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Luca Guerra

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Ricordate Flash Gordon, il personaggio immaginario protagonista dell’omonima serie a fumetti di fantascienza ideata da Alex Raymond inugurata il 7 gennaio 1934 e pubblicata per quasi settant’anni negli Stati Uniti? A più di 80 anni di distanza, sta riprendendo forma nella Torino bianconera, con la maglia numero 11 sulle spalle e un nome esotico: Douglas Costa.

Da mistero a certezza

Già, perchè il soprannome di questo brasiliano nato e cresciuto a Sapucaia do Sul, nello Stato del Rio Grande do Sul, passato per il freddo di Donetsk e quello di Monaco di Baviera, è legato proprio alla creatura dell’immaginazione che in Italia trovava spazio sull’Avventuroso con il nome di Gordon Flasce. I motivi? Facile comprenderli. Legati alla velocità e al doppio passo, armi fondamentali nel bagaglio tattico di questo 27enne, sul quale la Juventus ha attivato uno degli investimenti più importanti dei tempi recenti: 6 milioni di euro per il prestito oneroso, 40 per il riscatto. Mezzo Higuain, per intenderci.

Il pianeta Mongo di Douglas, quello che nel fumetto Flash Gordon e Dale Arden abitavano per quasi 10 anni, fa rima con Allianz Stadium. Nei panni del dottor Zarkov c’è Massimiliano Allegri: è lui il demiurgo che sta cercando di plasmare le caratteristiche offensive del suo numero 11 nel concetto di gioco della Juventus: quello nel quale tutti, anche le stelle, devono sacrificarsi. Chiedere a Dybala, segugio di Jorginho a Napoli, per conferme.

Costa…tanto?

Sul gioco di parole si erano spesi in tanti dopo le prime prove di Douglas in bianconero: spezzoni di partita,  la prima da titolare in Serie A a settembre inoltrato nel derby contro il Torino e due prove di Champions League senza spunti tra il Camp Nou di Barcellona e l’Olympiacos avevano inaugurato la sagra del dubbio. “È veramente più forte di quei quattro là davanti?” si chiedevano in tanti. Dove per “quei 4” si intendeva Cuadrado, Dybala, Mandzukic e Higuain. Superare e abbattere, avversari e preconcetti, è stata sempre materia del 27enne verdeoro: prima rete in A (sin qui l’unica) alla Lazio il 15 ottobre, in una delle due sconfitte in campionato della Juventus.

Goleador, però, non lo è mai stato (7 centri al massimo fra campionato brasiliano, ucraino e tedesco): 38 reti in 202 partite con lo Shakthar, 14 su 77 caps con il Bayern Monaco, 2 in 30 incontri con il Gremio. La sua disciplina preferita è l’assist: cross tagliati o palloni filtranti che siano, in carriera ne ha serviti ben 78 vincenti con la maglia di club in 328 partite ufficiali. Uno ogni 4 incontri.

Corsia di sorpasso

I freddi numeri, però, non sono sufficienti per raccontare le potenzialità che il numero 11 può mettere sul piatto della Juventus: Allegri sta usando con lui bastone e carota. A volte ai dribbling sconquassanti che lo portano a liberare il mancino, Douglas ha imparato a sostituire il ripiegamento nell’azione difensiva (un recupero su Insigne all’altezza della bandierina a Napoli ne è esatta dimostrazione), elemento fondamentale nel 4-2-3-1, senza però dimenticare l’uno contro uno. “Senza doppia fase, qui difficilmente giocherai” è stato il messaggio dell’allenatore nelle stanze di Vinovo. Il brasiliano ha raccolto e studiato, tanto: soprattutto Cuadrado, altro sudamericano con la voglia di saltare l’avversario nelle corde, a volte adattato anche da terzino all’occorrenza, e Mario Mandzukic, il simbolo della lotta a tutto campo in casa bianconera. E allora tornano alla mente le parole pronunciate da Douglas al suo arrivo a Torino:

Questa squadra è fatta per vincere: credo di essere arrivato nel posto giusto al momento giusto.

