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Un pugno, sferrato dopo un contatto sotto canestro a un avversario contro cui non c’era nulla in gioco. Una semplice amichevole di preparazione a un Europeo atteso un anno, per poter riscattare la bruciante sconfitta con la Croazia nel preolimpico della scorsa estate. Quello giocato a Torino, in casa propria, vantaggio che non è servito a regalare una gioia in uno sport come il basket in cui l’Italia è da troppo tempo relegata a un ruolo da comparsa, dopo gli anni ruggenti culminati con un indimenticabile argento Olimpico.

Quel pugno di Gallinari al carneade olandese Kok non è solo un gesto insensato, da parte del giocatore che, grazie alla sua immensa classe, avrebbe dovuto essere il trascinatore del gruppo. È la metafora che riassume la frustrazione di una generazione di giocatori troppe volte etichettata come “la più forte di sempre“, con tre giocatori in grado di arrivare in Nba, ma che poi alla prova dei fatti non è mai riuscita a raggiungere risultati degni del valore che le è stato attribuito. Un gruppo capace di singole prestazioni di livello assoluto, come la vittoria con la Spagna agli Europei del 2015, ma mai in grado di fare il salto di qualità in grado di portarlo a competere per una medaglia.

La generazione di Bargnani e Gentile, neanche convocati per i prossimi europei. Uno, prima scelta assoluta in Nba, giocatore etichettato come erede di Nowitzki per la sua capacità di tirare da fuori e per la coordinazione incredibile per uno della sua altezza, poi smarritosi tra infortuni e limiti caratteriali mai superati (ad oggi è senza squadra). L’altro, prima giovane capitano dell’Olimpia Milano scudettata, poi mandato in prestito in giro per l’Europa a causa dei dissapori con ambiente e società e ora a Bologna per provare a rilanciarsi insieme alla Virtus.

La generazione di Belinelli, sempre ottimo comprimario Nba e vincitore di un anello a San Antonio, che in maglia azzurra non è mai stato capace di diventare trascinatore, anche se è tra quelli che hanno sempre dato tutto alla maglia (come ha spiegato Messina nella sua intervista più recente, “dipende se hai vinto con ruolo da protagonista o meno, non è la stessa cosa. Posso essere stato molto bravo in un team dove c’erano due giocatori che erano punto di riferimento, ma non è detto che quando tocca a me essere il faro io ne sia in grado“)

La generazione mai capace di sfornare un lungo vero, in grado di battagliare sotto canestro con i top mondiali (anche se Cusin, con tutti i suoi limiti, è sempre risultato tra i migliori) e che ha cambiato tanti playmaker senza mai trovarne uno in grado di interpretare il ruolo nel modo giusto. Neanche l’esperimento Travis Diener, agli Europei del 2013, ha sortito effetti positivi.

La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra
La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra

Di questa generazione Gallinari avrebbe dovuto diventare faro e uomo principale, per doti caratteriali e cestistiche. Gli infortuni spesso gli hanno impedito di esprimersi al meglio, ma il “Danilo step back” (Flavio Tranquillo docet) contro la Germania di due anni fa, il tiro che all’ultimo secondo ci ha portato ai supplementari di una partita fondamentale degli Europei 2015 (poi vinta), sembrava aver certificato la leadership finalmente acquisita da un giocatore che in Nba ha raggiunto lo status di quasi-stella (e che quest’anno, col passaggio ai Clippers, è diventato lo sportivo italiano più pagato di sempre). La sua rabbia dopo la sfortunata sconfitta con la solita Lituania (diventata l’incubo azzurro nelle ultime competizioni) nella stessa competizione, sempre ai supplementari, il suo “mi sono rotto le p..le di perdere sempre” poteva significare voglia di riscatto. Invece, in una calda serata estiva, in un’amichevole senza nulla in palio, Gallinari con quel pugno e con la frattura alla mano ha buttato all’aria una delle ultime grandi opportunità che poteva avere con la Nazionale.

