul serio se papà l’abbia fatto davvero per riscattare il suo fiasco e il suo sogno andato in frantumi (diventare professionista), per dare una chance vera ai figli o semplicemente per farci su dei soldi. Poco importa, forse, ora che Lonzo è in Nba. Qui, tra i giganti, dovrà dar prova di avere anche un cuore, oltre che un atletismo formatosi con il duro impegno. Qui non si scherza. E quando davanti si troverà i mostri sacri, dovrà ricordarsi che se finora ha ‘giocato’, ora ci vuole un attimo per passare dalla prima pagina all’ultima. Dalle stelle alle stalle.

Andrà un po’ meglio a LaVar che, dovesse fallire con Lonzo, avrebbe ancora due carte da giocarsi sui parquet americani. LiAngelo e poi LaMelo. In fondo, quando fai un esperimento, non è detto che la prima volta tutto funzioni a dovere. Finora è andata così però e i ‘replicanti’ sono pronti ad affiancare, nelle stagioni future, il fratellone in Nba. Roba da prima pagina, questa sicuramente, se tutti e tre dovessero trovare posto un giorno nella stessa franchigia. Ma pensate ai titoli pure se dovessero giocare uno contro l’altro. Insomma, LaVar Ball hai fatto centro. Tre volte.

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Un pugno, sferrato dopo un contatto sotto canestro a un avversario contro cui non c’era nulla in gioco. Una semplice amichevole di preparazione a un Europeo atteso un anno, per poter riscattare la bruciante sconfitta con la Croazia nel preolimpico della scorsa estate. Quello giocato a Torino, in casa propria, vantaggio che non è servito a regalare una gioia in uno sport come il basket in cui l’Italia è da troppo tempo relegata a un ruolo da comparsa, dopo gli anni ruggenti culminati con un indimenticabile argento Olimpico.

Quel pugno di Gallinari al carneade olandese Kok non è solo un gesto insensato, da parte del giocatore che, grazie alla sua immensa classe, avrebbe dovuto essere il trascinatore del gruppo. È la metafora che riassume la frustrazione di una generazione di giocatori troppe volte etichettata come “la più forte di sempre“, con tre giocatori in grado di arrivare in Nba, ma che poi alla prova dei fatti non è mai riuscita a raggiungere risultati degni del valore che le è stato attribuito. Un gruppo capace di singole prestazioni di livello assoluto, come la vittoria con la Spagna agli Europei del 2015, ma mai in grado di fare il salto di qualità in grado di portarlo a competere per una medaglia.

La generazione di Bargnani e Gentile, neanche convocati per i prossimi europei. Uno, prima scelta assoluta in Nba, giocatore etichettato come erede di Nowitzki per la sua capacità di tirare da fuori e per la coordinazione incredibile per uno della sua altezza, poi smarritosi tra infortuni e limiti caratteriali mai superati (ad oggi è senza squadra). L’altro, prima giovane capitano dell’Olimpia Milano scudettata, poi mandato in prestito in giro per l’Europa a causa dei dissapori con ambiente e società e ora a Bologna per provare a rilanciarsi insieme alla Virtus.

La generazione di Belinelli, sempre ottimo comprimario Nba e vincitore di un anello a San Antonio, che in maglia azzurra non è mai stato capace di diventare trascinatore, anche se è tra quelli che hanno sempre dato tutto alla maglia (come ha spiegato Messina nella sua intervista più recente, “dipende se hai vinto con ruolo da protagonista o meno, non è la stessa cosa. Posso essere stato molto bravo in un team dove c’erano due giocatori che erano punto di riferimento, ma non è detto che quando tocca a me essere il faro io ne sia in grado“)

La generazione mai capace di sfornare un lungo vero, in grado di battagliare sotto canestro con i top mondiali (anche se Cusin, con tutti i suoi limiti, è sempre risultato tra i migliori) e che ha cambiato tanti playmaker senza mai trovarne uno in grado di interpretare il ruolo nel modo giusto. Neanche l’esperimento Travis Diener, agli Europei del 2013, ha sortito effetti positivi.

