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Luca Guerra

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Tutti si aspettavano molto da me, ma all’inizio non sono riuscito a esprimermi come volevo, anche per un infortunio. Da quando c’è Gattuso sono più motivato, mi ha spiegato che i miei problemi non erano nei piedi ma nella testa, mi ha detto di rilassarmi e mi ha motivato

Parole e musica di Hakan Calhanoglu, numero 10 del Milan approdato a San Siro con le stimmate di potenziale leader tecnico -pagato 22 milioni di euro più 5 di bonus- passato per un’estate di promesse, un autunno da bocciato e rinato in inverno. Dall’approdo di Rino Gattuso sulla panchina del Milan, la vita dell’ex calciatore del Bayer Leverkusen: o meglio, la sua avventura con il Milan ha avuto finalmente il via. Dopo tre mesi di apprendistato, pagati a caro prezzo.

Seconda stella a sinistra, quello è il cammino

Già, perché la sensazione è che finalmente Hakan, viandante del rettangolo verde nel primo trimestre in rossonero, abbia finalmente trovato la propria mattonella in campo: chiedere per conferme a Parolo, Marusic e Bastos, fatti ammattire nell’ultimo turno di campionato contro la Lazio. Gattuso lo vuole vedere alto a sinistra, nel tridente: trequartista decentrato, quasi un’esigenza per bypassare il salto dalla Bundesliga alla Serie A. Dalle linee alte del calcio tedesco a quelle strette del calcio italiano, occorreva un cambio di prospettiva per valorizzare uno dei talenti più lucenti del panorama continentale fino a qualche anno fa.

Gattuso, da buon mediano di professione, sa bene quanto possano randellare i centrocampisti del calcio italiano. Così, a partire dalla trasferta di Firenze, ha chiesto ad Hakan di dirottare a sinistra le sue giocate. Da quella mattonella il turco può puntare l’uomo, scambiare con Bonaventura in triangoli ad alta qualità e cercare la conclusione in porta senza eccessive pressioni. D’altro canto, nelle sue corde c’è sempre stata la giocata risolutrice dell’azione, che fosse un gol o un assist. Le ultime tre stagioni in Germania avevano anche certificato una crescita esponenziale a livello europeo, concretizzata dai numeri: in tre anni al Bayer Leverkusen Calhanoglu aveva raccolto 115 presenze, 28 gol e 29 assist.

(Tre)quarti di nobiltà

Il nome Hakan significa nobile, di altissima gara; figlio esaltato.

Se “nomen omen” è un concetto valido anche dalle parti del Bosforo, la famiglia Calhanoglu è stata profetica quando si è trattato di dare un nome a questo talento nato nel 1994: trequartista alle spalle delle punte, così come mezzala in un 4-3-3, interno in un 4-4-2 o ancora fantasista e addirittura esterno in un 4-2-3-1. Classe e versatilità al tempo stesso: così era presentato Hakan al suo approdo in Italia. Nelle prime prestazioni, schierato da Montella come interno di centrocampo, però, il numero 10 era rimasto un’autentica incompiuta: poco dinamico per poter scalare come richiesto dall’allenatore, troppo lontano dalla porta per poter cercare la soluzione personale. Sette prove da titolare, quattro panchine e appena una rete – nel 4-1 esterno al Chievo – e due assist. Soprattutto, una qualità delle giocate che rasentavano livelli elementari. Il caso ha voluto che i (tre)quarti di nobiltà del turco di Mannheim dovessero incrociare la rabbia agonistica che è nel cuore di Rino Gattuso per poter tornare alla luce.

Da Ozil a Gattuso

Prima del suo approdo in Serie A, Hakan aveva inquadrato più volte il suo idolo in campo: Mesut Ozil, numero 11 dell’Arsenal con il quale Calhanoglu condivide anche una certa discontinuità di rendimento, palesata nelle sue stagioni in Germania. Per combattere questo limite, Gattuso ha voluto dosarne l’impiego all’alba della sua avventura: un quarto d’ora nella sconfitta contro l’Atalanta, mezz’ora abbondante con gol sul campo della Fiorentina e tre presenze senza essere mai sostituito nelle tre partite vinte contro Crotone, Cagliari e Lazio: una striscia che mancava da quasi un anno dalle parti della Milano rossonera. E non diteci che è un caso.