Nelle parole di Messina traspare la delusione di chi si aspettava tanto dal Gallo, da chi si è sentito tradito prima umanamente e poi sportivamente: “Ha chiesto scusa, era mortificato. Ma io non avevo molta voglia di parlargli. È difficile spiegare a un uomo di 30 anni concetti come lealtà e responsabilità”. Gallinari ha provato a scusarsi, anche se parzialmente ha incolpato gli avversari rei di averlo provocato. I campioni però sanno resistere alle provocazioni, e lui in Nba avrà preso e dato colpi anche più forti di quella mezza gomitata di Kok. 

gallinari kok

All’Italia non resta che affidarsi a chi rimane. La squadra azzurra rimane ancora in grado di dire la sua, nonostante la situazione che si è creata. Con Datome che finalmente avrà un ruolo da titolare dopo la vittoria dell’Eurolega, Melli pronto a dimostrare in azzurro i progressi incredibili degli ultimi anni, Belinelli desideroso di riscatto e tutto il gruppo compatto gli azzurri devono puntare a giocarsela con tutti. Nel 2003, con una squadra operaia molto meno talentuosa di questa, Recalcati e i suoi arrivarono al bronzo.

Il riscatto azzurro passa proprio da qui. A Messina il compito di creare l’alchimia giusta e di motivare un gruppo di giocatori sempre perdente nei momenti importanti. Senza il Gallo, ma con la rabbia giusta, il riscatto è ancora possibile.

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Hanno terminato in parata, primo Sebastian Vettel e secondo Kimi Raikkonen. All’Hungaroring la Ferrari ha piazzato la doppietta prima della vacanze. Un po’ come ottenere un 10 l’ultimo giorno di scuola, staccando chi era considerato a inizio anno il ‘secchione’ del circus. Ossia la Mercedes di Bottas e, soprattutto di Hamilton, terzo e quarto.

Il tedesco di Maranello adesso ha 14 punti di vantaggio sul britannico, dopo undici Gran Premi. A fine agosto si tornerà dentro le monoposto, a Spa, replicando poi a Monza. Due piste che, sulla carta, sono più adatte alle Frecce d’Argento. Ma il morale, i continui miglioramenti nella meccanica e un Vettel mai così centrale come ora nelle scelte della scuderia italiana possono davvero rovesciare la situazione. Senza contare che, a Monza, Hamilton e gli altri correranno in trasferta.

Ferrari ferma

Come ha fatto Maranello, in nove mesi, a colmare la distanza da una Mercedes che pareva irraggiungibile anche quest’anno? Lavorando, in silenzio. Come avrebbe chiesto di fare – era nel suo stile – un certo Enzo Ferrari. La SF170H ha fatto il resto, dimostrando di sapersi adattare su tutti i circuiti, proprio come un cavallo che ora sa correre. A scapito di una Mercedes che, nell’ultimo triennio, ha dominato. E che forse si è un po’ seduta sugli allori.

E ancora: la Ferrari in questo anno sta sfruttando meglio le gomme da qualifica, il che non la porta a dover sempre fare gara di rincorsa: entrano prima in temperatura, fanno il ‘tempo’, come in Ungheria. Ma non solo. Maranello ha creato una monoposto dal passo più corto, che ha permesso alla Rossa di dominare su piste più piccole e dove bisogna essere bravi a guidare più che ad accelerare (Montecarlo e Budapest).

Se da una parte ci sono stati tanti miglioramenti, dall’altra (ovvero in casa Mercedes) è venuta fuori qualche magagna. Le gomme, per esempio. Problemi in parte risolti proprio negli ultimi GP. La power unit anglo-tedesca resta la migliore e ha fatto la differenza in Austria, Spagna e Russia.

Lewis Hamilton

Vettel e Raikkonen scontano le caratteristiche delle loro auto quando si trovano su tracciati o su tratti veloci di pista. In casa Mercedes, invece, ci sarà un mese per cercare di sfruttare al meglio le gomme più morbide. Ciò che è chiaro a tutti è che il Mondiale è ancora apertissimo perché la scuderia campione del mondo non è abituata ad abbattersi, ma anzi a reagire prontamente.