La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra
La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra

Di questa generazione Gallinari avrebbe dovuto diventare faro e uomo principale, per doti caratteriali e cestistiche. Gli infortuni spesso gli hanno impedito di esprimersi al meglio, ma il “Danilo step back” (Flavio Tranquillo docet) contro la Germania di due anni fa, il tiro che all’ultimo secondo ci ha portato ai supplementari di una partita fondamentale degli Europei 2015 (poi vinta), sembrava aver certificato la leadership finalmente acquisita da un giocatore che in Nba ha raggiunto lo status di quasi-stella (e che quest’anno, col passaggio ai Clippers, è diventato lo sportivo italiano più pagato di sempre). La sua rabbia dopo la sfortunata sconfitta con la solita Lituania (diventata l’incubo azzurro nelle ultime competizioni) nella stessa competizione, sempre ai supplementari, il suo “mi sono rotto le p..le di perdere sempre” poteva significare voglia di riscatto. Invece, in una calda serata estiva, in un’amichevole senza nulla in palio, Gallinari con quel pugno e con la frattura alla mano ha buttato all’aria una delle ultime grandi opportunità che poteva avere con la Nazionale.

Nelle parole di Messina traspare la delusione di chi si aspettava tanto dal Gallo, da chi si è sentito tradito prima umanamente e poi sportivamente: “Ha chiesto scusa, era mortificato. Ma io non avevo molta voglia di parlargli. È difficile spiegare a un uomo di 30 anni concetti come lealtà e responsabilità”. Gallinari ha provato a scusarsi, anche se parzialmente ha incolpato gli avversari rei di averlo provocato. I campioni però sanno resistere alle provocazioni, e lui in Nba avrà preso e dato colpi anche più forti di quella mezza gomitata di Kok. 

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All’Italia non resta che affidarsi a chi rimane. La squadra azzurra rimane ancora in grado di dire la sua, nonostante la situazione che si è creata. Con Datome che finalmente avrà un ruolo da titolare dopo la vittoria dell’Eurolega, Melli pronto a dimostrare in azzurro i progressi incredibili degli ultimi anni, Belinelli desideroso di riscatto e tutto il gruppo compatto gli azzurri devono puntare a giocarsela con tutti. Nel 2003, con una squadra operaia molto meno talentuosa di questa, Recalcati e i suoi arrivarono al bronzo.

Il riscatto azzurro passa proprio da qui. A Messina il compito di creare l’alchimia giusta e di motivare un gruppo di giocatori sempre perdente nei momenti importanti. Senza il Gallo, ma con la rabbia giusta, il riscatto è ancora possibile.

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La Milano del basket non c’è più. Eliminata in semifinale da Trento, alza bandiera bianca anche in campionato, dopo averlo fatto da tempo in Europa. La Milano del basket si adegua alla mediocrità della Milano del calcio, colorando la stagione sportiva della metropoli di nero nerissimo.

Il fallimento è di tutti, nella pallacanestro meneghina. L’ultimo posto nel girone di Eurolega e l’amara eliminazione nei play off scudetto fanno pendere la bilancia in negativo, nonostante i due trofei portati a casa, la Coppa Italia e la Supercoppa. La stagione era iniziata con ben altre prospettive per le scarpette rosse marchiate Armani.

Lo sport poi è crudele, quindi il primo a pagare sarà l’uomo della panchina, ossia Jasmin Repesa. Che avrebbe ancora un anno di contratto, ma che se ne andrà senza troppo strepitare (e pretendere). L’allenatore croato ha fallito, non è riuscito mai ad amalgamare il materiale umano di tutto rispetto che aveva. La crisi dell’Olimpia, però, va al di là del coach. E rischia di mangiarsi, come un tarlo, anche la Società stessa. I tifosi, al Forum, hanno chiesto la testa del presidente Livio Proli (secondo le ultime notizie, però, rimarrà), ma è chiaro che pure il proprietario Giorgio Armani potrebbe farsi prendere da malinconia e dubbi sul suo futuro (anche in questo caso, nei corridoi, si sussurra che l’amore per il basket e per Milano prevarranno).

