ALTRI SPORT

0 114

Lewis Hamilton è a un passo dal Mondiale di Formula Uno, con la Ferrari di Sebastian Vettel ha una remotissima possibilità di riaprire la corsa. Il verdetto è arrivato ad Austin, dove la Mercedes del britannico ha vinto, precedendo sul traguardo proprio il tedesco.

Ma che l’ultimo week end sia stato nero per i colori italiani dei motori lo conferma anche la Ducati in MotoGP. Qui, lo spagnolo Marc Marquez ha vinto, consolidando la sua posizione di capo classifica, con Andrea Dovizioso precipitato a -33 punti dopo un fine settimana infernale in Australia, mentre Valentino Rossi andava a prendersi il secondo posto.

Insomma, le Rosse a due e a quattro ruote stanno per chiudere la stagione a mani vuote. I rimpianti sono soprattutto per la Ferrari, a un certo punto della stagione in lotta serrata per conquistare il titolo piloti. Adesso, dopo le due vittorie consecutive di Hamilton, i punti di ritardo di Vettel sono 66, così a Città del Messico o poco dopo, sarà trionfo Mercedes. Manca solo il sigillo, buono per le statistiche. Non solo: anche il titolo costruttori è nelle mani della Casa tedesca.

Ad Austin, Vettel avrebbe potuto vincere e tenersi ancora un piccolo spiraglio e non consola il fatto che sul podio ci fosse anche l’altro ferrarista, Raikkonen. Ma la doppietta non deve ingannare: è stata solo la grande partenza di Vettel a impedire una doppietta sì, ma d’argento. È l’ultima parte del campionato, in particolare, quella in cui la Ferrari ha sbagliato molto, ha lasciato punti per strada che si sono tramutati in rimpianti.

Siccome siamo quasi a fine stagione, l’arretramento della Ferrari nei confronti della Mercedes non è un bel segnale neanche per il prossimo Mondiale. Quanto lavoro bisognerà fare per ripresentarsi a marzo alla pari se non davanti alla Mercedes? Quanto è distante il Cavallino?

Intanto, a Città del Messico, ad Hamilton sarà sufficiente arrivare tra i primi cinque per portare a casa un altro trofeo, visti 1 10 punti mancanti per chiudere il discorso. Anche se Hamilton facesse cilecca, Vettel potrebbe tenere aperto il Mondiale solo arrivando primo o secondo.

Spostiamoci alla MotoGP. Dovizioso non vuole mollare, anche perché ha la metà dei punti di distacco da Marquez rispetto a quelli di Vettel da Hamilton. Ma la festa Rossa Ducati pare essersi allontanata dopo l’Australia. La corsa di Sepang è vicina, il forlivese deve scalare una montagna e lo sa: “Ho perso molti punti a Phillip Island e adesso la mia corsa per il titolo sembra compromessa. Però penso positivo, la Malesia è una pista molto impegnativa, anche a causa del caldo. L’anno scorso qui ho vinto e tutto può ancora succedere”.

Tutto potrebbe succedere se Marquez rallentasse, ma lo spagnolo non pare proprio averne intenzione. Mancano due gare alla fine, Dovizioso non ci vuole pensare: “Noi a questo punto dobbiamo solo cercare di portare a casa il massimo risultato e ce la metteremo tutta”. Con 50 punti ancora disponibili, recuperarne 33 pare follia. Soprattutto con l’immagine del Dovi tredicesimo e Marquez che taglia per primo il traguardo.

Diciamo la verità: forse ci eravamo illusi, sia in Formula Uno e in MotoGP, con il sogno delle Case italiane davanti a tutti. Questa volta senza Valentino Rossi a portare in alto il vessillo tricolore, ma addirittura con un pilota italiano (Dovizioso) su una moto italiana (la Ducati). Ci abbiamo sperato. Le possibilità ci sono state. In F1, mai come quest’anno, è parso possibile fare lo scherzetto alla Mercedes, che ha dovuto spingere a fondo per comandare ancora. Non è sufficiente a Maranello aver insidiato così a lungo le monoposto argentate, e non potrebbe essere altrimenti visto che la Rossa è abituata a vincere (anche se il successo manca da un po’).

