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Federica Barbi

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Dopo il grande mercato di questa estate, gli investimenti fatti e l’acquisto di giocatori del calibro di Bonucci, Biglia e Kalinic, nessuno, nemmeno il tifoso più pessimista, si sarebbe aspettato che a novembre la situazione del Milan sarebbe stata così grigia e che il grande entusiasmo di agosto avrebbe lasciato il posto ai dubbi ed allo scoramento odierni.

I numeri sono eloquenti e non lasciano spazio a nessun equivoco. I rossoneri sono settimi in classifica, a pari punti con Fiorentina e Bologna, con appena 21 gol segnati e ben 20 subiti. Il club di Yonghong Li in campionato non va in rete a San Siro dal 20 settembre, giorno di Milan-Spal. Ultimo marcatore casalingo è stato Frank Kessié, che ha archiviato la pratica contro la squadra ferrarese su calcio di rigore. La squadra vive un momento di confusione generale, ma sono gli attaccanti quelli che stanno rendendo molto al di sotto delle aspettative. Solo 6 gol segnati in tutto dalle punte in Serie A e nello specifico 4 gol Kalinic, 2 Cutrone e 0 André Silva.

Diverso è il discorso in Europa League dove un girone abbordabile ha permesso al Milan di qualificarsi primo per i sedicesimi di finale. Emblematico è il caso di André Silva, promettentissimo attaccante portoghese che in Europa tra preliminari e partite ufficiali è andato in rete 8 volte su 8 match giocati. Dopo la scoppiettante vittoria contro l’Austria Vienna era obbligatorio ripartire anche in campionato. Quella col Torino poteva e doveva essere la prima di un’ipotetica striscia di vittorie visto che, dopo aver incontrato tutte le big, la strada del Milan, almeno sulla carta, sembrava più agevole. È arrivato, invece, un pareggio senza reti contro la squadra dell’ex tecnico Sinisa Mihajlovic.

Nikola Kalinić Milan

Pareggio che non è passato inosservato. Il centravanti del Milan, Nikola Kalinic, dopo aver fallito due occasioni clamorose è stato sommerso dai fischi al momento della sostituzione. Fischi che sono piovuti abbondanti anche al triplice fischio. 20 punti in 14 giornate sono davvero pochi per una squadra che, per storia e blasone, ambisce a posizioni più importanti di classifica e che dopo anni difficili e il cambio di proprietà, sta tentando rilanciarsi già in questa stagione. Il campo ed i numeri però al momento non stanno dando ragione ai dirigenti milanisti che hanno dovuto sollevare dal suo incarico Vincenzo Montella, affidando la squadra alla bandiera Gennaro Gattuso, già allenatore della Primavera.

L’esordio di Ringhio, a Benevento, è stato purtroppo quasi tragico: primo pareggio regalato ai campani, con gol addirittura del portiere. La scossa, quindi, stenta ad arrivare. Ora c’è il Bologna, a San Siro, dove il Milan spera di rompere una maledizione in atto da 3 mesi.

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Appena qualche mese sembrava destinato a lasciare la Pinetina per rimpinguare le povere casse nerazzurre, “in debito” con il fair play finanziario e quindi assetate di guadagno. Poi Ausilio&Co. hanno racimolato una bella somma dalle cessioni dei vari Caprari, Banega, Miangue, Gravillon e Di Marco, così Ivan Perisic ha potuto disfare le valigie e restare a Milano.

RINASCITA

Quella di Perisic è una stagione incredibile. Una storia di rinascita, sua e di tutta l’Inter, che senza coppe e senza (quasi) più speranze si trova invece al primo posto con un sogno nuovo. E il croato è, insieme a Icardi e Spalletti, il principale fautore di questa prima, grandissima, fetta di stagione: 15 presenze e 7 reti per lui, insostituibile tuttofare. Non solo gol, né solo qualità, ma anche recuperi di sessanta metri, da una parte all’altra del campo, spesso anche in zone che non dovrebbero riguardarlo. Dribbling, movimenti senza palla, un’intelligenza tattica che apre spazi e produce giocate.

TRIPLETTA

Con il Chievo è arrivata la sua tripletta personale, figlia della sua dote più grande: la versatilità. Sì, perché il primo lo ha segnato col destro, prendendo una respinta di Sorrentino per piegargli le mani di potenza, mentre il secondo e il terzo li ha insaccati con due diagonali di sinistro. Questa sua dote lo rende uno degli elementi più preziosi del campionato italiano. È sempre il giocatore giusto al momento giusto.

DUTTILITÀ

E non si tratta solo di piede, ma di duttilità a 360°, visto che contro il Cagliari Spalletti gli ha fatto fare di tutto: trequartista, esterno, interno di centrocampo, e in ogni ruolo Perisic si è sentito pienamente a suo agio, calandosi nella parte e modificando se stesso a seconda delle necessità.