A favore della Ferrari c’è la chiarezza nella gerarchia tra i due piloti. È stato chiarissimo a Budapest, con Raikkonen che ha fatto da perfetto guardaspalle al compagno Vettel mentre Hamilton tentava la rimonta: è il tedesco il deputato a correre per il Mondiale, il finlandese gli fa da scudiero. C’è invece competizione tra Lewis Hamilton e Valtteri Bottas. Certo, la Mercedes ha dato la sensazione di spalleggiare di più il primo, ma in Ungheria ha preso una decisione piuttosto cervellotica, facendo passare il finlandese all’ultima curva e togliendo così punti fondamentali per la classifica finale a Lewis (3 per la precisione). Una decisione andrà presa, questo è chiaro.

Fino a questo momento, Bottas ha fatto meglio di Raikkonen e questo ha permesso alla Mercedes di ritrovarsi spesso due contro uno. È stato così più facile gestire la strategia di gara, sacrificando a volte Valtteri. All’Hungaroring non pochi si sono stupiti del rallentamento di Hamilton a favore del compagno di squadra. Forse una scelta per poter avere ancora il finlandese nelle migliori condizioni mentali alla ripresa del campionato. Ma la Ferrari, a Budapest, ha ritrovato pure Raikkonen e così il gioco di squadra, questa volta, l’ha fatto proprio Maranello.

Kimi Raikkonen

Sul Mondiale peserà, e molto, il rendimento dei piloti da qui alla fine. La Ferrari può contare su un Vettel capace, anche nelle giornate peggiori, di fare prestazioni eccellenti, grazie al feeling con la macchina e alle grandi motivazioni. Fin qui, ha mancato solo Silverstone. Hamilton, di contro, a volte è sembrato distratto e senza un po’ di determinazione. Le seconde guide sono a favore della Mercedes, per ora, con Bottas che continua ad avere un ottimo rendimento, fatta eccezione per la Cina e, se non è riuscito a vincere, ha permesso al compagno di scuderia di farlo, bloccando le Ferrari. Raikkonen non ha la stessa capacità: ce l’ha fatta esclusivamente a Montecarlo prima dell’Ungheria e, se nelle libere ha spesso fatto benissimo, si è perso nelle prove e in gara. Il suo rendimento deve assolutamente salire perché la Ferrari possa avere aspirazioni legittime di vittoria finale.

Valtteri Bottas

La classifica al momento dice: Vettel 202 punti, Hamilton 188, Bottas 169. Perché il sogno iridato possa essere tutto rosso, serve che Vettel prosegua con questo passo e che Raikkonen rosicchi qualche posizione al duo Mercedes. Sempre che non sia lo stesso Bottas a farlo ai danni del suo compagno di squadra.

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È questo il tempo che ha permesso a Federica Pellegrini di vincere il suo terzo oro in carriera nella categoria dei 200 metri, ai Mondiali di nuoto in corso a Budapest. Per Fede è il settimo podio consecutivo nei 200 in una rassegna iridata, la prova del suo dominio nell’ultimo decennio. Stavolta il trionfo era quasi impronosticabile, visto che alla vigilia l’agguerrita Katie Ledecky era data per forte favorita.

E invece la nuotatrice italiana ha interpretato la gara in maniera perfetta, sfoderando una prestazione straordinaria, dosando perfettamente forze, pause e sprint. Nel finale ha sovrastato le avversarie con ferocia, conquistando un oro da campionessa vera, nel senso più ampio del termine.

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E campionessa lo è non solo perché ha confermato in vasca di essere la sportiva italiana più grande di tutti i tempi, ma perché al talento ha aggiunto una forza d’animo che era tutto tranne che scontata. Questo perché quando vinci e convinci sei la migliore, ma quando perdi sei da buttare, diventi perfino antipatica, proprio come successo a lei, dopo le ultime due edizioni dei Giochi.  Dopo Londra e Rio, infatti, nessuno le ha risparmiato fango e critiche, per poi rimetterla sul piedistallo dopo i mondiali di Kazan e la vittoria appena arrivata.

