San Francisco, estate 2012. Devo andare al corso di content marketing con Paul, appuntamento alle 11.30 a Mission Street, angolo con Lowe. Mi arriva un messaggio: «Arrivo tardi, devo accompagnare a calcio mia sorella». Ci penso un attimo, fa caldo e il sole non mi fa ragionare. «Vorrai dire tuo fratello», le scrivo. «No, no, mia sorella. See you later, bro». Il tempo di fare due passi verso Balboa Park e mi rendo conto di aver scritto una cavolata: in tantissimi, negli Stati Uniti d’America, hanno una sorella che gioca a calcio.

Persino nei libri di scuola, quando si parla di situazioni familiari, c’è una sorellina da accompagnare in un prato verde a praticare il soccer, perché la parola football non la puoi usare, è già dedicata ad un altro sport, più amato e più seguito dai maschietti. Più adatto a bere birre e sgranocchiare snack, con tutte quelle pause. Ma questo non ha reso meno nobile l’ascesa di uno sport che sembrava non avere futuro da queste parti, prima del 1994, anno in cui iniziano a giocare a calcio moltissime delle ragazze che hanno sollevato la Coppa del Mondo domenica (l’età media è piuttosto alta, molte sono nate a metà anni ’80). Anno di grazia in cui, negli Stati Uniti, si disputano i primi Mondiali di calcio (maschili) alternativi che spezzano l’egemonia Europa-Sudamerica.

Ci hanno messo 20 minuti Lloyd e compagne a dominare la finale contro il Giappone e vincere il loro terzo titolo iridato: per le statunitensi il risultato finale è 5-2, grazie principalmente alla tripletta del suo capitano, autrice di una terza rete spettacolare. Una tripletta in una finale dei Mondiali l’aveva realizzata solamente l’inglese Geoff Hurst, nella finale (maschile) del 1966 contro la Germania Ovest, mica una roba da tutti. Lo scarto sarebbe potuto essere anche più rotondo, se Johnston non fosse incappata in uno sfortunato colpo di testa difensivo nella propria area trasformatosi in un’autorete alle spalle di Hope Solo. Che personaggio, Hope.

June 8 2015 Winnipeg Canada U S goalkeeper HOPE SOLO in action during a Group D soccer match

Campionessa del mondo, miglior portiere, record di presenze per un portiere nella storia della Nazionale americana di pallone. «Bacio i sederi delle mie compagne, ma se necessario li prendo a calci», dice Hope. Bella, alta, ricca, per la giustizia “violenta”, un conto in sospeso con la sua famiglia e con la stampa, oltre che con qualche ex allenatore e più di una compagna. Un leader carismatico degno delle copertine dei giornali di tutto il mondo. Posa nuda per una rivista quando la Lega americana fallisce e le giocatrici restano senza stipendi: «Devo mangiare, io». Ma tra una polemica e l’altra tira fuori il carattere e si prende la sua vendetta, descritta magnificamente in un articolo di Giuseppe De Bellis, per Rivista 11. La vendetta di chi ha la Nazionale in pugno. Anzi, tra i guanti.

Non Solo Hope. Non solo speranza. Il Mondiale femminile è una certezza: la conferma che il calcio (pardòn, il soccer), negli USA ha un livello molto più alto in campo femminile che in quello maschile e che la MLS ha ancora grandi margini di miglioramento, prendendo le donne come modello cui ispirarsi e approfittando dell’arrivo di ottimi piedi del calcio europeo come quelli, ancora ispiratissimi, di Andrea Pirlo. Le ragazze del calcio stars-and-stripes, che nel loro palmares hanno anche quattro medaglie d’oro olimpiche e dieci titoli in Algarve Cup, si sono meritate i complimenti anche del presidente Barack Obama, con un invito alla Casa Bianca su Twitter e il giro d’onore nel pulmann scoperto, come trionfatrici assolute, acclamate da un vero e proprio bagno di folla.

Non è il primo Presidente appassionato di Soccer, Obama. Nella finale mondiale disputata nell’estate del 1999 al Rose Bowl di Pasadena dalle americane contro la Cina c’erano 90 mila spettatori, per non dire del miliardo di persone incollate davanti ai teleschermi di tutto il mondo. E persino l’ex presidente Bill Clinton non volle far mancare il proprio sostegno alla Nazionale femminile che riuscì a conquistare il titolo iridato contro una formazione che sulla carta era più accreditata. Un risultato che per la Casa Bianca assunse anche un significato diplomatico: la Nazionale femminile aveva infatti vinto contro la formazione di un Paese comunista, esattamente un anno dopo la sconfitta della selezione maschile ai Mondiali francesi contro l’Iran, altro Paese tradizionalmente ostile agli Usa.

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La festa post partita è stata anche l’occasione per dare l’ennesimo calcio a tabù e pregiudizi, sull’onda della parità di diritti e a pochi giorni dalla legalizzazione dei matrimoni omosessuali in tutti e 50 gli Stati che appartengono alla Repubblica Federale: Abby Wambach, centravanti della squadra nonché Pallone d’Oro nel 2012, al termine della partita, corre sotto la tribuna per baciare, davanti a tutti, la moglie Sarah Huffman, sua compagna di lunga data e sposata alle Hawaii nel 2013. E anche in questo caso gli Stati Uniti dimostrano di essere un passo avanti. Almeno nel calcio.

E se Klinsmann, allenatore manager della nazionale maschile (altro grandissimo personaggio, un visionario calcistico che dopo aver ridisegnato la Germania sta rivoluzionando gli Stati Uniti), chiede ai suoi di andare a formarsi in Europa, e di andare a giocare lontano da qui, le americane possono restare in patria, nel campionato più bello del mondo. E chi se ne frega se in questa squadra di campionesse non ci sono tutti giocatrici con un codice etico rigoroso: sono forti così, con i loro difetti e i loro vizi, che la metà bastano a farci una copertina. Il resto ce lo raccontano in campo, tra una tripletta e una parata. Un tiro all’incrocio e un dito che indica il cielo. Un cielo a stelle e strisce.

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