Jasmin Repesa

Tornando a Repesa, non gli si può non riconoscere di essere l’allenatore più vincente degli ultimi 20 anni del basket Milano (in due stagioni uno scudetto, due Coppe Italia e una Supercoppa). Ma se ne andrà e il prossimo tecnico sarà italiano: si fanno i nomi di Trinchieri (che in Germania, alla guida del Bamberg, si sta giocando lo scudetto), Buscaglia (l’uomo di Trento, l’ammazza Milano), Simone Pianigiani (che ha un altro anno di contratto con Gerusalemme). Difficile che arrivi un altro straniero lungo i Navigli, anche se sono sotto osservazione Blatt, Plaza, Sito Alonso e Jasikevicius. Potrebbe abbandonare la nave pure il general manager Flavio Portaluppi, anche lui contestato dal pubblico.

Naturalmente cambierà il roster. Ma Milano vuole italianizzarsi, forse perché il blocco italiano può avere più a cuore le sorti di un club come quello lombardo. Non ci sarà Gentile (pur avendo un contratto fino al 2018 e a meno di colpi di scena), e questo si sa, ma rimarranno Awudu Abass, Simone Fontecchio, Andrea Cinciarini, Bruno Cerella e Davide Pascolo. Resteranno Simon e forse Kalnietis, si tratterà per prolungare l’accordo di Tarczewski. Via invece Raduljica e, uno dopo l’altro, pure Hickman, Sanders (verso il Fenerbahce). McLean ha ricevuto offerte economiche più alte. Al posto di Macvan dovrebbe arrivare da Brindisi M’Baye. Dragic ha un contratto con troppi zeri per poter rimanere e poi, con l’addio di Repesa, lo seguirà al 90 per cento. La soluzione interna, per la panchina, potrebbe promuovere il secondo Massimo Cancellieri.

Ale Gentile

Il progetto ambizioso di Milano è finito nel cestino. Si puntava a confermarsi in Italia, ma pure a fare strada in Eurolega. Un discorso a sé merita Alessandro Gentile. Dal primo luglio tornerò a essere a tutti gli effetti un giocatore Olimpia, ma per quanto? L’America è una tentazione troppo forte. A Milano Ale è amato ancora oggi, nonostante l’addio burrascoso e improvviso dell’ultima stagione. Il figlio d’arte potrebbe essere attratto da un big europea, oppure puntare sulla voglia di rilancio di una Società che, se non altro, non ha problemi di budget.

Certo, dopo gli anni di dominio di Siena, Milano aveva illuso riconquistando dopo 18 anni il titolo. Un nuovo ciclo? Perché no? Armani e gli altri ci hanno messo il cuore e il portafogli, ma qualcosa non ha funzionato. E invece, anche il patron ora è sotto accusa. Intendiamoci, senza di lui, Milano sarebbe scomparsa dal panorama cestistico italiano. I 27 titoli sarebbero rimasti un lontano ricordo. Ma, attenzione, da quando lo stilista entrò in Società – stagione 2004-2005 – i trofei vinti sono stati soltanto cinque. E qui i paragoni con il calcio si possono fare eccome, più con l’Inter che con il Milan. Armani si è circondato di persone probabilmente non così capaci – da Proli a Portaluppi – proprio come fece Massimo Moratti quando era presidente dell’Inter. La passione dei due – uno sempre al palazzetto, l’altro allo stadio – non è bastata. I soldi messi sul tavolo neanche. Anche se poi il petroliere i suoi successi li ha ottenuti, mentre lo stilista ha dovuto attendere tanti anni per veder di nuovo sollevare un trofeo. E, quando pensava ormai di poter riportare l’Olimpia pure in una dimensione europea di altissimo livello, si è ritrovato nudo. Senza l’Eurolega (con l’illusione del 2013/2014), senza il campionato.

Reyer Umana Venezia v Olimpia EA7 - Playoff Semifinal Game 6

Di potenziali crack ne sono arrivati al Forum: Drew Nicholas, Antonis Fotsis, Omar Cook, Lynn Greer, Stefano Mancinelli, Marijonas Petravicius, Jonas Maciulis, Richard Hendrix, Shawn James, Linas Kleiza, Miroslav Raduljica, Ricky Hickman, Zoran Dragic. Qualcuno ha dato spettacolo, qualcuno ha vinto qualcosa. Poco rispetto al budget e alle ambizioni. Ecco perché ci sarà una rivoluzione a Milano.