Federica, con quella fenice tatuata sul suo collo a ricordare che dalle ceneri si risorge, ha avuto con l’acqua un rapporto altalenante, fatto di successi, vittorie, sconfitte e paure. L’ha odiata l’acqua, Federica, quando il panico le impediva di sentirsi libera nel suo habitat e quando ha pensato di mollare tutto, più di una volta.

Eppure ne è sempre uscita, anche da sommersa si è salvata, dimostrando che annaspare non significa per forza affogare. E ora ha riconquistato la copertina, che da 13 anni non l’abbandona, seguendola in ogni fase della sua vita, perché personaggi come lei, che fanno sempre e comunque parlare, non nascono certo ogni giorno.

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Ma dopo i festeggiamenti, inaspettati e meritati, per Fede è il tempo delle decisioni. Una vittoria così offre sul piatto d’argento la possibilità di dire basta conservando un ricordo incredibilmente grande, ma allo stesso tempo ingolosisce, e la tentazione di continuare è forte e non è facile mantenersi.

Certamente Federica continuerà a gareggiare su altre distanze, ma al momento l’intenzione ufficiale pare quella di appendere al chiodo i 200, per non togliere bellezza a quella che sarebbe una chiusura perfetta.

Ci vuole coraggio a dire basta dopo un oro così, ma anche questo significa essere campioni: capire quando abbandonare la scena.

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Irrefrenabile. Ma soprattutto immortale. Roger Federer ha indossato per l’ottava volta la corona di Re a Wimbledon. Tanti sono i successi dello svizzero in quello che viene considerato il campionato del mondo di tennis sull’erba. Otto vittorie, dal 6 luglio 2003 al 16 luglio 2017: un’epopea più che un’era.

Forse la partita contro lo spilungone Marin Cilic non passerà alla storia come una delle più combattute e belle da parte dell’elvetico, ma tornare a vincere nel Regno Unito dopo 5 anni ha un significato che va al di là del singolo match per il 36enne, che di Slam ne ha portati a casa ben 19 nella sua lunga carriera sportiva. Iniziando proprio da quel 6 luglio 2003.

Ripercorriamo l’incredibile serie di vittorie di Re Roger Federer, oggetto di dibattito se sia il miglior sportivo della storia.

6 luglio 2003: Wimbledon

Roger Federer si sta appena affacciando al tennis dei migliori il 6 luglio del 2003. Ha 21 anni e, a Wimbledon, arriva in finale dove si trova di fronte Mark Philippoussis, uno che tira forte. In un’ora e 56′ Federer si aggiudica la partita, con due tie-break: 7-6, 6-2, 7-6. È la prima vittoria in un torneo del Grande Slam per Roger, che non concede una palla break, chiude con 50 colpi vincenti, 9 errori gratuiti e appena 6 punti persi sulla prima di servizio. È nata una star del tennis? Seguiteci, anche se già conoscete la trama.

1 febbraio 2004: Australian Open

Federer 2004

Pure nella terra dei canguri, Roger Federer è campione. Pochi mesi dopo Wimbledon. Questa volta gli servono 2 ore e 15′ contro il russo Marat Safin, rimandato a casa con un 7-6, 6-4, 6-2. Federer raccoglie gioie su gioie a Melbourne: battendo in semifinale Juan Carlos Ferrero, era infatti diventano il numero uno del ranking Atp. Il tie-break del primo set è decisivo: Safin manca due set point sul 6-5, poi crolla poco alla volta. Alla distanza. Non sarà la prima volta che succede: gli altri dopo un po’ cadono in errore, non sfruttando le chance a disposizione. Lui no, Roger di ghiaccio.

