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Federica Barbi

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È un gol dai mille e più significati quello siglato da Lorenzo Insigne sabato scorso contro la Roma. È il gol dell’1-0 che poi, effettivamente, ha deciso la partita. È il gol che consolida il primato in classifica, vista la sconfitta della Juventus contro la Lazio, ed è il centesimo gol nella sua carriera da calciatore professionista, il duecentesimo del Napoli targato Maurizio Sarri. Quella partenopea è una squadra non solo bella da vedere, ma pare abbia acquisito anche quel cinismo, quella capacità di soffrire e di portare il risultato a casa, tipica delle grandi squadre.

Se l’anno scorso si è accesa la brillantissima stella di Dries Mertens, che ha portato in alto la sua squadra, questa pare la stagione della consacrazione proprio di Insigne. Non solo gol, assist e giocate di fino, ma anche tanta corsa, ripiegamenti difensivi ed una leadership carismatica che sta crescendo partita dopo partita.

Prima, i detrattori del numero 24 azzurro lo accusavano di essere un giocatore anarchico, indisciplinato tatticamente, capace solo di attaccare l’area di rigore avversaria. Oggi invece la situazione pare essere cambiata, tanto che lo stesso giocatore è arrivato a sostenere che per mister Sarri sarebbe disposto anche a giocare da terzino. Parole che evidenziano la compattezza di un gruppo che sa di avere tutte le carte in regola per fare un campionato di altissimo livello e che si identifica totalmente nella sua guida tecnica.

Insigne-Napoli pare essere un binomio perfetto dove il talento del singolo viene esaltato da un impianto di gioco corale ormai ben collaudato. L’affiatamento di un gruppo che gioca a memoria è il vero asso nella manica di questa squadra che anche martedì in Champions League, dopo una prima mezz’ora da incubo, ha giocato alla pari col Manchester City di Guardiola.

Un Napoli che cresce e convince partita dopo partita ma che nel prossimo turno di campionato è chiamato all’ennesima sfida importante. Domani sera, infatti, al San Paolo arriverà la sorprendente Inter di Luciano Spalletti che, in caso di vittoria, centrerà la vetta della classifica proprio ai danni della squadra di De Laurentiis, che ovviamente venderà cara la pelle.

È di queste ore l’allarme sulle condizioni proprio di Insigne che è uscito malconcio dall’Etihad Stadium. Il talento di Frattamaggiore ha però già fatto sapere che farà di tutto per giocare questa partita importante, nella quale il Napoli ha bisogno di un giocatore che mai come adesso si sta imponendo come punto di riferimento della squadra.

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Quello di stasera a San Siro sarà il secondo derby di Milano interamente cinese. Sono ormai trascorsi i tempi in cui Berlusconi e Moratti conquistavano le pagine della vigilia e si scambiavano segni di cortesia al triplice fischio finale. Ora tutto ha gli occhi a mandorla e tutto ha il sapore di nuovo.

NUMERI E STATISTICHE

Milan e Inter si troveranno di fronte per la 289esima volta. Complessivamente il bilancio è a favore dei rossoneri, che guidano le statistiche con 111 vittorie, avanti anche nel computo dei gol: 449 contro i 420 dei nerazzurri.

Se guardiamo nello specifico, però, nelle gare di campionato è l’Inter ad avere i numeri dalla sua: 69 match vinti contro 62, con 57 pareggi. Nerazzurri avanti nelle sfide di Serie A anche per quanto riguarda il numero di gol: 269 contro 251.

Il Milan, invece, che ha sempre vantato un’impronta più europea, vince il confronto con i nerazzurri nelle altre competizioni: 9 vittorie su 23 in Coppa Italia, con 7 nerazzurre; 2 pareggi e 2 vittorie in Champions League. Nella competizione della Coppa dalle “grandi orecchie”, i pareggi sono avvenuti nella stagione 2002-2003, quella del successo del Milan a Manchester contro la Juventus; le vittorie, invece, della stagione 2004-2005, in cui il derby di ritorno fu vinto 3-0 a tavolino dai rossoneri per il famoso petardo lanciato dalla curva nerazzurra a Dida. Anche in quel caso il Milan arrivò in finale, ma perse ad Istanbul.

Per quanto riguarda i numeri dei singoli, invece, l’ex capitano del Milan, Paolo Maldini, è l’uomo derby con più presenze: 56. Al secondo e terzo posto, invece, due nerazzurri: Javier Zanetti, 47, e Giuseppe Bergomi, con 44.

