Francesco Totti, l’imperatore di Roma, cacciato dal ritiro di Trigoria. Totti messo alla porta da Luciano Spalletti. Totti che fa un’intervista che sa di golpe. Totti di qua, Totti di là. Lui è stato ed è l’argomento del momento, nonostante le Coppe Europee e il duello Juventus-Napoli in campionato.

Normale, visto che per molti stiamo parlando del miglior giocatore italiano degli ultimi 30 anni. Di chi ha segnato 244 gol in serie A, secondo solo a Silvio Piola. Tutti con la maglia giallorossa addosso, più di una seconda pelle. Totti sulle prime pagine dei quotidiani, non solo sportivi, perché a giugno gli scade il contratto con la Roma, che non è intenzionata a rinnovargli per un altro anno l’accordo. Mentre Francesco vorrebbe giocare ancora 12 mesi. È pronto, sulla scrivania di James Pallotta, un contratto di sei anni per diventare dirigente capitolino. Ma lui ha voglia ancora di inseguire il pallone. Si sente ancora in grado di fare la differenza, alla soglia dei 40 anni.

Inutile girarci intorno: Francesco Totti è la bandiera della Roma. Con lui sono cresciute tre generazioni di lupacchiotti. Che ora si domandano: “Si tratta così una bandiera?”. Come uno straccio? Dall’altra parte ci sono quelli che rispondono: “Deve smettere di giocare, è al capolinea. Deve capirlo”. Il mondo del calcio antico (ma soprattutto moderno) è pieno di esempi di giocatori che hanno scritto la storia di un club per poi essere messi più o meno alla porta. O addirittura contestati.

Tifosi Roma

Del Piero, quel video galeotto

Il nome più famoso da accostare a Totti è quello di Alex Del Piero, per 20 anni bandiera e capitano della Juventus. Con la maglia bianconera detiene il record di gol (290) e presenze (705). La cineteca di ogni buon tifoso della Signora non può non avere video con i gol ‘alla Del Piero’. Eppure. Alex ha dovuto terminare la carriera lontano da Torino, addirittura all’estero. Prima in Australia e poi in India. Come Totti, Del Piero aveva ancora fame di calcio quando la Juve non gli rinnovò il contratto. A differenza dell’ex Pupone, le polemiche sono state pari a zero. Perché il carattere dei due è diverso. Straziante e struggente l’ultima di Pinturicchio con la Juve: gol con l’Atalanta, uscita dal campo e standing ovation lunghissima. Condita da lacrime e nostalgia.

Un anno e mezzo prima, Del Piero aveva deciso di fare un video (paragonabile all’intervista rilasciata da Totti) in cui praticamente si diceva disposto ad accettare qualsiasi contratto gli avesse proposto la società. Addossando quindi le colpe dell’addio ad Andrea Agnelli e ai dirigenti. Uno strappo vero e proprio che avrebbe poi portato all’addio. Mentre tutti si aspettavano che Alex finisse la carriera in bianconero e intraprendesse subito quella da dirigente. Come Giampiero Boniperti.

Paolo Maldini e quei fischi assordanti

Il 25 maggio 2009 Paolo Maldini chiude la carriera con il Milan a San Siro. Una storia lunga di successi e corse sulla fascia. Uomo simbolo, con l’amore per il rossonero passato dal papà Cesare al figlio. Ventiquattro anni al Milan ripagati dai fischi ingenerosi della Curva del Meazza, mentre tutti si aspettavano applausi e gratitudine eterna. Striscioni di contestazione e invocazioni polemiche a Franco Baresi nascondono i dissidi tra l’esterno e l’ala più dura del tifo milanista. Nati dopo la finale di Istanbul del 2005.

Secondo i tifosi, Paolo non avrebbe dato spiegazioni adeguate per il clamoroso ko con il Liverpool. E i rapporti non sarebbero migliorati neanche dopo un’altra finale, quella di Atene. Un problema di gestione dei biglietti per le finali Champions probabilmente è l’altro motivo che ha rovinato l’addio di un grande giocatore. Un’altra bandiera trattata come uno straccio.

L’amore tra Paolo e la Curva Sud non sarebbe in realtà mai sbocciato anche perché Maldini non avrebbe mai avuto atteggiamenti accondiscendenti nei confronti dei curvaioli. E i tifosi si sarebbero così vendicati. Niente tappeti rossi, ma pomodori metaforici contro il numero 3. A fare male, poi, anche il colpevole silenzio da parte della società, che non ha difeso Maldini come lo stesso avrebbe preteso. Paolo (902 presenze con il Diavolo), però, non ha mai avuto rimpianti: “Sono orgoglioso di non essere uno di loro” la risposta ai capi ultrà. Ma forse anche a quei dirigenti che l’hanno lasciato solo. Da quel giorno, i rapporti con Adriano Galliani e Silvio Berlusconi si sono bruscamente deteriorati.

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Javier Zanetti, il Capitano

Tutt’altro trattamento ha riservato l’Inter a una sua bandiera recente, l’argentino Javier Zanetti. Indimenticabile per i tifosi nerazzurri, lui ha fatto direttamente il salto dal campo alla scrivania (oggi è vicepresidente). Oddio, un piccolo sgarbo l’ha subito anche lui: Walter Mazzarri gli negò infatti l’ultimo derby della carriera. E i tifosi non hanno mai perdonato l’allenatore per questo fatto.