4 luglio 2004: Wimbledon

Federer 2004 Wimbledon

Ci risiamo. Roger Federer si mangia di nuovo l’erba della famiglia reale. L’avversario è Andy Roddick, che lo svizzero affronterà spesso in finale. Dura 2 ore e 30′ per vincere 4-6, 7-5, 7-6, 6-4. Match in salita per l’elvetico che, addirittura, perde il primo set. Nel secondo, avanti 4-0 e con una palla per il 5-0 si fa raggiungere, prima di rigirare la partita a suo vantaggio. Nel terzo, ancora Roddick meglio: 2-1 e 4-2, ma arriva la pioggia ad aiutare Roger. E nel quarto, dopo aver salvato quattro palle break, è ancora Federer a trionfare.

12 settembre 2004: Us Open

Federer 2004 Us Open

Quando è in forma, in questo periodo, non ce n’è per nessuno. Poco più di due mesi dopo il bis a Wimbledon, Federer conquista per la prima volta lo Us Open. Lleyton Hewitt perde 6-0, 7-6, 6-0 ed entra nella storia, a suo modo, anche lui. Era dall’800 che in una finale dello Slam qualcuno non perdeva due set 6-0. Il primo set dura 18′. Nel secondo c’è partita, nel terzo no.

3 luglio 2005: Wimbledon

Federer 2005

Ancora Wimbledon per Federer, che non trova avversari in Inghilterra. Andy Roddick esce di nuovo con le ossa rotte dal confronto con lo svizzero: 6-2, 7-6, 6-4 in un’ora e 41′. Nel primo set, Re Roger perde un solo punto al servizio, nel secondo recupera un break. Nel terzo, strappa subito il servizio a Roddick e se ne va verso il trionfo.

11 settembre 2005: Us Open

Federer ok

André Agassi, l’idolo di casa, non ce la fa contro la montagna Roger: 6-3, 2-6, 7-6, 6-1 in 2 ore e 19′. Alla distanza, Agassi risente forse dei 10 anni in più sulla carta d’identità.

29 gennaio 2006: Australian Open

Federer

Bis in terra australiana per il più forte di tutti. La sorpresa cipriota Marco Baghdatis fa sudare Roger per 2 ore e 46′: 5-7, 7-5, 6-0, 6-2, ma ancora una volta l’esperienza e la calma da parte dell’elvetico fanno il solco quando il match diventa più lungo. E dire che Federer si era presentato in campo con un problema alla caviglia, era andato sotto di un set e 0-3. Alla premiazione, arrivano pure le lacrime del vincitore.

9 luglio 2006: Wimbledon

Federer Nadal

Federer contro Nadal: quante volte l’abbiamo visto? A Wimbledon, però, Roger non lascia scampo al maiorchino: 6-0, 7-6, 6-7, 6-3 in 2 ore e 50′. Nadal spreca un set point nel secondo set, cosa che probabilmente incide tantissimo sull’esito finale della partita.

10 settembre 2006: Us Open

Federer Roddick

Roddick di nuovo contro Federer a Flushing Meadows. Ci vogliono 2 ore e 25′, con questi parziali: 6-2, 4-6, 7-5, 6-1. E poi la braccia al cielo sono quelle dello svizzero.

28 gennaio 2007: Australian Open

Federer vincitore

Avversario a sorpesa, a Melbourne, è il cileno Fernando Gonzalez. Roger Federer vince in 2 ore e 20′ per 7-6, 6-4, 6-4. Decimo titolo dello Slam. Per lo svizzero neanche un set perso nel torneo australiano. Gonzalez gli mette paura con due set point: 5-4 e 40-15. Ma Federer rimonta, come tante altre volte.

8 luglio 2007: Wimbledon


Una delle partite più belle della storia a Wimledon, Federer contro Nadal. Dura 3 ore e 45′: 7-6, 4-6, 7-6, 2-6, 6-2. Federer eguaglia il record di Bjorn Borg. Primo set: 3-0 Federer, poi 3-3, al tie-break 5-2 Federer che chiude dopo 5 set point. Nel terzo set, Nadal per due volte è a due punti dal set, ma perde nettamente il tie-break. Nel quarto, Nadal va 3-0, nel quinto Federer salva 4 palle break.

