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Sono nato alla fine degli anni ’70, diciamo ad un passo dagli ’80. Il mio calcio è quello delle italiane che dominavano in Europa, lungo e in largo. È il calcio di giocatori del Real Madrid che pur di venire a giocare in Italia si accasavano all’Udinese (Gallego), il calcio del capitano della nazionale inglese, David Platt, che lascia il suo campionato per andare a giocare a Bari. Il nostro calcio è quello dei mercoledì di coppa di fantozziana memoria: tutti lo stesso giorno, tutti alla stessa ora, tranne quelli che giocano in Russia. Perché a Kiev, che all’epoca non è in Ucraina ma in Unione Sovietica, Baggio ci va a pattinare in calzamaglia, con la maglia viola. E come pattina, con quei tacchetti sul ghiaccio sovietico. Quello di fine anni ’80 è un calcio che racconta storie come quelle della Stella Rossa campione d’Europa.

Una storia partita dal centro di Belgrado con un manipolo di veri artisti del pallone. Spinta dalla passione ossessiva dei suoi tifosi, che trasformavano il Marakana in una bolgia e da giocatori pazzeschi come Jugović, Pančev, Savićević, e quel genio delle punizioni che risponde al nome di Sinisa Mihaijlović. Ricordate questo nome, perché in questa storia ritornerà utile. Sopratutto è un calcio fuori dagli schemi della managerialità odierna, dei dirigenti in giacca e cravatta, quelli che fanno i corsi di dizione prima di presentarsi davanti alle telecamere. È il calcio dei presidenti pane e salame come Anconetani e Rozzi, o dei padri di famiglia come Viola e Mantovani.

Già, Mantovani. La sua Sampdoria non è poi così diversa da quella Stella Rossa di cui sopra. È un mix di ragazzini affamati come Lombardo, Mancini, Vialli, Pagliuca, e vecchi marpioni del pallone quali Tonino Cerezo, Pietro Vierchowood e Fausto Pari. Rispetto ai ragazzi della Stella Rossa sono un po’ più bohemién, e non hanno una guerra nel cuore. Una guerra che presto scoppierà al di là dell’Adriatico e dilanierà luoghi e certezze. I ragazzi della Sampdoria però hanno fame, corrono il doppio degli altri e sono guidati da un serbo di quelli che hanno girato il mondo e sanno come trattare le persone. Vujadin Boskov non è un manager, ma sa gestire le risorse umane meglio di chiunque altro. Perché li tratta tutti in maniera diversa, costruendo però un gruppo straordinario. Tra la Stella Rossa campione d’Europa e la Sampdoria dei primi anni ’90 passa un minuto di differenza.

Tra le due favole c’è una punizione di Koeman a spazzare via un sogno. