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Due Mondiali, un anno e mezzo e 532 giorni dall’ultima volta. È il lasso di tempo che appassionati e tifosi hanno dovuto attendere per rivedere Valentino Rossi sul gradino più alto della classifica della MotoGp. Spente 38 candeline sull’ultima torta e alla 22esima stagione da pro nel motociclismo, il campione di Tavullia è stato protagonista dell’ennesimo exploit, proprio quando in molti erano pronti a scommettere su un campionato a far da chioccia al talentuoso compagno di squadra, Maverick Vinales, sostituto del mai amato Lorenzo in Yamaha. E invece il vecchio leone è tornato e ruggisce a pieni polmoni.

Dai fattacci di Valencia 2015, con il decimo Mondiale soffiato all’ultimo atto da un Lorenzo agevolato dalla squalifica del Dottore post-Sepang (Rossi ultimo in griglia e quarto sul traguardo, alle spalle dello spagnolo e dei due connazionali della Honda, Marquez e Pedrosa), alla felicità di Austin: l’esperto pilota si scopre costante anche fuori dai confini europei e con 23 punti in più rispetto allo scorso anno.

Passano gli anni, insomma, ma Rossi migliora come fosse un buon vino. Più maturo, paziente, forse meno veloce di un tempo, ma con la stessa capacità di leggere le gare e risultare spietato per i suoi avversari con la gara in bilico e quando più conta. Si veda l’ultimo sorpasso ad Austin su Pedrosa e in generale tutta la gestione delle tre gare. Ancora una volta Vale è stato bravo a scardinare certezze, pronostici e convinzioni. L’inizio con i fiocchi (terzo in Qatar e secondo in Argentina e ad Austin) ha permesso in particolare di lasciarsi alle spalle una fase di preparazione parecchio complicata. Come da sua stessa ammissione: “Me lo avessero detto in inverno non ci avrei assolutamente creduto – ha spiegato -. Anche se già in Qatar, non so perché, ero ottimista. Forse perché ero talmente disperato che, come i matti, mi ripetevo ‘va tutto bene, va tutto bene’“.

Adesso quindi può gridarlo a gran voce. Ha 6 punti più del compagno di squadra Maverick, vincitore dei primi due Gran Premi ma fuori al secondo giro in America, e 18 più di Marquez, confermatosi dominatore sulla pista americana. Ora si va in Europa, a cominciare da Jerez in Spagna, dove proprio lo scorso anno il numero 46 ha interrotto il predominio iberico. “Essere primo è un gran risultato – ha commentato ancora Rossi – anche se so che sarà difficilissimo restarci. Il mio primo obiettivo all’inizio di ogni stagione è provare a vincere una gara e quest’anno è lo stesso. Jerez, Le Mans, Mugello, Barcellona, Assen… ho sempre avuto un gran feeling su quelle piste, ho memorie fantastiche, lì si respira la vera atmosfera del Mondiale“.

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Quanto ai suoi avversari: “Tra Maverick e Marquez c’è una grandissima rivalità e cercheranno di fare il massimo. Hanno una grande motivazione, ma anche se sono favoriti penso che da adesso in poi un’occhiata me la daranno“. E lo stesso farà la marea gialla che ad ogni gara colora le tribune dei Gp. I tifosi di Rossi pregustano un’altra stagione di primo piano, pronti a palpitare per l’obiettivo “decimo Mondiale”. Ancora presto per dire se sarà la sua ultima stagione, ma laddove lo fosse sarebbe un finale all’altezza del suo essere Fenomeno. Con la F maiuscola.

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Il più grande risultato della Ferrari in quest’avvio di Mondiale 2017 non è arrivato in pista, ma è una conseguenza dei risultati che gli ultimi Gran Premi di Melbourne e Bahrain hanno certificato. Ci riferiamo alla perdita del sorriso e del solito atteggiamento brillante e scanzonato di Lewis Hamilton. La Rossa e Sebastian Vettel (primo dopo tre gare, a +7 sull’inseguitore più vicino) sono tornati a far paura e la macchina di Maranello sta rapidamente recuperando credibilità per la gioia e i sogni dei tifosi di tutto il mondo. Una doccia gelata per il talento inglese della Mercedes che, dopo essersi liberato del bizzoso compagno di squadra Nico Rosberg, campione in carica 2016, pensava forse di potersi godere una stagione in “pantofole” per raggiungere il poker di titoli solo sfiorato lo scorso anno.