Dopo un 2016 da abbuffate sportive – Europei di calcio e Olimpiadi brasiliane su tutti – il 2017, come la maggior parte degli anni dispari, lascia tirare un po’ il fiato, non proponendo eventi planetari come possono essere la manifestazione continentale del pallone e i cinque cerchi. Ci sono, però, alcuni avvenimenti sportivi che ci terranno compagnia lungo tutto l’arco dell’anno appena iniziato.

Partendo dal calcio – noblesse oblige – a giorni inizierà la Coppa delle nazioni africane. È il Gabon a ospitare una manifestazione che, con il tempo, ha smesso di essere la cenerentola delle competizioni calcistiche e che oggi gode anche della copertura televisiva integrale (Fox Sports per il nostro Paese). Si comincia il 14 gennaio, con finale il 5 febbraio. Inutile dire che tanti protagonisti del campionato italiano e dei principali tornei europei saranno in Gabon. Due anni fa, la vittoria è andata alla Costa d’Avorio, alla seconda affermazione della sua storia.

Sempre per quanto riguarda il calcio, dal 17 giugno al 2 luglio ecco le prove generali del Mondiale in programma nel 2018, con la Confederations Cup ospitata dalla Russia. Partecipano i padroni di casa, la Germania campione del mondo in carica, l’Australia che ha vinto il Campionato asiatico 2015, il Cile che ha conquistato la Coppa America, il Messico quale detentore della Concacaf, la Nuova Zelanda che ha vinto la Coppa delle nazioni oceaniche, il Portogallo campione d’Europa e la squadra che vincerà la prossima Coppa d’Africa.

Ancora per il pallone, dal 7 al 21 giugno Europei Under 21 in Polonia; dal 16 luglio al 6 agosto Campionati europei femminili in Olanda. Proseguiranno, naturalmente, le qualificazioni ai Mondiali maschili del 2018.

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Tutto da seguire anche il Campionato europeo maschile di pallacanestro, dal 31 agosto al 17 settembre. Se Istanbul ospiterà la fase finale, la prima fase avrà più sedi: Helsinki (Finlandia), Cluj (Romania), Tel Aviv (Israele) e la stessa Istanbul. Ci sarà anche l’Italia, a caccia di un buon risultato. La pallavolo, altro sport di squadra seguitissimo, vedrà svolgersi sia gli Europei maschili (in Polonia), sia quelli femminili (in Azerbaigian e Georgia). Altre manifestazioni di sicuro richiamo: le Universiadi invernali di Almaty, dal 28 gennaio all’8 febbraio, i Giochi del Mediterraneo di Tarragona (dal 30 giugno al 9 luglio), le Universiadi di Taipei (dal 19 al 30 agosto), i Giochi dei piccoli Stati d’Europa di San Marino dal 29 maggio al 3 giugno.

L’Atletica leggera vivrà il suo clou a Londra, dal 5 al 13 agosto, con i Campionati del mondo 2017, ma l’antipasto ci sarà già a marzo, dal 3 al 5, con gli Europei di atletica indoor a Belgrado. Lo Sci alpino attende tutti al varco con i Mondiali di Saint Moritz dal 6 al 19 febbraio; quello Nordico di Lahti dal 22 febbraio al 5 marzo.

Pure il Rugby a 13, nel 2017, vedrà scendere in campo le nazionali più forti nella Coppa del mondo, ospitata da Australia, Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea. Appuntamento dal 26 ottobre al 2 dicembre; le donne saranno impegnate nel torneo a 15 in Irlanda e Irlanda del Nord dal 9 al 26 agosto. Tempo di Mondiali per la pallamano maschile dall’11 al 29 gennaio in quel della Francia.

Il bob vivrà sia gli Europei (14 e 15 gennaio a Winterberg) sia i Mondiali (17–26 febbraio a Schonau am Konigssee). Svezia e Danimarca ospiteranno le qualificazioni al Campionato europeo di football americano 2018. Per la Ginnastica artistica doppio appuntamento: 19–23 aprile XVII Campionati europei individuali (a Cluj – Napoca), 2–8 ottobre Mondiali e Montreal. La Ginnastica ritmica, dal 30 agosto al 3 settembre, assegnerà il titolo iridato a Pesaro.

E ancora, ecco lo Skeleton: 14–15 gennaio a Winterberg Campionati europei 2017, 19–26 febbraio Campionati mondiali 2017 a Schonau am Konigsee; e il Trampolino elastico, Mondiali dal 9 al 12 novembre a Sofia.

