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Il Re non è più Ibra. Con il gol numero 157, messo a segno contro il Montpellier, Edinson Cavani supera lo svedese nella classifica dei marcatori del PSG, diventando il giocatore più prolifico nella storia del club francese. La rete l’ha messa a segno col piede meno raffinato, il sinistro, con un tocco a deviare il cross di Rabiot. Un gol semplice ed efficace. Cercato e ottenuto, ma soprattutto storico.

157 reti in 229 partite, un bottino incredibile per qualunque attaccante e ancor più per l’uruguaiano, che ha solo 31 anni. Una media impressionante di uno ogni 1,4 partite (anche se Ibra, prima di lui, le sue 156 reti le ha segnate in 180 gare).

Cavani al PSG è arrivato nel 2013, dal Napoli, per 64 milioni. Nella stagione d’esordio mise a segno 25 gol, poi 31, 25, 49 e (per ora) 27. Numeri stratosferici, per uno degli attaccanti più forti in circolazione. El Matador è un elemento completo, bravo nel gioco aereo e nelle finalizzazioni, ottimo realizzatore e bravo anche nei calci piazzati. Averlo in rosa è una fortuna e il Napoli ne sa qualcosa.

In questi anni è stato spesso oggetto di voci di mercato che lo hanno accostato anche alle italiane Milan, Inter e Juventus, ma è difficile credere ad un trasferimento proprio ora che sta vivendo un periodo d’oro in Francia. In ogni caso, anche se in estate dovesse partire e chiudere il suo ciclo al PSG, siamo a metà stagione e ha tutto il tempo per sigillare il suo record allungandolo ulteriormente.

Tutto questo, però, Neymar permettendo. Sì, perché oltre che delle prodezze dell’uruguaiano, in questo campionato i giornali sono stati pieni di “pettegolezzi” sul rapporto tra i due attaccanti. Una lotta continua fatta di tensioni, scaramucce e dispetti. Ultimo, in ordine di tempo, il rigore negato dal brasiliano a Cavani nella sfida di Ligue 1 vinta dal club parigino per ben 8 reti a 0 contro il Digione, rigore che se Cavani avesse segnato gli sarebbe valso il superamento del record poi infranto con il Montpellier.

In qualunque modo proseguirà la stagione, per Cavani è già indimenticabile. D’altronde, l’uruguaiano era un predestinato di cui la Serie A ha goduto per anni. Ora è il turno del PSG, con buona pace di Neymar, che deve dividere con lui la copertina.

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Tutti si aspettavano molto da me, ma all’inizio non sono riuscito a esprimermi come volevo, anche per un infortunio. Da quando c’è Gattuso sono più motivato, mi ha spiegato che i miei problemi non erano nei piedi ma nella testa, mi ha detto di rilassarmi e mi ha motivato

Parole e musica di Hakan Calhanoglu, numero 10 del Milan approdato a San Siro con le stimmate di potenziale leader tecnico -pagato 22 milioni di euro più 5 di bonus- passato per un’estate di promesse, un autunno da bocciato e rinato in inverno. Dall’approdo di Rino Gattuso sulla panchina del Milan, la vita dell’ex calciatore del Bayer Leverkusen: o meglio, la sua avventura con il Milan ha avuto finalmente il via. Dopo tre mesi di apprendistato, pagati a caro prezzo.

Seconda stella a sinistra, quello è il cammino

Già, perché la sensazione è che finalmente Hakan, viandante del rettangolo verde nel primo trimestre in rossonero, abbia finalmente trovato la propria mattonella in campo: chiedere per conferme a Parolo, Marusic e Bastos, fatti ammattire nell’ultimo turno di campionato contro la Lazio. Gattuso lo vuole vedere alto a sinistra, nel tridente: trequartista decentrato, quasi un’esigenza per bypassare il salto dalla Bundesliga alla Serie A. Dalle linee alte del calcio tedesco a quelle strette del calcio italiano, occorreva un cambio di prospettiva per valorizzare uno dei talenti più lucenti del panorama continentale fino a qualche anno fa.