Se è vero che gli intermediari del giocatore hanno anche respinto la corte del Red Bull Lipsia nelle ultime ore del calciomercato invernale, è altrettanto visibile un post-it virtuale sull’armadietto di “Cala”, come alcuni compagni lo chiamano, a Milanello. Si legge “scusate il ritardo”, nel linguaggio internazionale del dio pallone. Il 2018, per lui e per il Milan, dovrà essere l’anno di una decisa sterzata. Crescendo insieme, anche nella precisione sotto porta: rivedere l’errore commesso nel secondo tempo della semifinale di Coppa Italia contro la Lazio per conferme. Via il fioretto, avanti di spada: per conquistare San Siro, Hakan sta imparando la ricetta.

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Le partite vanno giocate e basta, non ho bisogno di replicare a Sarri. A me portano il calendario, guardo le partite e le giochiamo, punto.

Le parole sono di Massimiliano Allegri, allenatore della Juventus. Il testo, probabilmente, è a firma dell’intera dirigenza bianconera. La musica è quella stridente, che suona quando tra le contendenti per la vetta della classifica c’è un solo punto. Storie di vetta, come quelle tra l’allenatore livornese e Maurizio Sarri. Eterni rivali, tra ironia pungente e voglia di vincere.

Il pomo della discordia

Lo ha dichiarato a chiare lettere Sarri al fischio finale di Atalanta-Napoli, partita decisa dal gol di Mertens, per una vittoria dal peso specifico elevato che ha consentito a Reina e compagni di restare in vetta alla classifica di serie A. Nasce tutto dal calendario, che nelle prossime 9 giornate di campionato vedrà di fatto la Juventus giocare sempre prima dei partenopei: un vantaggio competitivo non da poco, coincidente con la possibilità di mettere pressione su chi precede i bianconeri in classifica, che a Sarri non è andato affatto giù.

Si tratta di un errore mastodontico, fatto sicuramente in buonafede: però un minimo di dubbio sulle capacità di chi dovrebbe decidere queste cose mi viene.

I mezzi termini, lo sappiamo, non fanno parte del vocabolario dell’allenatore del Napoli. Non li ha usati in occasione dei contrasti con il suo presidente, figurarsi se poteva farlo quando c’era da porre in evidenza uno sfavore, o presunto tale. Una strategia chiara: murare la squadra in una trincea fatta di silenzi, polemiche proiettate all’esterno e fari puntati sull’avversario, in nome di un obiettivo da raggiungere. Lo scudetto.

L’effetto Europa

Alle accuse piccate di Sarri, aveva replicato il burocratese della Lega di Serie A. Numeri, dati e statistiche sciorinate per legittimare le scelte operate in sede di composizione del calendario e allontanare ogni barlume di faziosità dalle stanze del potere.

È del tutto alla pari la turnazione prima/dopo tra Juventus e Napoli, visto che proprio gli azzurri arrivano da 5 giornate consecutive in cui sono scesi in campo prima della Juventus.

Ciò che Sarri ha probabilmente dimenticato,  complici anche i marosi dell’immediato post-partita, è l’effetto Europa. Mentre il Napoli ha salutato la Champions League prendendo l’uscita secondaria dell’Europa League, la Juventus disputa ancora la massima coppa continentale per club. Contrasto letale, almeno per il calendario. Chi gioca in Champions e in Coppa Italia (competizione dalla quale il Napoli è stato eliminato), infatti, solitamente è soggetto all’anticipo, mentre posticipo fa spesso rima con Europa League. Di qui il cocktail di combinazioni che non è andato giù all’allenatore azzurro.