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Formula Uno e MotoGp vivranno, come tutti gli anni, i Mondiali. Il ciclismo affronterà le grandi corse a tappe, Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta di Spagna, e i Mondiali, dal 17 al 24 settembre a Bergen, in Norvegia. Il rugby avrà il consueto appuntamento con i fiocchi del Sei Nazioni. Il Nuoto vivrà gli Europei in vasca corta a dicembre, dal 13 al 17, a Copenaghen. Dal 23 al 30 luglio ci saranno invece i Mondiali a Budapest. Mondiali pure per la pallanuoto, dal 15 al 30 luglio, sempre in Ungheria. Dal 17 al 27 giugno, alle Bermuda, spettacolo assicurato con la America’s Cup di Vela.

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Nella lunga storia del basket professionistico americano, la NBA ha salutato decine di stelle di prima grandezza che hanno contribuito a renderla la più importante e conosciuta Lega al mondo. Dal drammatico addio di Magic Johnson, che nei primi anni ’90 contrasse il virus dell’HIV, agli addii e ritorni di Michael Jordan (pre e post parentesi nel baseball), sino ai saluti più crepuscolari e inevitabili della generazione dei Big Man degli anni ’90: Patrick Ewing, Hakeem Olajuwom, Charles Barkley, Shawn Kemp, David Robinson e Shaquille O’Neal, solo per citarne alcuni. Nomi, volti e presenze sceniche che hanno fatto sognare milioni di fan in tutto il mondo e lasciato alle spalle vuoti malinconici e nostalgici, colmati solo in parte dal ricambio generazionale intervenuto. L’ultima stagione, però, è andata ben oltre. Il campionato che ha scritto l’importante pagina di storia rappresentata dalla vittoria di LeBron con i suoi Cleveland, in verità ne ha lasciate in scorta agli annuari molte di più. Altre pagine di addio, attese, ma non così. Non tutte insieme.

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Il primo è stato Kobe Bryant con il suo “Farewell Tour“, un’intera stagione per salutare a suo modo le altre 29 squadre della Lega. Uno stillicidio per cuori teneri. Ad ogni partita una celebrazione, un’ovazione, un tributo, lacrime, tante lacrime, versate peraltro da avversari tanto fieri e ostici, in campo e fuori, quanto onesti nel riconoscere la primaria grandezza del “nemico”. Una star capace di salutare come a nessuno era riuscito prima di lui: i suoi 60 punti con vittoria in rimonta contro i Boston Celtic, lo scorso 13 aprile, difficilmente saranno replicabili a breve da un altro giocatore, alla soglia dei 38 anni, capace un attimo dopo aver siglato gli ultimi canestri di pronunciare le parole più difficili in mondovisione: “Mamba out“.

Quindi è stata la volta di Kevin Garnett, un altro dei più grandi della sua generazione. Giocatore polivalente: ala piccola, ala grande, centro all’occorrenza. Ottimo difensore e trash talker come pochi (c’è anche questo a contraddistinguere la personalità di un big). 40 anni e spenderli ancora benissimo sul parquet con i suoi Minnesota Timberwolves. Poesia anche nel suo addio, sebbene pronunciato lontano dai riflettori. KG, infatti, ha deciso di tagliare il traguardo di una lunga carriera con la squadra che gli aveva permesso di arrivare in NBA e di segnare i suoi primi 19mila punti. Dopo i sei anni spesi a Boston con la conquista di un anello e il passaggio per i Brooklyn Nets, il ritorno con i Lupi. In tono minore forse, ma con la maglia che ha sempre amato.

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Infine, Tim Duncan. Non si sono ancora spente le luci della sua ultima notte di gloria all’all’AT&T Center di San Antonio, dopo la vittoria dei neroargento su New Orleans. Il numero 21 non era naturalmente in pantaloncini e maglietta, ma come ha scherzato durante la cerimonia di ritiro della sua maglia ha “vinto parecchie scommesse: non ho indossato un paio di jeans, ho addosso una giacca e ho parlato per più di 30 secondi“. Quasi una forzatura per un tipo schivo del suo calibro, che ha annunciato il ritiro con un breve comunicato, neanche di suo pugno, e lontano dai riflettori dei play off. Ha evitato di commuoversi anche quando coach Popovich lo ha sorpreso con le sue lacrime e la voce rotta: “Questo è il commento più importante che possa fare su Duncan. Dico una cosa ai suoi genitori, che se ne sono andati. Posso garantirvi una cosa, Tim è la stessa persona che si è presentata a me per la prima volta”. E ove servisse un’ulteriore conferma, è bastato il suo saluto ai tifosi del Texas che “mi hanno dato molto più di quanto io ho dato loro“.