Torino chiama Brasile

Il posto giusto, dove Allegri gli ha fatto assaggiare il campo come quasi nessuno:  19 presenze stagionali in tutte le competizioni, appena dopo Dybala (22), Higuain (21), e come Matuidi (18). Dietro ci sono tutti gli altri. A variare, però, è stata la qualità delle giocate: sono aumentate le occasioni create (2,17 di media contro 1,33), i dribbling riusciti (3 contro 2,17), i duelli in generale (7,83 contro 6) e quelli vinti (4,50 contro 3,67), così come i palloni recuperati (3,83 contro 2,50). In soldoni, la capacità di essere imprescindibile: quello che Douglas Costa vuole diventare per la Vecchia Signora e il Brasile: in Nazionale non trova posto dallo scorso giugno e i Mondiali 2018 sono nel mirino. Che nella fredda Torino questo brasiliano atipico possa anche trovare la rampa di lancio verso la Russia?

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Si può passare in due settimane dagli applausi di buona parte dei calciofili italiani per l’orgoglio mostrato nel corso dello scialbo pareggio a reti bianche dell’Italia contro la Svezia, costata la partecipazione ai Mondiali 2018, con quel “Che mi fai entrare a fare? Metti un attaccante” rivolto all’ex ct azzurro Giampiero Ventura in piena partita, alla gogna mediatica per uno schiaffo in pieno volto rifilato a un avversario? La risposta è sì, se ti chiami Daniele De Rossi e la tua carriera è fatta di (tanti) onori e (pochi) momenti da dimenticare.

Vedo rosso

Schiaffone in faccia a un avversario a palla lontana, rigore ed espulsione. Il cartellino rosso incassato a Marassi, con conseguente calcio di rigore trasformato dal numero 10 del Genoa e due punti persi dalla formazione di Eusebio Di Francesco, è stata la quindicesima espulsione in carriera per De Rossi (in Serie A solo Ledesma e Paolo Cannavaro hanno fatto peggio): 12 di questi allontanamenti in partita sono arrivati con la maglia della Roma, due sono invece arrivati in Nazionale. A stupire, nel post-partita di Genoa-Roma 1-1, sono state però le modalità scelte da DDR per scusarsi:

L’episodio mi lascia dispiaciutissimo. Ci stavamo strattonando, poco da dire. Ho sbagliato e ho trovato quello che si è buttato: è andata così. Contro la Lazio, con Parolo e Bastos ce le eravamo date di santa ragione sui corner, sempre, ma non era accaduto niente. Chiedo scusa a mister, compagni e tifosi.

Un’ammissione di colpa netta, ma incrinata dal tentativo di individuare un colpevole: quel Gianluca Lapadula che si “è buttato”. Già, l’attaccante del Grifone è andato giù, vero, ma dopo aver incassato uno schiaffo. Lo stesso che molti tifosi della Roma hanno sentito in pieno volto nel vedere il loro capitano gettare al vento un successo che avrebbe rappresentato per i giallorossi la quattordicesima vittoria esterna consecutiva in Serie A. Salterà quindi le partite contro Spal e Chievo Verona, ma i numeri della carriera sono preoccupanti: il regista ha già accumulato 37 turni di stop per espulsioni o prove video. Quasi un intero campionato.

Da McBride a Lapadula, braccia alte e testa bassa

Della rassegna di colpi proibiti rifilati da De Rossi agli avversari di turno si potrebbe stilare una mini-classifica: a guidare l’elenco resta sempre il gomito alto su Brian McBride, attaccante degli USA, costato un profondo taglio all’altezza dello zigomo per l’americano e quattro turni di squalifica nei Mondiali 2006, chiusi con il ritorno in campo in finale e il calcio di rigore realizzato nella vittoria sulla Francia.