Napoli svelata

Analizzando il calendario, in effetti,  si scopre che al netto delle prime due giornate di agosto, quando la programmazione serale estiva è sempre “ballerina”, il Napoli ha giocato prima della Juventus 14 volte su 19. Più del doppio. Una media della quale l’allenatore non sembra aver tenuto conto. Allora, quella di “Don Maurizio”, che a Napoli per tutti è un riferimento e sta facendo del Sarrismo uno stile di vita oltre che di bel gioco, potrebbe essere una polemica strumentale? Un tentativo di lottare, oltre che con la tecnica, anche con i nervi, contro gli avversari, sulla solfa di un maestro della comunicazione in panchina come José Mourinho? L’idea appare tutt’altro che balzana. Pochi mesi fa, lo stesso Sarri si era lamentato dell’esatto contrario: ovvero, del fatto che la sfida scudetto tra Napoli e Juventus edizione 2016/2017 si sarebbe giocata con diverse gare con il risultato dei partenopei già acquisito.

Stop agli alibi

Probabilmente, per chi ha totalizzato 168 punti nei precedenti due campionati, arrendendosi solo a una Juventus capace di lasciare per strada appena 46 punti sui 228 a disposizione,  la strategia dell’accerchiamento è una scelta ben precisa. Sarri concentra su di sé le attenzioni mediatiche, libera la squadra – oggettivamente meno “profonda” quanto a rosa rispetto ai bianconeri, ma certo non inferiore negli 11 titolari – dalla pressione e tenta di logorare lentamente con la dialettica la mente dell’avversario. Di una cosa siamo certi: chi non ama il logorio del pallone moderno preferisce il maestro di calcio quando dirige l’orchestra del Napoli piuttosto che quando sviolina la Lega. Prosit.

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Se c’è una cosa che in questi tempi di magra per il calcio italiano riesce bene nelle stanze dei bottoni della Lega A, è non prendere decisioni. Anzi, una scelta – nel bimestre che ha condotto alla presentazione delle candidature per la poltrona di presidente federale, priva di un titolare dal 20 novembre, data delle dimissioni firmate Carlo Tavecchio – è stata fatta. Non scegliere. Assumere posizioni neutre, per poi frammentarsi. Dividersi. Spaccarsi. Fino al 14 gennaio, giorno in cui la Lega che rappresenta la massima serie del calcio italiano si è palesata nella sua incapacità di esprimere un candidato. E all’Ufficio Complicazioni Affari Semplici la coda è sempre visibile. Non a caso la Lega A è commissariata da nove mesi.

Lotito sì, anzi no

Alle elezioni in calendario lunedì 29 gennaio nell’assemblea elettiva di Roma, saranno sciolti i nodi e finalmente il calcio italiano potrà avere l’opportunità di rimettere in azione un motore oggi fermo: il prossimo presidente sarà uno fra Damiano Tommasi, sindacalista dei calciatori in Federazione da più di 7 anni, Gabriele Gravina, dirigente di lungo corso legato all’ex n. 1 Giancarlo Abete, e Cosimo Sibilia, senatore di Forza Italia.

E Claudio Lotito? Uno dei nomi più attesi, quello di chi aveva avuto un ruolo decisivo nell’ascesa al potere di Carlo Tavecchio, è venuto meno nelle ultime ore “buone” per esporre la propria candidatura. Dai “numeri importanti” a disposizione (ipse dixit) al ritiro il passo è stato breve. Ufficialmente per il timore di conseguenze per la sua Lazio. Nei numeri, Lotito si era detto certo di 11 club in A, secondo altri però a pomeriggio inoltrato si era arrivati solo a nove (Crotone, Atalanta, Genoa, Samp, Napoli, Lazio, Verona, Chievo e Milan). Sostegni insufficienti per aspirare ai vertici di via Allegri, figli anche dell’estrema frammentarietà del sistema nonostante i numerosi appelli all’unità delle ultime settimane.

