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Luca Guerra

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25 novembre 2009: in una delle notti europee più buie della storia recente della Juventus, i bianconeri cadono per 2-0 a Bordeaux contro i padroni di casa, aprendo le porte a una clamorosa eliminazione dalla fase a gironi culminata nell’1-4 interno di dicembre contro il Bayern Monaco. Quella notte un 19enne Ciro Immobile fa il suo esordio in Champions League con la formazione all’epoca allenata da Ciro Ferrara, rilevando Alessandro Del Piero.

14 ottobre 2017: all’Allianz Stadium di Torino, la Lazio passa per 2-1 in rimonta sulla Juventus, costringendo la formazione allenata da Massimiliano Allegri alla sconfitta interna a due anni e due mesi di distanza dall’ultima volta in campionato. Chi ha risposto al provvisorio vantaggio bianconero firmato Douglas Costa? Nemmeno a dirlo, la doppietta di Ciro Immobile. Piattone aperto su assist di Luis Alberto per il pareggio, implacabile dal dischetto su rigore procuratosi per il definitivo 1-2.

Lo strano percorso

Due date, otto anni. Per raccontare la metamorfosi di un attaccante diventato “totale”, autore già di 15 reti in stagione (in 11 partite!), occorre guardare tra le trame del suo viaggio con la valigia in mano per l’Italia. A Roma, sponda biancoceleste, Ciro ci è infatti arrivato passando per Toscana,  Abruzzo, Liguria, Spagna, Germania e Piemonte: un viaggio avviato da Torre Annunziata, attraverso la B di Siena e Grosseto, la promozione in A con il Pescara –fruttata il passaggio al Genoa per 4 milioni di euro- la consacrazione nella Torino granata e due bocciature, tra Borussia Dortmund e Siviglia. Nel gennaio 2016, il ritorno al Torino, la seconda casa, prima del passaggio alla Lazio.

Storia di un amore mai nato

Dalla Torino bianconera a cecchino implacabile contro la Vecchia Signora: con la doppietta messa a segno sabato, Ciro è arrivato a quota 5 in 12 partite da avversario della Juventus.  Il ragazzo di Torre Annunziata, infatti, era arrivato nella Torino bianconera nel 2007 ad appena 17 anni conquistando presto un ruolo da protagonista nella Primavera della Juventus con cui collezionerà 42 presenze, segnando 28 reti e vincendo pure due Tornei di Viareggio. Con cinque caps e 35 minuti all’attivo, Immobile non aveva centrato la conferma in prima squadra, iniziando così un lungo peregrinare.

Già, perché nonostante il cognome, Ciro fermo non ci sa stare. Altro che “nomen omen”, per utilizzare uno dei latinismi tanto cari al suo presidente Claudio Lotito. Immobile in campo corre, crea spazi e aiuta i compagni: che si tratti di Keita, passato al Monaco, Luis Alberto o Felipe Anderson, spesso è il suo partner d’attacco a occupare il cuore dell’area, senza dimenticare quanto siano facilitati gli inserimenti dei vari centrocampisti biancocelesti. Chiedere a Parolo o Milinkovic-Savic per conferme. Il diploma? L’ha preso nella scuola di gioco targata Zdenek Zeman a Pescara. Annata 2011/2012, nel 4-3-3 del boemo c’era anche Lorenzo Insigne. In regia, Marco Verratti. Reti realizzate a fine stagione? 28 in 37 partite.

Sliding doors

Gennaio 2016. Le porte girevoli di Immobile iniziavano a diventare tante, forse troppe. Di lì il ritorno al Torino e il passaggio alla Lazio: le tappe di Siviglia e Dortmund? Dimenticate, come lo stesso Ciro ha dimostrato ai microfoni di Uefa.com:

Lì all’inizio non ho mai avuto nessuna chance, nessuna possibilità di mettermi in mostra: quando l’avevo, facevo bene ma dopo venivo sempre fatto fuori. Non è colpa di nessuno, ci sono da fare delle scelte: come noi le facciamo nella nostra vita, gli allenatori le fanno per fare la formazione

Allenatori, come Simone Inzaghi, uno dei segreti nel magic moment di Immobile. Entrambi attaccanti, entrambi destinati a rincorrere…un posto da titolare, così come gli avversari. Sotto la guida Inzaghi, Ciro ha stigmatizzato le sue qualità: smarcarsi rapidamente e gettarsi rapidamente nella profondità. Il fiuto del gol ed il senso della posizione fanno il resto. Così, tra l’ammirazione per Del Piero, suo idolo di gioventù, e l’amore calcistico per Messi («È proprio di un altro pianeta» spiegava qualche mese fa),  il ragazzino cresciuto a Torre Annunziata («Molti amici della mia infanzia sono finiti in galera») è diventato grande. Senza dimenticare lo status di guascone, che ama mettere in evidenza sui social con la moglie Jessica, sposata nel 2014.