Gattuso, da buon mediano di professione, sa bene quanto possano randellare i centrocampisti del calcio italiano. Così, a partire dalla trasferta di Firenze, ha chiesto ad Hakan di dirottare a sinistra le sue giocate. Da quella mattonella il turco può puntare l’uomo, scambiare con Bonaventura in triangoli ad alta qualità e cercare la conclusione in porta senza eccessive pressioni. D’altro canto, nelle sue corde c’è sempre stata la giocata risolutrice dell’azione, che fosse un gol o un assist. Le ultime tre stagioni in Germania avevano anche certificato una crescita esponenziale a livello europeo, concretizzata dai numeri: in tre anni al Bayer Leverkusen Calhanoglu aveva raccolto 115 presenze, 28 gol e 29 assist.

(Tre)quarti di nobiltà

Il nome Hakan significa nobile, di altissima gara; figlio esaltato.

Se “nomen omen” è un concetto valido anche dalle parti del Bosforo, la famiglia Calhanoglu è stata profetica quando si è trattato di dare un nome a questo talento nato nel 1994: trequartista alle spalle delle punte, così come mezzala in un 4-3-3, interno in un 4-4-2 o ancora fantasista e addirittura esterno in un 4-2-3-1. Classe e versatilità al tempo stesso: così era presentato Hakan al suo approdo in Italia. Nelle prime prestazioni, schierato da Montella come interno di centrocampo, però, il numero 10 era rimasto un’autentica incompiuta: poco dinamico per poter scalare come richiesto dall’allenatore, troppo lontano dalla porta per poter cercare la soluzione personale. Sette prove da titolare, quattro panchine e appena una rete – nel 4-1 esterno al Chievo – e due assist. Soprattutto, una qualità delle giocate che rasentavano livelli elementari. Il caso ha voluto che i (tre)quarti di nobiltà del turco di Mannheim dovessero incrociare la rabbia agonistica che è nel cuore di Rino Gattuso per poter tornare alla luce.

Da Ozil a Gattuso

Prima del suo approdo in Serie A, Hakan aveva inquadrato più volte il suo idolo in campo: Mesut Ozil, numero 11 dell’Arsenal con il quale Calhanoglu condivide anche una certa discontinuità di rendimento, palesata nelle sue stagioni in Germania. Per combattere questo limite, Gattuso ha voluto dosarne l’impiego all’alba della sua avventura: un quarto d’ora nella sconfitta contro l’Atalanta, mezz’ora abbondante con gol sul campo della Fiorentina e tre presenze senza essere mai sostituito nelle tre partite vinte contro Crotone, Cagliari e Lazio: una striscia che mancava da quasi un anno dalle parti della Milano rossonera. E non diteci che è un caso.

Se è vero che gli intermediari del giocatore hanno anche respinto la corte del Red Bull Lipsia nelle ultime ore del calciomercato invernale, è altrettanto visibile un post-it virtuale sull’armadietto di “Cala”, come alcuni compagni lo chiamano, a Milanello. Si legge “scusate il ritardo”, nel linguaggio internazionale del dio pallone. Il 2018, per lui e per il Milan, dovrà essere l’anno di una decisa sterzata. Crescendo insieme, anche nella precisione sotto porta: rivedere l’errore commesso nel secondo tempo della semifinale di Coppa Italia contro la Lazio per conferme. Via il fioretto, avanti di spada: per conquistare San Siro, Hakan sta imparando la ricetta.