In MotoGP, quando Rossi si è fatto male, stavamo abdicando. Ma è spuntato il sole rosso fuoco della Ducati, che ha tenuto letteralmente svegli i tifosi italiani, disposti ad alzarsi all’alba pur di vedere cosa avrebbe fatto Dovizioso. Se solo in Australia avesse confermato il quarto posto dell’anno scorso, chissà. Invece, la Ducati ha trovato la sua giornata nera. Inspiegabile. Del resto, la tecnologia moderna rende auto e moto praticamente perfette, ma poi c’è sempre l’episodio, l’errore umano che può cambiare le carte in tavola.

Aspettiamo l’anno prossimo, quindi. Bisognerà lavorare ancora più duro in Ferrari e in Ducati. Ma statene certi, nessuno ha intenzione di mollare. Dai meccanici agli ingegneri. La fame di successo è tanta.

0 159

Come costruire in laboratorio i giocatori di basket perfetti (sulla carta). Tu, professionista mancato, ma dal fisico decisamente da pallacanestro (201 centimetri di altezza), sposi un’ex giocatrice universitaria, 190 centimetri, e le ‘ordini’ di fare tre figli maschi. Poi, inizi ad allenare tutti e tre come se fossimo in un durissimo collegio, sette giorni su sette. Nessuna possibilità di distrarsi, come spetterebbe di diritto a tre giovanotti, avversari sempre più forti e più grandi d’età da affrontare.

Troppi sacrifici? Rischi di soffocare i tuoi figli? Bene, in casa LaVar Ball questo non è successo. E il prossimo campionato Nba vedrà ai nastri di partenza, tra i rookie (le matricole), Lonzo Ball, classe 1997, scelto al secondo giro del draft niente meno che dai Los Angeles Lakers. Qui inizia l’avventura vera e propria del primo giocatore di basket Nba costruito in laboratorio. O meglio, è già iniziata. Nella Summer League, il torneo estivo pre-campionato, Lonzo ha fatto vedere di non essere soltanto un ‘figlio di papà’ oppressivo, tutt’altro. I Lakers vincono, lui viene eletto miglior giocatore del torneo.

Gioca veloce, Lonzo, gli assist non si contano. Come i rimbalzi. Segna pure tanto. Insomma, appare già completo. Al punto che gli scommettitori sono pronti a investire forti somme su di lui come il nuovo LeBron James. E scusate se è poco. Gioca play Lonzo, di cose ne ha imparate in quella difficile gavetta nel giardino di casa con il papà e i fratellini: “È meglio tirare da otto metri completamente smarcati piuttosto che da più vicino ma con un uomo addosso”. Insomma, il tiro da tre è una sua specialità, nonostante i 198 centimetri di altezza.

La storia, questa storia, va raccontata dall’inizio alla fine, però, senza tralasciare altri particolari. Papà LaVar è ingombrante come pochi, del resto, come ogni bravo scienziato, vuole seguire il progetto dall’inizio alla fine. Ha generato – dice – tre fenomeni: gli altri due sono LiAngelo (1998) e LaMelo (2001) e anche loro presto busseranno alle porte dell’Nba. Perché ne siamo certi? Perché al liceo i ‘Ball Brothers’ erano dei veri e propri fenomeni (e non da baraccone) tutti e tre: su YouTube i video hanno fatto il giro del mondo grazie alle loro giocate da Globetrotters consumati. La squadra di Chino Hills che chiude la stagione con 35 vittorie e neanche una sconfitta grazie ai tre figli di un papà gelido calcolatore. E parliamo di una squadra sconosciuta. Quindi, se tanto ci dà tanto, i due fratelli di Lonzo valgono lui, che è già in Nba semplicemente perché è il più grande in famiglia.

Ma la storia non finisce qui, e non potrebbe essere altrimenti. Se resta un po’ ai margini mamma Tina, che pure ha avuto il merito di metterli al mondo i tre bimbi uno dopo l’altro, quasi fossero tiri da infilare nella retina per vincere, ci pensa papà LaVar, in ogni caso, a seguire i marmocchi ormai adolescenti. L’università di UCLA ingaggia Lonzo e dà una futura borsa di studio agli altri due fratelli. Il primo sogno del signor Ball si concretizza: monetizzare il talento immenso che crede di aver trasmesso prima geneticamente e poi con gli allenamenti alla prole.

Ma serve altro perché l’America parli di te e così LaVar cambia faccia, diventa antipatico e sbruffone, cosa che nell’era di Donald Trump pare che faccia audience. Comincia da Michael Jordan, mica pizza e fichi. “Lo distruggerei in una sfida uno contro uno”. Chissà quante risate si sarà fatto MJ. Poi propone di vendere in blocco i diritti d’immagine dei suoi tre figli a una delle maggiori aziende produttrici di scarpe da basket per un miliardo di dollari. “Pagabili anche in dieci annualità da 100 milioni l’una”.