Ciro(tondo) azzurro

Blindato in biancoceleste (presto firmerà un prolungamento di due ulteriori anni a 2,5 milioni di euro a stagione), acclamato in azzurro, dove l’infortunio di Belotti ha costretto la coppia scelta da Ventura dall’avvio della sua esperienza da Ct a separarsi in occasione delle sfide contro Macedonia e Albania. Risultati? Immobile a secco, ma prezioso come uomo-assist nell’1-1 di Torino contro Pandev e compagni. In 13 chiamate nell’Italia del suo mentore in panchina ai tempi granata, Immobile ha risposto colpendo sei volte la porta avversaria. Media vicina al gol ogni due incontri: con la Lazio ha registrato in avvio di stagione un centro ogni 0,73 partite. Numeri strepitosi, ai quali il mondo azzurro si affida in vista dello spareggio-playoff contro la Svezia. Ciro il Grande: dimostra di esserlo anche in Nazionale, ora.

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I miracoli, nel calcio, esistono. Sono fenomeni difficili da spiegare, che ribaltano le attese, sconvolgono i pronostici, rendono Golia i Davide di turno. Quando però si ripetono nel tempo, allora, occorre cercargli una spiegazione, una radice: spesso, fa rima con programmazione. È quanto sta avvenendo in Islanda, isola di 334mila abitanti che da tre giorni è in preda a un’euforia calcistica senza precedenti, che fa rima con Mondiale 2018.

No all’improvvisazione, ok con la programmazione

Già, perchè la storia calcistica dell’Islanda è breve ma intensa. Soprattutto, è fatta di passi calcolati, non di azzardi:  nel 2014 gli islandesi avevano mancato la qualificazione mondiale per un soffio, perdendo il play-off con la Croazia. La vendetta, però, è un piatto da servire freddo anche nel calcio: quattro anni dopo, Sigurdsson e compagni sono volati in direzione Russia da primi del girone, proprio davanti ai croati. Questo gruppo, però, fa sognare da più di un lustro Reykjavík e dintorni: l’attuale Nazionale, infatti,  è chiamata in patria la “golden generation”, con uno zoccolo duro che arriva dall’Under 21 che nel 2011 prese parte alla fase finale degli Europei di categoria.  Dietro il calcio in Islanda c’è un progetto. Serio e figlio della battaglia all’alcool fatta dal governo, che per debellare la piaga ha investito forte sullo sport, costruendo campi da calcio e pagando centinai di figure professionali.

Dica knattspyrna

Il pallone non è lo sport nazionale, ma knattspyrna, in lingua originale, sta prendendo piede. La dimostrazione? L’altra sera, dopo il decisivo 2-0 al Kosovo, a Reykjavik sono partiti i fuochi d’artificio quando la qualificazione a Russia 2018 è stata confermata sul campo.  Determinanti i tre successi di fila nella fase finale di un girone tutt’altro che banale, chiuso in testa davanti alla Croazia di Modric e Rakitic, all’Ucraina di Shevchenko, alla Turchia del guru Lucescu e alla Finlandia, contro cui l’Islanda perse lo scorso due settembre a Tampere, quando sembrava aver compromesso le possibilità di qualificazione. Anche così è stato “polverizzato” il record di Trinidad & Tobago nel 2006: dal milione e 300mila abitanti dell’isola del Centro America ai 334 mila abitanti, poco più del Molise, dell’Islanda. Basti pensare che ben otto città italiane hanno un numero più alto di residenti. E che la Nazionale azzurra del Ct Ventura dovrà passare per gli spareggi per confidare nel pass verso Russia 2018. I soldi non fanno la felicità? Più che il denaro, i numeri.