E invece no. I fallimentari test estivi della Rossa hanno lasciato spazio a una SF70H, per gli amici “Gina“, scattante, reattiva, strepitosa in frenata (merito della nuova tecnologia firmata Brembo, per maggiori dettagli si guardi alla “staccata” su Hamilton dell’ultimo Gp) e in grado di fornire tutto il necessario supporto al talento di Sebastian, il cui rapporto con la casa di Maranello sembrava ai titoli di coda dopo le ultime due difficili stagioni che avevano messo a dura prova la promessa di fedeltà reciproca.

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Coraggio, determinazione e un pizzico di follia“: la ricetta della nuova Ferrari, secondo l’analisi del team principal, Maurizio Arrivabene, che comincia a raccogliere i frutti della sua azione volta anche a “liberare il talento” che la casa automobilistica covava al suo interno. Proprio come da desiderata del presidente Marchionne. In quest’ambito rientra la scelta di Arrivabene, che nel frattempo evita confronti con la Mercedes e fa opera di pompiere invitando alla calma (“Il campionato è lungo e dobbiamo continuare così senza mai mollare“),  di promuovere Mattia Binotto direttore tecnico della Rossa, al posto di quel James Allison reduce dall’esperienza fallimentare dello scorso anno.

Binotto, ingegnere svizzero naturalizzato italiano, è il papà della nuova monoposto e a lui va ascritto il merito di aver predicato calma nei momenti più complicati della preparazione, tenuto la barra a dritta e nel contempo essere riuscito a infondere fiducia e quel pizzico di spregiudicatezza che consentisse alla squadra di ridurre rapidamente il gap dalle avversarie. Si guardi, per esempio, alla scelta dei pit stop anticipato in Bahrain: decisione rischiosa, ma meditata e che alla lunga ha pagato costringendo Hamilton a perdere secondi preziosi dietro il compagno di squadra Bottas.

Insomma quest’inizio dai più inimmaginabile sembra lasciare aperte le porte del sogno di un Vettel sulle orme di Schumacher, ma la strada è lunga e i titoli si vincono ad ottobre. Le premesse sono ottime e risiedono per la maggior parte nel sorriso e nelle parole di Vettel dopo Sakhir: “C’è stato un momento, mentre ero là fuori avevo appena tagliato il traguardo e i fuochi d’ artificio illuminavano la pista, e insomma sì, ho pensato, ‘io amo quello che faccio’. Così ho pensato e non mi venivano in mente altre parole per quello che stavo provando“.

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Restituire il sorriso al campione tedesco e farlo perdere al rivale inglese: la ricetta del successo per la Ferrari è forse tutta qui.

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Siamo entrati in campo ‘cazzutissimi’, giocando e vincendo, finalmente una partita sporca e noi abbiamo fatto bene

È uno Spalletti su di giri quello che, nel post-gara di Marassi, ha commentato la vittoria della sua Roma sul Genoa. Una vittoria che qualche giornalista, attirandosi le ire del tecnico ormai in aperto contrasto con la stampa capitolina, non ha esitato a definire “striminzita“. Niente di più lontano dalla realtà per Luciano da Certaldo. L’1-0 propiziato dall’autogol di Izzo, infatti, dal suo punto di vista rappresenta quella prova di carattere che attendeva da tempo. Tre punti che in altri momenti non sarebbero mai arrivati. E invece la squadra ha saputo capitalizzare il fortunoso vantaggio costruendo altre occasioni, sventate ora da Perin, ora da Lamanna, ora dal palo, ma soprattutto sapendo soffrire e respingere al mittente tutti i tentativi di un arcigno Genoa che, in casa, sinora aveva costretto a inchinarsi Fiorentina, Milan, Juventus, oltre a strappare un pari anche al Napoli.

