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Luca Guerra

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“Io voglio tornare, ma questi stanno dormendo”

In tanti anni di calciomercato, raramente agli operatori del settore era capitato di assistere a una conferenza stampa social così efficace e virale come quella tenuta nella serata di sabato 12 agosto da Pierre-Emerick Aubameyang, attaccante del Borussia Dortmund, attraverso una diretta su Instagram. Una vera e propria dichiarazione d’intenti, senza passare per interviste da decriptare, messaggi lasciati a metà e segnali in codice. Il destinatario? Il Milan.

Addio, Westfalia!

Un manifesto in piena regola, quello affisso da Aubameyang sulle porte dello spogliatoio del Borussia Dortmund: della serie, “se volete io sono qui”. Il messaggio arriverà a Milano, sponda rossonera? Chissà. Intanto Aubameyang fa il suo in campo con i colori gialloneri cuciti addosso, come la tripletta messa a segno in Coppa di Germania ha dimostrato: il feeling con l’ambiente Borussia, frequentato dall’attaccante gabonese da ormai 4 stagioni, condite da 128 presenze e 85 reti, sembra però essere in evidente calo. I due secondi posti, la terza posizione dello scorso anno e le quattro finali di Coppa di Germania giocate, di cui una vinta (da sommare in bacheca alle due Supercoppe di Germania conquistate) evidentemente stanno strette al numero 17. Che all’alba dei suoi 28 anni ha bisogno di nuove sfide, e fa poco per nasconderlo. Compreso il “raffreddore” che il 13 agosto l’ha spinto ad abbandonare anzitempo l’allenamento e i suoi compagni, o lo scambio di tweet con l’ex compagno di squadra Ciro Immobile, fresco vincitore della Supercoppa Italiana con la maglia della Lazio. Un arrivederci?

Che fine hai fatto, Ousmane?

Se Aubameyang continua ad essere a tutti gli effetti un tesserato dei Die Schwarzgelben, di ben altra consistenza è la spina che nella rosa di Peter Bosz risponde oggi al nome di Ousmane Dembelè: il talento francese classe 1997 ha deciso deliberatamente di non presentarsi qualche giorno fa all’allenamento per spingere il suo trasferimento al Barcellona. Un chiaro tentativo di forzare la mano, in linea con diversi esempi che il calciomercato sta portando in dote. Alle mode, però, si sa, in Germania non sono molto sensibili: così i gialloneri hanno deciso di escludere il calciatore dal gruppo fino a nuovo annuncio e di rifiutare la prima offerta blaugrana, anche se la sensazione è che alla fine prevarrà il volere del giocatore. Tenere in tribuna un 20enne con un lungo contratto serve a poco, così a pagare le conseguenze dell’effetto domino imposto dal faraonico trasferimento di Neymar al Psg potrebbe essere proprio il BVB. La Bundesliga infatti inizierà nel prossimo weekend e Peter Bosz si trova una rosa senza una pedina importante come Dembelè e con un mercato agli sgoccioli.

I’m the Bosz

Eppure, l’annata 2017/2018 doveva essere quella della ripartenza in casa Borussia Dortmund: salutato Thomas Tuchel dopo due stagioni, il club giallonero aveva scelto per la panchina Peter Bosz, 53enne allenatore olandese reduce da due secondi posti (uno in Eredivisie e l’altro in Europa League) con l’Ajax nella scorsa stagione. L’olandese ha firmato un contratto con i gialloneri fino al 30 giugno 2019 e sin dal suo arrivo era consapevole del fatto che avrebbe dovuto fare i conti con qualche problema all’interno dello spogliatoio, come gli infortuni di Reus, Guerreiro e Gotze (ancora convalescente dopo aver sconfitto il disturbo del metabolismo energetico) e la possibile cessione appunto di Aubameyang, alla quale si è aggiunto il caso- Dembelè. I movimenti in entrata? Minori. A Dortmund sono arrivati Omer Toprak dal Bayer Leverkusen, Mahmoud Dahoud dal Borussia Moenchengladbach e Maximilian Philipp dal Friburgo, per una spesa complessiva di 44 milioni di euro. Dal prestito al Colonia è rientrato Subotic, mentre per il futuro è stato acquistato dal Paris Saint-Germain il 18enne difensore centrale Zagadou.

Come si dice “inflessibilità” in tedesco?