Altri casi in cui Daniele De Rossi ha visto rosso? Pugno a Srna dello Shaktar Donetsk in Champions League nel 2011, ceffone a Mauri nel derby d’andata della stagione 2011/2012, entrata a forbice su Chiellini in Juventus-Roma e il gancio in pieno mento a Icardi nell’annata 2013/2014. Fino all’espulsione che forse ha fatto più male in giallorosso: match di ritorno dei preliminari di accesso alla Champions League 2016/2017, piede a martello su Maxi Pereira in occasione di Roma-Porto con espulsione diretta e rovinosa eliminazione dei giallorossi. Daniele, però, si è sempre rialzato: testa bassa per ricevere il perdono della sua gente e prestazioni gagliarde in campo.

Dal Genoa a Genova

Eppure proprio contro il Genoa, nell’ultima domenica di maggio 2017, Daniele De Rossi aveva vissuto una delle domeniche più esaltanti ed emozionanti degli ultimi tempi in giallorosso: vittoria al fotofinish, accesso diretto ai gironi della Champions League in corso e rete. Il tutto nel giorno dell’addio al calcio di Francesco Totti.

Francesco e Daniele: due volti della stessa medaglia, la Capitale, uniti dalla carriera con una sola maglia sul petto, dall’amore viscerale per la Roma e dalla capacità di dimenticare in fretta gli errori. Così, al momento dell’avvicendamento nel ruolo di capitano giallorosso e del passaggio da “Capitan Futuro” a “Capitan Presente”, da De Rossi ci si attendeva una definitiva maturazione, a 34 anni compiuti.  Mai più colpi di testa. Purtroppo l’agonismo, la sua caratteristica maggiore che spesso e volentieri si è rivelata un pregio, lo ha tradito a Genova.

Che futuro?

Anche Eusebio Di Francesco, il suo allenatore, gli ha spiegato che non è più un ragazzino e che è il capitano della Roma. Tecnologia Var o no, il cartellino rosso è stata una costante negativa in una carriera di livello comunque molto elevato per uno degli interpreti più moderni nel ruolo di “volante”. Il gladiatore di Ostia avrebbe avuto tutti i numeri per diventare il più forte centrocampista difensivo del mondo,  ma nonostante 117 presenze in Nazionale e 574 caps con la Roma (è il calciatore giallorosso che conta più presenze e gol in nazionale) la sensazione è rimasta quella di un potenziale non sfruttato al 100%.

Il suo contratto con la Roma scadrà nel 2019 e forse sarà allora che De Rossi, dopo l’addio alla Nazionale, potrebbe lasciare il calcio, almeno quello italiano: ormai a fine carriera, è difficile pensare che il suo carattere possa cambiare. Più facile pensare, almeno dopo il “rosso” di Marassi, che a cambiare sia l’idea di calcio del numero 16: i gesti vigliacchi, che speravi potessero sfuggire all’arbitro, non sono più ammessi. Questo Daniele lo ha imparato sulla sua pelle.

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Può una squadra che annovera in rosa Cristiano Ronaldo e Karim Benzema avere da ridire sul rendimento del proprio attacco? La risposta è affermativa, se si parla di quel covo di campioni e trofei come il Real Madrid allenato da Zinedine Zidane. Ancor più paradossale il fatto che a salire sul banco degli imputati siano due calciatori che insieme totalizzano con i blancos 600 reti: 416 per l’attaccante portoghese, 184 per il 29enne francese, che condividono l’area di rigore dal 2009 e in coppia hanno sollevato 2 Liga (2012 e 2017), due Coppe del Re (2011 e 2014), due Supercoppe spagnole (2012, 2017), 3 Champions League (2014, 2016 e 2017), 3 Supercoppe UEFA (2014, 2016 e 2017) e 2 Mondiali per club (2014 e 2016).

Corrente alternata

A stupire è il rendimento diametralmente opposto che i due attaccanti hanno messo in luce nei primi tre mesi di stagione. Tra Champions League e Liga vengono fuori due volti dello stesso calciatore. Una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde in salsa madrilena: già, perché se nel massimo campionato spagnolo Benzema e CR7 hanno accumulato la miseria di due centri -uno a testa- giocando complessivamente 16 partite, equamente suddivise, mentre durante la settimana in Coppa hanno messo in luce la loro versione più brillante. Otto reti per Cristiano, due per Karim, che anche a Cipro contro l’Apoel Nicosia hanno concesso il personale bis, mettendo le proprie firme sul secco 6-0 che ha consegnato al Real Madrid il secondo posto nel girone. Come se la musichetta di Champions gli ricordasse i campioni che sono, sono stati e saranno.