L’America ride. Ne parla. E questo è l’obiettivo di LaVar. Sì, perché tv, giornali e radio si interessano a lui, pagano per ospitarlo, sperando in una delle sue battute impossibili. Negli States la famiglia Ball si prende i titoli dei giornali sportivi, per adesso più che altro per le sparate del papà, che non è sazio. Al Draft Nba, l’estate scorsa, Lonzo arriva con scarpette fatte su misura, ‘signature shoes’. Sì, avete capito bene: non avendo concluso la trattativa con l’importante azienda di scarpette da basket, LaVar si è fatto un marchio tutto suo. Si chiama ‘Big Baller Brand’. Autoproduce le ZO2, mettendole in vendita a una cifra inaccessibile: 495 dollari. Il figlio le indossa quando le franchigie devono scegliere su chi puntare. Provocazioni su provocazioni, insomma, da questo papà ingombrante. Intanto, Lonzo finisce sotto i riflettori, probabilmente per la prima volta per doti solo sue, non costruite mediaticamente, in laboratorio. I Lakers lo scelgono, lo mandano in campo: lui non ha paura e fa il leader.

La famiglia LaVar fa discutere davvero più di Trump e questo risultato è da ascrivere completamente al capo famiglia, bravo e scaltro, pure un po’ fortunato. Ha chiesto disciplina (forse anche un po’ troppa), sta riscuotendo i primi risultati, inizia a far soldi con i suoi Ball Brothers che finora non si sono mai domandati sul serio se papà l’abbia fatto davvero per riscattare il suo fiasco e il suo sogno andato in frantumi (diventare professionista), per dare una chance vera ai figli o semplicemente per farci su dei soldi. Poco importa, forse, ora che Lonzo è in Nba. Qui, tra i giganti, dovrà dar prova di avere anche un cuore, oltre che un atletismo formatosi con il duro impegno. Qui non si scherza. E quando davanti si troverà i mostri sacri, dovrà ricordarsi che se finora ha ‘giocato’, ora ci vuole un attimo per passare dalla prima pagina all’ultima. Dalle stelle alle stalle.

Andrà un po’ meglio a LaVar che, dovesse fallire con Lonzo, avrebbe ancora due carte da giocarsi sui parquet americani. LiAngelo e poi LaMelo. In fondo, quando fai un esperimento, non è detto che la prima volta tutto funzioni a dovere. Finora è andata così però e i ‘replicanti’ sono pronti ad affiancare, nelle stagioni future, il fratellone in Nba. Roba da prima pagina, questa sicuramente, se tutti e tre dovessero trovare posto un giorno nella stessa franchigia. Ma pensate ai titoli pure se dovessero giocare uno contro l’altro. Insomma, LaVar Ball hai fatto centro. Tre volte.

0 330

Un pugno, sferrato dopo un contatto sotto canestro a un avversario contro cui non c’era nulla in gioco. Una semplice amichevole di preparazione a un Europeo atteso un anno, per poter riscattare la bruciante sconfitta con la Croazia nel preolimpico della scorsa estate. Quello giocato a Torino, in casa propria, vantaggio che non è servito a regalare una gioia in uno sport come il basket in cui l’Italia è da troppo tempo relegata a un ruolo da comparsa, dopo gli anni ruggenti culminati con un indimenticabile argento Olimpico.

Quel pugno di Gallinari al carneade olandese Kok non è solo un gesto insensato, da parte del giocatore che, grazie alla sua immensa classe, avrebbe dovuto essere il trascinatore del gruppo. È la metafora che riassume la frustrazione di una generazione di giocatori troppe volte etichettata come “la più forte di sempre“, con tre giocatori in grado di arrivare in Nba, ma che poi alla prova dei fatti non è mai riuscita a raggiungere risultati degni del valore che le è stato attribuito. Un gruppo capace di singole prestazioni di livello assoluto, come la vittoria con la Spagna agli Europei del 2015, ma mai in grado di fare il salto di qualità in grado di portarlo a competere per una medaglia.