Di certo, alla dirigenza del Borussia non fa paura utilizzare il pugno duro. Per conferme, chiedere al direttore sportivo, quel Michael Zorc che tanta qualità aveva in campo, dove con il club della Westfalia ha giocato 463 partite, segnando 131 reti, e altrettanto polso ha dalla sua scrivania. Dembelè non si fa vedere? Sospeso a tempo indeterminato. Aubameyang ha un raffreddore? Va a casa a curarsi, senza manfrine. Già, perché in Germania non amano promesse roboanti e cifre da capogiro: così, mentre a Monaco di Baviera il presidente del Consiglio direttivo del Bayern Monaco, Karl-Heinz Rummenigge, si è lanciato contro le follie del mercato calcistico, in particolare commentando l’affare che ha portato Neymar al Paris Saint-Germain, a Dortmund non hanno paura di dar vita a un braccio di ferro con due dei calciatori più rappresentativi in rosa. Lo stesso è accaduto con Emre Mor, giovane talento turco la cui cessione all’Inter è saltata poche ore fa. Già, in Bundesliga va così: si vende, ma al prezzo fissato. Sabato intanto il Dortmund farà il suo esordio in campionato sul campo del Wolfsburg: con Auba e Dembelè? Chissà…

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La sensazione, al 10 di agosto, è che a tutti manchi un soldo per fare una lira. Eppure lo “start” è dietro l’angolo. Domani sera, venerdì 11 agosto, sarà l’Emirates Stadium di Londra a ospitare il calcio d’inizio della Premier League 2017/2018: di fronte Arsenal e Leicester, l’eterna incompiuta e la sorpresa dell’edizione 2015/2016. Nel mirino di chi ambisce al titolo, però, c’è un solo nome: Antonio Conte.  Jamie Carragher ha previsto il suo addio a fine stagione, lui vorrebbe fare di tutto per smentirlo. O almeno provare a salutare da vincente.

Prima fermata, Londra

Non poteva che essere la Capitale la sede della prima partita ufficiale di stagione: è lì che il titolo è tornato a casa dopo due anni, sponda Chelsea. Merito dell’allenatore italiano, ormai un veterano quando si tratta di rilanciare nobili decadute, che si tratti di squadre di club o di rappresentative nazionali.  Confermarsi, però, è sempre più complicato, soprattutto se in ballo ci sono anche le coppe europee, come avverrà con i Blues nella Champions League al via tra un mese. La strategia applicata dal club di Roman Abramovich ha una definizione: oculatezza. Via Begovic? Arriva Caballero, affidabile secondo. Addio a Terry e Diego Costa? Dentro Rüdiger e Alvaro Morata. Matic saluta per ritrovare Mourinho nello United? C’è Bakayoko dal Monaco. Dietro, vista la partenza di Zouma, occorre un altro centrale affidabile, così come Moses, a destra, non potrà tirare la carretta per tutta la stagione, come già avvenuto nello scorso anno. Gli altri assalti alla Serie A (Candreva dall’Inter e Alex Sandro dalla Juventus) sono stati respinti, per ora, così il vero top player potrebbe dover essere ancora lui, Antonio Conte. Che ha già alzato l’asticella della tensione:

“Per essere competitivi e puntare di nuovo al titolo, servono nuovi acquisti: la società sa quali sono le mie priorità”

Ti tengo d’occhio

Storia infinita, quella tra Josè Mourinho e Antonio Conte. Avviata anni fa in Italia con una vittoria a sorpresa dell’Atalanta, allora guidata dall’allenatore italiano, sull’Inter dello Special One, e proseguita nel Regno Unito. La scorsa annata ha visto un vincitore, inequivocabile, del duello diretto e del campionato. Così Josè ha dato vita a una campagna di rafforzamento mirata: dentro il secondo miglior marcatore della scorsa Premier, Romelu Lukaku, per un “certo” Zlatan Ibrahimovic, e un granatiere della mediana quale Nemanja Matic.

A ballare, come dimostrato anche in finale di Supercoppa Europea contro il Real Madrid, è la difesa: Lindelof non è un nome in grado di cambiare il volto a un reparto. Occorre leadership, la stessa persa nello spogliatoio dopo l’addio di Wayne Rooney, tornato all’ovile dell’Everton. Ma la seconda stagione di Mourinho in un club, si sa, è sempre la più redditizia per trofei. Saprà confermarsi?

Riscatto è invece la parola d’ordine per Pep Guardiola sull’altra sponda di Manchester. Dopo un’annata chiusa senza trofei all’attivo, per l’allenatore catalano è tempo di risposte. La prima è arrivata dal calciomercato: gli Sky Blues hanno acquistato Mendy per 57 milioni, Walker per 51, Bernardo Silva per 50, il portiere Ederson per 40, Danilo a 30, Douglas Luiz per 12. Con un altro arrivo supererebbe il Real Madrid dei record del 2009 per volume di spesa. Basterà?