9 settembre 2007: Us Open

Federer contro Djokovic

Un certo Novak Djokovic è l’avversario di Roger Federer. L’uomo che per un po’ di anni toglierà lo scettro di migliore allo svizzero. Ma il 9 settembre del 2007, è l’elvetico a vincere: 7-6, 7-6, 6-4 in 2 ore e 24′. Djokovic è sempre avanti nel punteggio, ma cede alla distanza.

8 settembre 2008: Us Open

Andy Murray ci prova, ma esce anche lui sconfitto in finale contro Roger Federer: 6-2, 7-5, 6-2 in un’ora e 51′. Pur avendo perso la prima posizione nel ranking, per la prima volta dal 2004, l’elvetico vince in 27′ il primo set. Nel secondo si fa recuperare un break e poi salva a sua volta 3 palle break, nel terzo passeggia.

7 giugno 2009: Roland Garros

Federer Rolang Garros

Arriva il primo successo sulla terra rossa a Parigi per Federer. Lo svedese Robin Soderling, che aveva eliminato negli ottavi Rafa Nadal, soccombe per 6-1, 7-6, 6-4 in un’ora e 55′. Una delle migliori partite per Re Roger, che pure nel tie-break domina con quattro ace e il 7-1 finale.

5 luglio 2009: Wimbledon

Federer 2009

Passa neanche un mese e Federer rivince Wimbledon. Vittima preferita è Andy Roddick: 5-7, 7-6, 7-6, 3-6 e 16-14. Un incontro che non finisce mai: 4 ore e 16′. Sull’8-8 del quinto, Andy va a servire per il match, invece poi si ritrova dieci volte a dover servire lui per non uscire dal match. L’undicesima è letale.

31 gennaio 2010: Australian Open

Federer vince ancora

Andy Murray perde di nuovo contro Roger Federer: 6-3, 6-4, 7-6 in 2 ore e 41′. La partita dura parecchio, ma lo svizzero ha sempre pienamente in mano l’incontro.

8 luglio 2012: Wimbledon

Federer Wimbledon 2012

Come successe per Agassi anni prima in America, a Wimbledon sono tutti con Andy Murray. Ma Roger Federer non si spaventa e vince 4-6, 7-5, 6-3, 6-4 in 3 ore e 24′. Per metà partita, si gioca sotto il tetto del Centre Court a causa della pioggia. Come se pure il cielo amasse Re Roger: dopo la pioggia, alza la percentuale di prima, vince il terzo set e poi fa il break nel quarto.

29 gennaio 2017: Australian Open

Federer 2017

Cinque anni dopo, rieccolo. Tirato a lucido. E splendido vincitore a Melbourne, contro Rafael Nadal, anche lui agli antichi splendori: 6-4, 3-6, 6-1, 3-6, 6-3 in 3 ore e 38′. Saranno anche due vecchietti questi due, ma corrono e lottano su ogni pallina. E, naturalmente, vince Roger. Con l’aiuto dell’occhio del falco sull’ultimo punto.

16 luglio 2017: Wimbledon

Contro il gigante Marin Cilic, Federer vince facile: 6-3, 6-1, 6-4 in un’ora e 41′. È il diciannovesimo Slam. Una sola palla break salvata nel quarto game dell’incontro, poi 17 punti di fila sul servizio. Cilic piange, lamenta un dolore alla caviglia, cede. Un mese dopo il suo 36esimo compleanno, anche Re Roger piange guardando i due gemellini in tribuna.

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Un campione assoluto come Rafael Nadal non ha bisogno di presentazioni. Sin dagli inizi, la sua aura era quella del predestinato e la sua carriera ed i suoi trofei ne sono la testimonianza. Domenica a Parigi è entrato (qualora ci fossero stati ancora dei dubbi) nella leggenda. Con la vittoria del suo decimo Roland Garros, il maiorchino ha stabilito un grande record: è il primo tennista nella storia delle competizioni maschili, infatti, ad imporsi in dieci edizioni di uno stesso Slam.