Russia 2018 è per l’Islanda il punto di approdo di una fase del progetto sportivo portato avanti dal Governo, i cui primi passi risalgono a circa 20 anni fa: tra i ’90 e l’alba del nuovo millennio, la Federazione stanziò fondi per costruire impianti con campi regolamentari completamente al coperto, indoor, che permettessero non solo ai professionisti di avvicinarsi al calcio ed allenarsi anche nei mesi più freddi e bui dell’anno. Decine di campi in erba sintetica furono allestiti anche nelle scuole dell’isola: sport come elemento di crescita sociale e inclusione. Ha funzionato? Per conferme, rivolgetevi al capitano Aron Gunnarson, che nell’età adolescenziale fu selezionato sia dalla nazionale di calcio che da quella di pallamano.

Nelle mani…di un dentista

In un’isola nata dalla bocca di un vulcano, il cratere Snaefell tanto caro a Jules Verne e al suo romanzo “Viaggio al centro della terra”, ci si può imbattere nel ghiacciaio Vatnajökull o cercare la piccola Surtsey,  la guida tecnica della nazionale non poteva che essere affidata a un personaggio dalla storia particolare. Fa il dentista e si chiama Helmar Hallgrimsson. Teorico e pratico del 4-4-2, fa del collettivo il punto di forza della sua strategia. Con una sola stella: Gylfi Sigurdsson, trequartista dell’Everton che milita da anni in Premier League e che i Toffees hanno pagato 40 milioni di sterline in estate. Metterla dentro spetta a Bodvarsson e soprattutto a Finnbogason, mentre è fuori per infortunio l’altro centravanti Kolbeinn Sigthórsson. La Serie A italiana è rappresentata dall’ex Pescara e Sampdoria Bjarnason e da Hallfredsson, alla terza stagione all’Udinese. Tra i pali c’è Hannes Thor Halldorsson, ragazzone di 193 centimetri che, prima di sfondare nel mondo del calcio, si stava costruendo una carriera da regista tra film, documentari e clip musicali.

Sono loro i protagonisti di un percorso che nel 2016 ha portato l’Islanda, intesa come nazione, ad annoverare un allenatore di calcio con patentino Uefa A  e Uefa B ogni 500 abitanti, e la nazionale islandese a battere l’Inghilterra negli ottavi di finale di Euro 2016, prima di arrendersi con onore alla Francia. Un cammino passato per le vittorie dell’Islanda all’epoca guidata dallo svedese Lars Lagerback nelle qualificazioni per Brasile 2014 su Olanda, Turchia e Repubblica Ceca, con un glorioso precedente: il 2-0 rifilato nell’agosto 2004 all’Italia guidata da Marcello Lippi. Mentre a Roma si interrogavano su come ripartire dopo il fallimento europeo di quell’estate, a Reykjavik avevano già posto solide basi.

Geyser Sound is back

L’onda lunga del “geyser sound”, il boato che accoglie le vittorie della nazionale islandese con annessa danza, è già arrivata in Russia: l’ha portata dalle parti di Mosca il web, che ha immortalato capitan Gunnarsson e compagni festanti mentre condividevano la gioia della qualificazione con i tifosi presenti sugli spalti del Laugardalsvöllur Stadium. Chi non ricorda i dati di Euro 2016, quando  l’Islanda aveva potuto contare sul supporto dell’8% della popolazione totale in trasferta in Francia per i propri beniamini? La “Viking thunder-clap” è ormai un’icona di questo calcio, nel quale tutti i tifosi -complice anche un campionato locale di basso livello, con squadre che non superano i preliminari delle competizioni europeee da tempo immemore- sostengono gli Strákarnir okkar.  In italiano, i nostri ragazzi. Che in giro per il Continente hanno più di qualche simpatizzante.

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Si dice “il” VAR o “la” VAR? L’interrogativo  dell’estate, vissuto tra ombrelloni, drink e propositi di ferie, ha presto ceduto il passo a un altro punto di domanda: serve o no? L’occhio virtuale, sintesi di Video Assistant Referee (abbreviato in VAR) e Assistant Video Assistant Referee (AVAR) composto dai due ufficiali di gara che collaborano con l’arbitro in campo esaminando le situazioni dubbie della partita tramite l’ausilio di filmati in situazioni dubbie – segnatura di un gol, assegnazione di un calcio di rigore, espulsione diretta o errore di identità del calciatore – ha già fatto discutere abbastanza. Tanto da rendere un bilancio maturo.