Pancia piena vs Operazione remuntada

Certo, non può esserci solo la condizione psicologica a spiegare questa differenza di rendimento: bisogna anche tenere conto del fatto che il fuoriclasse portoghese ha dovuto saltare le prime quattro di Liga a causa della squalifica e Benzema altrettante giornate per un infortunio alla coscia. Un avvio ad handicap che ha avuto un peso specifico elevato sulla classifica del Real, ora distante ben 10 (!) punti dalla vetta occupata dal Barcellona e chiamato a rincorrere, con all’attivo soltanto 22 reti, 12 in meno rispetto alla passata stagione. Una crisi di gol che si acuisce se paragonata alle principali coppie d’attacco del calcio europeo: Cavani e Neymar del PSG sono già a 22 gol, Fekir e Mariano del Lione a 20, Messi e Suarez a 17, Lewandowski e Muller del Bayern Monaco a 14.

Lo scorso anno, di questi tempi, CR7 e Benzema erano già a quota 12: otto per il portoghese, quattro per il francese. Oggi la vetta si è ribaltata: guardando alle 98 squadre dei 5 maggiori campionati europei (Liga, Premier, Bundesliga, Serie A e Ligue 1), i due occupano l’ultimo gradino della classifica insieme a coppie come Iemmello-Armenteros (2 gol con il Benevento) e Depoitre-Kachunga (2 gol con l’Huddersfield).  Basta questo per capire che qualcosa non va.

AAA, cercasi BBC

Sindrome da pancia piena dopo aver riportato alla Casa Blanca la storica accoppiata Liga-Champions nello scorso giugno o semplice congiuntura negativa dopo anni di successi? Agli interrogativi sul presente e sul futuro della coppia d’attacco di Zinedine Zidane vanno sommate le precarie condizioni di Gareth Bale, freccia praticamente mai a disposizione dell’arco di ZZ in stagione.  Il numero 11 gallese non scende in campo con le Merengues dal 26 settembre in Champions League contro il Dortmund e complice una rottura fibrillare dell’adduttore della gamba sinistra accusata con il Galles, starà fermo fino a fine anno. Una costante, nel quadriennio madrileno: 8 stop fra il 2013 e il 2015, 11 dopo, quasi sempre per problemi muscolari, con il 36% dei match a disposizione vissuti in infermeria. Un’assenza che sta pesando sul rendimento dei compagni di reparto, abituati a viaggiare negli spazi aperti da Bale e firmare reti sugli assist dell’ex Tottenham.

Per fortuna c’è Isco

Paradosso dei paradossi, più di qualcuno in Spagna ha “addebitato” le polveri bagnate di CR7 e Benzema alla presenza in campo di…Isco. Già, la stella emergente del calcio spagnolo e del Real Madrid, che a 25 anni sta vivendo la piena consacrazione su scala europea. Ci ha messo un po’ di tempo il malagueño, ma finalmente è riuscito a diventare imprescindibile per le Merengues. Se con Benzema l’ipotesi “oscuramento” può reggere, con Cristiano Ronaldo non sta in piedi. Per personalità, curriculum e attitudine alla concorrenza, in campo e sulle copertine. Anzi, qualità chiama qualità: o almeno, dovrebbe. Quindi, ben vengano Isco e i suoi fratelli. La statistica, invece, è dolente per Cristiano e Karim: dopo aver stabilito il record di gol della storia del Real Madrid nelle prime 12 giornate di Liga (27 gol nella stagione 2014-15) , ora hanno toccato quello negativo. E a rialzarsi possono essere solo loro. Come? A suon di gol, la compagnia di una vita.