La generazione di Bargnani e Gentile, neanche convocati per i prossimi europei. Uno, prima scelta assoluta in Nba, giocatore etichettato come erede di Nowitzki per la sua capacità di tirare da fuori e per la coordinazione incredibile per uno della sua altezza, poi smarritosi tra infortuni e limiti caratteriali mai superati (ad oggi è senza squadra). L’altro, prima giovane capitano dell’Olimpia Milano scudettata, poi mandato in prestito in giro per l’Europa a causa dei dissapori con ambiente e società e ora a Bologna per provare a rilanciarsi insieme alla Virtus.

La generazione di Belinelli, sempre ottimo comprimario Nba e vincitore di un anello a San Antonio, che in maglia azzurra non è mai stato capace di diventare trascinatore, anche se è tra quelli che hanno sempre dato tutto alla maglia (come ha spiegato Messina nella sua intervista più recente, “dipende se hai vinto con ruolo da protagonista o meno, non è la stessa cosa. Posso essere stato molto bravo in un team dove c’erano due giocatori che erano punto di riferimento, ma non è detto che quando tocca a me essere il faro io ne sia in grado“)

La generazione mai capace di sfornare un lungo vero, in grado di battagliare sotto canestro con i top mondiali (anche se Cusin, con tutti i suoi limiti, è sempre risultato tra i migliori) e che ha cambiato tanti playmaker senza mai trovarne uno in grado di interpretare il ruolo nel modo giusto. Neanche l’esperimento Travis Diener, agli Europei del 2013, ha sortito effetti positivi.

La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra
La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra

Di questa generazione Gallinari avrebbe dovuto diventare faro e uomo principale, per doti caratteriali e cestistiche. Gli infortuni spesso gli hanno impedito di esprimersi al meglio, ma il “Danilo step back” (Flavio Tranquillo docet) contro la Germania di due anni fa, il tiro che all’ultimo secondo ci ha portato ai supplementari di una partita fondamentale degli Europei 2015 (poi vinta), sembrava aver certificato la leadership finalmente acquisita da un giocatore che in Nba ha raggiunto lo status di quasi-stella (e che quest’anno, col passaggio ai Clippers, è diventato lo sportivo italiano più pagato di sempre). La sua rabbia dopo la sfortunata sconfitta con la solita Lituania (diventata l’incubo azzurro nelle ultime competizioni) nella stessa competizione, sempre ai supplementari, il suo “mi sono rotto le p..le di perdere sempre” poteva significare voglia di riscatto. Invece, in una calda serata estiva, in un’amichevole senza nulla in palio, Gallinari con quel pugno e con la frattura alla mano ha buttato all’aria una delle ultime grandi opportunità che poteva avere con la Nazionale.

Nelle parole di Messina traspare la delusione di chi si aspettava tanto dal Gallo, da chi si è sentito tradito prima umanamente e poi sportivamente: “Ha chiesto scusa, era mortificato. Ma io non avevo molta voglia di parlargli. È difficile spiegare a un uomo di 30 anni concetti come lealtà e responsabilità”. Gallinari ha provato a scusarsi, anche se parzialmente ha incolpato gli avversari rei di averlo provocato. I campioni però sanno resistere alle provocazioni, e lui in Nba avrà preso e dato colpi anche più forti di quella mezza gomitata di Kok. 

gallinari kok

All’Italia non resta che affidarsi a chi rimane. La squadra azzurra rimane ancora in grado di dire la sua, nonostante la situazione che si è creata. Con Datome che finalmente avrà un ruolo da titolare dopo la vittoria dell’Eurolega, Melli pronto a dimostrare in azzurro i progressi incredibili degli ultimi anni, Belinelli desideroso di riscatto e tutto il gruppo compatto gli azzurri devono puntare a giocarsela con tutti. Nel 2003, con una squadra operaia molto meno talentuosa di questa, Recalcati e i suoi arrivarono al bronzo.

Il riscatto azzurro passa proprio da qui. A Messina il compito di creare l’alchimia giusta e di motivare un gruppo di giocatori sempre perdente nei momenti importanti. Senza il Gallo, ma con la rabbia giusta, il riscatto è ancora possibile.

0 361

Hanno terminato in parata, primo Sebastian Vettel e secondo Kimi Raikkonen. All’Hungaroring la Ferrari ha piazzato la doppietta prima della vacanze. Un po’ come ottenere un 10 l’ultimo giorno di scuola, staccando chi era considerato a inizio anno il ‘secchione’ del circus. Ossia la Mercedes di Bottas e, soprattutto di Hamilton, terzo e quarto.