Occhio virtuale, realtà e dubbi

Basta vedere gli ultimi episodi del weekend in Serie A per capire che la VAR (sì, quando si parla della tecnologia si usa l’articolo femminile) non lascia indifferenti: come potrebbe, in uno sport nel quale la componente umana, dai calciatori agli arbitri, è tutto? La rete prima annullata e poi convalidata a Kean in Torino-Verona 2-2; il centro annullato a Mandzukic e il rigore concesso alla Juventus in Atalanta-Juventus 2-2; l’esultanza frenata di Iemmello in Benevento-Inter 1-2. Sono tre volti della stessa medaglia: cercare dei compromessi sulla gestione, tra il necessario aiuto della tecnologia e la valutazione finale, sempre lasciata all’uomo. La sensazione tra gli addetti ai lavori è che però più di qualcuno abbia individuato negli interventi del VAR un carissimo nemico.

“Partite da quattro ore l’una”

Tra questi, c’è Massimiliano Allegri. L’allenatore della Juventus ha lasciato ventilare nella mixed zone dello stadio “Atleti Azzurri d’Italia” un rischio che il calcio italiano corre: somigliare al baseball, o al basket, sport del quale lo stesso “Acciughina” è tifoso e buon giocatore. Tempi dilatati, attitudine al replay, meno ritmo. Eppure, orologio al polso, il doppio intervento della tecnologia nel pari di Higuain e compagni a Bergamo è “costato” sei minuti di recupero: quante volte abbiamo visto extra-time così intensi a causa di perdite di tempo e proteste? Non poche.  E in casa Juventus non è il solo a pensarla così, vista anche la recente squalifica incassata dal direttore sportivo bianconero Fabio Paratici: inibizione fino al 15 ottobre ed ammenda di 20mila euro

per avere, al termine della gara, nel tunnel che conduce agli spogliatoi, proferito espressioni gravemente ingiuriose e insultanti nei confronti del Var.

Il dibattito è per certi versi già feroce. La VAR, impossibile negarlo, ha già risolto una ventina di situazioni pruriginose nelle prime 70 partite di Serie A: in alcuni casi lo statement “nemmeno 10 replay possono fare chiarezza”, frase spesso abusata dai commentatori televisivi, è diventato una solida realtà. In quel caso, tocca al capitale umano farsi valere: l’arbitro.

Gli arbitri la promuovono: a patto di non perdere il potere decisionale

Chissà come avranno accolto la tesi della Juventus nelle stanze dell’Associazione Italiana Arbitri. Di certo, pubblicamente la direzione di gara di Atalanta-Juventus, affidata ad Antonio Damato della sezione AIA di Barletta, è stata giudicata “impeccabile” quanto a utilizzo della VAR, affidata a Orsato. In occasione della rete annullata a Mandzukic per quello che sarebbe stato l’1-3 bianconero, la Vecchia Signora aveva contestato la tempistica: dal fallo di Lichtsteiner su Gomez al centro, infatti, sono passati 11 secondi. Troppi? Non per una delle cosidette ‘match-changing situation’, ovvero la necessità di controllare la regolarità di un gol nell’interezza della zona di attacco. Lo stesso dicasi per il mani di Petagna, che ha condotto al rigore parato da Berisha a Dybala: Damato “chiama” il fallo, Orsato ha dei dubbi e nasce il confronto, che ha poi confermato la decisione iniziale.

Chissà cosa hanno pensato del “guardalinee virtuale” dall’altra parte di Torino, quella granata. Al veronese Kean era stata inizialmente annullata la gioia del 2-1, poi “autorizzata” con la tecnologia. Scelta giusta? Con la bidimensionalità della tecnologia, la certezza assoluta è ancora un elemento non riscontrabile. È lì che la classe arbitrale è chiamata a intervenire: meno sollecitata, ma più preparata. Come il portiere di una grande squadra. Decisivo nelle poche occasioni nelle quali gli avversari, in questo caso i dubbi, bussano alla porta.

Una costante: le polemiche

Juventus e Napoli prime con 18 punti, Roma quarta, Inter ottava.  La situazione dopo sette turni nell’ultimo torneo di A senza VAR, edizione 2016/2017, era questa. Oggi troviamo il Napoli primo in solitaria a punteggio pieno, con i bianconeri a -2. A guadagnare sensibili posizioni è stata l’Inter, a quota 19 e in seconda posizione. Equilibri spostati, ma senza sconvolgimenti: a confermare che in campo ci vanno prima le forze dei calciatori e poi le altre componenti. Rispetto alla scorsa stagione, a indurre all’ottimismo è un dato: la media di errori evitati da inizio campionato ad oggi con VAR è di 3 a giornata. Numeri che proiettati sui 38 turni supererebbero quota 100.  Allora, forse, sarebbe il caso di concedere cinque mesi di rodaggio di qui a marzo, quando le partite “potrebbero durare quattro ore”. Ben consapevoli che non è questo il tipo di calcio chiesto dai vertici arbitrali.  Così come sanno che la perfezione non esiste.  Ma la si può avvicinare, cooperando: per cancellare le polemiche, cambiare sport. Con buona pace della tecnologia.