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Un saluto, un inchino e 19 anni di storia passano in archivio, quasi sotto silenzio e senza clamori. Esattamente com’è nel suo stile. È un tweet, un semplice messaggio di 89 caratteri (neanche i 140 a disposizione, a voler fare meno rumore possibile) dall’account ufficiale dei San Antonio Spurs a rivoluzionare il mondo del basket Nba e non solo: Timothy Theodore Duncan, meglio noto semplicemente come Tim, annuncia il suo ritiro. Un addio, da tempo nell’aria, ma che più di un tifoso si augurava di poter procrastinare di un altro anno ancora, specie dopo l’annuncio di Manu Ginobili che, proprio qualche giorno fa, aveva fatto sapere di voler proseguire per un’altra stagione. E invece le ginocchia di Tim hanno alzato bandiera bianca.

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Basta, stop, chiuso. Sipario su una carriera d’oro, durata due decadi, nella quale è riuscito a far innamorare di sé due generazioni di tifosi, ammaliati da un gioco essenziale, ma maledettamente efficace, con quel tiro di tabella praticamente infallibile e quel gioco in post apparentemente lento, ma parecchio complicato da neutralizzare. Poche parole, tanti fatti e una capacità di comunicare ed essere seguito all’interno dello spogliatoio con poche alzate di sopracciglia, ma soprattutto con l’esempio offerto sul campo, in partita e durante gli allenamenti.

Vincitore di 5 titoli NBA, è stato anche nominato per due volte MVP della regular season, per tre MVP delle finali, nonché miglior giocatore della decade 2000-2010 a insindacabile giudizio della rivista Sport Illustrated. Numeri e riconoscimenti eccellenti che, tuttavia, non sono sufficienti a spiegare l’uomo e il campione, affacciatosi nel basket a stelle e strisce al fianco di un santone del calibro di David Robinson – con cui componeva le ribattezzate Twin Towers di San Antonio – e capace di far crescere al suo fianco tanti talenti, non ultimo LaMarcus Aldridge, ora chiamato a raccogliere la sua pesante eredità.

 

E un campione del genere non poteva avere certo una storia banale. Nativo delle Isole Vergini, Tim era avviato a una carriera da nuotatore che lo aveva portato, a 14 anni, ad essere già considerato uno degli atleti più promettenti a livello nazionale sulla distanza dei 400 metri stile libero. Nel 1989 è già parte della squadra destinata a partecipare alle Olimpiadi di Barcellona 1992, ma la sua vita è sconvolta da due eventi tragici: la madre si ammala di cancro al seno e nel successivo autunno, l’isola di Saint Croix è vittima del passaggio dell’uragano Hugo che devasta completamente la piscina in cui si allenava, rendendola impraticabile. Gli allenamenti, di lì in poi vengono programmati nell’Oceano, ma la fobia degli squali e la successiva morte della madre nella primavera 1990 allontanano definitivamente Duncan dal nuoto.

È la sorella Cheryl – nuotatrice provetta – a generare di seguito l’innamoramento per la pallacanestro: è lei infatti a spedire a casa Duncan un canestro per permettere al fratello di svagarsi. Il padre di Tim lo installa ad un’altezza esatta di dieci piedi da terra (quella regolamentare dei canestri NBA) e lo rinforza con cemento in modo da poter resistere a qualsiasi calamità naturale e il resto lo fa il marito di Cheryl, Ricky Lowery, ex playmaker titolare per la Capital University di Columbus, instillando in Tim la passione per il gioco e i primi fondamentali. È qui che tutto comincia (la maglia numero 21 è un omaggio proprio a Ricky) dando il via a una carriera che lo ha reso Leggenda.

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E dopo l’addio di Kobe Bryant, adesso quello di Duncan segna davvero la fine di un’epoca. Anzi di un’era, l’era dei giganti della pallacanestro mondiale.