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Abbiamo vinto grazie a delle componenti in cui una volta evidenziavamo dei piccoli difetti, quindi dobbiamo fare i complimenti alla squadra“, si è lasciato andare ancora in sala stampa. “C’era da mettersi gli scarponi da lavoro, l’abbiamo fatto e sono contento, perché era veramente difficile“, ha aggiunto. E in effetti non ha tutti i torti Spalletti. Da diverse settimane, i giallorossi hanno cambiato atteggiamento: meno edonisti e interessati a specchiarsi, più pratici ed efficaci. Cinici si potrebbe dire, se non temessimo di poter essere ancora smentiti dagli eventi. Lo si è visto nel derby: una partita bloccata, tesa e nella quale per larghi tratti ha prevalso la Lazio, poi però sono bastate due piccole sbavature e prima Strootman, poi Nainggolan non hanno perdonato: 2-0 e tutti a casa. Quindi contro il Milan in rapida sequenza: Szczesny ipnotizza Niang dal dischetto e dall’altra parte ancora il belga castiga i rossoneri ben oltre i propri demeriti. Contro la Juventus non è andata altrettanto bene: di fronte c’era una formazione che ha fatto del cinismo la pietra angolare delle proprie vittorie in Italia e alla fine ha prevalso la maggiore esperienza e forse quel pizzico di qualità in più che naturalmente non guasta. Ma la Roma ha saputo attutire anche il passo falso e non si è persa d’animo continuando a martellare: 3-1 in rimonta al Chievo, in una gara che in altri tempi avrebbe perso 9 volte su 10, e infine il colpo di Marassi.

Qualche tifoso di bocca buona potrà forse storcere il naso, ma il tecnico va dritto per la sua strada: “Nel far quadrare tutto, abbiamo dovere e necessità di vincere perché è tanto che non vinciamo. E si rimane lì: bisogna vincere“. La pressione è tanta, la società ha investito parecchio e adesso attende di raccoglierne i frutti e l’unica via per farlo sembra essere quella di ridurre al minimo gli sprechi, non disperdere punti con le piccole – come fatto in passato – e monetizzare al massimo la produzione offensiva, in un periodo in cui l’attacco si è parzialmente inceppato, anche a causa della partenza di Salah in Coppa d’Africa. Le cifre confezionate nel girone di andata, però, dicono anche altro: la squadra ha il secondo miglior attacco del campionato con 40 gol (2 meno del Napoli) e la seconda miglior difesa (18 contro i 14 incassati dalla Juve). Se fare più gol storicamente non ha sempre significato scudetto, subirne pochi invece sì. E adesso anche là dietro la melodia sembra finalmente intonata.

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Insomma è ancora presto per intonare peana e cantare vittoria. La Roma è sulla buona strada, ma davanti ha pur sempre una Juventus schiacciasassi, che ha quattro lunghezze di vantaggio in classifica e una gara da recuperare contro il Crotone. La strada è giusta, il cammino all’inizio. Il campionato è una maratona, non uno sprint e i giallorossi si stanno attrezzando per affrontarlo al meglio. E chissà che l’esperienza maturata in campionato, non possa tornare utile anche in Europe League. Siviglia docet.

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Il calciomercato di gennaio è la finestra delle opportunità. Alcune da cogliere, altre colte al volo, altre ancora disattese, o peggio sprecate. Tanti i giocatori con la valigia pronta, o già imbarcata verso nuove destinazioni, in attesa del tanto sospirato rilancio di quotazioni drammaticamente in ribasso. Una categoria che ha in Juan Manuel Iturbe il simbolo, in virtù del fresco passaggio alla corte di Mihajlovic al Torino dove, prima di lui, altri hanno rimesso la barra a dritta. Spesso in maniera insperata.