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Sabato 23 settembre, minuti finali di Juventus-Torino: con il derby della Mole sul punteggio di 3-0 (terminerà in poker per il centro di Dybala nel recupero) e i granata in 10 uomini per l’espulsione di Baselli nella prima frazione, i bianconeri giocano con un solo obiettivo: far segnare il loro centravanti, fresco di ingresso in campo al posto di Mario Mandzukic. Una “non-notizia”, tanti e tali sono i casi simili nel calcio. Il bomber in difficoltà o agli esordi, supportato dalla squadra, consapevole a sua volta dell’importanza della rete per un attaccante. Una notizia, se pensiamo che quel centravanti indossa la maglia numero 9 e ha un nome e cognome discretamente ingombranti: Gonzalo Higuain.

Pipita d’oro opaco

Già, perchè la situazione del Pipita in questa prima parte della seconda stagione con la maglia della Juventus sulle spalle è ben nota a tutti: meno esplosivo e più nervoso del solito, con sole (è il caso di dirlo, quando si parla di attaccanti di questa classe) 2 reti all’attivo in 8 partite stagionali tra serie A, Champions League e Supercoppa Italiana. Come se il filo rosso con la finale di Cardiff, dove era stato annullato da Sergio Ramos e compagni, fosse rimasto ancora vivo: al Real Madrid si sono sostituite nell’ordine Lazio, Cagliari, Genoa, Chievo Verona, Barcellona, Sassuolo, Fiorentina e appunto Torino, ma l’esito non è mutato. Opaco, poco dinamico e immalinconito. L'”onta” della panchina per scelta tecnica è quasi una novità per lui a queste latitudini: l’aveva conosciuta all’arrivo nell’estate 2016, contro Fiorentina -con rete decisiva per il 2-1- e Lazio.

E ora?

Questa sera, allo Stadium contro l’Olympiacos, la scelta di Massimiliano Allegri potrebbe ripetersi: ancora Mandzukic al centro dell’attacco, per dare maggiore ampiezzza alla manovra e favorire la vena di Paulo Dybala, praticamente una sentenza negli ultimi 25 metri. Il rischio, concreto, è quello di “deprimere” Higuain: lo sforzo, calcolato, è quello di stimolare le corde di uno squalo dell’area di rigore, capace di realizzare 34 reti stagionali nella prima annata a Torino. D’altronde, il conte Max ha spesso ribadito un concetto: la squadra al centro di tutto. Soprattutto in una partita che la Juventus dovrà assolutamente vincere, complice il ko del Camp Nou nel match di esordio della fase a gironi. Diciamocelo chiaro, Higuain è un problema che il 99 per cento dei club europei vorrebbe avere.

Albiceleste, un dolce ricordo

Nell’uno per cento, allargando lo sguardo agli altri continenti, oggi si posiziona il Ct dell’Argentina Jorge Sampaoli. Lo stesso che nel ruolo di centravanti gli antepone Mauro Icardi e che dall’alba dell’estate non sta considerando Gonzalo per il cuore di un attacco atomico, che annovera Messi, Dybala e Aguero: l’ha escluso sia dalla lista dei convocati per le partite contro Uruguay e Venezuela della prima sosta, sia da quella per gli scontri decisivi contro Perù ed Ecuador del prossimo 5 e 10 ottobre.  Peccato che a volte gli sia passato davanti anche…Pratto, non proprio la reincarnazione di Batistuta. La storia di Higuain parla da sola. 121 reti in 264 partite nel Real Madrid. 91 in 146 nel Napoli. 31 in 69 con l’Argentina (5 in Coppa del Mondo). 34 in 63 nella Juventus. Andando oltre la copertina, però, emergono dei dati che raccontano di un centravanti meno decisivo man mano che l’asticella si alza: anche in Champions, nella scorsa stagione, ha messo a segno 5 reti, di cui solo due realmente “pesanti”, contro Lione e Monaco.