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Con Napoli e Juventus ormai avviate verso il lungo sprint finale per la vittoria del campionato e la Lazio che si sta confermando una solida realtà (a parte la sconfitta di Milano, che sembra più un episodio sfortunato che un segnale di qualche problematica particolare), l’ultimo posto per raggiungere il paradiso Champions sembra essere l’unico davvero in bilico. A contenderselo ci sono l’Inter di Spalletti e la Roma di Di Francesco, due squadre che però nell’ultimo mese e mezzo hanno affrontato difficoltà difficilmente prevedibili dopo i primi mesi e che, a causa di risultati pessimi, rischiano di doversi preoccupare anche di squadre come Sampdoria e Milan (che nell’ultimo periodo, a differenza di nerazzurri e giallorossi, sono in ottima forma).

Per farsi un’idea basta osservare i numeri delle ultime 6 giornate di campionato, talmente negativi da non dare adito a possibili interpretazioni differenti: 4 punti per la squadra allenata dal tecnico di Certaldo, addirittura 3 quelli raggranellati dalla squadra della Capitale. Meno del Benevento, tanto per fare il nome della squadra attualmente ultima in classifica per distacco, con il solo Chievo ad aver fatto peggio (un pareggio e 5 sconfitte) e il Cagliari con gli stessi punti fatti dall’Inter. Non è un caso che le ultime vittorie collezionate da Inter e Roma siano arrivate, rispettivamente, proprio contro il Chievo e il Cagliari (tra l’altro con un gol molto contestato di Fazio all’ultimo secondo).

Due squadre che vivono un momento simile, con problematiche simili e alcune differenze. Le difese di entrambe sono quasi sempre difficili da battere e anche dopo gli ultimi risultati risultano tra le migliori del campionato, mentre gli attacchi attraversano un momento nero. Gli avanti nerazzurri hanno segnato solamente 4 reti (uno dei quali il clamoroso autogol di Vicari di domenica, senza il quale la partita con la Spal difficilmente si sarebbe sbloccata), gli stessi dei giallorossi.

L’Inter paga la vena smarrita da Perisic, l’inesistente contributo realizzativo di Candreva e l’isolamento di Icardi al centro, con un centrocampo che raramente riesce a contribuire in maniera significativa alla fase offensiva. Le alternative poi sono quasi inesistenti, a partire da un Eder sempre più messo da parte e dal giovane e acerbo Karamoh, talento interessante ma non ancora pronto.

All’ombra del Colosseo invece c’è un Edin Dzeko che sembra tornato (almeno per la media reti) quello del primo anno, con in più una valigia in mano già fatta e poi disfatta per il mancato accordo economico con il Chelsea. Insieme a lui l’incognita Schick, ancora alle prese con problemi fisici, e il contributo altalenante dei vari Perotti, El Shaarawy e Defrel. Anche Radja Nainggolan (sogno nerazzurro di mezza estate), che da trequartista d’assalto aveva raggiunto la doppia cifra, non riesce a incidere allo stesso modo spostato più dietro. Pensare poi che la fascia destra fino allo scorso anno era territorio di un certo Mohammed Salah non può che far aumentare i rimpianti per la cessione dell’egiziano, che a Liverpool si sta imponendo come uno dei migliori attaccanti al mondo.

A prescindere dai numeri, queste due squadre preoccupano per il loro modo di affrontare una partita. L’Inter di Spalletti sembra aver smarrito la convinzione ferrea nei propri mezzi che l’aveva contraddistinta fino a Novembre e che le aveva permesso di arrivare a essere prima in solitaria. Anche quando giocavano meno bene i nerazzurri riuscivano a trovare la via della vittoria, cosa che in questo momento non riesce più (neanche quando passano in vantaggio, come a Firenze o a Ferrara). Un calo che ricorda nefastamente quelli avuti nelle stagioni precedenti e che fa pensare a una debolezza mentale, prima che fisica o tecnica, una sorta di spinta intrinseca a mollare quando le cose iniziano ad andare male (e alcune dichiarazioni del tecnico avvalorano questa teoria).

La Roma invece, reduce da un girone di Champions passato alla grande e un inizio incoraggiante, dopo la sconfitta di Torino sembra essersi fermata. L’incredibile errore di Schick è stato una sorta di sliding door: se il ceco lo avesse segnato e i giallorossi fossero usciti indenni da Torino, forse staremmo parlando di un’altra situazione. Invece la sconfitta all’Allianz Stadium, l’ennesima contro i bianconeri, ha come svuotato la squadra.