Quella del paraguayano, peraltro, è una storia che ha dell’incredibile. All’età di 23 anni, ha già maturato esperienze che fanno di lui una sorta di “veterano in fasce” del calcio internazionale: Cerro Porteno in patria agli esordi, Porto come prima esperienza europea, quindi River Plate e infine l’approdo in Italia, grazie a un’intuizione dell’allora ds del Verona, Sean Sogliano. Un esordio coi fiocchi: 8 gol in 33 presenze e una quantità di assist per il compagno di reparto Toni, capocannoniere del campionato anche grazie al suo contributo. Quindi il passaggio alla Roma a suon di milioni (25 senza contare i bonus), avventura cominciata bene, ma proseguita malissimo. Due stagioni parecchio al di sotto delle aspettative (39 presenze e 3 gol) e il conseguente prestito in Premier, al Bournemouth, dove le cose non sono certo migliorate. Possibile si sia trattato solo di un fuoco fatuo? Ai granata il responso, ma intanto le recenti esperienze di Ljajic e Iago Falque, anche loro passati senza successo dalla Capitale e ora rinati a Torino, sembrano far ben sperare.

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Ma la lista, come detto, è parecchio lunga. Un altro emblema delle occasioni sprecate è quell’Alessio Cerci che sta per ripartire, per l’ennesima volta, da Bologna. Lontani i tempi in cui, insieme al compagno d’attacco Immobile, riusciva a scomodare paragoni importanti (i nuovi Pulici e Graziani). Il passaggio nel “calcio che conta” (secondo improvvida definizione di sua moglie) si è rivelato un fallimento: sei presenze nei primi sei mesi all’Atletico Madrid, quindi il ritorno in Italia al Milan senza grossi esiti, con 29 gare e lo straccio di 1 gol tra gennaio 2015 a gennaio 2016; infine la parentesi con il Genoa della scorsa stagione appena accettabile (4 gol in 11 gare) prima di ripiombare nel buio di un infortunio che lo ha tenuto ai margini per tutta la seconda metà del 2016. Ora toccherà a Donadoni tentare l’impresa: dimostrare che Alessio può rendere anche con un allenatore diverso da Ventura. Magari in coppia con un altro fedelissimo del tecnico: l’interista Jonathan Biabiany, freccia d’argento ai tempi di Parma, inseguito dai felsinei per rinforzare ulteriormente il reparto offensivo.

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Sembra essere a un passo dall’ultima chiamata, anche per ragioni anagrafiche, Alberto Aquilani. Fallita l’esperienza a Pescara, dov’era approdato fortemente richiesto da Oddo, si è spostato più a nord in quel di Sassuolo per ritrovare ritmi, tempi e giocate agli ordini dell’altro ex romanista Di Francesco. Percorso inverso potrebbe compiere Paloschi che a Bergamo non sembra aver trovato il giusto feeling e potrebbe ora cedere alle lusinghe delle numerose pretendenti, con Lazio in testa, per il ruolo di vice-Immobile. A proposito di attaccanti, sta vagliando possibilità anche Gilardino che a Empoli è diventato la quinta punta, una situazione decisamente ingenerosa per l’ex campione del Mondo che, solo l’anno scorso, ha contribuito con i suoi gol alla salvezza del Palermo. Dall’attacco alla porta per finire: potrebbe esserci la prima chance da titolare per Gabriel, già in parola con il Cagliari per sostituire Storari, che compirebbe il percorso contrario passando al Milan come secondo di Donnarumma.

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Nella lunga storia del basket professionistico americano, la NBA ha salutato decine di stelle di prima grandezza che hanno contribuito a renderla la più importante e conosciuta Lega al mondo. Dal drammatico addio di Magic Johnson, che nei primi anni ’90 contrasse il virus dell’HIV, agli addii e ritorni di Michael Jordan (pre e post parentesi nel baseball), sino ai saluti più crepuscolari e inevitabili della generazione dei Big Man degli anni ’90: Patrick Ewing, Hakeem Olajuwom, Charles Barkley, Shawn Kemp, David Robinson e Shaquille O’Neal, solo per citarne alcuni. Nomi, volti e presenze sceniche che hanno fatto sognare milioni di fan in tutto il mondo e lasciato alle spalle vuoti malinconici e nostalgici, colmati solo in parte dal ricambio generazionale intervenuto. L’ultima stagione, però, è andata ben oltre. Il campionato che ha scritto l’importante pagina di storia rappresentata dalla vittoria di LeBron con i suoi Cleveland, in verità ne ha lasciate in scorta agli annuari molte di più. Altre pagine di addio, attese, ma non così. Non tutte insieme.