Gravina…di Puglia

No, non è un focus sulla cittadina in provincia di Bari, ma un caso di semplice omonimia. Il numero 1 della Lega Pro, Gabriele Gravina da Castellaneta (Taranto) potrebbe essere il principale beneficiario dello stop di Lotito ai nastri di partenza. Il presidente della Lazio avrebbe infatti avuto principale interlocutore Cosimo Sibilia, capo della Lega Dilettanti, e il suo forfait potrebbe ampliare la fetta di voti in dote a Gravina, oggi attestata al 17 per cento. Tra i suoi cavalli di battaglia, un’introduzione ragionata delle seconde squadre, legata a vincoli di età e di status federale, oltre all’importanza di una piattaforma programmatica e all’ulteriore valorizzazione del calcio femminile. Ad ora appare il preferito dei grandi club (a partire da Juventus, Inter e Torino) e può trovare altri alleati sulla sua strada, oltre al sostegno pubblico del presidente dell’Associazione italiana arbitri, Marcello Nicchi.

Lega Dilettanti, Sibilia c’è

Non avrà più l’appoggio di Lotito, ma paradossalmente mantiene una dote importante, pari al 34%, il presidente della Lega Dilettanti, l’irpino Cosimo Sibilia. L’esponente della quarta serie del calcio italiano, per una mera questione numerica, parte favorito (non a caso anche il suo predecessore Carlo Tavecchio veniva da lì) e potrebbe anche beneficiare del “passo indietro” del presidente della Lazio: i 20 club che lo sostenevano rappresentano comunque il 9% dei voti totali, decisivi nel calcolo finale. Per chi arriva dal calcio dilettantistico, il punto di partenza nel programma elettorale non poteva che essere “coltivare e valorizzare i talenti”. 53 pagine per affrontare 6 dimensioni: organizzativa, sportiva, economica, etica, sociale più al centro la sostenibilità.

Tommasi prova la rottura

Con il passato, non con i presenti. Si intenda bene. Tra le righe delle 27 pagine di programma stilato da Damiano Tommasi traspare un intento fondamentale: tra i punti più caldi di “Palla al centro”, questo il nome del contenitore delle idee formulate dal 43enne di Negrar, il mantenimento del numero dei club (B a 20 squadre), con restringimento dei paletti d’ingresso, un Club Italia modello società sportiva (presidente, Direttore, staff qualificato), con coinvolgimento di ex azzurri, una Coppa Italia allargata alla LND e l’introduzione delle “seconde squadre” in Lega Pro.  A lui l’oneroso compito di sfatare il tabù che vede gli ex giocatori non godere di grande stima nella politica del pallone. Correrà da solo.

13 novembre 2017: cosa è cambiato?

L’immagine dalla quale ripartire è questa: i calciatori azzurri a terra sul prato di San Siro al termine di Italia-Svezia 0-0, l'”apocalisse” del calcio italiano. Ora il mondo del pallone è in ginocchio, e per risollevarlo serve una robusta scossa. Attuabile a patto che ci sia unità d’intenti, quella che oggi la Lega A non appare in grado di dimostrare. Così, tra le “segnalazioni” arrivate dal Coni in via Allegri e le speranze di un nuovo commissariamento federale da parte di alcuni dei top club (Roma, Inter, Juventus) per procedere a una riforma del sistema, l’orientamento che si intravede nei palazzi del potere è a dir poco contraddittorio: due mesi fa tutti chiedevano un repulisti, ma il calcio italiano rischia di uscire da queste elezioni ancor più spaccato di prima. E la Lega A? Ha deciso. Di non decidere.

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Un gol da museo del calcio. La magia con la quale Luis Alberto ha aperto le marcature nel pokerissimo della Lazio sul campo della SPAL è stato il dolce più pregiato pescato dalla Serie A nella calza dell’Epifania. In grado di unire eleganza, geometria e poesia. Una palla che spiove sulla trequarti, lo sguardo fisso con il pallone e un controllo orientato che disorienta un avversario, poi il controllo di suola per evitarne altri due, sbilanciati dalla bellezza di un gesto tecnico fuori dal comune. Laddove il 99% dei suoi colleghi avrebbe calciato al volo o stoppato per ragionare sul da farsi, il 25enne spagnolo ha preferito osare: missione riuscita, con tocco preciso a battere Gomis. Una giocata che ai nostalgici ha ricordato una rete simile, realizzata da Zinedine Zidane in uno Juventus-Ajax del 1997. Questa volta Luis è andato oltre: Zizou infatti controllava una palla rasoterra, il fantasista della Lazio ha dovuto addomesticarla in volo.