Il mercato di gennaio, per entrambe, non è stato di certo scoppiettante. Almeno il calendario, in questo periodo, sembra voler dare una mano alle due squadre più in difficoltà della Serie A. L’Inter dovrà affrontare il Crotone di Zenga e il Bologna in casa (e con i calabresi molto probabilmente dovrà fare a meno di Icardi),  la Roma va a Verona e ospiterà in casa il Benevento. Tutte e quattro le prossime avversarie però attraversano un momento migliore e non saranno di certo disponibili a regalare punti.

Continuare questa specie di corsa del gambero e non riuscire a sbloccarsi significherebbe allargare la lotta al quarto posto anche a squadre che fino a poche giornate fa sembravano tagliate fuori, che ora sono lì pronte ad approfittare di ogni passo falso.

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Per la Roma non è un momento facile: senza vittorie dal 16 dicembre, con tre pareggi e tre sconfitte costate la discesa dal quarto al quinto posto, a -2 dall’Inter e a -5 dalla Lazio con cui pure aveva vinto il derby. Visto che Alisson Becker è costantemente fra i migliori in campo e che la difesa è la terza meno battuta del campionato il problema nei giallorossi va visto davanti: l’attacco segna poco, nonostante in estate Patrik Schick sia diventato l’acquisto più costoso della storia del club.

BOTTINO MAGRISSIMO

365 minuti, recuperi esclusi, sparsi in dieci partite di Serie A, di cui appena tre da titolare ma senza gol. Questo il rendimento di Patrik Schick fin qui, con l’aggiunta della rete in Coppa Italia nella sconfitta per 1-2 col Torino (dove ha giocato l’intera gara): poco, pochissimo per un giocatore che a fine agosto era stato definito il fiore all’occhiello della campagna romanista, strappato all’Inter dopo che la Juventus aveva rinunciato all’acquisto per i noti problemi al cuore ora superati.

Proprio quello stop in estate ha probabilmente condizionato la stagione dell’attaccante ceco classe 1996, che ha avuto diversi infortuni muscolari fra cui uno che lo sta tenendo fuori tuttora, una distrazione al terzo prossimale del muscolo retto femorale sinistro con quota di edema muscolo-fasciale. Un po’ troppi problemi (tornerà fra sette-dieci giorni) e un rendimento minimo per un giocatore pagato cinque milioni per il prestito più nove per l’obbligo di riscatto, otto di bonus e un minimo garantito di ulteriori venti che andrà alla Sampdoria entro l’1 febbraio 2020, sia in caso di trasferimento sia in caso di permanenza in giallorosso. Schick ha superato Gabriel Omar Batistuta, pagato settantasei miliardi di lire nell’estate del 2000, come acquisto più caro. A ora non ripagato.

Edin Džeko

AAA CERCASI GOL

Non può però essere Schick, che si sapeva potesse avere qualche stop fisico almeno nel primo periodo, la sola causa delle difficoltà realizzative della Roma. L’anno scorso i giallorossi hanno chiuso al secondo posto con ottantasette punti e novanta gol, quattro in meno del Napoli miglior attacco e ben tredici in più della Juventus campione. Dopo ventidue giornate, invece, la Roma ne ha fatti solo trentadue (media di 1.45, contro 2.37 della passata stagione e 2.00 della ventiduesima giornata del 2016-2017) ed è ottava in questa speciale classifica, con tre gare a secco e due mesi esatti dall’ultima con più di un gol segnato, il 3-1 alla SPAL dell’1 dicembre.