JUVENTUS

Il prossimo appuntamento è fissato per domani, nel Derby d’Italia. Le ultime 2 vittorie sulla Juventus portano la sua firma: la prima, in Coppa Italia, inutile perché poi l’Inter venne eliminata ai rigori; la seconda, poco più di un anno fa, in campionato, con la sua incornata che completò una clamorosa rimonta nello spazio di circa dodici minuti. Perisic è carico, fresco di tripletta. Quale migliore occasione della sfida con la Juve per confermare il suo straordinario momento di forma?

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Domenico Berardi è uno di quei casi che rientrano nei misteri e nelle altalene del calcio, ogni giorno diverso e mai uguale a se stesso. Potenzialmente a Berardi non manca nulla: giocate, assist, gol, visione di gioco, età. Tutto è dalla sua parte. Sembrava lo fosse anche il destino, da cui aveva preso in affitto un posticino dove far crescere il suo talento, perché quello è indubbiamente grande. Eppure le sue stagioni sono un’alternarsi di numeri importanti e di prestazioni anonime, tanto che ci si chiede: qual è il vero Berardi?

Quest’anno per lui un solo gol e diverse assenze, dovute a un infortunio al piede che lo ha costretto a saltare le gare contro Juventus e Cagliari. Poi il ritorno in campo col Bologna e l’inutile (per il Sassuolo) gol nella gara seguente contro la Lazio, persa per 6-1. Dopo, altri guai fisici, complici di un momento davvero difficile per l’attaccante. Il ragazzo ha certamente risentito anche della partenza di Di Francesco, suo mentore, che era riuscito a valorizzarlo gestendone anche i limiti caratteriali.

Ora Berardi in campo appare poco umile, gioca quasi con sufficienza, e questo amplifica in negativo il suo calo. Calo che è mostruoso, numeri alla mano: le sue marcature sono calate a picco dal 2013/14 ad oggi: prima 16, poi 15, quindi 7 e ad oggi 1.

Nell’ultima gara di campionato giocata a Benevento Berardi ha anche sbagliato un rigore, fallendo l’occasione di andare a segno e, magari, ricominciare. Ma cosa sta succedendo a un giocatore che era considerato un talento purissimo del nostro calcio, con al seguito una sfilza di pretendenti?

Sicuramente, come detto, l’assenza di Di Francesco pesa, visto che Bucchi non gli ha ancora trovato un ruolo, continuando ad alternarlo fra quello di seconda punta e quello di ala destra, che sarebbe poi la sua posizione naturale. Qualcos’altro, poi, andrebbe cambiato nella testa, visto che Berardi sembra aver perso un po’ di cattiveria sotto porta, necessaria per chiunque voglia fare la differenza.

Certo è che il suo caso è uno di quelli più ambigui e inspiegabili del calcio italiano odierno. Mezza Italia, e non solo, lo ha cercato ripetutamente, facendo a gara per accaparrarsi uno dei talenti più promettenti degli ultimi anni, e oggi invece Berardi è incapace di incidere e di confermarsi a quei livelli.

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Giornata movimentata quella in cui veniva staccato l’ultimo pass per la qualificazione al Mondiale di Russia 2018. I verdetti definitivi per alcuni sono stati sentenze amarissime (e gli italiani ne sanno qualcosa…), per altri sorprese dolcissime.

È questo il caso del Marocco che, battendo per 2-0 la Costa d’Avorio nello scontro diretto, ritorna a giocare la fase finale della Coppa del Mondo dopo ben 20 anni. Il match vedeva la squadra di Renard partire sfavorita sulla carta, meno preparata della compagine ivoriana che può contare su giocatori importanti come Gervinho, Kessie e Doumbia. Bastava un solo punto per il Marocco e invece ne sono arrivati ben 3 grazie ai gol di Dirar e del difensore della Juventus Mehdi Benatia, che hanno ribaltato tutti i pronostici della vigilia ed hanno mandato in estasi un’intera nazione, abbandonatasi a festeggiamenti frenetici per le strade di Rabat, Casablanca e Marrakech.

La qualificazione è arrivata grazie alla grande convinzione e alla voglia dimostrata dalla compagine marocchina che ha chiuso il girone senza subire nemmeno un gol, divenendo così la miglior difesa di tutta la fase di qualificazione al mondiale. Altro capolavoro per il tecnico Hervé Renard, che non solo è il primo allenatore della storia a vincere due Coppe d’Africa (con lo Zambia nel 2012 e proprio la Costa d’Avorio nel 2015), ma diviene anche l’uomo che riporta il Marocco al mondiale dopo 20 lunghi anni. Il tecnico francese è riuscito ad esaltare un gruppo senza tante stelle e in sei partite di girone sono arrivati 3 vittorie e 3 pareggi con undici gol segnati e zero subiti. Meglio non si poteva fare, nessuna potenza calcistica europea è riuscita, infatti, a non perdere nemmeno una partita e a conservare la propria rete inviolata.