Il tedesco di Maranello adesso ha 14 punti di vantaggio sul britannico, dopo undici Gran Premi. A fine agosto si tornerà dentro le monoposto, a Spa, replicando poi a Monza. Due piste che, sulla carta, sono più adatte alle Frecce d’Argento. Ma il morale, i continui miglioramenti nella meccanica e un Vettel mai così centrale come ora nelle scelte della scuderia italiana possono davvero rovesciare la situazione. Senza contare che, a Monza, Hamilton e gli altri correranno in trasferta.

Ferrari ferma

Come ha fatto Maranello, in nove mesi, a colmare la distanza da una Mercedes che pareva irraggiungibile anche quest’anno? Lavorando, in silenzio. Come avrebbe chiesto di fare – era nel suo stile – un certo Enzo Ferrari. La SF170H ha fatto il resto, dimostrando di sapersi adattare su tutti i circuiti, proprio come un cavallo che ora sa correre. A scapito di una Mercedes che, nell’ultimo triennio, ha dominato. E che forse si è un po’ seduta sugli allori.

E ancora: la Ferrari in questo anno sta sfruttando meglio le gomme da qualifica, il che non la porta a dover sempre fare gara di rincorsa: entrano prima in temperatura, fanno il ‘tempo’, come in Ungheria. Ma non solo. Maranello ha creato una monoposto dal passo più corto, che ha permesso alla Rossa di dominare su piste più piccole e dove bisogna essere bravi a guidare più che ad accelerare (Montecarlo e Budapest).

Se da una parte ci sono stati tanti miglioramenti, dall’altra (ovvero in casa Mercedes) è venuta fuori qualche magagna. Le gomme, per esempio. Problemi in parte risolti proprio negli ultimi GP. La power unit anglo-tedesca resta la migliore e ha fatto la differenza in Austria, Spagna e Russia.

Lewis Hamilton

Vettel e Raikkonen scontano le caratteristiche delle loro auto quando si trovano su tracciati o su tratti veloci di pista. In casa Mercedes, invece, ci sarà un mese per cercare di sfruttare al meglio le gomme più morbide. Ciò che è chiaro a tutti è che il Mondiale è ancora apertissimo perché la scuderia campione del mondo non è abituata ad abbattersi, ma anzi a reagire prontamente.

A favore della Ferrari c’è la chiarezza nella gerarchia tra i due piloti. È stato chiarissimo a Budapest, con Raikkonen che ha fatto da perfetto guardaspalle al compagno Vettel mentre Hamilton tentava la rimonta: è il tedesco il deputato a correre per il Mondiale, il finlandese gli fa da scudiero. C’è invece competizione tra Lewis Hamilton e Valtteri Bottas. Certo, la Mercedes ha dato la sensazione di spalleggiare di più il primo, ma in Ungheria ha preso una decisione piuttosto cervellotica, facendo passare il finlandese all’ultima curva e togliendo così punti fondamentali per la classifica finale a Lewis (3 per la precisione). Una decisione andrà presa, questo è chiaro.

Fino a questo momento, Bottas ha fatto meglio di Raikkonen e questo ha permesso alla Mercedes di ritrovarsi spesso due contro uno. È stato così più facile gestire la strategia di gara, sacrificando a volte Valtteri. All’Hungaroring non pochi si sono stupiti del rallentamento di Hamilton a favore del compagno di squadra. Forse una scelta per poter avere ancora il finlandese nelle migliori condizioni mentali alla ripresa del campionato. Ma la Ferrari, a Budapest, ha ritrovato pure Raikkonen e così il gioco di squadra, questa volta, l’ha fatto proprio Maranello.

Kimi Raikkonen

Sul Mondiale peserà, e molto, il rendimento dei piloti da qui alla fine. La Ferrari può contare su un Vettel capace, anche nelle giornate peggiori, di fare prestazioni eccellenti, grazie al feeling con la macchina e alle grandi motivazioni. Fin qui, ha mancato solo Silverstone. Hamilton, di contro, a volte è sembrato distratto e senza un po’ di determinazione. Le seconde guide sono a favore della Mercedes, per ora, con Bottas che continua ad avere un ottimo rendimento, fatta eccezione per la Cina e, se non è riuscito a vincere, ha permesso al compagno di scuderia di farlo, bloccando le Ferrari. Raikkonen non ha la stessa capacità: ce l’ha fatta esclusivamente a Montecarlo prima dell’Ungheria e, se nelle libere ha spesso fatto benissimo, si è perso nelle prove e in gara. Il suo rendimento deve assolutamente salire perché la Ferrari possa avere aspirazioni legittime di vittoria finale.