Questo è dovuto sia all’appannamento di Edin Džeko, che era partito fortissimo ma dopo la rete al Milan dell’1 ottobre si è fermato quasi del tutto (doppietta al Chelsea il 18 ottobre, poi appena tre in Serie A) e fino all’altro giorno sembrava sul punto di andare proprio ai Blues, sia ai gol mancanti di Radja Nainggolan (due), Kevin Strootman (uno), Grégoire Defrel (zero) e soprattutto Mohamed Salah, a ventisei al Liverpool in tutte le competizioni. Per andare in Champions League sarà necessario migliorare soprattutto questo dato.

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Scempio arbitrale. Caos. Errori. Var pasticcione. Date pure il nome che volete alla 22esima giornata di serie A, segnata da decisioni che hanno cambiato l’esito di diverse partite, facendo ora gioire ora disperarsi tifosi di vari colori. Tra sabato e domenica scorsi è successo davvero tutto. Come se i direttori di gara avessero deciso di concentrare incapacità e sfrontatezza eccessiva tutti insieme, a poche ore di distanza tra un fischio e l’altro. Danneggiando, aiutando, non vedendo, travisando.

Abbiamo gli arbitri più bravi al mondo? Forse. Non vedremo mai un Tagliavento sgambettare un giocatore come reazione. In compenso, abbiamo scoperto che si può segnare di gomito e che nessuno se ne accorge. L’arbitro, il guardalinee, tantomeno gli uomini al Var. E così, Cutrone eguaglia Maradona, aiutando il Milan a battere la Lazio che, per essere sinceri, è una delle squadre più danneggiate in questa stagione. Ok, il gomito noi ‘umani’ telespettatori lo vediamo solo al terzo replay e dopo 20 minuti, allo stadio non se ne accorge nessuno. Neanche i giocatori stessi. Ma nessuno di questi fa l’arbitro di mestiere.

Irrati, Rocchi, Di Liberatore: loro tre sono gli artefici del 2-1 del Milan alla Lazio. Anche loro tre, diciamo. Perché la squadra di Simone Inzaghi avrebbe avuto comunque la forza prima di pareggiare il gol irregolare di Cutrone, di subire (di testa) il 2-1 di Bonaventura e di non riuscire – pur con il miglior attacco del campionato – a recuperare nel secondo tempo.

Da Nord a Sud: questa volta lo Stivale non fa differenze di luoghi. A Crotone, il 2-1 dei calabresi contro il Cagliari, a tempo praticamente scaduto, è stato misteriosamente annullato con il Var per un fuorigioco fantasioso. Inesistente. Qui è stato Tagliavento a intervenire, andando a guardare il replay (ma che immagini avrà guardato?) e dicendo no alla rete-vittoria di Cordaz e compagni. Grave, gravissimo: allo ‘Scida’ si giocava per la salvezza. Punti pesanti, che potrebbero incidere a fine campionato.

Un po’ più su, a Napoli, nel pomeriggio di domenica era stato il Bologna a venire danneggiato. La capolista, sotto dopo pochi minuti, ha potuto infatti usufruire di un rigore molto generoso per una leggerissima spinta su Callejon all’ingresso in area di rigore (la spinta c’è, il Var non può nulla dunque, ma la terna avrebbe potuto eccome). Poco prima, Mazzoleni aveva giudicato involontario un braccio sospetto di Koulibaly su tiro di Palacio. Giustificabile non aver visto, grave errore non aver fatto ricorso al replay, nonostante le indicazioni fresche fresche di Rizzoli: “Vanno rivisti tutti i tocchi sospetti di mani in area”. Volontari e non volontari. Ordine che era arrivato dopo altri pasticci sulle deviazioni con il braccio di Mertens e Bernardeschi. Roberto Donadoni si è lasciato andare nel dopo partita: “Il fallo di Koulibaly lo fischiano solo dall’ottavo posto in classifica in su”. Sospetti, veleni, parole pesanti. Anche da Claudio Lotito, presidente della Lazio, a Nicchi: “Senza il Var, saremmo primi in classifica”.

