Ho portato in quattro giorni, quello che è possibile portare in quattro giorni; è chiaro che adesso bisogna capire e comprendere il più velocemente possibile quello che è tutto l’ambiente, tutta una situazione di spogliatoio e quindi più si è bravi a far questo più si guadagna tempo perché abbiamo bisogno di crescere in fretta”.

Parla così Roberto Donadoni dopo il ritorno in panchina. Gli è mancato il campo, eppure non avrebbe meritato di restare a spasso in questi mesi. Giorni duri, durante i quali ha dovuto mandare giù bocconi amari: aspettava il suo Milan, ma evidentemente non è bastato ciò che ha fatto a Parma, dove ha guidato con grande dignità una squadra fallita, fino all’ultimo giornata di campionato, senza scappare, senza dimissioni, senza la tentazione di lasciar perdere per salvare la faccia. Mai. La sua storia poteva essere molto simile a quella di André Breitenreiter, retrocesso dalla Bundesliga con il Paderborn 07 eppure scelto da una delle società più prestigiose del calcio tedesco: lo Shalke04. Ma l’Italia è diversa dalla Germania, qui i risultati hanno un valore assoluto, e non sempre conducono le società a fare le scelte migliori.

Roberto Donadoni ha aspettato, conquistando una panchina ambita, una piazza importantissima. Forse una delle più prestigiose della sua carriera di allenatore. È arrivato con la consueta umiltà, croce e delizia della sua carriera di giocatore prima, e di allenatore poi. Senza umiltà non sarebbe diventato uno dei giocatori più forti al mondo, nel suo ruolo. Nel calcio di oggi Donadoni sarebbe conteso da Real Madrid, Manchester United e Paris Saint Germain. Ai suoi tempi giocava già nella squadra più forte, ma prima di Sacchi era un’ottima ala, un funambolo in grado di saltare l’uomo e creare superiorità numerica: con Arrigo diventerà molto di più, imparerà le sovrapposizioni, i movimenti senza palla e l’importanza dei cross dal fondo. La sua partita perfetta? La semifinale di Coppa dei Campioni 1988/89: Milan – Real Madrid 5 a 0.

Come allenatore Roberto Donadoni ha dovuto mandare giù diversi bocconi amari. Ma sempre con la professionalità che lo contraddistingue. Su tutti la Nazionale, dove è rimasto in carico solo per un biennio, conclusosi tra l’altro ai rigori contro quella che sarebbe diventata per i successivi 6 anni la squadra più forte del mondo. Il tutto per un capriccio di Lippi, deciso a tornare sui suoi passi per disputare un altro Mondiale (questa volta disastroso), negando di fatto a Roberto la possibilità di coronare il suo ciclo con la manifestazione più ambita. E si sa, certe occasioni non sempre ricapitano.

A Livorno Donadoni ha fatto benissimo, esaltando le potenzialità della coppia d’attacco Protti-Lucarelli e di Parma abbiamo già parlato, puntando le luci sulla gestione del fallimento. Eppure ci sono altre imprese da raccontare, compresa una qualificazione in Europa mai goduta, per colpe non sue, e il rilancio (l’ennesimo) di Cassano, uno che ha più di un debito nei confronti di un allenatore che con Antonio aveva in comune il talento, e poco altro. Perché la stoffa devi saperla tessere e Roberto ci è riuscito. Non altrettanto si può dire di Cassano.

cassano

 

È mancato l’acuto da allenatore, e se gli chiedete qual è il suo grande rimpianto vi dirà certamente “Napoli”. Perché probabilmente a Napoli è arrivato prima dell’avvio di un ciclo, perché il tempo a sua disposizione è stato poco e perché Napoli è la piazza che più di altre si è inchinata al suo talento da giocatore: il primo maggio del 1988, quando Maradona non avrebbe voluto vedere nessuna bandiera rossonera al San Paolo. Per tutta la notte l’albergo del Milan fu fatto oggetto di cori ed urla per cercare di “intimorire” o deconcentrare la squadra, ma il risultato fu una partita stratosferica, tanto che, al termine, il pubblico applaudì lungamente i vincitori, cosa che fu immediatamente sottolineata da Arrigo Sacchi, intervistato a bordo campo da Giampiero Galeazzi. Donadoni avrebbe pagato di tasca sua per incantare il San Paolo anche come allenatore, ma spesso conta l’ambiente e lui, allenatore discreto e uomo del nord, non ha avuto il tempo per capire Napoli e i napoletani.

Ora c’è Bologna e la possibilità di creare un feeling con una tifoseria passionale e una città di primissimo piano, finalmente. Con una squadra giovane che deve tirarsi fuori da una classifica complessa: “Adesso sono convinto che si possa ancora crescere, si deve crescere, perché come ho già detto questa è una squadra che merita di stare in questo campionato, ma dipenderà molto da noi. Questa è una squadra giovane, e come tutti i giovani vanno incoraggiati e soprattutto resi coscienti delle proprie possibilità; qui ci sono delle possibilità importanti, ci sono delle capacità importanti, che però non dipendono esclusivamente dai piedi, ma anche da un fattore mentale, che chiaramente questa classifica non aiuta e quindi bisogna essere bravi a gestire questi momenti. Questa unione di giovani e meno giovani aiuterà tutto l’ambiente. Mi auguro che questo sia solo il preludio di quello che ci aspetta da qui in avanti. Quello che ho compreso abbastanza in fretta è che questo è uno spogliatoio sano, buono, unito. È normale che quando si vince 3-0 tutto sembra tutto facile, ma la strada è ancora lunga e difficile”. 

Di certo, è arrivato il momento di dare una svolta alla sua carriera da allenatore: sarebbe auspicabile e dovuto, oltre che un momento atteso con ansia adesso a Bologna.
Magari Donadoni potrebbe ricordarsi di quando sgroppava sulla fascia di San Siro e faceva girare la testa agli avversari. Perché un giocatore superbo non può trasformarsi in un allenatore umile. Nemmeno per scherzo.

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