Fix you

“Riparare”, un verbo che non solo ha dato vita a uno dei maggiori successi dei Coldplay (non a caso formatisi a Londra), ma che per Arsene Wenger sulla panchina dell’Arsenal è ormai una specie di mantra da un ventennio a questa parte. La conferma dell’allenatore francese alla guida dei Gunners si è chiusa con un lieto fine, sgradito a parte della tifoseria. In campo, tutto ruota intorno ad Alexis Sanchez:  se parte, l’arrivo di Lacazette (costato 58 milioni) da affiancare a Giroud resta un palliativo. Lo stesso dicasi per il Liverpool: Klopp in estate ha accolto Momo Salah ad Anfield Road, prelevato dalla Roma, ma rischia di perdere Emre Can (seguito dalla Juventus) e deve resistere alle sirene del Barcellona per Coutinho, per il quale si rischia di dover valutare offerte superiori ai 100 milioni di euro.

I bookmakers credono invece al Tottenham di Pochettino: ha cambiato poco, ma è garanzia di continuità dopo una stagione in cui è stata la principale rivale del titolo per il Chelsea: i segnali offerti nel precampionato da Kane e compagni, come la sonora vittoria sulla Juventus, ne sono conferma.  Per gli scommettitori d’Oltremanica, maestri in materia, la favorita di stagione non coincide con il campione uscente: il Chelsea di Antonio Conte è infatti quotato a meno di Manchester City e Manchester United. La ragione? Il bis non si vede da 10 anni sulla vetta della Premier League, ovvero dal biennio 2007-2008. Manco a dirlo, allora furono i Red Devils a realizzarlo.

Money, money, money

Una certezza c’è: quello inglese resta il campionato più ricco d’Europa. Per conferme chiedere al Liverpool, fresco di annuncio di un accordo con la Western Union, azienda fornitrice di servizi finanziari, per una cifra pari a 28 milioni di sterline. Per trovarsi dove? Sulla manica sinistra della maglia. E lo stesso accade per le altre “big”. Si spiega così un torneo in cui una potenziale outsider come l’Everton può permettersi di spendere 35 milioni per un portiere, Pickford. Il volume di spesa nei soli affari interni, sin qui, è di circa 150 milioni di sterline. E potrebbe non essere finita qui. Se il calcio europeo si scandalizza per le spese folli del Paris Saint Germain, la regina del mercato resta ancora la Premier League.

Breaking news

Le curiosità da tener d’occhio, infine. Non poche:  Frank de Boer, che i tifosi interisti hanno dimenticato volentieri, è alla guida del Crystal Palace; Rafa Benitez guida un Newcastle tornato in Premier dopo un anno di calvario, mentre il piccolo Huddersfield ha festeggiato il ritorno nella prima serie del calcio inglese dopo 45 anni dall’ultima volta.

Le novità “contagiano” anche le divise da gioco: ai club sarà data la possibilità di scegliere tra cinque differenti combinazioni (bianco con dettagli neri, e nero, blu notte, rosso e giallo, tutti con dettagli bianchi) per il nome e le modalità di stampa dei numeri sulle divise da gioco. Una scelta finalizzata ad omologare i club sotto l’egida della Football Association con quanto avviene in Europa League e Champions League.

Addio anche alle “pettinature” inedite sul campo:  la FA ha anche annunciato il divieto di disegnare sui terreni di gioco patch inedite e di pettinare il campo secondo modalità diverse da quelle tradizionali, orizzontali e bianche. Poche regole, ma chiare: in pieno stile “british”. Buon calcio!

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E se il vero acquisto per il centrocampo della Juventus edizione 2017/2018 fosse un volto che nelle stanze bianconere conoscono da due decenni? Già, perché la tourneè statunitense coincisa con l’International Champions Cup, messa in archivio con due vittorie (Psg e Roma, contro i giallorossi ai rigori) e una sconfitta di misura contro il Barcellona sembra aver restituito alla Vecchia Signora del calcio italiano il calciatore totale che in tanti ricordavano. Claudio Marchisio.