La mente subito vola quindi all’ultima apparizione dei Leoni dell’Atlante nella rassegna iridata, quella giocata in Francia nel 1998. Era il Marocco di Naybet, Hadji e Neqrouz che conquistò 4 punti in un girone ostico con Norvegia, Scozia e Brasile. Oggi il Marocco vive un sogno ma è pronto a mettere sul tavolo tutte le sue carte nel mondiale russo, con la speranza di dare la giusta continuità ad una qualificazione conquistata giocando da grande squadra.

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Addio al Modena Calcio dopo 105 anni di storia. Una stagione disgraziata, quella che il club si accinge a chiudere in anticipo con la più triste delle condanne: il fallimento. Dopo 4 gare consecutive in cui la squadra non si è presentata in campo, il giudice sportivo è obbligato ad estrometterla dal campionato, decretandone la fine. Ci sarà da attendere forse giovedì, perché la Corte d’appello si esprimerà sul ricorso effettuato dalla società emiliana per le prime due gare perse a tavolino, ma è difficile ipotizzare un epilogo diverso.

I giocatori sono in sciopero perché non ricevono stipendi dal ritiro estivo, e i debiti del club hanno portato anche ai sigilli del Braglia, visto che il Comune non riceveva più i 6mila euro d’affitto per ogni gara. Poi sono iniziate le sconfitte a tavolino dopo l’esaurimento della deroga per utilizzare l’impianto di Forlì nelle gare interne e da qui il malcontento si è diffuso a macchia d’olio dando avvio a un meccanismo di autodistruzione.

Dopo l’era Caliendo e i conti in rosso lasciati in eredità, l’imprenditore Aldo Taddeo non è riuscito nell’impresa di recuperare la situazione, disattendendo le promesse fatte alla città e ai tifosi. I debiti non sono stati pagati, i giocatori hanno continuato a non avere soldi e la società è stata messa in mora, fino al fallimento.

Il “funerale” del Modena messo in scena dai suoi tifosi

Solo 15 anni fa, fresco di salto doppio dalla C alla A, il Modena batteva in rimonta all’Olimpico la Roma di Totti e Batistuta. Oggi di quella squadra non resta più nulla, forse non resterà neppure il nome.

Ora il Modena tornerà nelle mani del sindaco Muzzarelli, che avrà 8 mesi per trovare un nuovo proprietario con cui ripartire da zero e dalla Serie D.

Di questa terribile stagione resteranno solo i ragazzi, che con le rispettive formazioni giovanili hanno avuto il permesso di concludere i campionati.

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Una sconfitta del Real Madrid fa sempre notizia, ma quella di domenica ha davvero un significato storico. Dopo l’iniziale vantaggio, i blancos vengono rimontati dalla neopromossa Girona, squadra catalana. Al gol madrileno di Isco, giunto dopo appena dodici minuti di gioco, hanno risposto i gol di Stuani e Portu, arrivati rispettivamente al minuto 54 e 58.

La squadra di Zinedine Zidane, campione di Spagna in carica e detentrice della Champions League, è caduta quindi sul campo di una neopromossa. È Davide contro Golia, un sogno impensabile diventato realtà. Ma in quei novanta minuti non si è solo giocata una partita di calcio. Su quel campo non c’erano solo due compagini sportive che si sono fronteggiate per i 3 punti in classifica. No, sul terreno di gioco sono confluite le tensioni e le problematiche politiche di un paese che è letteralmente spaccato in due.

Su quel campo sono scese due idee, due modi completamente diversi d’intendere lo Stato e il vivere associato. Da una parte il Real, da sempre emblema del centralismo politico di Madrid simboleggiato dalla corona borbonica che domina sulla camiseta blanca; dall’altra parte la voglia di libertà ed autonomia che, da anni, anima il cuore della Catalogna e che proprio da pochissimo tempo ha portato alla nascita della repubblica catalana. Indipendenza contro potere legittimo ma considerato accentratore, autonomia contro controllo, monarchia contro repubblica.

La vittoria del piccolo Girona ai danni dei galacticos diviene testimonianza della rivincita di un popolo che da sempre si è sentito oppresso da uno Stato spesso miope. Una storia incredibile dove si sono intrecciati calcio e politica e che questi giocatori e tifosi catalani potranno certamente raccontare, un giorno, ai loro nipoti.

All’euforia del Girona fa da contraltare lo smarrimento di una squadra che in questi ultimi anni sta dominando in patria e in Europa lasciando le briciole agli avversari. Dopo questa disfatta diventano otto i punti di ritardo del Real dalla squadra che da sempre è il simbolo per antonomasia della Catalogna, quel Barcellona che adesso può contare su un margine di vantaggio di tutto rispetto sui rivali storici dopo solo dieci giornate.

Si ferma la striscia di vittorie del Real Madrid che non perdeva contro una debuttante da ben 27 anni. Cristiano Ronaldo e compagni sono, però, chiamati subito a reagire in maniera convincente perché stasera voleranno a Londra dove li attenderà la sfida di Champions League col Tottenham di Pochettino per lo scontro che vale già la testa del girone H.