Il miglior marcatore è Andriy Shevchenko: 14 le sue reti ai cugini; dopo di lui Meazza, Candiani e Cevenini.

CURIOSITÀ

Una statistica simpatica e attuale in tempi di Var è la seguente: negli ultimi 5 Inter-Milan di Serie A non sono stati assegnati rigori. L’ultima volta che nella stracittadina di Milano furono fischiati dei penalty in casa dei nerazzurri correva la stagione 2011-2012 e furono ben 3: due a favore del Biscione, uno per il Diavolo.
Il Milan non vince in trasferta dal 2010/2011: finì 1-0 con gol di Ibra.

L’ULTIMO INCONTRO

L’ultimo incontro tra le due squadre risale allo scorso 15 aprile: finì 2-2 con gol di Candreva, Icardi, Romagnoli e Zapata.

L’OTTAVA GIORNATA

Non è la prima volta che il derby viene disputato all’ottava giornata di campionato: è già successo in 6 occasioni e il bilancio parla di 3 vittorie interiste (1933-1934, 1953-1954, 1983-1984), 2 pareggi (1969-1970, 1995-1996) e 1 successo milanista (2001-2002).

COME ARRIVANO LE DUE SQUADRE

Entrambe le squadre hanno fame di vittorie, ed entrambe hanno necessità di vincere in questa fase del campionato. Soprattutto il Milan, che è già a 7 lunghezze dai cugini e in una fase piuttosto down. I rossoneri hanno molti giocatori non al top per problemi fisici: Musacchio ha avuto un affaticamento ma sta meglio, Antonelli ha un problema al polpaccio, Kalinic ha un fastidio all’adduttore. Nella formazione nerazzurra invece non ci sarà Brozovic per una lesione al soleo sinistro.

LE PROBABILI FORMAZIONI

INTER (4-2-3-1): Handanovic; D’Ambrosio, Skriniar, Miranda, Dalbert; Borja Valero, Vecino; Candreva, Joao Mario, Perisic; Icardi.

MILAN (3-5-2): Donnarumma; Musacchio, Bonucci, Romagnoli; Borini, Kessiè, Biglia, Bonaventura, Rodriguez; Suso, André Silva.

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L’ultima immagine che l’opinione pubblica ha di Simone Zaza è quella di quel rigore tragicomico, tirato in curva, all’ultimo Europeo contro la Germania, con annesso, goffissimo, “balletto” pre battuta. Non solo la sconfitta e l’eliminazione ma anche l’umiliazione. Il conseguente addio all’Italia dopo quell’episodio è sembrato quasi piovere dal cielo, una fuga liberatrice che ha portato ad una nuova sfida ed un nuovo club, il Valencia.

Eppure anche questa stagione non sembrava essersi presentata sotto una buona stella per Simone Zaza. Il gol all’esordio contro il Las Palmas aveva fatto ben sperare, poi è arrivato il digiuno nelle partite successive, fino all’esclusione nel sentitissimo derby contro il Levante. La partita successiva, contro il Malaga, è stata determinante per la svolta: per Zaza una grande tripletta.

Successivamente sono arrivati i gol contro Athletic Bilbao e Real Sociedad. Lo score momentaneo dunque è di 6 gol in 7 presenze, numeri grazie ai quali l’attaccante di Policoro ha già eguagliato le marcature totali dello scorso anno. Sembrano ormai lontani i tempi bui e l’attaccante ha trovato la sua dimensione e la giusta continuità nella squadra spagnola.

Queste ottime prestazioni, però, non hanno impressionato sufficientemente il commissario tecnico della nazionale, Giampiero Ventura, che ha preferito affidarsi ad altri attaccanti per la doppia sfida con Macedonia e Albania, valide per la qualificazione al prossimo mondiale in Russia. È il duro destino di chi lascia il bel paese per cercare fortuna calcistica altrove, ma la situazione dovrebbe poter cambiare qualora Zaza dovesse riuscire a confermarsi a questi livelli.

L’ex giocatore della Juventus non è il primo e non sarà l’ultimo atleta a lasciare la Serie A e raccogliere la sfida di una nuova avventura. Non eccessivamente fortunati ed apprezzati in patria capita spesso che, varcati i confini nazionali, questi giocatori si ritrovino dopo un momento di smarrimento. Forse in Italia c’è troppa pressione e si ha poca pazienza, situazione che richiede un’inversione di tendenza per riuscire a tutelare i nostri talenti e ad evitare che questi esplodano all’estero.