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Scusate il ritardo

È il post-it virtuale affisso sull’armadietto del Principino. Il ko rimediato ad aprile 2016 contro il Palermo, a 30 anni suonati, era parso più che un campanello d’allarme: rottura del legamento crociato, addio agli Europei con l’Italia di Conte e gerarchie da scalare nella stagione bianconera. Il ritorno in campo a fine ottobre contro la Sampdoria e i primi, confortanti segnali erano stati presto superati da un inverno con tanta semina calcistica e poca raccolta: molti minuti in campo, meno squilli alla Marchisio, soprattutto davanti alla porta avversaria. Un processo di arretramento avviato con l’addio di Pirlo nell’estate 2015 e proseguito con il passaggio al 4-2-3-1 di Massimiliano Allegri. La scorsa annata si era chiusa con 29 presenze, 2 reti, 4 assist e la sensazione di non essere più indispensabile.

Claudio Marchisio con maglia Juventus

Vento d’estate

Dubbi dissipati al caldo degli Stati Uniti d’America, dove Marchisio è subito apparso uno degli elementi più in palla nella rosa di Allegri. Mediano a due, accanto a Pjanic o Khedira, o trequartista alle spalle della prima punta, ruolo nel quale Conte lo aveva testato nella stagione 2012/2013, seppur in un inedito 3-5-1-1. Proprio negli ultimi 20 metri è nata la rete del temporaneo 2-1 nella vittoria per 3-2 contro il Paris Saint-Germain: sponda di Kean, il Principino arma il mancino e scarica sotto l’incrocio. Un concetto ribadito dal dischetto pochi minuti dopo. A dimostrazione che le vecchie abitudini non si perdono con il tempo: d’altronde, non si realizzano 37 reti in 400 partite ufficiali per caso, se sei “semplicemente” un centrocampista. Messaggio forte e chiaro, spedito dalle sponde dell’Oceano Atlantico in direzione Torino. Con pochi fronzoli davanti a microfoni e telecamere e un solo messaggio affidato ai social prima del ritorno in Italia e poche ore dopo la vittoria ai rigori contro la Roma:

Finisce qui questa avventura americana, con un’altra buona prestazione. Adesso si torna a casa

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Arma tattica

La scelta della foto in alto non è casuale: da un lato Claudio Marchisio, dall’altro Paulo Dybala. Due estremi del mondo bianconero. La fatica di chi è passato anche per l’onta della B prima di toccare le vette della Serie A e sognare la Champions League da un lato, la classe cristallina e gli orizzonti ampi – con vista sul Barcellona – di un campione in erba che nella Torino bianconera sperano possa diventare presto un simbolo.

Il rovescio della medaglia, però, si estende anche al rettangolo di gioco: Marchisio trequartista o centrocampista aggiunto in alcune partite dove sarà necessario avere più equilibrio e passare al 4-3-3 è più di un’idea per Allegri. Surrogato di Pjanic e Khedira o fedele scudiero di entrambi, il Principino potrebbe risultare il nuovo acquisto in un centrocampo che oggi manca di un tassello, completato da gregari come Rincon e Sturaro, partenti come Lemina e promesse in erba come Bentancurt: con Emre Can blindato dal Liverpool, Matic passato al Manchester United e un Matuidi che stenta a superare le Alpi, più di una semplice ipotesi.

Claudio Marchisio e Gigi Buffon

Un Principe non abbandona la sua Signora

Dei “fantastici 6”, ovvero i calciatori della rosa bianconera che hanno conquistato il sestetto di scudetti consecutivi e le tre vittorie in Coppa Italia dal 2011 ad oggi, Leonardo Bonucci ha salutato la Mole direzione Milano. E lo stesso Stephan Lichtsteiner non è così sicuro della permanenza a Torino. Così, il recupero di Marchisio full time rappresenterebbe per la Juventus, oltre che un’iniezione di qualità e gamba in mediana, anche un segnale di continuità tra passato e futuro: gli altri protagonisti della sestina da record, Gigi Buffon, Andrea Barzagli e Giorgio Chiellini, superano per primavere il centrocampista rispettivamente di 8, 5 e 2 anni. Un poker di “over 30” che per ora non ha intenzione di cedere il passo, dentro e fuori dal campo, come testimonia un video postato su Instagram dallo stesso Marchisio in compagnia del numero 15 bianconero.

