Il triennio orribile del Brasile. La figuraccia in casa, ai Mondiali nel 2014, l’uscita ai quarti di finale nella Coppa America del 2015, l’eliminazione nei gironi all’edizione del Centenario. Per gli amanti del calcio, il ‘futbol bailado’ è solo un ricordo sbiadito. Le figurine di Zico, Socrates e Falcao o, ancora prima, il divertimento assicurato con Garrincha e Pelè. Per non parlare poi di ‘Subbuteo’ che, negli anni ’80, rendeva la squadra verdeoro il sogno di ogni bambino e ragazzino.

Quel Brasile non c’è più. La generazione di talenti, anche da quelle parti dove si comincia a palleggiare in fasce sulle spiagge, non ne sforna più a ripetizione. Colpa pure della crisi economica che ha colpito il Paese sudamericano. Perché il calcio, alla fine, è strettamente legato alle condizioni di vita di un popolo. Analizziamo nel dettaglio la debacle della selezione di Carlos Dunga, ricordando però che negli Stati Uniti ci è andata una Nazionale sperimentale, senza tanti big, e che l’eliminazione è avvenuta per un colpo di mano peruviano. Non la ‘mano de Dios’, questa volta, ma la ‘mano de Adios’.

Mano de Adios

DAL SETTEBELLO AL KO

E pensare che i tifosi della Selecao si erano divertiti, qualche giorno prima, seppellendo sotto sette reti (a una) Haiti. Non certo una corazzata, d’accordo, ma grazie a quel successo a Coutinho e compagni sarebbe bastato il pari nell’ultima. Senza andare a scomodare illustri (e dolorosi) precedenti, quando ai carioca bastava una ‘X’ per diventare campioni del mondo, e invece persero contro l’Uruguay, questa volta l’eliminazione è dolorosa perché conferma che in questo momento il Brasile non è una delle migliori nazionali al mondo. E neanche a livello continentale.

La mano di Ruidiaz è stato una specie di segno dal cielo. Gli dei del calcio non amano più i brasiliani. E li mandano spesso e volentieri all’inferno. Non siete d’accordo? E allora come ha fatto Elias a mangiarsi il gol del pareggio in uno degli ultimi assalti? La Coppa America del Centenario ha sbattuto fuori ai gironi Brasile e Uruguay. Teoricamente, l’Argentina di Leo Messi dovrebbe ora passeggiare.

DUNGA E GLI ESPERIMENTI

Dunga non pensava che la Nazionale sperimentale potesse uscire già ai gironi. E, comunque, non gli passava proprio per la testa che potesse essere messo in discussione dopo questa competizione. E invece, ora tutti vogliono la sua, di testa. Non c’era Neymar, risparmiato per le Olimpiadi di casa, mancavano Thiago Silva, Marcelo, Alex Sandro, Oscar e David Luiz. Coutinho è stato il trascinatore (e verrebbe da dire: ecco perché il flop). Jonas, 32 anni, fa fatica a trovare un posto da titolare nel Benfica; Renato Augusto fa il regista ed è ottavo in classifica con il suo Pechino Gouan. Questo il Brasile che si è presentato negli States, magari snobbando la competizione, ma sicuramente convinta di andare ancora un po’ avanti. Lo doveva ai tifosi, dopo le cocenti delusione con Scolari nel 2014.

Alisson

SETTE E NON PIÙ SETTE

Tornando al 7-1 ad Haiti, a qualcuno ne verrà in mente un altro di score simile. Solo che quella volta, a subirne sette, fu proprio la Selecao, al Maracanà contro i futuri campioni del mondo della Germania. Da allora, sono passati due anni e il Brasile pare aver fatto ancora dei passi indietro. Ha un unico fuoriclasse, lui sì cresciuto a dismisura rispetto al 2014, e si chiama Neymar jr. Una bella differenza dall’abbondanza di una selezione che metteva insieme Junior, Falcao, Socrates, Zico. A costo di ripetersi. Certo, ci son stati anni in cui il Brasile ha primeggiato pure più recentemente, vedi il 2002 in Corea e Giappone, ma allora davanti c’era un Fenomeno di nome Ronaldo. E dietro c’era comunque una squadra. Che ora manca.