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Il primo è stato Kobe Bryant con il suo “Farewell Tour“, un’intera stagione per salutare a suo modo le altre 29 squadre della Lega. Uno stillicidio per cuori teneri. Ad ogni partita una celebrazione, un’ovazione, un tributo, lacrime, tante lacrime, versate peraltro da avversari tanto fieri e ostici, in campo e fuori, quanto onesti nel riconoscere la primaria grandezza del “nemico”. Una star capace di salutare come a nessuno era riuscito prima di lui: i suoi 60 punti con vittoria in rimonta contro i Boston Celtic, lo scorso 13 aprile, difficilmente saranno replicabili a breve da un altro giocatore, alla soglia dei 38 anni, capace un attimo dopo aver siglato gli ultimi canestri di pronunciare le parole più difficili in mondovisione: “Mamba out“.

Quindi è stata la volta di Kevin Garnett, un altro dei più grandi della sua generazione. Giocatore polivalente: ala piccola, ala grande, centro all’occorrenza. Ottimo difensore e trash talker come pochi (c’è anche questo a contraddistinguere la personalità di un big). 40 anni e spenderli ancora benissimo sul parquet con i suoi Minnesota Timberwolves. Poesia anche nel suo addio, sebbene pronunciato lontano dai riflettori. KG, infatti, ha deciso di tagliare il traguardo di una lunga carriera con la squadra che gli aveva permesso di arrivare in NBA e di segnare i suoi primi 19mila punti. Dopo i sei anni spesi a Boston con la conquista di un anello e il passaggio per i Brooklyn Nets, il ritorno con i Lupi. In tono minore forse, ma con la maglia che ha sempre amato.

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Infine, Tim Duncan. Non si sono ancora spente le luci della sua ultima notte di gloria all’all’AT&T Center di San Antonio, dopo la vittoria dei neroargento su New Orleans. Il numero 21 non era naturalmente in pantaloncini e maglietta, ma come ha scherzato durante la cerimonia di ritiro della sua maglia ha “vinto parecchie scommesse: non ho indossato un paio di jeans, ho addosso una giacca e ho parlato per più di 30 secondi“. Quasi una forzatura per un tipo schivo del suo calibro, che ha annunciato il ritiro con un breve comunicato, neanche di suo pugno, e lontano dai riflettori dei play off. Ha evitato di commuoversi anche quando coach Popovich lo ha sorpreso con le sue lacrime e la voce rotta: “Questo è il commento più importante che possa fare su Duncan. Dico una cosa ai suoi genitori, che se ne sono andati. Posso garantirvi una cosa, Tim è la stessa persona che si è presentata a me per la prima volta”. E ove servisse un’ulteriore conferma, è bastato il suo saluto ai tifosi del Texas che “mi hanno dato molto più di quanto io ho dato loro“.

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Come Higuain, meglio di Higuain. Più semplicemente: 100 milioni di buone ragioni per puntare sul Gallo. Esagerato? Al momento probabilmente sì, ma in prospettiva Andrea Belotti è quanto di meglio potesse capitare al calcio italiano, da tempo alla disperata ricerca di un bomber e trascinatore vero. E questa volta non esageriamo. La storia azzurra, recente e più antica, insegna. Un’intera costellazione di uomini d’area, forti e accentratori, i cui gol hanno spesso portato a vittorie e cavalcate entusiasmanti, è lì a dimostrarlo. E non sarà un caso che la Nazionale “brutta”, sporca e cattiva di Antonio Conte si sia dovuta arrendere ai Quarti degli ultimi Europei. Se metti Pellè (ora in Cina), Eder (panchinaro dell’Inter) e Zaza (ex riserva della Juve ora disperso nelle nebbie inglesi della Premier League), dove un tempo c’erano i Rossi, i Vieri e i Toni (per tacere dei Baggio, Del Piero e Totti) qualcosa dovrai pur pagarla prima o poi.