NADAL ROLAND GARROS WINNER 2014 PARIS 08 06 2014 EP_CEZ

La “Decima” dello spagnolo è arrivata contro lo svizzero Stan Wawrinka, con un risultato netto: 6-2, 6-3, 6-1, che non ha lasciato spazio a nessun tipo di replica ed ha incoronato il tennista di Manacor. È un Nadal sontuoso, quello che ha perso solo 35 game in tutto il torneo, sia per la forma fisica sfoggiata che per il gioco proposto, quello ammirato sulla terra rossa di Francia dove non ha mai steccato l’appuntamento decisivo. Dieci vittorie su dieci finali rappresentano uno score strepitoso.

In questi ultimi 12 anni, Nadal ha collezionato 15 tornei del Grande Slam, Federer è nel mirino con soli tre successi in più. I due ora si ritroveranno a Wimbledon, dove, in caso di successo, Nadal potrebbe anche ambire alla testa della classifica ATP, attualmente detenuta da Andy Murray.

Roland Garros 2015

Oggi il tennista si gode il successo e guarda già alle sfide del futuro, senza dimenticare però un passato recente per lui abbastanza complicato. Il 2015, l’anno peggiore, con le sconfitte agli Australian Open, al Rio Open ed al torneo di Buenos Aires, sembrava aver messo in discussione il prosieguo stesso della sua carriera. Un mix micidiale di sconfitte e di infortuni, le ansie di aver imboccato il viale del declino e, addirittura, le voci di un ipotetico ritiro, hanno caratterizzato quell’annata sfortunata. Rafa ha però fatto tesoro di queste esperienze negative e con serietà e abnegazione ha ritrovato una forma fisica strabiliante che gli ha consentito di macinare un successo dopo l’altro e di giocare quel tennis aggressivo sul quale ha costruito la sua fama e i suoi trionfi.

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La Milano del basket non c’è più. Eliminata in semifinale da Trento, alza bandiera bianca anche in campionato, dopo averlo fatto da tempo in Europa. La Milano del basket si adegua alla mediocrità della Milano del calcio, colorando la stagione sportiva della metropoli di nero nerissimo.

Il fallimento è di tutti, nella pallacanestro meneghina. L’ultimo posto nel girone di Eurolega e l’amara eliminazione nei play off scudetto fanno pendere la bilancia in negativo, nonostante i due trofei portati a casa, la Coppa Italia e la Supercoppa. La stagione era iniziata con ben altre prospettive per le scarpette rosse marchiate Armani.

Lo sport poi è crudele, quindi il primo a pagare sarà l’uomo della panchina, ossia Jasmin Repesa. Che avrebbe ancora un anno di contratto, ma che se ne andrà senza troppo strepitare (e pretendere). L’allenatore croato ha fallito, non è riuscito mai ad amalgamare il materiale umano di tutto rispetto che aveva. La crisi dell’Olimpia, però, va al di là del coach. E rischia di mangiarsi, come un tarlo, anche la Società stessa. I tifosi, al Forum, hanno chiesto la testa del presidente Livio Proli (secondo le ultime notizie, però, rimarrà), ma è chiaro che pure il proprietario Giorgio Armani potrebbe farsi prendere da malinconia e dubbi sul suo futuro (anche in questo caso, nei corridoi, si sussurra che l’amore per il basket e per Milano prevarranno).

Jasmin Repesa

Tornando a Repesa, non gli si può non riconoscere di essere l’allenatore più vincente degli ultimi 20 anni del basket Milano (in due stagioni uno scudetto, due Coppe Italia e una Supercoppa). Ma se ne andrà e il prossimo tecnico sarà italiano: si fanno i nomi di Trinchieri (che in Germania, alla guida del Bamberg, si sta giocando lo scudetto), Buscaglia (l’uomo di Trento, l’ammazza Milano), Simone Pianigiani (che ha un altro anno di contratto con Gerusalemme). Difficile che arrivi un altro straniero lungo i Navigli, anche se sono sotto osservazione Blatt, Plaza, Sito Alonso e Jasikevicius. Potrebbe abbandonare la nave pure il general manager Flavio Portaluppi, anche lui contestato dal pubblico.