 

FRIENDSHIP… THIS IS THE LIFE!! @andreabarzagli15 #MC8 #life #moments #dayoff #ibiza

Un post condiviso da Claudio Marchisio (@marchisiocla8) in data:

Continuità e tradizione, come da storia della Juventus. In comune Marchisio e Barzagli hanno qualcosa che va oltre la semplice amicizia: hanno vissuto le macerie bianconere (anche se per soli sei mesi il difensore) e sanno che tornare in basso è molto semplice. A loro e alle altre guide dello spogliatoio il compito di consolidare un gruppo sempre più “azzurro”: gli arrivi di Bernardeschi e De Sciglio hanno ampliato la schiera di calciatori nel giro dell’Italia a disposizione di Allegri e nelle retrovie chiede spazio Rugani. Per Marchisio i tempi della mezz’ala goleador dai mille inserimenti sono lontani, ma la forma fisica sembra quella di una volta. Per restituire (tre)quarti di nobiltà alla Vecchia Signora. Da vero Principino.

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58 milioni di euro. Tanto ha versato il Manchester City nelle casse del Monaco per acquisire il cartellino di Benjamin Mendy. 23 anni, francese, professione terzino sinistro. Più di 100 miliardi delle vecchie lire (!) per un difensore: per i Citizens e Josep Guardiola questa, però, non è di certo un’anomalia.

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Pep fa tris

Già, perché nel solo calciomercato estivo, che apre le porte alla stagione 2017/2018, gli Sky Blues hanno già speso quasi 140 milioni di euro per rinforzare le corsie difensive: prima del laterale francese classe 1994, uno dei protagonisti del Monaco di Leonardo Jardim, capace di trionfare in Ligue 1 e toccare la semifinale di Champions League, a raggiungere Manchester erano stati Kyle Walker dal Tottenham, pagato 56 milioni di euro, e il brasiliano Danilo dal Real Madrid, costato più di 25 milioni. Un totale di quasi 180 milioni, se ai tre sommiamo l’arrivo di Ederson, portiere brasiliano prelevato dal Benfica. Numeri che sanno di strapotere economico. Ma quando si parla di sceicchi come il proprietario del City Mansour, questo non può stupire. Se all’investimento corrisponderanno i risultati sul campo, lo dirà solo il futuro: il punto interrogativo resta, perché non è la prima volta che Guardiola fa investire tanti soldi per un reparto, quello difensivo, certo non reso celebre dal tiqui-taca.

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Restyling

Se in Italia l’arrivo di Leonardo Bonucci al Milan dalla Juventus per un totale di 42 milioni di euro è stato sufficiente per scuotere l’estate di calciomercato, figurarsi quanto avrebbe speso il Manchester City per acquistare il difensore centrale, una delle colonne della Nazionale azzurra. Ipotesi che lo stesso Guardiola non ha mai nascosto di voler condurre in porto: il restyling dei Citizens si è per ora “limitato” alle corsie laterali, dove si erano aperti quattro buchi per gli addii di Sagna, Zabaleta, Clichy (questi tre a parametro zero) e Kolarov (acquistato dalla Roma): a fronte dei 5 milioni entrati in cassa per il laterale serbo, i Citizens hanno deciso di sborsare cifre spaventose, ai limiti delle logiche di mercato, per tre calciatori senza dubbio forti e ancora giovani (23 anni Mendy, 26 Danilo, 27 Walker), ma certo non dei vincenti nel DNA: in tre hanno conquistato un campionato francese, due campionati portoghesi, una Liga spagnola, un campionato Paulista in Brasile e due supercoppe di Portogallo.

Pep Guardiola

10 milioni per superare il Real

Quando un allenatore che non ha mai fatto lesinare spese importanti per la difesa incontra un club già “predisposto” di suo a sborsare certe cifre per i guardiani della propria area di rigore, i giochi son fatti: già, perché con i suoi 58 milioni di euro Mendy è diventato il difensore più costoso nella storia della Premier League. Superato John Stones, acquistato dall’Everton per 55,6 milioni. Da chi? Ovviamente dal Manchester City. Lo stesso club che grazie ad altri arrivi come quelli di Bernardo Silva e Douglas Luiz hanno già investito nella sessione estiva di mercato l’equivalente di 240 milioni di euro: il tutto per un portiere, due terzini destri, un terzino sinistro e un’ala destra. Con un nuovo acquisto da più di dieci milioni il City scavalcherebbe anche il Real Madrid del 2009, stabilendo il record di detentore della sessione di mercato più costosa nella storia del calcio. Peccato che quel Real avesse condotto nella Capitale spagnola “tali” Benzema, Cristiano Ronaldo e Xabi Alonso, gettando le basi per vincere di lì ad oggi tre volte la Champions League.