Bomber diesel, Allegri lo aspetta

“Più cerca di segnare, più i compagni lo spingono a fare gol e meno lo fa. Il gol non deve diventare un ossessione”

Parola di Massimiliano Allegri, allenatore del Pipita. Lo stesso che sa che Higuain non può essere un problema. È vero, si innervosisce quando le cose non girano e impiega più tempo degli altri a entrare in forma, ma per la Juventus resta un elemento centrale. Non più della squadra, però, un concetto che dalle parti della Torino bianconera è valso per tutti, Alessandro Del Piero e Roberto Baggio inclusi. Due numeri 10, stessi galloni sulle spalle di Paulo Dybala, che in quest’avvio di stagione sta realizzando un centro ogni 37 minuti, sopperendo all’astinenza del connazionale. Chissà che proprio dalla Joya non possano arrivare gli assist per sbloccare Higuain. Che di certo non ha dimenticato come si fa gol. La Juventus può fare a meno di Higuain? Domani, no. Questa sera, chissà.

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Quattro vittorie, una sola rete al passivo, tanta grinta e un pizzico di fortuna. Unite questi ingredienti, tingeteli di nerazzurro e otterrete l’avvio di stagione della nuova Inter targata Luciano Spalletti. Un’annata avviata passeggiando su una Fiorentina in piena costruzione, poi rimontando a domicilio grazie anche all’aiuto di tre legni una Roma che nell’edizione 2016/2017 aveva staccato Candreva e compagni di 25 punti, e successivamente matando Spal in casa e Crotone allo “Scida” con lo stesso punteggio, 2-0. Radiografia di una squadra che ha imparato a soffrire ed essere concreta, in pieno “interismo”, e con un pizzico di qualità in più, derivata dalle menti pensanti di Spalletti in panchina e Borja Valero in campo e dall’integrazione dei muscoli di Dalbert, Vecino e Skriniar.

Luciano, poco Lucky

Aveva lasciato la Roma senza rimpianti. Stanco e svuotato dal dualismo con Totti e dalle polemiche con un ambiente esasperante e a volte anche esasperato. Luciano Spalletti non si è mai guardato indietro e non l’ha fatto nemmeno quando ha deciso di salire su un treno per Milano salutando la Capitale a cui ormai sentiva di non poter dare altro. E pazienza se le promesse maturate all’alba del calciomercato interista, da Nainggolan a Vidal passando per Di Maria e Schick, non sono state mantenute: tirare fuori le squadre dalle ceneri è stata spesso una specialità della casa.

Basti fare un salto indietro all’anno 2005:  Spalletti arriva a Roma dove trova una squadra vittima di scelte sbagliate da parte della società, incapace di uscire dal tunnel della mediocrità di due ottavi posti in tre anni. Non ha vinto molto,due Coppe Italia (’06/’07 – ’07/’08) e una Supercoppa italiana (2007), ma ha emozionato. Tanto.

A Milano, sponda nerazzurra, gli hanno chiesto di trovare una via di mezzo: cuore e risultati, con il vento d’Oriente smorzato dalla presenza dell’amico Walter Sabatini. Che ha garantito per lui al momento della scelta della nuova guida tecnica: non solo un allenatore, ma un leader della panchina.

Meno acquisti, più responsabilità

Un occhio al rettangolo verde e uno al portafogli. La nuova proprietà dell’Inter ha seguito un iter geometrico durante la campagna acquisti estiva: ad Appiano Gentile sono arrivati João Cancelo, Borja Valero, Skriniar, Padelli, Vecino e Dalbert, oltre ad operazioni minori come quelle riguardanti i giovani Zaniolo e Odgaard. I circa 83 milioni spesi in cartellini sono stati parzialmente ammortizzati dalle uscite anche dei vari Banega, Juan Jesus, Palacio, Medel e Felipe Melo, per un risparmio non sufficiente però a pareggiare gli investimenti ma di sicuro utile per determinare il cambio di rotta richiesto.

Nomi di grido? Pochi, in pieno stile Spalletti. Allenatore che spesso ha preferito il gruppo al singolo, come un demiurgo che predilige materiale da sgrezzare. In realtà, in casa Inter la qualità non mancava già nella scorsa stagione: servivano un direttore d’orchestra e dei rinforzi in difesa. Arrivati, con il coraggio di investire sulla loro voglia di diventare dei big e l’intenzione di svecchiare. Eccezion fatta per Borja Valero e un “secondo” come Padelli, parliamo di Under 25: sintomo di progetto.