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Cristian Zapata e Fabio Quagliarella come Gianluca Vialli e Roberto Mancini. Non prendeteci per folli, lo dicono i numeri. Non per i singoli, ma per la squadra che rappresentano. Già, perché le statistiche della Sampdoria edizione 2017/2018 sono in linea con quella che all’alba degli anni ’90 faceva sognare il calcio italiano, capace di tanto in tanto di regalare favole fatte di scalate ai vertici da parte di novelli Davide al cospetto dei Golia del dio pallone.

Il fattore Marassi

Con una partita ancora da recuperare, quella del terzo turno contro la Roma, la Sampdoria può già farsi forte di un record. Cinque vittorie consecutive a Marassi, davanti al pubblico amico. Così bene i blucerchiati non avevano reso neppure 27 anni fa, nella stagione dell’unico scudetto: all’epoca gli scalpi furono eccellenti, con i nomi di Fiorentina, Parma, Juventus, Milan e Napoli che uscivano sconfitti dallo stadio di Genova. Quest’anno le vittorie sono arrivate contro Benevento, Milan, Atalanta, Crotone e Chievo: poco cambia nei risultati, con il sesto posto e 23 punti in cascina, un portfolio in grado di proiettare oggi la Samp in piena zona Europa League. Dove i ragazzi allenati da Marco Giampaolo hanno ampiamente dimostrato di poter stare. Adrenalina alla quale va sommata quella post-derby: due settimane fa, con il 2-0 rifilato al Genoa, è arrivata una vittoria storica. Ora sono tre su tre. Marco Giampaolo e la sua Sampdoria stanno incidendo a caldo il proprio nome nella stele dei derby della Lanterna. Tanti risultati utili così di fila non si vedevano dai tempi di Novellino (ma allora era cadetteria). Per trovare un tris in Serie A si deve ritorna ai primi anni 50, al 1953.

Mezze misure mai

Questa partita lascia emozioni addosso indescrivibili, poi se lo vinci dormi sereno. La mia soddisfazione è di aver creato un gruppo che vuole far bene. Questa squadra la sento mia

Le riflessioni successive al Derby della Lanterna a firma di Marco Giampaolo sono quelle di un allenatore che non conosce affatto mezze misure: o sul punto di abbandonare i vertici del calcio italiano o in copertina. È successo ad Ascoli, a Cagliari, a Empoli e ora nella Genova blucerchiata. Da uomo di mare, fatalista, si muove dove c’è un progetto. E a Genova ha trovato la sua dimensione, quasi metafisica. A 50 anni, vive il calcio come lavoro, allenamento, ricerca, studio. I tempi in cui a Brescia non dava notizie di sé per giorni sono lontani, quasi cancellati: oggi Giampaolo ha costruito una Sampdoria che gioca un calcio piacevole, arioso, attacca con almeno 6 calciatori e si permette un trequartista (Praet) sulla linea di centrocampo, uno tra Ramirez e Alvarez e due attaccanti. Se la Samp è un laboratorio, lui è l’artigiano. Di una mini-bottega di lusso: quest’estate il club ha chiuso il mercato con un attivo di 42 milioni tra acquisti e cessioni, quinto miglior dato d’Europa.

Il penta-partito doriano

Nell’estate della cessione più redditizia (Schick alla Roma) e dell’acquisto più costoso (Zapata dal Napoli) della storia blucerchiata si sono mossi in cinque: il presidente Ferrero, il direttore sportivo Osti, il responsabile dell’area tecnica Pradè, il direttore sportivo del settore giovanile Pecini. E ovviamente l’avvocato Antonio Romei, da collaboratore molto stretto di Ferrero a uomo dei conti, del bilancio, delle trattative. Un mercato da record con diversi padri. Nel quale già si intravede la prossima stella: risponde al nome di Lucas Torreira, centrocampista classe 1996 che ha preso le redini della mediana nell’estate 2016 e non le ha più mollate. Torreira è stato uno dei nomi caldi del primo mese di voci di mercato dopo la chiusura del mercato vero. È già stato accostato a Roma, Inter, Siviglia e Atletico Madrid.  La curiosità? È il calciatore che nella Serie A in corso ha subito il maggior numero di falli: attestazione di “stima” da parte degli avversari, che ben conoscono l’importanza della fonte di gioco della Sampdoria. Sulla stella del futuro doriano, però, dalle parti di Bogliasco non hanno dubbi: tutti indicano David Kownacki, attaccante polacco. Vent’anni, ancora poco inserito negli schemi ma potenzialmente fortissimo. “Nel medio periodo esploderà” giurano gli addetti ai lavori.