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I FUORICLASSE SENZA ‘DIFESA’

La storia del calcio brasiliano è infarcita di personaggi. Le cinque Coppe del mondo sono state vinte con uomini del genere. Quei giocatori che non hanno neanche bisogno di un ct, che da soli ti fanno vincere le partite. Al commissario tecnico è sufficiente affiancare calciatori discreti per primeggiare. E anche quando le vittorie non sono arrivate, vedi proprio il 1982, il Brasile divertiva. Eccome.

Per tanto tempo ai sudamericani si è imputato il troppo spettacolo offensivo a scapito della difesa. Loro ci hanno provato a migliorare, finendo per snaturarsi. Abbandonato il ‘futbol bailado’, gli allenatori hanno tentato di seguire l’esempio europeo, i calciatori che andavano a cercare fortune nel Vecchio Continente riportavano la filosofia europea. Ma le basi continuavano a non esserci. Così, sono scomparsi i fuoriclasse e i medianacci e difensori hanno iniziato a invadere la Nazionale più bella del mondo. Pure il commissario tecnico è stato scelto tra i centrocampisti di sostanza e non di fantasia. E così il Brasile man mano ha perso la sua creatività, dimostrando di non avere conoscenze tattiche sufficienti per imbastire difese di razza (pur avendone, di difensori all’altezza in questa generazione).

IL TRIENNIO DELLE STREGHE

In Brasile c’è chi è convinto che abbiano fatto il malocchio al Paese. Crisi politica ed economica, calcio mai così in basso. Forse qualche stregone argentino si è divertito con la macumba? Fatto sta che la Nazionale è naufragata in casa, finendo al quarto posto in quello che doveva diventare il sesto Mondiale della storia; ha perso ai quarti di finale di Coppa America 2015 contro il Paraguay ai rigori; sta balbettando nelle qualificazioni ai Mondiali 2018 (al momento sarebbe clamorosamente esclusa) e ora si è presa quest’altra sberla negli States.

Di pari passo con la debolezza della moneta, l’impeachment di Dilma Rousseff, proprio negli anni in cui il Paese ha deciso di ospitare due eventi come la Coppa del mondo e le Olimpiadi, il Brasile ha dimostrato la sua debolezza. Per risalire ci vorrà molta, molta pazienza.

LE SPERANZE

Per non essere totalmente negativi, bisogna sempre guardare al futuro. Ricambiando mentalità, fin dalla tenera infanzia, in Brasile torneranno i fuoriclasse: questo è poco, ma sicuro. Nel frattempo, in questa fase di transizione, bisogna far legna con ciò che si ha in magazzino. E non è tutto legno ormai marcio. Ripartire, dunque, da Neymar. E fin qui ci siamo. Nel Barcellona è diventato anche lui un trascinatore, non più solo l’uomo sempre per terra o che cerca di irridere l’avversario. A 24 anni, è già a quota 46 reti con la Selecao.

In difesa, David Luiz e Thiago Silva continuano a essere i migliori. E sono affiatati, giocando entrambi nel Psg. Gil, Marquinhos e Miranda non si sono dimostrati all’altezza. In porta, Dunga (e la Roma) pensavano finalmente di aver trovato un ‘fuoriclasse’, tale Alisson. In Coppa America ha stentato parecchio, ma non dimentichiamo che ha 24 anni e la carta d’identità è sua alleata. Dani Alves, futuro sposo della Juventus, non è giovane, tutt’altro. Ma sulla fascia fa ancora il bello e cattivo tempo: almeno ai Mondiali russi ci può arrivare ancora integro. Sfiora le 100 presenze, ha 33 anni e tanta voglia di non smettere di vincere (dopo i tanti trionfi con il Barcellona). Dall’altra parte, invece, Alex Sandro può essere il titolare per molti anni.

Pure a centrocampo c’è un punto fermo: Casemiro. Mediano tenace, dà copertura e nel Real Madrid che ha vinto la Champions si è ritagliato un posto da titolare. E poi, ancora: Lucas Lima, classe 1990, trequartista del Santos che in Coppa America ha segnato un gol di testa. Voci di mercato lo vogliono vicino allo sbarco in Europa.
Detto di Coutinho, che comunque merita la riconferma, se non altro nel gruppo, non si può lasciare a casa Douglas Costa, freccia del Bayern Monaco. Neymar, al suo fianco, potrebbe ritrovarsi il 19enne Gabriel Barbosa, già soprannominato ‘Gabigol’. Esordiente a fine maggio con la Selecao, ha già firmato due reti in quattro presenze.

Anche su di loro dovrà puntare Dunga o chi gli succederà al comando di una Nazionale dove la cosa importante è divertire.

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