Non dimentichiamo che il Var è sperimentale. Dicono tutti che indietro non si torna, ma intanto il campionato che doveva filare via bello e senza proteste, sta diventando peggio di un ingorgo sull’Autosole il 15 di agosto. Tutti suonano il clacson, la coda non si muove. E proprio quando entriamo nella fase più rovente del torneo.

Nell’anno dei Mondiali, anche se l’Italia non ci sarà, i nostri direttori di gara paiono non essere molto in forma. O forse anche per loro valgono i carichi di lavoro eccessivi per arrivare belli tirati in estate? Abbiamo citato i casi più eclatanti dell’ultimo weekend, ma non sono stati gli unici ad aver fatto storcere il naso a molti e ad aver fatto fischiare i tifosi sugli spalti.

Tagliavento è incappato in una di quelle giornata sbagliate, dall’inizio alla fine. Come si fosse presentato allo Scida in pigiama mentre tutti erano in smoking. Contatto in area tra Faragò e Nalini, lui fa come se niente fosse. Lo richiamano al Var, il rigore per i calabresi è netto. Viene dato. Poi è Pisacane che va in tackle su Ricci, ma prima colpisce il pallone: il fischietto ternano, senza esitazione, lascia il Cagliari in dieci, quando il fallo era da giallo. Anche in questo caso, discussione via auricolare, poi di nuovo replay. Ma Tagliavento non se la sente di tornare indietro e conferma l’espulsione. Sui titoli di coda, il vero e proprio harakiri. Punizione di Ricci, Ceccherini di testa regala tre punti d’oro al Crotone, il guardalinee Crispo alza la bandierina per segnalare il fuorigioco. Var, immagini nitide: Ceccherini è assolutamente in gioco, Budimir e Capuano non partecipano all’azione, ma il direttore di gara annulla.

Sulla rete di Cutrone, a San Siro, le uniche proteste arrivano per un possibile fuorigioco, che non c’è. Nessuno però si preoccupa di guardare con che parte del corpo l’attaccante del Milan spinga in rete il pallone. È chiedere troppo di guardare tutto in un’azione decisiva?

In Genoa-Udinese, serve il replay per dare il rosso a Samir che, inizialmente, si era preso solo il giallo. Pairetto l’arbitro. In Torino-Benevento, il 3-0 di Obi viene inizialmente annullato, poi il Var conferma che la posizione è regolare.

Nel sabato di A, c’erano state le due espulsioni in Chievo-Juventus, ma questa volta in pochi avevano puntato il dito contro i bianconeri e contro arbitri e Var. Decisioni sacrosante, stupidaggini dei due giocatori veronesi. Solo Sarri ha parlato dopo Napoli-Bologna, cercando di sviare l’attenzione dall’arbitraggio del San Paolo chiedendo di riguardare quella del Bentegodi. Come se le polemiche della domenica non bastassero.

Vi basta tutto ciò per parlare di scempio arbitrale? Diciamo una cosa, però: difficile parlare di complotto a favore di una o dell’altra. Più semplicemente, incapacità. Ma i nostri arbitri sono i migliori al mondo…

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Se non ci fossero loro! Parliamo di Crotone e Spal, che stanno animando la lotta per non retrocedere e che, probabilmente, lo faranno fino alla fine del campionato. Sono le protagoniste dell’altra Serie A, quella che lotta per non perdere la massima serie. Da una parte c’è il Crotone, che pare finalmente rigenerato da Walter Zenga e da un mercato che, per una piccola, si può dire ottimo. Dall’altra c’è la Spal, neopromossa che ha deciso di lasciare il timone a Leonardo Semplici e che nell’ultima partita a Udine ha rischiato di fare il colpaccio contro le Zebrette, la squadra più in forma del momento. Uscendo alla fine con un solo punto e qualche rimpianto. Anche in questo caso, il mercato di riparazione pare aver regalato nuove opzioni.

