Il bello, in una storia che riguarda un allenatore, è che tutto è cominciato a causa di una panchina. Quella alla quale in verità Carlo Ancelotti era stato costretto da una contrattura al quadricipite femorale della coscia destra rimediata nei Mondiali del 1990, nel corso della gara d’esordio contro l’Austria. Si giocava in casa e la delusione era difficile da nascondere. Ma a 31 anni, con ancora due stagioni di rossonero dipinte in quel di Milano da vivere, Carletto – che solo dopo, in Spagna, sarebbe diventato Carlo Magno – sapeva già cosa avrebbe fatto “da grande”.

L’allenatore che gli avrebbe indicato la strada sarebbe stato un ‘certo’ Arrigo Sacchi,  che nel 1992 gli offrì il ruolo di vice nella Nazionale azzurra. Tre anni di praticantato, sufficienti per capire che un calciatore dall’intelligenza sopraffina, capace di gestire ritmi e muscoli in mediana, sarebbe diventato un allenatore con i fiocchi. Che oggi, a 22 anni dai primi passi alla guida della Reggiana, presa in mano dopo la retrocessione e riportata subito in serie A in un solo anno, è uno dei top manager del calcio mondiale. E sabato scorso ha festeggiato la sua millesima (!) panchina al desco della super-potenza Bayern Monaco: vittima sacrificale di turno, l’Amburgo, sconfitto con un eloquente 8-0.

Carlo Ancelotti, allenatore Parma

La via Emilia

Ma la Baviera è solo l’ultima (per ora) tappa di un viaggio denso e intenso, fatto sin qui di una Coppa Italia, due Champions League, due Supercoppe Europee e una Coppa del mondo per club vinte con il Milan; una doppietta Premier League-Fa Cup con il Chelsea; una Ligue 1 conquistata con il Psg; una Coppa del Re e la “decima” Champions League con il Real Madrid; una Supercoppa di Germania con il Bayern Monaco, panchina acquisita nella scorsa estate.

Condivide con Bob Paisley, allenatore del Liverpool, un record: ha vinto la Coppa dei Campioni/Champions League tre volte da allenatore (due volte con il Milan e una con il Real Madrid), e due volte da calciatore (sempre con il Milan). Ma non ha mai alzato i toni: sollevi il dito chi ricorda una conferenza stampa fuori luogo, un tweet da copertina o un post su Facebook che abbia suscitato un mare di polemiche a firma di Carlo Ancelotti. Fatica sprecata: perché l’unica ricetta che conosce è l’impegno, unito alla volontà di stupire. Come 20 anni fa con il Parma: nel 1996/97 c’era lui in sella alla squadra dei giovani Buffon e Cannavaro fino al secondo posto in classifica, tuttora record assoluto per il club emiliano.

Carlo Ancelotti, vittoria Champions

Da splendido secondo a vincente

“La chiave della mia carriera è legata alla prima finale di Coppa Campioni a Manchester contro la Juventus. Come dicono a Roma «lì abbiamo svoltato», fino a quel momento avevo conquistato tanti secondi posti, quella è stata la prima vittoria” ha svelato all’indomani dell’8-0 all’Amburgo. Un Ancelotti A.C. e un Carlo Magno D.C. Nessuna intenzione di propaganda religiosa, la C sta per…Champions League. Come un corso d’acqua, di quelli che attraversano la sua Reggiolo, centro di 9000 anime in provincia di Reggio Emilia ricco di minuto traffico fluviale (Crostolo, Bondeno, Po morto, Po maior), ha affrontato la coppa con le orecchie: e da allora l’ha sollevata ben tre volte.