Oh capitano, mio capitano

Un progetto al centro del quale, inutile ribadirlo, ci sono Mauro Icardi e il suo fiuto del gol. Nonostante la polemica ancora aperta con la Curva Nord (nella fanzine distribuita prima della sfida casalinga con la Spal si leggeva: «Non si fanno cori per Icardi. Quando segna, segna l’INTER. Quando lo speaker annuncia la formazione, evitate di urlare il nome di quell’infame argentino»), il numero 9 argentino ha una merce rara dalla sua parte: la capacità di andare in rete, spesso e volentieri. Cinque marcature in quattro incontri di campionato ne sono degna conferma: dal dischetto, di testa, con tap-in a pochi passi dalla linea di porta o danzando sul pallone all’interno dell’area di rigore. Se nella rosa di Luciano Spalletti c’è un inamovibile, quello è proprio Icardi. La conferma? L’assenza di un altro vero e proprio centravanti in organico.

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I suoi numeri con l’Inter sono spaventosi: 129 partite giocate e 76 reti in 4 stagioni e…uno spicchio. Così gli si può perdonare anche la zazzera bionda con la quale si è presentato alla Pinetina nella scorsa settimana: una scelta che ha spinto i compagni a prendere Icardi bonariamente in giro, come attestato dal fotomontaggio diffuso dal difensore Danilo D’Ambrosio, che ha postato su Instagram l’immagine dei giocatori dell’Inter «acconciati» con un biondo platino uguale a quello sfoggiato nei giorni scorsi da Icardi.

Settimana libera

Tornando in “cassa”, la società nerazzurra sarà chiamata anche in questa stagione 2017/18 a incamerare circa 60 milioni fra plusvalenze, eventuali aumenti dei ricavi e risparmi in stipendi e ammortamenti, per rispettare le richieste della UEFA. Per farlo, servirà anche tornare in Europa: un’assenza forzata, quella di quest’anno, che nasconde però dei vantaggi. Al momento l’Inter si ritrova in mano una rosa competitiva, che non sarà gravata dagli impegni infrasettimanali e dalla legge del turnover:  un punto a favore rispetto a Juventus e Napoli, che oggi con i nerazzurri condividono la vetta, ma anche Roma, Milan e Lazio, principali avversari per il podio. Nella prima stagione aperta a 4 posti tricolore per la zona Champions, ritrovare la coppa con le orecchie appare un obiettivo più che a portata di mano. Ma se l’effetto Spalletti sarà a lunga gittata, per Perisic e compagni guardare alla vetta non sarà più una mission impossible.

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In campo ha incarnato l’essenza del numero 9: magari non bellissimo da vedere, ma tremendamente efficace. Così ha messo la firma su 288 reti in 623 partite ufficiali, collezionate con maglie prestigiose come Juventus e Milan, senza dimenticare gli albori tra Piacenza, Leffe, Verona, Parma e Atalanta. Nel curriculum, un titolo di campione del mondo, quello di campione d’Europa con il Milan, una classifica capocannonieri di Serie A e tre scudetti. Oggi che siede in panchina, a 44 anni, Filippo Inzaghi fa invece della difesa il suo asso nella manica: e la quota 0 alla voce “reti subite” dal suo Venezia nel campionato di serie B ne è eloquente testimonianza.

La prima volta

La conferma della solidità del suo Venezia è arrivata sabato scorso, quando gli arancioneroverdi hanno espugnato il “San Nicola” di Bari con una prova solida e gagliarda: linee strette, difesa a 3 pronta a trasformarsi in una linea a 5, ripartenze e…un Emil Audero in gran forma. Il portiere classe 1997, nato in Indonesia ma italiano a tutti gli effetti, è uno dei protagonisti di quest’alba stagionale e sta confermando il gran bene che di lui si diceva in orbita Juventus, club dal quale è arrivato in Laguna. Il finale in Puglia? 0-2, grazie al centro dal dischetto di Simone Bentivoglio e al raddoppio (in posizione più che sospetta) di Gianmarco Zigoni. Nell’incrocio tra campioni del mondo targati Italia 2006 con Fabio Grosso, Inzaghi ha dimostrato di aver mandato giù a memoria la lezione del muro azzurro in Germania: forse sin troppo bene. Un ex centravanti che vince grazie alla difesa, un ex terzino che cede per colpa di due distrazioni del reparto: paradossi del calcio.