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Errare è umano, perserverare no. L’infortunio di Arek Milik non è che la conferma dell’insufficienza del mercato del Napoli, quasi assente all’appello della sessione estiva dei trasferimenti. Il polacco, nella gara con la Spal, ha subito una lesione al crociato del ginocchio destro, e dovrà restare lontano dai campi di gioco per 4-6 mesi. Massima solidarietà al giocatore, che si ritrova, per il secondo anno consecutivo e alla sua seconda stagione a Napoli, a dover affrontare un problema molto grave. L’operazione, effettuata ieri, è andata bene, ma questo purtroppo non influisce sul suo rientro che, a meno di miracoli, non avverrà prima di quanto detto poco sopra.

Al di là, quindi, del dispiacere per il 23enne, il Napoli ha un problema serio e urgente: trovare una soluzione o un’alternativa all’interno della rosa attuale. Lo scorso anno Sarri s’inventò Mertens falso nueve, ma è impensabile che il belga possa accollarsi tutte le gare (circa 20) previste da qui alla fine dell’anno solare, ossia quando poi aprirà il mercato invernale. Riuscirà, quindi, il tecnico azzurro, a realizzare un’altra magia? L’esperimento riuscitissimo col numero 14 ha permesso al Napoli di ritrovarsi in casa uno dei miglior bomber europei, ma la fortuna non è sempre così generosa.

Ecco perché, se lo scorso anno il Napoli ha fatto così bene senza Higuain e con un attacco numericamente povero, si doveva fare di tutto per evitare che ci si trovasse in emergenza anche quest’anno. Invece, De Laurentiis e la sua ciurma non hanno modificato la loro politica al risparmio, portando a casa il solo Ounas, ritenuto però (a ragione) incapace per ora di assumersi responsabilità di un certo tipo.

Quello di Milik è un film già visto, ed è proprio questo, ora, ad aumentare i crucci e i rimpianti dell’ambiente azzurro. Se proprio non ci si voleva sobbarcare investimenti ingenti, infatti, si poteva almeno evitare di cedere Pavoletti e/o Zapata, oppure prelevare subito Inglese anziché parcheggiarlo al Chievo fino a gennaio.

Sarri ha dribblato le polemiche e ha individuato in Callejon e Ounas le soluzioni a portata di mano, ma è palese che gli azzurri pagheranno la difficoltà di fare turnover. La speranza è ancora nel cilindro del tecnico: ne uscirà un’altra invenzione?

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Quella della Roma contro il Verona è stata una vittoria netta. Un 3-0 che non ha lasciato spazio a nessuna possibilità di replica. Mattatore della serata è stato Edin Dzeko che ha messo a segno una doppietta. Eppure, nonostante l’ottima prestazione dell’attaccante bosniaco, è stato un altro giocatore ad aggiudicarsi il titolo di migliore in campo. Alla prima da titolare, dopo 325 giorni di assenza, un gravissimo infortunio al ginocchio e due interventi chirurgici, Alessandro Florenzi è stato protagonista di una partita sontuosa condita da un assist, tantissima corsa e voglia di riprendersi la sua Roma. La naturale e scontata conclusione della serata è stata una grande dimostrazione d’affetto da parte di compagni e tifosi per celebrare quello che è stato a tutti gli effetti un ritorno da favola.

I numeri e le statistiche della gara sono dalla sua parte: ha recuperato e toccato più palloni di tutti, ha effettuato tanti cross e 3 tiri nello specchio della porta. Una prestazione importante che gli ha permesso di tornare padrone della fascia destra giallorossa. Nessuno come lui è capace di adattarsi a tutti i sistemi di gioco e ai vari moduli, per la gioia di mister Eusebio Di Francesco. Anche il ct della nazionale Ventura ha salutato con gioia il rientro dell’esterno romano che tornerà sicuramente utile anche per la causa azzurra.

Ma non sono solo i tecnici a sorridere per il ritorno di Alessandro. Lo farà anche quell’Edin Dzeko che ha sfruttato al meglio un suo cross per il gol del 2-0. Proprio qualche giorno fa, infatti, il centravanti della nazionale bosniaca aveva espresso scetticismo sulla possibilità di ripetere le reti dello scorso anno, che lo hanno reso capocannoniere della Serie A.