Arriva la Vecchia Signora

L’umore è buono, la gioia per il derby vinto è ancora fresca. Il calendario ora propone un’altra sfida di lusso: domenica a Marassi arriverà infatti la Juventus. C’è una classifica che profuma d’Europa da mantenere. L’obiettivo finale è quella che un tempo si definiva la “parte sinistra della classifica…”. La forza principale della Samp edizione 2017/2018 resta la cultura del lavoro, matrice di un’identità di gioco ben precisa. È un buon punto di partenza. La banda di Giampaolo suona il rock, come quella di Boskov che nell’annata 1990/91 fece lo scherzetto alla Vecchia Signora del calcio italiano. Altri tempi, vero: oggi i rapporti di forza sono mutati, ma Genova “per gli altri”, quando si parla blucerchiato, è diventata un fortino.  Guardi il gruppo blucerchiato e sembra quasi di sentirlo, quel genovese doc di Ivano Fossati con la sua musica: “Oh, non svegliatevi, oh, non ancora”.

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Neanche Simone sa se è destro o sinistro.

Parole di Verdi Sr, padre di Simone, centrocampista offensivo nato a Broni, provincia di Pavia, il 12 luglio 1992. Veste la maglia del Bologna e sabato pomeriggio, nel ko per 2-3 dei felsinei al Dall’Ara contro il Crotone, ha stabilito un piccolo, grande record: due reti messe a segno su calcio di punizione nella stessa partita. “Nulla di nuovo” si potrebbe obiettare: il dato è già stato registrato da Dirceu, Platini, Zola, Recoba, Lodi e Paulinho. Per tacere di Mihajlović, autore di una tripletta su calcio piazzato nella stagione 1998/1999 in Lazio-Sampdoria 5-2. No, la vera differenza è nei piedi: intesi non (solo) come qualità, ma anche e soprattutto come quantità. Un gol di destro e uno di sinistro, su punizione: mai nessuno in Serie A aveva messo a referto una doppietta così “particolare”. Non stupisce che sia successo a Verdi, uno che in carriera non segna tanto (18 reti sin qui), ma difficilmente fa gol brutti: storia di un falso ‘9’ con la sagoma da esterno di fascia, baricentro basso e scattante. Il voto alle marcature? 10 e lode, per bellezza.

Solo gol belli, citofonare Verdi

Calcio dell’1-0 di sinistro lasciando immobile Cordaz, poi il temporaneo 2-1 di destro con una punizione simile: simmetrie perfette. Scorrendo gli almanacchi, si scopre che l’impresa di mettere a segno reti su punizione calciando con entrambi i piedi era già riuscita a Hernanes: stagione 2014/2015, maglia dell’Inter sulle spalle e doppio centro, ma contro Atalanta e Lazio. Due incontri differenti, non due gemme racchiuse in 90 minuti come riuscito a Verdi. Che qualche indizio delle sue capacità da ambidestro lo ha sempre offerto. Basti guardare al modo di battere i calci d’angolo, sempre toccando le due opzioni.  Busto in avanti, caviglia e ginocchia bloccate, anca che “balla” in linea con il piede appena dopo la conclusione in porta. Ricorda Sneijder, senza scomodare un totem come Paolo Maldini, destro naturale che gran parte della sua strepitosa carriera l’ha vissuta a sinistra. Angelo Antenucci, allenatore che punta molto sulla tecnica e che al Bologna fu il vice di Mihajlovic, ha raccontato a Repubblica:

Verdi è sempre equilibrato sulle due gambe, appoggia sempre sulla bisettrice della palla, blocca perfettamente anca, ginocchia e caviglia. Insomma, meccanicamente è perfetto.