La riscoperta dell’eleganza

Tocchi verticali, testa alta e concretezza. Il Luis Alberto 2.0 in casa Lazio non è più quel talento impaurito della scorsa stagione, incapace di dare una direzione e una svolta alle sue qualità, emerse solo in parte nel finale di stagione. La seconda parte del 2017 ha messo in luce un calciatore versatile, in grado di coprire gli ultimi 40 metri di campo da seconda punta, trequartista, mezzala e all’occorrenza anche playmaker. Un riscatto arrivato anche “grazie” alla partenza di Keita in direzione Montecarlo e all’infortunio che ha tenuto a lungo fuori dai giochi Felipe Anderson. Già, proprio il ko del numero 10 brasiliano, paradossalmente, ha permesso a Luis di vivere con meno frenesia e pressioni inferiori il suo ruolo nel 3-5-1-1 di Simone Inzaghi, cucito sulle sue spalle e su quelle di Ciro Immobile. Un abito che piace e funziona, come il quarto posto (con una partita da recuperare) in serie A e il secondo miglior attacco alle spalle della Juventus raccontano.

Formello e famiglia

I meriti di questa rinascita? Da dividere equamente tra calciatore, società e famiglia di Luis Alberto. È infatti anche grazie al sostegno della moglie Patricia e della loro figlioletta Martina, sempre presenti sugli spalti dello stadio Olimpico, che il calciatore originario di San José del Valle, Andalusia, ha allontanato dalla propria mente uno spettro che si era generato e stava prendendo concretezza un anno fa, di questi tempi: l’addio prematuro al calcio giocato. Capita quando disponi di un potenziale così elevato ma non riesci a tradurlo in emozioni e qualità, per te,  i tuoi compagni e il tuo tifo. Un’ipotesi nefasta, allontanata grazie anche a Simone Inzaghi e alla vicinanza del ds della Lazio Igli Tare, riferimenti immancabili nella sua quotidianità. Infine di Juan Campillo, esperto in ‘coaching’ sportivo che ha lavorato sulla sua mentalità. Da oggetto misterioso, con la sensazione di non aver mantenuto le promesse accese negli anni in Liga, tra Deportivo La Coruña e Malaga, ad architetto della Lazio. E chissà, anche della Nazionale spagnola che guarda ai Mondiali 2018: già, perchè a novembre è arrivata la chiamata del Ct della Roja Lopetegui. Una convocazione che gli mancava da più di 4 anni. 5 febbraio 2013: prima e ultima chiamata con l’Under 21.

Quanto vale Luis Alberto?

È la domanda che gli operatori di mercato di mezza Europa si stanno ponendo in vista della prossima estate. Già, perché non è semplice quantificare il valore di un calciatore che in pochi mesi è passato dal dimenticatoio alle copertine, eguagliando già a metà stagione i suoi personali record fissati in Liga con il Deportivo de La Coruña nella stagione 2015/16. Una crescita inimmaginabile forse anche per il diretto interessato, che fino a 12 mesi fa ancora non era in grado di capire che, con quei piedi, poteva fare la differenza in ogni momento. Un difetto ammesso dallo stesso calciatore.

Facevo cose buone per 20 minuti poi scomparivo. Credo di aver buttato via 2/3 anni della mia carriera

Il Barcellona lo ha già visionato quest’anno in ben tre occasioni: può essere un’idea per l’estate, quando sarà tempo di decifrare il futuro di un totem blaugrana come Iniesta. E allora sarà tempo di dare una quotazione a un calciatore che per unicità oggi appare quasi inestimabile: per Lotito, patron della Lazio, si potrà iniziare a ragionare dai 40 milioni in su.