La prima, contro la Juventus all’Old Trafford: piccola rivincita contro chi gli cantava che ‘Un maiale non può allenare’, il coro con il quale nel febbraio del 1999 viene accolto così dai tifosi bianconeri, con i quali il feeling non è mai sbocciato, fino a un addio consumato dopo un anno e mezzo e due secondi posti. 144 punti non gli bastarono per conquistare la fiducia, di ambiente e società: così, dopo esser rimasto senza panchina, il 5 novembre 2001 fu chiamato a sostituire in corso d’opera l’allenatore Fatih Terim sulla panchina del Milan. A fine stagione, giunge al quarto posto, aggiudicandosi la possibilità di partecipare ai preliminari di Champions League. Il resto è storia. Di tante vittorie e poche delusioni.

Carlo Ancelotti, applausi

Condottiero poliglotta

Traguardi tagliati in giro per l’Europa. Perché ad Ancelotti non sono mai piaciute le soste: ama la panchina, ma non sentirsi messo in disparte. Sospeso tra l’ostinata difesa dell’italianità e delle sue origini tattiche e la speranza nella classe altrui, tra l’atavico pregiudizio sullo straniero e il desiderio cosmopolita di progressismo. Ma sempre alla ricerca della “distinzione”. Da chi l’ha preceduto e da chi lo affronta. Non è un caso che il tecnico italiano si sia presentato in tedesco ai tifosi del Bayern Monaco.

Nel caso di Ancelotti non è una novità: da quando ha lasciato l’Italia – ultima stagione con il Milan nel 2009 – l’allenatore si è sempre sforzato di parlare nella lingua del club di appartenenza, fin dalla sua prima conferenza stampa. È successo dunque per il Chelsea, a cui è approdato nel 2009, per il Paris Saint Germain (2012) e per il Real Madrid (2013). Un messaggio chiaro: ho voluto la bicicletta, e ora pedalo. Spesso, però non da solo. Perché al suo fianco c’è Davide Ancelotti, suo figlio: Davide dà le indicazioni, usa il fischietto, tiene in mano i fogli dei compiti di giornata. A Parigi seguiva le giovanili, a Madrid collaborava nella preparazione atletica, a Monaco è diventato assistente ed è molto più sciolto con il tedesco rispetto al padre. Ha anche “rischiato” di diventare vice di Carletto quando Paul Clement ha salutato il Bayern, ma la società si è affidata a Hermann Gerland, già assistente di Louis van Gaal, Jupp Heynckes e Pep Guardiola. Il tecnico reggiolese, non ha mai amato parlare della sua vita privata, come accaduto in occasione del divorzio da sua moglie Luisa, ma per Davide fa volentieri un’eccezione: e chissà che un giorno Ancelotti jr, più ancora che il ruolo di vice, non possa puntare al posto di allenatore capo.

Carlo Ancelotti tra i tifosi

Italian Maestro

“Un ciclo al Bayern? Me lo auguro, qui mi trovo molto bene, sia con la città che con il club. Mi piacerebbe, anche se la vita degli allenatori non può essere lunga, basta guardare cosa è successo a Ranieri”. Dichiarazioni del weekend, intenti di una vita: se per William Shakespeare eravamo fatti della stessa sostanza dei sogni, Ancelotti è fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i bisogni. Quelli di sentirsi sempre vivo, rutilante: il successo è la sua apnea diurna, la ricerca del superamento del guinness personale una molla sulla quale darsi slancio giorno per giorno. Sempre in silenzio. E lontano dalle telecamere.

Non è una macchina perfetta, come ha dimostrato qualche giorno fa esibendo il medio a quel tifoso dell’Hertha che lo insultava e sputacchiava, ma i numeri parlano per lui: da giocatore, 468 partite, 16 stagioni, 3 squadre, 26 volte internazionale, 14 titoli, 42 gol, 57% di vittorie, mai un cartellino rosso. Da allenatore, 1000 panchine in 21 stagioni, 20 finali, 18 titoli, 1842 gol delle sue 8 squadre, 591 vittorie (59%). Il ragazzo di campagna è diventato un uomo acculturato. Ancora giovane – classe 1959 – eppure già saggio come un vecchio maestro. E per quanta strada ancora c’è da fare, amerà il finale. O meglio, la finale.

 

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