Valtteri Bottas

La classifica al momento dice: Vettel 202 punti, Hamilton 188, Bottas 169. Perché il sogno iridato possa essere tutto rosso, serve che Vettel prosegua con questo passo e che Raikkonen rosicchi qualche posizione al duo Mercedes. Sempre che non sia lo stesso Bottas a farlo ai danni del suo compagno di squadra.

0 337

1.54.73

È questo il tempo che ha permesso a Federica Pellegrini di vincere il suo terzo oro in carriera nella categoria dei 200 metri, ai Mondiali di nuoto in corso a Budapest. Per Fede è il settimo podio consecutivo nei 200 in una rassegna iridata, la prova del suo dominio nell’ultimo decennio. Stavolta il trionfo era quasi impronosticabile, visto che alla vigilia l’agguerrita Katie Ledecky era data per forte favorita.

E invece la nuotatrice italiana ha interpretato la gara in maniera perfetta, sfoderando una prestazione straordinaria, dosando perfettamente forze, pause e sprint. Nel finale ha sovrastato le avversarie con ferocia, conquistando un oro da campionessa vera, nel senso più ampio del termine.

fede_acqua

E campionessa lo è non solo perché ha confermato in vasca di essere la sportiva italiana più grande di tutti i tempi, ma perché al talento ha aggiunto una forza d’animo che era tutto tranne che scontata. Questo perché quando vinci e convinci sei la migliore, ma quando perdi sei da buttare, diventi perfino antipatica, proprio come successo a lei, dopo le ultime due edizioni dei Giochi.  Dopo Londra e Rio, infatti, nessuno le ha risparmiato fango e critiche, per poi rimetterla sul piedistallo dopo i mondiali di Kazan e la vittoria appena arrivata.

Federica, con quella fenice tatuata sul suo collo a ricordare che dalle ceneri si risorge, ha avuto con l’acqua un rapporto altalenante, fatto di successi, vittorie, sconfitte e paure. L’ha odiata l’acqua, Federica, quando il panico le impediva di sentirsi libera nel suo habitat e quando ha pensato di mollare tutto, più di una volta.

Eppure ne è sempre uscita, anche da sommersa si è salvata, dimostrando che annaspare non significa per forza affogare. E ora ha riconquistato la copertina, che da 13 anni non l’abbandona, seguendola in ogni fase della sua vita, perché personaggi come lei, che fanno sempre e comunque parlare, non nascono certo ogni giorno.

fede_podio

Ma dopo i festeggiamenti, inaspettati e meritati, per Fede è il tempo delle decisioni. Una vittoria così offre sul piatto d’argento la possibilità di dire basta conservando un ricordo incredibilmente grande, ma allo stesso tempo ingolosisce, e la tentazione di continuare è forte e non è facile mantenersi.

Certamente Federica continuerà a gareggiare su altre distanze, ma al momento l’intenzione ufficiale pare quella di appendere al chiodo i 200, per non togliere bellezza a quella che sarebbe una chiusura perfetta.

Ci vuole coraggio a dire basta dopo un oro così, ma anche questo significa essere campioni: capire quando abbandonare la scena.

0 223

Irrefrenabile. Ma soprattutto immortale. Roger Federer ha indossato per l’ottava volta la corona di Re a Wimbledon. Tanti sono i successi dello svizzero in quello che viene considerato il campionato del mondo di tennis sull’erba. Otto vittorie, dal 6 luglio 2003 al 16 luglio 2017: un’epopea più che un’era.

Forse la partita contro lo spilungone Marin Cilic non passerà alla storia come una delle più combattute e belle da parte dell’elvetico, ma tornare a vincere nel Regno Unito dopo 5 anni ha un significato che va al di là del singolo match per il 36enne, che di Slam ne ha portati a casa ben 19 nella sua lunga carriera sportiva. Iniziando proprio da quel 6 luglio 2003.

Ripercorriamo l’incredibile serie di vittorie di Re Roger Federer, oggetto di dibattito se sia il miglior sportivo della storia.