La Lazio lo blinda

Nessun braccio di ferro, ma la voglia di rendere Luis Alberto un patrimonio economico oltre che tecnico. In quest’ottica la Lazio mira al prolungamento e all’adeguamento del contratto del suo numero 18, in scadenza nel 2021. Tanti anni? No, se parliamo di calcio e legami.  A confermare la trattativa è stato l’agente del calciatore, Alvaro Torres:

È possibile che molto presto ci incontreremo con il club per analizzare un rinnovo di contratto. La Lazio è contenta di lui e lui della Lazio

La strada da fare con la Lazio potrebbe essere ancora tanta. Luis Alberto ha ufficialmente ripreso quel cammino avviato a 12 anni, quando con i genitori percorreva ogni giorno 240 chilometri tra andata e ritorno, cinque giorni su sette, per raggiungere i campi del Siviglia e allenarsi. Con vista sulle vette d’Europa.

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19 novembre 1995: stadio “Ennio Tardini” di Parma,  arriva il Milan. Nevio Scala, allenatore dei ducali in quella stagione, ha un dubbio da risolvere. Luca Bucci, portiere titolare, si è infortunato all’alba della settimana in allenamento. La sua riserva naturale è l’esperto Alessandro Nista, ma un ragazzino delle giovanili dal cognome noto e dal rendimento monstre con i suoi coetanei si sta mettendo in luce con i “senior”. Para tutto al mercoledì: stesso film nei due allenamenti successivi. Fino alla scelta di Scala, presa in accordo con il preparatore dei portieri Enzo Di Palma. Contro i rossoneri tocca a lui, Gianluigi Buffon. Neppure maggiorenne, il ragazzino sbarra la strada a Roberto Baggio e George Weah, meritando la palma di migliore in campo. In pochi sanno che sarà l’avvio di una carriera da record, fino a diventare il primo al mondo.

L’ultimo Capodanno tra i pali

Il cognome di quel 17enne, d’altronde, parlava chiaro. Il riferimento è a Lorenzo Buffon, classe 1929, cugino del nonno di Gigi e storico portiere degli anni ’50 e ’60, cinque volte campione d’Italia (4 con il Milan, una con l’Inter) e considerato uno dei più grandi estremi difensori della storia del nostro calcio. Gigi, non ce ne voglia il suo avo, è diventato però il più famoso, e anche il più forte, in famiglia: oggi, 1033 partite ufficiali dopo tra Parma, Juventus e Nazionale, il numero 1 bianconero è alla soglia dei 40 anni (li celebrerà il 28 gennaio) e ha preso una decisione, probabilmente irremovibile: a fine stagione addio al calcio giocato e guantoni appesi al chiodo.

“Molto probabilmente smetterò. Ho quasi 40 anni, sento il dovere di dar spazio agli altri. Sono comunque a disposizione della Juve e della Nazionale, mi sento come un soldato al servizio della mia squadra e del mio Paese”

Parole rilasciate in Germania al Der Spiegel, che hanno la sensazione di una respinta sicura, di quelle che Buffon ha fatto a migliaia in carriera, alle voci di un clamoroso ripensamento del gigante di Carrara: così, l’anno solare che ha avuto il via da pochi giorni potrebbe – anzi, dovrebbe – essere l’ultimo con il Gigi nazionale tra i pali.

Chi dopo Buffon?

L’interrogativo vien quasi naturale, per gli addetti ai lavori che per tre lustri hanno compilato la formazione della Juventus ponendo quasi in automatico tra i pali quel numero 1 accompagnato da 6 lettere – BUFFON – o che in venti anni di Nazionale italiana hanno visto Gigi come la regola e gli altri colleghi come l’eccezione. Le lacrime versate davanti alle telecamere Rai dopo la clamorosa eliminazione dell’Italia dalla corsa ai Mondiali per mano della Svezia resteranno le ultime di Buffon in Azzurro, dove è primatista di presenze (175) e titolare di una Coppa del Mondo conquistata senza mai incassare reti da avversari su azione.