Ora però la musica comincia a cambiare e lo fa all’insegna del granata. Quello del ct Giampiero Ventura, approdato in azzurro dopo l’esaltante esperienza al Toro, quello di Ciro Immobile, ora alla Lazio, ma lanciato proprio da mister Libidine alla corte di Cairo e infine quello attualissimo del Gallo che ha già lasciato il segno in poche apparizioni. Cinque per la precisione, tre da titolare, e tre gol decisivi sulla strada impervia che conduce ai prossimi Mondiali. E se non sono questi i segnali di un predestinato, proviamo a cercarne insieme ancora qualcuno. Per convincervi.

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La storia di Andrea comincia nella bergamasca, ma è una storia che procede con il “Fast-Wind” inserito. I primi passi nell’AlbinoLeffe vicino casa, subito 8 presenze in B e due gol da appena maggiorenne (stagione 2011/2012), quindi l’esperienza da “grande” in LegaPro e i 12 centri sempre in maglia Albino. È qui che lo nota Zamparini e lo porta a Palermo, dove divide metri quadri di campo, gol e responsabilità, con un certo Paulo Dybala per aiutare i rosanero a ritornare grande in A. Risultato: 10 gol e l’immediato riscatto dell’altra metà del suo cartellino da parte dei siciliani (per un totale di 7 milioni). La stagione successiva comincia così il noviziato nella massima serie. Un’avventura che non manca di portare soddisfazioni a livello di squadra (la striscia di sette risultati utili eguagliata, per esempio) ma anche personali. L’attaccante viene impiegato in tutte le partite, perlopiù a gara in corso, e non manca di lasciare il segno: 6 gol a 20 anni, senza contare quelli con l’azzurro della Nazionale Under21.

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In estate è il Toro a bussare alla porta di Zamparini. Cairo e Petrachi investono subito 7,5 milioni per assicurarselo affidandolo alle sapienti cure di Ventura. L’inizio è a rilento. Il tecnico gli insegna i movimenti e come stare in campo integrandosi con i compagni e tenendo a freno quella voglia di inseguire chiunque fino alla propria area di rigore. Il girone d’andata è un lungo apprendistato: Belotti segna solo un gol alla 14ª giornata, poi più nulla, fino alla prima del ritorno quando si sblocca nel 4-2 al Frosinone e non si ferma più. A fine stagione saranno 12 in 35 presenze, di cui 10 nelle ultime 19. Meglio di lui, in quel lasso di tempo, solo Higuain. E rieccoci.

La scorsa estate proprio l’argentino raggiunge il Gallo sotto la Mole, due uomini gol annunciati nella copertina del derby. Gonzalo approda in bianconero – dicono – con un po’ di pancia e forse in ritardo di condizione; Andrea ha ancora il piede “caldo”, come se la stagione precedente non fosse mai finita. Subito due gol al Milan, poi una tripletta al Bologna e anche il corollario di due errori dal dischetto. Si infortuna sul più bello, poi rientra e il gol è sempre lì ad attenderlo. 10 prima del derby in 13 partite (addirittura meglio dell’anno prima), quindi l’attesa sfida col bianconero, prima della quale arriva l’annuncio che tutti i tifosi stavano aspettando: prolungamento del contratto fino al 2021 con clausola rescissoria da 100 milioni di euro valida solo per il mercato estero. Più di Higuain. Appunto.

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Ed è proprio il Gallo a sbloccare il derby. Nonostante l’attenzione chirurgica riservatagli da Chiellini e Rugani, prima tiene in scacco la difesa campione d’Italia, poi brucia l’avversario diretto sullo scatto e insacca alle spalle di Buffon incornando un cross di Zappacosta. Il resto del racconto parla di un campione più esperto – Higuain, ancora lui – che, dopo non aver toccato palla per buona parte di match (alla fine saranno solo 29 i tocchi), ne insacca due e risolve la gara in favore degli juventini. Ma questo finale sarà riscritto prima o poi. Del resto il futuro è dalla parte del Gallo. Un futuro a cresta alta.