Con la Beneamata, Javier ha giocato in totale 858 partite. C’era l’anno del Triplete, naturalmente. La Società ha ritirato la maglia numero 4, la sua maglia. “La storia non si dimentica, grazie Capitano” lo striscione della sua Curva Nord.

Javier Zanetti nel sorteggio della Champions League.

Le bandiere di un tempo

Un tempo le bandiere sventolavano. E non smettevano mai di farlo. Gli esempi sono tanti: Giacinto Facchetti, terzino dell’Inter, Gigi Riva, attaccante del Cagliari, Giacomo Bulgarelli, centrocampista del Bologna, il già citato Giampiero Boniperti a fare compagnia a Giancarlo Antognoni, fantasista della Fiorentina, Giorgio Chinaglia, attaccante della Lazio che a fine carriera emigrò negli Stati Uniti, Paolino Pulici, punta del Torino. Quasi impossibile non associarli alla loro squadra del cuore. Hanno dato tanto, ma hanno anche ricevuto tantissimo.

Il calcio moderno, questo è vero, ha permesso ai giocatori di avere più potere contrattuale e anche per questo molti club hanno dovuto fare i conti con il bilancio e con il rischio di perdere poi a parametro zero i loro campioni. L’esempio più lampante è Roberto Baggio, che a Firenze era considerato l’erede designato di Giancarlo Antognoni e che i Pontello cedettero all’odiata rivale, la Juventus, scatenando una vera e propria rivolta popolare. Il Divin Codino, poi, avrebbe fatto una sorta di giro d’Italia, non mettendo mai radici da nessuna parte. Ma Firenze gli è sempre rimasta nel cuore, come dimostrò il primo anno in bianconero quando, al Comunale toscano, si rifiutò di battere un rigore e, uscendo dal campo, raccolse la sciarpa viola piovuta dagli spalti.

Roberto Baggio

Il vecchietto dove lo metto

Bandiere ce ne sono tuttora, in attività. Non solo il quasi 40enne Totti. Prendete Totò Di Natale, che all’Udinese è diventato un po’ come Riva al Cagliari. Pur di restare in Friuli, ha rifiutato la corte di squadroni come la Juve. Ha sempre segnato tantissimo, ha contribuito a fare dell’Udinese una provinciale terribile, pure da prime posizioni in classifica. Quest’anno, però, gioca con il contagocce. Il 13 ottobre ha compiuto 38 anni, a dicembre pareva vicino all’addio. Ha deciso di continuare per ‘inaugurare’ il nuovo stadio. È una presenza un po’ ingombrante a Udine, ma quasi sicuramente appenderà le scarpette al chiodo a maggio per diventare uomo fidato dei Pozzo in società.

Luca Toni ha fatto una scelta ben precisa: vivere gli ultimi anni della sua carriera in una piccola, il Verona, per giocare ancora titolare. Sta ripagando la società scaligera con i gol. Pare non invecchiare mai. In questo caso, il vecchietto in campo ci sta ancora benissimo. Ma anche lui, a maggio, di anni ne farà 39.

La Juve ne ha almeno due di giocatori dalla carta d’identità un po’ sbiadita. Ma sono tuttora titolarissimi, ossia Gigi Buffon e Andrea Barzagli. Il primo è il capitano e ha già fatto sapere di voler arrivare a 40 anni (li compirà il 28 gennaio 2018), giocare l’ultimo Europeo e poi ritirarsi. Il secondo, nonostante qualche acciacco, è ancora ‘the wall’ e ha appena rinnovato fino al 2017. Classe 1981, è uno dei più amati dalla tifoseria perché non si risparmia mai.

Alessandro Lucarelli, difensore del Parma, è un altro dei ‘grandi vecchi’ del calcio italiano che continuano però, grazie al carisma e alla tenuta fisica, a entusiasmare la gente. Lui ha scelto di scendere in serie D con la maglia ducale, cosa che gli garantirà gratitudine eterna al Tardini.

Ci sono pure i ‘vecchi’, però, che di spazio ne trovano poco. Come Miroslav Klose, attaccante della Lazio che si deve giocare ogni settimana il posto. All’estero, un portiere detiene il record di giocatore in attività più anziano: è Brad Friedel, classe 1971, terzo portiere del Tottenham. Il suo obiettivo è rivedere il campo per diventare il più longevo di sempre. Ultimamente, infatti, lo ha visto pochissimo.

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Raul, l’esempio dall’estero

Non è solo l’Italia a trattare male le sue bandiere. Dall’estero arriva l’esempio di Raul, bomber e simbolo del Real Madrid. Lui, poi, fu costretto a lasciare la Casa Blanca ad appena 33 anni. Il motivo? Pur avendo firmato un contratto a vita con il Real, non giocava più. Cristiano Ronaldo, Karim Benzema: troppa concorrenza e i mugugni dello stadio. E così Raul prese il primo treno per Gelsenkirchen. Perché? Per giocare ancora, naturalmente.

Sempre in tema Real Madrid ecco Iker Casillas. Leggendario portiere della Spagna, fu fatto fuori da Josè Mourinho. Carlo Ancelotti lo recuperò e con lui vinse la Champions, ma il Bernabeu ormai lo fischiava per alcuni errori. A 34 anni, l’addio per tentare l’avventura al Porto e le lacrime.

A proposito, il 2015 ha visto ammainarsi bandiere su bandiere: Gerrard, Xavi, CechSchweinsteiger. Siamo sicuri che per tutti fosse arrivato il momento di finire in soffitta dopo aver servito fedelmente la causa del club?

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