La risposta all’interrogativo sul suo successore è quasi scritta tra le pieghe degli scorsi mesi: Gianluigi Donnarumma, che oltre a condividere con Buffon il nome di battesimo, ne ricorda la precocità. Titolare addirittura a 16 anni con il Milan, spesso difeso a mezzo stampa dal capitano della Juventus.  Già, perchè, Buffon dixit, “quello che fa la differenza è ciò che ti vibra dentro l’anima”. Una sensazione trasmessa come consiglio al giovane collega.

A Torino porta chiusa

Se Buffon ha suggerito a Donnarumma la Juventus, nella Torino bianconera sembrano aver selezionato già il successore: già, perchè l’erede designato di Buffon è Wojciech Szczęsny. Il portiere polacco classe 1990, arrivato dall’Arsenal in estate dopo il biennio alla Roma, sta confermando il proprio profilo internazionale anche tra i pali della Vecchia Signora. Così, anche quando Buffon deve fermarsi per infortunio – vedi nell’ultimo mese, dopo la sfida vinta a Napoli – Massimiliano Allegri può dormire sonni tranquilli, come la sola rete incassata nelle ultime sei uscite ufficiali tra serie A, Champions League e Coppa Italia confermano. Il polacco si è dimostrato quindi pronto a raccogliere la pesante eredità del suo capitano. Con le spalle coperte, a Buffon non resta che concentrarsi su quella che potrebbe essere l’ultima delle sue 17 stagioni con la Juventus, in cerca del settimo successo consecutivo in Serie A e della tanto agognata Champions League, unico grande trofeo che manca nella sua bacheca.

Il Mondiale per Club, l’eccezione alla regola

Allora, quello che ha appena avuto il via sarà l’ultimo anno con Gigi Buffon tra i pali della Juventus: alla sua serie di vittorie, fatta di 8 campionati di Serie A – record per un portiere –, 1 di Serie B, 6 Supercoppe italiane, 4 Coppe Italia e una Coppa UEFA, manca però un trofeo. La Champions League. L’immagine di Buffon che sfila accanto alla coppa con le orecchie a Cardiff il 3 giugno è stata una delle più ripetute nel 2017. Il ko contro il Real Madrid, sommato a quelli con Barcellona (2015) e Milan (2003) è nel cassetto dei brutti ricordi del portiere maremmano. A febbraio si ripartirà, con il Tottenham quale avversario per gli ottavi di finale e il trofeo nel mirino. L’unica chance per vederlo ancora in campo è vincerlo: già, perchè come lo stesso Buffon ha assicurato alla Gazzetta dello Sport, “voler giocare il Mondiale per Club sarebbe l’unico motivo per giocare anche nella prossima stagione”. Un monito a sè stesso e ai compagni, all’alba dell’ultima stagione tra i pali. O forse no.

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A volte basta il nome per dire quello che sei, o che sarai. Pensate ad Harry, 24enne di Chingford -quartiere “bene” nell’area est di Londra- che di cognome fa Kane: Harry Kane, appunto, assonanza clamorosa con “Hurricane”, che in inglese coincide con uragano. Una forza della natura, che fa paura e affascina al tempo stesso: quello che il numero 10 del Tottenham è stato nel 2017, anno solare nel quale nessuno ha segnato più di lui.

Con quella faccia un po’ così

Volto un po’ snob, movenze eleganti, fiuto letale. Così Kane si è impadronito del Tottenham e delle vette del calcio continentale.  L’uragano degli Spurs ha in sé tutte le doti dell’attaccante moderno: senso della posizione, resistenza fisica e spirito di squadra. La sua stella polare nel ruolo? Teddy Sheringham. Dai primi passi mossi nel Leyton Orient fino ai corsi di apprendistato da centravanti del terzo millennio con le maglie di Leicester City, Norwich e Millwall, Kane ne ha fatta di strada. Fino ai numeri pazzeschi dell’anno solare 2017: 56 gol in partite ufficiali, cifre che hanno portato “Hurricane” davanti a totem del calcio moderno come Lionel Messi e Cristiano Ronaldo: l’argentino del Barcellona e il portoghese del Real Madrid si dividevano lo scettro dal 2010. Traguardo tagliato nel Boxing Day, grazie alla tripletta rifilata al Southampton: in quello che nel Regno Unito è per eccellenza il giorno in cui ci si scambia i regali di Natale, Kane ha scartato il suo personalissimo omaggio.