Questo, soprattutto per la partenza di Mohamed Salah, freccia egiziana, che con la sua capacità di corsa creava azioni da gol per se stesso e per i suoi compagni di reparto. E la sua mancanza è amplificata su quella fascia destra viste anche le difficoltà di Defrel e Schick.

Ma, se il buongiorno si vede dal mattino, Florenzi sembra essere ritornato lo splendido calciatore che abbiamo avuto modo di ammirare in queste ultime stagioni, così che anche Dzeko potrà sentirsi meno solo là davanti.

Decisivo in tutte le fasi del gioco, Florenzi può partire da terzino per arrivare a giocare come esterno o addirittura ala, rendendosi pericoloso anche in zona gol.

Il suo ritorno, ora, dopo un calvario durato mesi e tanta paura, rappresenta una seconda vita, da scrivere tutta con grinta, forza e speriamo tanta fortuna.

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Arrivato a Milano nel pieno della sua maturità calcistica, pagato ben 42 milioni di euro con ingaggio da super top player e fascia da capitano affidatagli direttamente dalla nuova società, Leonardo Bonucci è stato il colpo ad effetto del mercato del Milan.

Ex leader della difesa juventina, una delle più forti degli ultimi anni, Bonucci ha sempre espresso al meglio il suo potenziale con un sistema difensivo che prevede uno schieramento a 3, con due terzini molto bravi anche a spingere ma che in fase di non possesso si abbassano e trasformano la difesa a 5. Per moltissimo tempo così ha giocato la Juventus con Conte prima ed Allegri poi. “Protetto” da un forte centrocampo e da due compagni del calibro di Barzagli e Chiellini, Bonucci ha esaltato le sue doti che spiccano specialmente nell’impostazione dalle retrovie e nel lancio lungo. Verso la metà dello scorso anno mister Allegri ebbe l’intuizione ed il coraggio di cambiare modulo per far coesistere tutti i suoi uomini d’attacco. Fu così che la Juventus passò ad uno sfrontato ma efficace 4-2-3-1 nel quale Bonucci, e tutta la difesa, sembravano essere a loro agio.

Al Milan c’era il morale sottoterra a causa degli ultimi anni di gestione berlusconiana. La squadra era da rifondare e Fassone e Mirabelli hanno agito con convinzione sul mercato acquistando ben 11 giocatori. È chiaro che adesso i giocatori e l’allenatore debbano trovare la quadratura del cerchio, fissando automatismi ed intesa. La difesa è stato il reparto dove si è agito con maggior decisione. Dopo l’entusiasmo delle partite di qualificazione in Europa League e la prima in campionato a Crotone, la squadra ha mostrato la palese mancanza di affiatamento tra uomini e reparti. Già col Cagliari la difesa aveva sofferto in maniera inaspettata. La partita con la Lazio è stata un disastro sotto tutti i punti di vista. Gli uomini di Simone Inzaghi, ed in particolar modo Ciro Immobile, hanno fatto ammattire la retroguardia rossonera. Il peggiore è stato proprio Bonucci, il capitano, il leader, il difensore più esperto e navigato, sistematicamente saltato dagli attaccanti laziali.

Ora il problema è tutto di Montella. Sin dai primi giorni dell’approdo di Bonucci a Milanello si era parlato di un passaggio obbligato alla difesa a 3, perché il numero 19 rossonero, come detto, si esalta in quello schieramento specifico. Ma il mister non ha voluto alterare il suo credo e la natura di una squadra che l’anno scorso col 4-3-3 è arrivata in Europa ed ha vinto la Supercoppa Italiana a Doha. La disfatta in terra romana però ha dimostrato tutti i limiti della difesa del Milan e le voci di un passaggio a 3 dietro sono ritornate più insistenti che mai.

Sorge, a questo punto, spontanea una riflessione: è possibile che un giocatore che ha vinto 6 scudetti consecutivi e giocato 2 finali di Champions League in 3 anni, considerato da molti come uno dei difensori centrali più forti ed importanti del panorama calcistico attuale, vincoli il suo rendimento e le sue prestazioni migliori ad un unico assetto difensivo? Il campione non è colui che è sempre a disposizione della squadra a prescindere da moduli e tattiche? Non è forse lui l’elemento ideale per far crescere i giovani del reparto arretrato milanista, su tutti Romagnoli?

Starà al mister rossonero valutare i pro e i contro di un’innovazione così significativa, nella speranza che ad un cambio di modulo coincida anche un cambio di rendimento.