Naturalmente cambierà il roster. Ma Milano vuole italianizzarsi, forse perché il blocco italiano può avere più a cuore le sorti di un club come quello lombardo. Non ci sarà Gentile (pur avendo un contratto fino al 2018 e a meno di colpi di scena), e questo si sa, ma rimarranno Awudu Abass, Simone Fontecchio, Andrea Cinciarini, Bruno Cerella e Davide Pascolo. Resteranno Simon e forse Kalnietis, si tratterà per prolungare l’accordo di Tarczewski. Via invece Raduljica e, uno dopo l’altro, pure Hickman, Sanders (verso il Fenerbahce). McLean ha ricevuto offerte economiche più alte. Al posto di Macvan dovrebbe arrivare da Brindisi M’Baye. Dragic ha un contratto con troppi zeri per poter rimanere e poi, con l’addio di Repesa, lo seguirà al 90 per cento. La soluzione interna, per la panchina, potrebbe promuovere il secondo Massimo Cancellieri.

Ale Gentile

Il progetto ambizioso di Milano è finito nel cestino. Si puntava a confermarsi in Italia, ma pure a fare strada in Eurolega. Un discorso a sé merita Alessandro Gentile. Dal primo luglio tornerò a essere a tutti gli effetti un giocatore Olimpia, ma per quanto? L’America è una tentazione troppo forte. A Milano Ale è amato ancora oggi, nonostante l’addio burrascoso e improvviso dell’ultima stagione. Il figlio d’arte potrebbe essere attratto da un big europea, oppure puntare sulla voglia di rilancio di una Società che, se non altro, non ha problemi di budget.

Certo, dopo gli anni di dominio di Siena, Milano aveva illuso riconquistando dopo 18 anni il titolo. Un nuovo ciclo? Perché no? Armani e gli altri ci hanno messo il cuore e il portafogli, ma qualcosa non ha funzionato. E invece, anche il patron ora è sotto accusa. Intendiamoci, senza di lui, Milano sarebbe scomparsa dal panorama cestistico italiano. I 27 titoli sarebbero rimasti un lontano ricordo. Ma, attenzione, da quando lo stilista entrò in Società – stagione 2004-2005 – i trofei vinti sono stati soltanto cinque. E qui i paragoni con il calcio si possono fare eccome, più con l’Inter che con il Milan. Armani si è circondato di persone probabilmente non così capaci – da Proli a Portaluppi – proprio come fece Massimo Moratti quando era presidente dell’Inter. La passione dei due – uno sempre al palazzetto, l’altro allo stadio – non è bastata. I soldi messi sul tavolo neanche. Anche se poi il petroliere i suoi successi li ha ottenuti, mentre lo stilista ha dovuto attendere tanti anni per veder di nuovo sollevare un trofeo. E, quando pensava ormai di poter riportare l’Olimpia pure in una dimensione europea di altissimo livello, si è ritrovato nudo. Senza l’Eurolega (con l’illusione del 2013/2014), senza il campionato.

Reyer Umana Venezia v Olimpia EA7 - Playoff Semifinal Game 6

Di potenziali crack ne sono arrivati al Forum: Drew Nicholas, Antonis Fotsis, Omar Cook, Lynn Greer, Stefano Mancinelli, Marijonas Petravicius, Jonas Maciulis, Richard Hendrix, Shawn James, Linas Kleiza, Miroslav Raduljica, Ricky Hickman, Zoran Dragic. Qualcuno ha dato spettacolo, qualcuno ha vinto qualcosa. Poco rispetto al budget e alle ambizioni. Ecco perché ci sarà una rivoluzione a Milano.