Piedi da 10, fiuto da 9

La vera forza di Harry Kane è nella completezza: segna di testa, di destro, di sinistro e non solo in area. La soluzione ideale per gli ultimi 30 metri. Ad analizzare i 56 centri del 2017, infatti, non si riscontra un’autentica predominanza: logica prevalenza del piede destro (33 centri a fronte dei 17 di sinistro e dei 6 di testa), quello naturale, ma una sola certezza. Una serie avviata lo scorso 1 gennaio, con la doppietta nel 4-1 al Watford, passata per 21 centri in Premier League e 4 in FA Cup. Senza dimenticare le marcature multiple: un poker, tre triplette e due doppiette. Abitudine consolidata anche nella seconda parte del 2017, quando sono arrivati due centri singoli, 5 doppiette e due tris: nella stagione in corso, inoltre, l’attaccante ha trascinato il Tottenham con 15 reti in 16 incontri di Premier League e altri 5 nelle 6 gare del girone di Champions League.

È tempo di raccolta

Kane fa gol, non importa come. E spesso decisivi: 39 dei 123 centri inanellati con la maglia del Tottenham sono stati quelli della vittoria. Della serie, Kane è come il potere: logora chi non ce l’ha. Grazie alle due triplette nelle ultime due partite di Premier League, Kane ha superato il record di Shearer, battuto dopo oltre vent’anni (39 gol in campionato nell’anno solare contro i 36 di Alan), ma il 2018 si presenta all’orizzonte come l’anno della potenziale svolta: dai traguardi personali alle vittorie di squadra.  È un paradosso, infatti, che il capocannoniere delle ultime due edizioni di Premier League non abbia neanche una coppa nella sua bacheca. Vincere: una condizione necessaria per consacrarsi su scala intercontinentale, ma anche per alimentare la sua storia con gli Spurs, un marchio ormai cucito sulla pelle.  È inevitabile che oggi realtà come Real Madrid e Barcellona si facciano avanti. Se il Tottenham vincesse dei trofei, sarebbe più facile trattenerlo. Equazione tanto semplice sulla carta, quanto complicata per un club che da anni pratica un calcio godibile esteticamente, ma in fin dei conti poco produttivo.

Madrid calling?

Rivisitazione in salsa castigliana di una delle hit dei Clash? Tutt’altro. Per Kane si tratta di una possibile realtà.  Al Bernabeu più di qualcuno sogna Kane accanto a Cristiano Ronaldo. Lo confermano i sondaggi pubblicati dal quotidiano “Marca”: oltre 100mila adesioni, che hanno attestato come l’88% dei sostenitori dei Blancos pensano che il settore da rinforzare sia l’attacco, con il centravanti del Tottenham in vetta all’indice di gradimento (34%) davanti a Neymar (23%) e Mbappè (14%). Più indietro stelle come Lewandowski, Hazard, Icardi e Dybala.

In attesa di decifrare il futuro con la maglia di club, Harry ha nel mirino anche la Nazionale dei Tre Leoni, dove il suo score è “inferiore” alle abitudini, per quanto ottime: 23 partite, 12 centri. Dopo il brillante esordio contro la Lituania nel 2015, passata per una rete dopo 79 secondi dal suo ingresso in campo, “Hurricane” vuole dimenticare l’esperienza degli Europei di Francia, archiviata con 4 presenze, nessuna rete e una bruciante eliminazione contro l’Islanda. E qualcuno lo candida anche come prossimo capitano…