Altri 3 punti! Grandissima vittoria. #weareone @bfc1909_official

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L’Azzurro nel mirino

Curioso che la doppia marcatura contro il Crotone sia arrivata nelle ore in cui il ct Giampiero Ventura lo escludeva dalla lista dei 27 convocati dell’Italia per il decisivo spareggio-playoff contro la Russia. Non certo una bocciatura, viste le due presenze da titolare collezionate in Azzurro nel 2017, ma di certo una frenata nel percorso di fiducia instaurato con il commissario tecnico. Quasi una metafora della carriera di Verdi: talento purissimo nelle giovanili del Milan -dove lo chiamavano Magic Box- devastante in B a Empoli nella stagione della promozione, 2013/2014, con 40 presenze e 5 reti sotto la guida di un maestro di calcio come Maurizio Sarri, prima di scivolare in direzione Liga: impalpabile o quasi con l’Eibar, sei mesi per capire che il ritorno in Italia si rendeva necessario.

A Carpi Castori lo ha rimesso sulla retta via, l’Emilia. Nel 2016 la chiamata del Bologna: un milione e mezzo di euro nelle casse del Milan e trasferimento in fresco. Un po’ esterno, un po’ trequartista, sulle spalle ha il numero 9: mix ideale per raccontare il faro di Donadoni, uno che di estro se ne intende. Al Dall’Ara, Verdi ha trovato la giusta dimensione per far esplodere il suo talento. D’altronde, l’elenco dei predecessori rigenerati dalle due Torri era fitto: da Giuseppe Signori a Roberto Baggio, fino a Marco Di Vaio, in grado di ritrovare in tempi diversi la propria identità calcistica a Bologna. Lui ci ha messo la cultura del lavoro, spendendo tanto tempo sul campo e poco sui social, dove limita le “incursioni” a qualche scatto con la sua fidanzata e gli amici. Proprio con alcuni di loro si è formata quella che dalle parti di Bologna chiamano la “balotta”, di cui fanno parte Adam Masina e Federico Di Francesco, ragazzi che anche per età sono tra i più vicini a Simone.

Dalle due Torri al San Paolo?

E ora? Bella domanda. Con 25 anni sulla carta d’identità, per Verdi sembra essere davvero arrivata l’ora della definitiva consacrazione. Quello che salta immediatamente all’occhio vedendolo giocare è la sua innata capacità di trattare il pallone con entrambi i piedi. Come…Dries Mertens, tanto per citare un altro “piccoletto terribile” della nostra Serie A. Accostamento non casuale, tanto è vero che radiomercato da qualche tempo affianca il numero 9 del Bologna al Napoli, dove Sarri lo tiene sempre d’occhio. E si sa quanto all’allenatore toscano piacciano i brevilinei che sanno trattare la palla e calciare all’improvviso. La sensazione, con un contratto in scadenza nel 2021, è che il ds partenopeo Giuntoli possa provarci con decisione nell’estate 2018. In questi mesi, però, Verdi sarà chiamato a migliorare lo score attuale (13 presenze, tre reti e un assist) per meritarsi l’azzurro. Da intendersi come Italia. Certo, segnando con entrambi i piedi sarà ancora più semplice.

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Dica 55. Non 33, perchè quelle (come presenze) le ha superate da un tempo. Nel calcio del turnover, delle rose ampie e delle rotazioni talvolta tanto programmate quanto stucchevoli per calciatori e addetti ai lavori, c’è un calciatore che entra in campo dal 1′ senza alcuna pausa da poco più di un anno. Il suo nome? Lorenzo Insigne, numero 24 del Napoli.