6 luglio 2003: Wimbledon

Roger Federer si sta appena affacciando al tennis dei migliori il 6 luglio del 2003. Ha 21 anni e, a Wimbledon, arriva in finale dove si trova di fronte Mark Philippoussis, uno che tira forte. In un’ora e 56′ Federer si aggiudica la partita, con due tie-break: 7-6, 6-2, 7-6. È la prima vittoria in un torneo del Grande Slam per Roger, che non concede una palla break, chiude con 50 colpi vincenti, 9 errori gratuiti e appena 6 punti persi sulla prima di servizio. È nata una star del tennis? Seguiteci, anche se già conoscete la trama.

1 febbraio 2004: Australian Open

Federer 2004

Pure nella terra dei canguri, Roger Federer è campione. Pochi mesi dopo Wimbledon. Questa volta gli servono 2 ore e 15′ contro il russo Marat Safin, rimandato a casa con un 7-6, 6-4, 6-2. Federer raccoglie gioie su gioie a Melbourne: battendo in semifinale Juan Carlos Ferrero, era infatti diventano il numero uno del ranking Atp. Il tie-break del primo set è decisivo: Safin manca due set point sul 6-5, poi crolla poco alla volta. Alla distanza. Non sarà la prima volta che succede: gli altri dopo un po’ cadono in errore, non sfruttando le chance a disposizione. Lui no, Roger di ghiaccio.

4 luglio 2004: Wimbledon

Federer 2004 Wimbledon

Ci risiamo. Roger Federer si mangia di nuovo l’erba della famiglia reale. L’avversario è Andy Roddick, che lo svizzero affronterà spesso in finale. Dura 2 ore e 30′ per vincere 4-6, 7-5, 7-6, 6-4. Match in salita per l’elvetico che, addirittura, perde il primo set. Nel secondo, avanti 4-0 e con una palla per il 5-0 si fa raggiungere, prima di rigirare la partita a suo vantaggio. Nel terzo, ancora Roddick meglio: 2-1 e 4-2, ma arriva la pioggia ad aiutare Roger. E nel quarto, dopo aver salvato quattro palle break, è ancora Federer a trionfare.

12 settembre 2004: Us Open

Federer 2004 Us Open

Quando è in forma, in questo periodo, non ce n’è per nessuno. Poco più di due mesi dopo il bis a Wimbledon, Federer conquista per la prima volta lo Us Open. Lleyton Hewitt perde 6-0, 7-6, 6-0 ed entra nella storia, a suo modo, anche lui. Era dall’800 che in una finale dello Slam qualcuno non perdeva due set 6-0. Il primo set dura 18′. Nel secondo c’è partita, nel terzo no.

3 luglio 2005: Wimbledon

Federer 2005

Ancora Wimbledon per Federer, che non trova avversari in Inghilterra. Andy Roddick esce di nuovo con le ossa rotte dal confronto con lo svizzero: 6-2, 7-6, 6-4 in un’ora e 41′. Nel primo set, Re Roger perde un solo punto al servizio, nel secondo recupera un break. Nel terzo, strappa subito il servizio a Roddick e se ne va verso il trionfo.

11 settembre 2005: Us Open

Federer ok

André Agassi, l’idolo di casa, non ce la fa contro la montagna Roger: 6-3, 2-6, 7-6, 6-1 in 2 ore e 19′. Alla distanza, Agassi risente forse dei 10 anni in più sulla carta d’identità.

29 gennaio 2006: Australian Open

Federer

Bis in terra australiana per il più forte di tutti. La sorpresa cipriota Marco Baghdatis fa sudare Roger per 2 ore e 46′: 5-7, 7-5, 6-0, 6-2, ma ancora una volta l’esperienza e la calma da parte dell’elvetico fanno il solco quando il match diventa più lungo. E dire che Federer si era presentato in campo con un problema alla caviglia, era andato sotto di un set e 0-3. Alla premiazione, arrivano pure le lacrime del vincitore.

9 luglio 2006: Wimbledon

Federer Nadal

Federer contro Nadal: quante volte l’abbiamo visto? A Wimbledon, però, Roger non lascia scampo al maiorchino: 6-0, 7-6, 6-7, 6-3 in 2 ore e 50′. Nadal spreca un set point nel secondo set, cosa che probabilmente incide tantissimo sull’esito finale della partita.

10 settembre 2006: Us Open

Federer Roddick

Roddick di nuovo contro Federer a Flushing Meadows. Ci vogliono 2 ore e 25′, con questi parziali: 6-2, 4-6, 7-5, 6-1. E poi la braccia al cielo sono quelle dello svizzero.

