Il Barcellona ha vinto la Liga, all’ultimo respiro. Decisivo il 3-0 di Granada con tripletta da parte di Luis Suarez. In classifica, ha preceduto di un punto il Real Madrid. Fieri avversari dei blaugrana non solo gli eterni rivali, ma pure l’Atletico Madrid di Diego Simeone, che ha ceduto soltanto alla penultima giornata. È il 24esimo titolo nella storia della squadra catalana, il secondo consecutivo.

È stato però proprio il Barcellona a rendere avvincente il finale di stagione, a causa di una crisi che è costata tantissimo (tutto il vantaggio accumulato sulle due squadre madridiste, qualcosa come 11 punti). Dal 20 marzo 2016 – 2-2 in casa del Villarreal – Messi e compagni hanno perso il Clasico in casa, poi 1-0 contro la Real Sociedad, ancora al Camp Nou contro il Valencia il 17 aprile. Un mese orribile, che ha visto gli uomini di Luis Enrique uscire anche dalla Champions League per mano dell’Atletico Madrid, all’altezza dei quarti di finale.

Lionel Messi e Pep Guardiola ai tempi del Barcellona.

MSN MEGLIO DEL TIKI TAKA

Il secondo successo consecutivo ha il marchio dei tre là davanti, Leo Messi, Neymar e Luis Suarez. Insieme, hanno segnato 90 gol, con l’argentino che ne ha fatti 26, il brasiliano 24 e l’uruguayano ben 40 (Pichichi e Scarpa d’oro): Suarez, nel rush finale – le ultime cinque giornate della Liga – ha segnato 13 reti.

L’Msn del Barça è la miniera d’oro di Luis Enrique. Senza di loro, il Barcellona probabilmente sarebbe finito terzo. Si tratta di una squadra che gioca in modo molto diverso dai tempi di Pep Guardiola che pretendeva un lungo possesso palla, con passaggi che potevano anche diventare noiosi. Il centrocampo era la chiave, con Xavi e Iniesta autentici professori nel dettare il ritmo. Poche le verticalizzazioni, tanto il pressing nella metà campo avversaria a recuperare al più presto la palla.

Poi, naturalmente, c’era lui, Leo Messi. La Pulce risolveva, quasi a ogni partita. I momenti più belli di calcio di questo Barcellona erano quelli in cui l’argentino prendeva palla, trasformandola in occasione o in gol. Il tiki taka, che un po’ tutti hanno cercato di imitare (qualcuno con successo, qualcun altro no), sarebbe stato forse fine a se stesso senza la Pulce. Guardiola ha costruito così le sue vittorie, in Spagna e fuori dai confini nazionali.

Lionel Messi, Neymar e Luis Suárez festeggiano uno dei tanti gol del Barcellona nella stagione 2015-2016.

MESSI E I SUOI FRATELLI

E dire che i dirigenti del Barça a lungo hanno cercato di affiancare a Messi attaccanti che potessero supportarlo in zona gol. Tanti sono arrivati, altrettanti se ne sono dovuti andare. Pare non andassero d’accordo con il gioco accentratore di Leo, che voleva che anche i bomber si mettessero al suo servizio. A caccia di record personali.

Dopo Eto’o, nel 2009/2010 il Barcellona può contare in attacco su un certo Zlatan Ibrahimovic. Lo svedese, però, pur segnando 16 volte, è un’altra prima donna, non si affianca bene a Messi, che intanto ne mette dentro 34 in campionato (47 in tutto). C’è pure Henry, ormai sul viale del tramonto, mentre Bojan e Pedro – due predestinati, arrivati dalla cantera – segnano 8 e 12 reti. E sperano di diventare pilastri della squadra.

L’anno dopo, Ibra non c’è più. In compenso è arrivato un animale da gol come David Villa. Ma pure per lui il destino è segnato. La scena è tutta per il sudamericano (31 reti in campionato, 55 in totale), con l’attaccante della Spagna campione del mondo che timbra 18 gol, nonostante tutto. Bene pure Pedro con 13, mentre Bojan comincia a soffrire la concorrenza (sei reti).

Nel 2011-2012 Messi esagera: 50 gol in campionato e 73 in stagione. Oscurando tutto e tutti. Villa si ferma a cinque e si capisce che dovrà cambiare aria a breve. Dall’Udinese è arrivato Alexis Sanchez, il ‘niño maravilla‘, che di meraviglie ne fa 12, mentre Pedro si ferma a cinque. Ma nel 2012-2013 sono ancora loro a guidare l’attacco di Guardiola: Messi 46, Villa 10, Sanchez 8, Pedro 7.