Il passato è una terra straniera, o quasi

Lo stesso attaccante dagli occhi spiritati, capace di segnare con tutte le parti del corpo (ricordate il centro di schiena nella finale di Champions League di Atene 2007 contro il Liverpool?) e di far innamorare milioni di tifosi, oggi è un convinto curatore della fase difensiva. Da non confondersi con il catenaccio. Già, perchè nella filosofia di calcio di Pippo c’è un concetto chiave: la misurazione delle forze a disposizione. Inutile perdersi in ghirigori se si ha a disposizione un manipolo di onesti soldati. Meglio capire che un punto è comunque più di zero e, a volte, mettere da parte lo spettacolo. È successo così nello 0-0 interno all’esordio contro la Salernitana, per uno schema ribadito nel pareggio a reti bianche del “Manuzzi” di Cesena, dove il Venezia ha anche sfiorato più volte la rete del colpaccio, e nella complicata trasferta di Bari, dove i lagunari sono stati aiutati anche da un pizzico di fortuna (pali colpiti da Improta e Floro Flores nel finale). Ma sulla buona sorte, Inzaghi ci ha costruito anche una piccola percentuale di carriera: d’altronde, bravo è chi se la va a cercare.

Nei fatti, l’uomo che pensava costantemente al gol oggi pensa solo e soltanto a vincere. In comune con il Filippo Inzaghi del passato, ci sono due caratteristiche chiave: l’attenzione all’alimentazione (anche senza scarpini ai piedi, bresaola e pasta in bianco restano ingredienti presenti quasi ogni giorno) e la rigida applicazione al lavoro. Che la parola “successo” sia rimasta agganciata alla pelle di Inzaghi lo dicono il campionato di Lega Pro vinto alla guida del Venezia, che è tornato in Serie B dopo 12 anni di assenza, e la conquista della Coppa Italia di categoria. Lui lavora sodo, con uno slogan semplice ma efficace, come Superpippo in campo:

I risultati alla lunga arrivano sempre.

Ripartire dal basso

In Laguna, Inzaghi ha avuto il tempo di crescere. Quello che forse gli era mancato quando nell’estate 2014 si era trovato catapultato sulla panchina della prima squadra del Milan dopo la trafila con Allievi e Primavera del club rossonero. Esperienza non entusiasmante. La posizione finale è stata il decimo posto, che aveva comportato l’esclusione dalle coppe europee della squadra per il secondo anno consecutivo e l’esonero di Pippo, nonostante un altro anno di contratto.

È allora che l’ex numero 9 ha deciso di prendersi un anno sabbatico: ha rifiutato anche offerte da categorie superiori, o dalla ricca Cina, per decidere il suo punto di ripartenza. Lo ha trovato a Venezia, dove ha incontrato i progetti di Joe Tacopina e le idee di Giorgio Perinetti. Risultato? Ha vinto il campionato con largo anticipo, precedendo di dieci punti in classifica il Parma secondo. E quando tutti si aspettavano investimenti da sceicchi al “Penzo” e l’estate ha invece portato in dote una formazione allestita per un’onesta salvezza, con l’esperienza di Domizzi, Del Grosso e Bentivoglio, la solidità di Andelkovic, Signori e Zigoni, e la voglia di spaccare il mondo di Falzerano e Moreo, lui ha risposto presente, allestendo una squadra “martello”. Parola di Filippo.

Allenarsi bene, mangiare bene, dormire, fare una vita da atleta. Se segui queste linee guida, alla lunga il destino ti dà una mano.

Il ballo di Simone

A casa Inzaghi, l’alba della stagione 2017/2018 si è tinta di sorrisi. Filippo si gode un Venezia capace di non incassare reti in tre partite di campionato (così bene solo il Carpi), Simone invece sta confermando la bontà di una Lazio divertente ed efficace, capace di superare per 4-1 il Milan all’Olimpico, nonostante la cessione di Keita: una vittoria delle idee.

Superpippo è ancora, a distanza di cinque anni dal ritiro, un ambasciatore del calcio, uno dei suoi figli più noti e celebrati. Simone ha colmato in panchina il gap che da calciatore lo divideva dal fratello maggiore: entrambi passano molto tempo in campo, anche prima della partita. I dettagli, un chiodo fisso in famiglia. Non sono abituati a sorvolare sulle cose, anche le minime. E difficilmente si dicono contenti. Almeno non fino a fine stagione quando, se le cose continueranno così, potranno brindare per Venezia e Lazio. Magari facendo uno strappo alla regola, con una buona carbonara e un bicchiere di Valpolicella.