Jeremy Mathieu

La storia, cattiva consigliera

Quello che vedete in foto è Jeremy Mathieu, terzino sinistro all’occorrenza utilizzabile come difensore centrale acquistato dal Barcellona nel 2014, all’età di 31 anni, per 25 milioni di euro. Al Camp Nou non ha lasciato grandi ricordi, e ci sia passato l’eufemismo. Chi allenava il Barca all’epoca? Pep Guardiola, lo stesso sotto la cui egida sono arrivati Alexander Song e Henrique. Calciatori pagati al di sopra delle loro potenzialità: lo stesso che in casa City si può pensare per i 44 milioni versati per Otamendi, i 40 per Fernandinho, i 32 per Bony, i 30 per Mangala e i 62 per Sterling. Piccole crepe, che non scalfiscono la carriera di un allenatore capace sin qui di conquistare sei campionati spagnoli, due Coppe di Spagna, quattro Supercoppe spagnole, una UEFA Champions League, una Supercoppa UEFA e una Coppa delle Coppe UEFA con il Barcellona, oltre ad un oro olimpico con la Nazionale olimpica spagnola. Un palmarès ben superiore a quello del suo attuale presidente Mansour, che a fronte del miliardo e 550 milioni di euro spesi dal suo insediamento ha vinto 2 Premier League, 1 Coppa d’Inghilterra, 1 Community Shield e 2 Coppe di Lega. Una miseria. La difesa (del City) diventerà finalmente il miglior attacco?

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“Tante volte ho ragionato con la pancia, ma questa volta grazie a mia moglie, i miei figli e la società del Verona ho deciso di andare avanti: voglio continuare questa sfida, sono convinto al 100% che la vincerò”

Antonio ha messo in scena l’ultima “Cassanata”: prima le voci dell’imminente ritiro, poi la convocazione di una conferenza stampa che ha innescato le ansie e gli interrogativi dei tifosi dell’Hellas Verona, che appena 8 giorni prima lo avevano accolto con cori e stima riservati a un leader. Infine, l’ennesimo colpo di scena: nessun ritiro. El Pibe de Bari raddoppia e va avanti. Un doppio dribbling, come solo i fuoriclasse sanno fare.

EMPOLI, ITALY - MARCH 12: Antonio Cassano of UC Sampdoria racts during the Serie A match between Empoli FC and UC Sampdoria at Stadio Carlo Castellani on March 12, 2016 in Empoli, Italy

Un anno e mezzo dopo

Dal centro Riattiva di Lavagna, in provincia di Genova, al ritiro di Primiero San Martino di Castrozza, dove il Verona sta preparando la stagione 2017/2018, quella del ritorno in serie A, ci sono poco più di 300 chilometri. Distanze colmabili, a differenza di quello che erano sembrate quelle sul campo a Cassano:  dall’addio alla Sampdoria – datato maggio 2016 – al passaggio al Verona è passato più di un anno. 12 mesi di stop e isolamento, coincisi con un inevitabile logorio fisico e mentale, nel quale Antonio si era concentrato sulla famiglia, con la moglie Carolina e i figli Christopher e Lionel sempre vicini. A 35 anni, riavviare il  motore non è stato compito semplice: se ne è accorto anche lui, dopo qualche giorno di ritiro.  Quasi a voler riassumere la cifra di una carriera portata avanti sull’onda del “Vorrei ma non posso”. O meglio, del “potrei ma non voglio”: già, perchè al più forte classe 1982 del mondo è sempre mancato un centesimo per fare una lira. E passare dai grandi di enorme talento a quelli di fuoriclasse vincente.

Cassano

Un pizzico di follia per una stagione pazzesca

Voglio vincere questa scommessa, e fare una stagione pazzesca

Il post-it affisso ieri in conferenza stampa da Antonio Cassano sull’annata 2017/2018 è di quelli inequivocabili: infarcito di buoni propositi, quelli di chi non gioca una partita ufficiale dalla stagione 2015/2016 e deve dimostrare di poter ancora stare nel calcio dei grandi. Tecnicamente, non c’è partita: in questa serie A, uno con quei piedi può giocare anche in ciabatte. Il più grande avversario, però, sarà la mente: quella che spesso Antonio ha staccato nei momenti topici della carriera, di fronte a ostacoli all’apparenza non proprio insormontabili. Vedi alla voce “nostalgia di casa“, quella che ieri lo stava spingendo a un altro colpo di testa, forse quello finale.