L’ultima panchina? A Crotone

23 ottobre 2016, Crotone-Napoli. Nell’1-2 dello “Scida”, siglato da Callejon e Maksimovic, Lorenzo il Magnifico -come dalle parti del San Paolo chiamano il loro “scugnizzo”- ha conosciuto di fatto per l’ultima volta il sapore della panchina.  In campo ci andò il tridente formato da Callejon, Gabbiadini e Mertens. L’attaccante centrale, oggi al Southampton, si fece espellere nel corso del primo tempo e obbligò il tecnico a tenere in panchina Insigne per il resto della gara. Da quel giorno, Maurizio Sarri non lo ha più “voluto” al suo fianco. Certo, non per mancanza di stima. Anzi: di Insigne l’allenatore toscano non sa proprio fare a meno. Regista laterale della squadra, assist-man (sei solo in questa stagione tra Serie A e Champions League, alla pari delle reti realizzate) e autentico equilibratore nel 4-3-3 partenopeo: ala sinistra solo sulla carta, libero di duettare e inventare nel tridente completato da altri due brevilinei come Mertens e Callejon. Sulle spalle il numero 24, nei piedi qualità sopraffine da 10: quelle cifre che a Napoli fanno rima con un solo nome: Diego Armando Maradona.

Maradona nel destino: il genero gli “rovina” la festa

Nella platea europea, quella della definitiva consacrazione per un calciatore, Insigne ieri sera ha risposto presente: nella prima mezz’ora di gioco, quella che ha “massacrato” il Manchester City (parola di Pep Guardiola), Lorenzino ha aperto la partita con un gol fantastico, di quelli che suonano come un riscatto per i tanti sacrifici fatti in campo, e ha suonato la carica nella ripresa, cogliendo una traversa dalla distanza che avrebbe potuto cambiare l’inerzia del match. Il calcio, però, è materia strana, quasi stramba: e il destino presenta il suo conto. Così, a punire il Napoli e rendere complicati i piani di qualificazione alla fase a eliminazione diretta di Champions League ci ha pensato il genero di Maradona: “El Kun” Aguero, autore del 2-3 che ha spianato le porte al poker dei Citizens. E Insigne? Iper, super, ultra Magnifico ieri sera. Ma con un pugno di mosche in tasca, come ammesso dal diretto protagonista:

“Credo sia un risultato ingiusto per la prova che abbiamo disputato. C’è rammarico per la prova disputato, abbiamo messo sotto per lunghi tratti la squadra più forte d’Europa”

Riposo, questo sconosciuto

55 presenze consecutive tra campionato e coppe, tutte dal primo minuto (di cui 34 per tutti e novanta i minuti e 21 volte sostituito, spesso nei minuti finali), 26 reti, 15 assist. Negli ultimi anni meglio di lui ha fatto soltanto il difensore del Sassuolo Acerbi. La capacità di incidere di Insigne nel gioco del Napoli è pazzesca: negli ultimi 365 giorni dei partenopei, c’è il suo piede in un terzo delle azioni vincenti. Merito di una condizione fisica messa a puntino dello staff tecnico e medico del Napoli, ma anche una necessità –l’impiego ostinato di Lorenzo- dettata dalla sfortuna, che per due volte ha messo fuori causa Milik, lasciando il Napoli a secco di alternative per il cuore dell’attacco, dove Mertens è padrone unico della maglia. A Giaccherini e Ounas il numero 24 lascia briciole, scampoli di partita.  Briciole, come quelle che restano a tavola. La sana alimentazione è nel cuore dei segreti del “Magnifico”: niente bibite, niente dolci, niente cibi grassi e niente alcolici. In una parola, sacrifici: l’unica ricetta valida verso la vetta.

2018 di consacrazione

In attesa di capire se Sarri gli concederà un turno di riposo con la maglia del Napoli (difficile per un calciatore che sin qui in stagione è rimasto fuori soltanto per 88 minuti, neanche una partita intera), nell’immediato orizzonte di Insigne c’è la nazionale. Lo spareggio contro la Svezia, in calendario tra meno di due settimane, imporrà uno step di crescita all’intero gruppo guidato dal Ct Ventura. Per Lorenzo, sin qui autore di 3 reti in 20 presenze, l’occasione di confermare la definitiva consacrazione. Lasciando il segno, verso un 2018 decisivo per sè e per le maglie azzurre che indossa. Sempre in campo. Da buon Insostituibile doc.