28 gennaio 2007: Australian Open

Federer vincitore

Avversario a sorpesa, a Melbourne, è il cileno Fernando Gonzalez. Roger Federer vince in 2 ore e 20′ per 7-6, 6-4, 6-4. Decimo titolo dello Slam. Per lo svizzero neanche un set perso nel torneo australiano. Gonzalez gli mette paura con due set point: 5-4 e 40-15. Ma Federer rimonta, come tante altre volte.

8 luglio 2007: Wimbledon


Una delle partite più belle della storia a Wimledon, Federer contro Nadal. Dura 3 ore e 45′: 7-6, 4-6, 7-6, 2-6, 6-2. Federer eguaglia il record di Bjorn Borg. Primo set: 3-0 Federer, poi 3-3, al tie-break 5-2 Federer che chiude dopo 5 set point. Nel terzo set, Nadal per due volte è a due punti dal set, ma perde nettamente il tie-break. Nel quarto, Nadal va 3-0, nel quinto Federer salva 4 palle break.

9 settembre 2007: Us Open

Federer contro Djokovic

Un certo Novak Djokovic è l’avversario di Roger Federer. L’uomo che per un po’ di anni toglierà lo scettro di migliore allo svizzero. Ma il 9 settembre del 2007, è l’elvetico a vincere: 7-6, 7-6, 6-4 in 2 ore e 24′. Djokovic è sempre avanti nel punteggio, ma cede alla distanza.

8 settembre 2008: Us Open

Andy Murray ci prova, ma esce anche lui sconfitto in finale contro Roger Federer: 6-2, 7-5, 6-2 in un’ora e 51′. Pur avendo perso la prima posizione nel ranking, per la prima volta dal 2004, l’elvetico vince in 27′ il primo set. Nel secondo si fa recuperare un break e poi salva a sua volta 3 palle break, nel terzo passeggia.

7 giugno 2009: Roland Garros

Federer Rolang Garros

Arriva il primo successo sulla terra rossa a Parigi per Federer. Lo svedese Robin Soderling, che aveva eliminato negli ottavi Rafa Nadal, soccombe per 6-1, 7-6, 6-4 in un’ora e 55′. Una delle migliori partite per Re Roger, che pure nel tie-break domina con quattro ace e il 7-1 finale.

5 luglio 2009: Wimbledon

Federer 2009

Passa neanche un mese e Federer rivince Wimbledon. Vittima preferita è Andy Roddick: 5-7, 7-6, 7-6, 3-6 e 16-14. Un incontro che non finisce mai: 4 ore e 16′. Sull’8-8 del quinto, Andy va a servire per il match, invece poi si ritrova dieci volte a dover servire lui per non uscire dal match. L’undicesima è letale.

31 gennaio 2010: Australian Open

Federer vince ancora

Andy Murray perde di nuovo contro Roger Federer: 6-3, 6-4, 7-6 in 2 ore e 41′. La partita dura parecchio, ma lo svizzero ha sempre pienamente in mano l’incontro.

8 luglio 2012: Wimbledon

Federer Wimbledon 2012

Come successe per Agassi anni prima in America, a Wimbledon sono tutti con Andy Murray. Ma Roger Federer non si spaventa e vince 4-6, 7-5, 6-3, 6-4 in 3 ore e 24′. Per metà partita, si gioca sotto il tetto del Centre Court a causa della pioggia. Come se pure il cielo amasse Re Roger: dopo la pioggia, alza la percentuale di prima, vince il terzo set e poi fa il break nel quarto.

29 gennaio 2017: Australian Open

Federer 2017

Cinque anni dopo, rieccolo. Tirato a lucido. E splendido vincitore a Melbourne, contro Rafael Nadal, anche lui agli antichi splendori: 6-4, 3-6, 6-1, 3-6, 6-3 in 3 ore e 38′. Saranno anche due vecchietti questi due, ma corrono e lottano su ogni pallina. E, naturalmente, vince Roger. Con l’aiuto dell’occhio del falco sull’ultimo punto.

16 luglio 2017: Wimbledon

Contro il gigante Marin Cilic, Federer vince facile: 6-3, 6-1, 6-4 in un’ora e 41′. È il diciannovesimo Slam. Una sola palla break salvata nel quarto game dell’incontro, poi 17 punti di fila sul servizio. Cilic piange, lamenta un dolore alla caviglia, cede. Un mese dopo il suo 36esimo compleanno, anche Re Roger piange guardando i due gemellini in tribuna.