In classifica, se togliamo Benevento e Verona, sono proprio Crotone e Spal al momento a giocarsi l’unico posto a disposizione per non annegare in B. I calabresi hanno 18 punti, i ferraresi 16. Il Cagliari non è così lontano, a quota 20, così come il Genoa, a 21.

Ricci (in gol al suo ritorno a Crotone), Capuano e Benali sono stati subito mandati in campo da Zenga. E lo hanno ripagato con tre ottime prestazioni. Dopo la salvezza al cardiopalma dell’anno scorso, quest’anno in Calabria stanno facendo le cose molto meglio. Certo, non c’è più il mago Nicola, ma Zenga pare avere il carisma giusto per guidare i giocatori. E intanto ha dato le indicazioni ai dirigenti su dove intervenire. Il 3-0 di Verona, contro una diretta concorrente, dà entusiasmo (oltre che punti), ma il campionato è ancora molto lungo.

La Spal? Addirittura c’è chi consegna l’Oscar del mercato invernale ai ferraresi. Effettivamente, con l’arrivo di Kurtic, poche squadre di bassa classifica possono contare su questo centrocampo: l’ex atalantino, Viviani e Grassi. Niente male. Ma non è finita qui: in difesa ecco Boukary Dramè e Thiago Cionek, il mediano brasiliano Everton Luiz tutto da scoprire. A Udine, però, ha segnato uno dei soliti noti, ossia Floccari, su assist di Antenucci. Insomma, anche senza Borriello, la squadra di Semplici può dire la sua in questa seconda fase di torneo. Sperando che Gomis non faccia altre papere come al Friuli.

Crotone e Spal, rispetto al Verona – ci sarebbe pure il Benevento, ma è staccato – paiono al momento avere una marcia in più. In Veneto c’è aspra contestazione nei confronti di Pecchia, il mercato ha portato in dote Matos e Petkovic, ma non paiono bastare. Anche perché è partito Caceres, che aveva tenuto a galla i gialloblù nel girone di andata. Non solo: pure Bessa forse è ai saluti. Altra qualità che parte. E Pazzini? Incompreso, in panchina. Che farà? Se l’idea è mandare via Pecchia e tenere Pazzini, forse non è un’idea folle. Se invece sarà il Pazzo ad andarsene, servirà qualche arrivo di peso. Se invece l’attaccante farà le valigie proprio per l’arrivo di Petkovic e di Matos, beh, la situazione sarebbe abbastanza paradossale. Nessuno dei due nuovi vale Pazzini.

Come avrete capito, le polemiche al momento abitano ben lontane dalla Calabria e dall’Emilia. E a anche questo ha un suo peso. Pure il calendario non pare essere alleato degli scaligeri, attesi dalla difficile trasferta di Firenze. La Spal, invece, aspetta in casa l’Inter, mossa dall’entusiasmo di una città intera. Il Crotone ha la sfida salvezza in casa con il Cagliari. Insomma, il rischio per il Verona è allontanarsi ulteriormente dal terzultimo posto. Come dire che spallini e crotonesi sempre di più si guarderanno in cagnesco. Una sola delle due sopravviverà. L’esperienza dell’anno passato potrebbe premiare proprio i calabresi, che possono contare anche su un portiere di buon livello come Cordaz.

A Ferrara, forse, c’è meno da perdere. Dovesse esserci l’immediato ritorno in serie B, nessuno contesterebbe nulla a dirigenza e ad allenatore. Fin dall’estate, infatti, prendendo Borriello ma non solo, hanno provato a costruire una squadra da serie A. Basterà? Per ora, si lotta. E questo è già un risultato per chi, dopo il salto in massima serie, pronosticava tempi bui per una Spal lontana dai riflettori da troppo tempo. Invece, Crotone e Spal sono due che lottano. Dopo la sosta, ancora di più con il coltello tra i denti. Abbellite dal mercato, per niente impaurite. Con la leggerezza e l’entusiasmo che solo in provincia possono trovare rifugio. Semplici contro Zenga, Zenga contro Semplici. Non è tanto complicato provarci, vero?