Le mancate rinunce. Le più grandi avversarie nella carriera di Cassano: dal 1999, anno di esordio con la maglia del Bari ad oggi, sono state una delle costanti nell’attaccante pugliese. Dalla buona tavola alla necessità di dire sempre le cose come stanno (le corna mostrate a Rosetti con la maglia della Roma e le parole pesanti verso Garrone a Genova, tanto per fare due esempi), l’assenza di filtri tra l’uomo Antonio e il calciatore Cassano ha fatto pendere il bilancino della sua parabola verso un’aurea mediocrità. Chissà che nella pausa pranzo di ieri, quella “decisiva” per decidere di restare a Verona, non ci abbia pensato su.

Antonio Cassano alla Sampdoria

Peter Pan rimette gli scarpini

Si ritira, anzi no: l’essenza di FantAntonio, se vogliamo, è tutta in quelle due ore trascorse tra le voci di ritiro e una conferenza stampa tenuta per…annunciare che si sarebbe allenato anche nel pomeriggio. Geniale operazione di marketing o ennesimo sintomo delle contraddizioni di un campione troppo propenso ai colpi di testa? Bagaglio in mano e pallone ai piedi, Cassano ha viaggiato in carriera da Bari a Genova, passando per Madrid, Roma e le due sponde di Milano. Spostamenti continui, che lo hanno temprato nel fisico, ma non nella tenuta emotiva. Fino ad approdare nella città simbolo degli amori finiti male: la Verona di Romeo e Giulietta. Come il Peter Pan di James Matthew Barrie, Antonio è in grado di volare (in campo) ma sembra rifiutarsi di crescere. E probabilmente non lo farà mai. Perchè Cassano è questo: prendere o lasciare.

Antonio Cassano alla presentazione Verona

Meglio oggi che non dopo l’asta

“‘Meglio così, figurarsi se l’avesse fatto dopo l’asta del fantacalcio”. La considerazione, ironica ma comunque comune ieri tra gli appassionati del gioco di simulazione manageriale che di anno in anno coinvolge milioni di italiani, porta ad analizzare il profilo squisitamente tecnico dell’operazione Cassano.  In un tridente di Over 30 completato da Cerci (il più giovane del trio) e Pazzini, la qualità sembra assicurata. La sostenibilità, meno: starà a Fabio Pecchia trovare il bandolo della matassa per incrociare spettacolo, classe ed equilibrio, in una rosa con la missione-salvezza in mano. Intanto, siamo ancora a luglio e Antonio ha già fatto parlare abbondantemente di sé: e resta un’eco lontana la prosopopea di chi gli ricorda che ci sono operai che sudano e si fanno in 4 per mille euro al mese. Lodevolissimi, sia chiaro. Ma mondi troppo distanti per poter essere comparati: il genio è questo, prendere o lasciare. “Fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione” per dirla con il Necchi di Amici Miei. Questa volta Cassano non ha ascoltato la testa, cedendo alla tentazione di appendere gli scarpini al chiodo: basterà per una stagione da FantAntonio?

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Foto Alfredo Falcone - LaPresse 20/10/2016 Roma ( Italia) Sport Calcio Roma - Austria Vienna Girone E Europa League 2016 2017 - Stadio Olimpico di Roma Nella foto:nainggolan Photo Alfredo Falcone - LaPresse 20/10/2016 Roma (Italy) Sport Soccer Roma - Austria Vienna Round E Europe League 2016 2017 - Olimpico Stadium of Roma In the pic:nainggolan

Non ci caschi, Nainggolan. Non caschi nell’utilizzo “leggero” dei social network: non lo faccia, anche se ha solo 29 anni e come tanti ragazzi vorrebbe vivere queste finestre sul mondo che la tecnologia offre come oblò, nei quali ci si offre in pasto a milioni di tifosi e di addetti ai lavori.

Appello a Radja, professione centrocampista, oggi alla Roma. Perché la sensazione è che a questo calciatore con media-gol da seconda punta e grinta da mediano, nato ad Anversa da madre belga e padre di origine indonesiana, per diventare uno dei tre più forti centrocampisti d’Europa manchi davvero l’ultimo step: quello riferito alla dimensione privata della vita di un atleta, o meglio di una piccola azienda. Perché oggi i calciatori questo rappresentano.