Chi si aspettava che Sanchez diventasse il perfetto partner di Messi si deve ricredere, nonostante le 19 firme del 2013-2014. Bojan è andato via (alla Roma con Luis Enrique), Villa non c’è più (anche lui fatto fuori, si dice, da Leo). Pedro ne fa 15 nel 2013-2014, ma ha voglia di giocare titolare e lascerà anche lui la barca.

È arrivato intanto il brasiliano Neymar, che al primo anno segna nove volte, mettendosi al servizio di Messi, in gol in 28 occasioni. Luis Enrique si ritrova tra le mani un Barcellona diverso con il duo Messi–Neymar che scatena l’entusiasmo dei tifosi. Dopo la squalifica, inizia a giocare pure Luis Suarez, a segno 16 volte. Ah, Messi ne segna altri 43 e si comincia a parlare di Msn, anche perché gli uomini di Luis Enrique vincono tutto, ma proprio tutto.

E arriviamo a quest’anno. Dai quei tre non si prescinde e l’allenatore può solo gioire per i numeri: Suarez 40, Neymar 24, Messi 26. Soprattutto, l’argentino è contento per la prima volta dei partner d’attacco (che stia invecchiando?), perché Neymar non fa solo dribbling e tunnel, ma si mette comunque al servizio di Messi che, a sua volta – udite udite – si mette al servizio di Suarez. E la squadra – crisi a parte – fa gol, incanta, piace, esalta il pubblico.

FC Barcelona Barca s coach Luis Enrique Martinez r and Daniel Alves during La Liga match January

IL BARCELLONA DI LUIS ENRIQUE

È veloce, ti colpisce con le ripartenze più che stordirti con il possesso palla. E non potrebbe essere altrimenti con tutti al servizio del trio magico. Nel palmares dell’ex Roma, in due anni, ci sono due campionati di Spagna, una Champions League, un Mondiale per Club, una Supercoppa Uefa e una Coppa del Re (a fine settimana ci sarà la finale con il Siviglia per fare double). Mica poco per chi, in Italia, era stato sbeffeggiato.

Il Barcellona di Luis Enrique non transige praticamente mai dal modulo preferito: 4-3-3. L’allenatore non chiede ai suoi di giocare per tutti i 90′ tutte le partite. Sa che alla fine, dai tre davanti, qualcosa verrà fuori. È un maniaco della preparazione fisica. Sa che non bisogna intasare gli spazi, che la calma è la virtù dei forti. La trasformazione tattica è stata anche in un certo senso obbligata: senza Xavi e con Iniesta che non riesce più a inserirsi in avanti come un tempo, la chiave sono i cambi di gioco. I lanci in verticale magari non ti fanno bello, ma servono eccome a questo Barcellona.

Un’altra differenza con Guardiola, da parte di Luis Enrique, è una certa qual indifferenza per la cantera. Il primo lanciava i tanti ragazzi cresciuti in accademia, il secondo no. E questo lo rende meno simpatico ai giornalisti di Barcellona.

sacchi_van_basten

Qualcuno dirà che con una simile rosa – e Messi, Neymar e Suarez – avrebbe vinto a mani basse il campionato anche un tecnico dilettante, ma non è così. Arrivare dopo Guardiola (e la parentesi del Tata Martino) e dopo tutto quello che aveva fatto Pep sarebbe stato complicatissimo per tutti. Vincere subito, anche di più. Luis Enrique ha fatto un po’ come Max Allegri alla Juve dopo Antonio Conte: ha cambiato in base al materiale umano a disposizione, mettendoci un po’ della sua filosofia. Se preferite, come Fabio Capello al Milan dopo Arrigo Sacchi, quando tutti erano ubriachi di fuorigioco e ripartenze, mentre Don Fabio ha mostrato concretezza. Proprio come Luis Enrique. Poi, se puoi schierare il meglio in avanti, tutto diventa più facile. Ma trasformare l’Msn in un trio di amici da bar, che preferiscono far segnare l’altro piuttosto che trovare gloria personale, è un miracolo. E Luis Enrique, baciato anche dalla fortuna, è arrivato al momento giusto. Quando Messi ha cominciato a volere bene ai suoi partner offensivi.

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