Radja Nainggolan

Numeri romani

Per la Roma non è in vendita, per virtù e per necessità. Da una rosa che ha perso già Salah, Paredes e Rudiger, sarebbe complicato veder partire anche il numero 4: per il gioco di Eusebio Di Francesco, per l’immagine internazionale del club e per il contributo che Nainggolan offre in campo. I numeri accumulati nella parte giallorossa della Capitale dal momento dell’arrivo, datato gennaio 2014, sono importanti: 161 partite, 27 reti, 23 assist e un contributo incessante al ritmo della Roma, di Garcia prima e Spallettiana poi. Ad oggi, però, la parola “incedibile” nel calcio rappresenta un cappello, che in caso di cifre da capogiro può rapidamente scomparire: soprattutto se si parla di un calciatore nel pieno della maturità calcistica, che difficilmente diventerà più decisivo di così e al tempo stesso raramente varrà più di oggi: 40 milioni di euro, stando alla quotazione riportata da Transfermarkt, portale di riferimento su scala internazionale, ma anche 50 per i suoi estimatori, Chelsea e Manchester United in primis fuori dai confini italiani.

Radja Nainggolan

E ombre milanesi

Dalla Capitale alla Capitale della moda, che aspira a tornare punto di riferimento nel calcio europeo, il passo in sede di calciomercato è breve. Non è un mistero che sulle orme di Nainggolan ci siano l’Inter e Luciano Spalletti, l’allenatore con il quale il centrocampista è esploso. A Mykonos e Ibiza, dove Radja ha consumato le sue vacanze, l’eco dell’interesse nerazzurro è arrivato con forza: tra i silenzi davanti a microfoni e telecamere, sono stati come spesso accaduto i social a rivelare il pensiero del Ninja. Prima una replica piccata a un tifoso sul rinnovo del contratto (“Sto ancora aspettando”), poi il giocoso scambio di saluti con Rudiger che ha coinvolto anche Strootman e Salah. L’olandese saluta il tedesco, mentre l’egiziano insinua il dubbio: sembra una barzelletta, ma nell’universo di Instagram i tifosi romanisti non hanno certo riso.

Strootman saluti Nainggolan

“Spero sarà l’ultimo saluto di questa estate” è stata la frase di Strootman, commentata dal compagno di squadra Nainggolan con il sorriso e un “I don’t know” che ha generato più di una preoccupazione tra i tifosi giallorossi. Dall’ansia alla rabbia il passo è stato breve quando è apparso il commento di Salah, appena passato al Liverpool. Un siparietto che non è piaciuto alla Roma, tanto da portare alla cancellazione del post da parte del centrocampista olandese.

Radja Nainggolan e Kevin Strootman

Ora tocca a Radja

Un’ingenuità, nulla di più. La questione è superare il concetto di piazza e comprendere quello di arena: ciò che oggi i social rappresentano. Scherzare come tra vecchi, anonimi amici è difficile se rappresenti un riferimento per milioni di tifosi, che vogliono essere informati sulla tua quotidianità step by step. Non è la prima volta che Nainggolan scivola in questo vortice: ricordarsi quelle parole rilasciate all’uscita da un locale di Roma alla vigilia dei due derby di Coppa contro la Lazio, e quel famoso “fidate” ritortosi contro alla prova del campo, o i litigi su Twitter e Instagram con i tifosi di altre squadre, Juventus in primis. Eccessi figli di genuinità e grinta, quelli che Radja comunica in campo. Sovrabbondante, come quando veste la maglia numero 4 e raramente riesce a limitarsi per generosità.

Radja Nainggolan dopo un gol

Rinnovo (e fascia?)

Al netto di silenzi, sorrisi amari e battute social, non è escluso che Nainggolan a breve racconti la sua verità. Quella con la quale dovrà fare i conti anche il neo-direttore sportivo giallorosso Monchi, noto come l’uomo delle plusvalenze.  A Siviglia ne ha collezionato a iosa, da Dani Alves a Sergio Ramos fino a Kondogbia e Bacca. Il ds ha più volte sottolineato che il vero problema “non è vendere, ma comprare male”: una certezza che alimenta il senso di precarietà generale che i calciatori vivono nel calcio moderno. Oggi ci sono, domani potrebbero essere altrove.

Il belga intanto attende alla finestra, dove i panni e le righe del rinnovo del contratto, oggi in scadenza nel 2020, attendono di essere srotolati da…13 mesi: tanto è passato dalla promessa giallorossa all’epoca delle sirene della Premier League, con ingaggi vicini ai 7 milioni di euro. Oggi il Ninja ne guadagna 3,2 e da promessa potrebbe vedere il suo salario salire a 4 milioni, con bonus che gli permetterebbero di arrivare a 5. Uno stallo non gradito al calciatore, che è lì che aspetta. Una firma e, magari, una fascia da capitano. Quella che nel dopo-Totti e con un De Rossi arrivato a 34 anni, attende un nuovo leader.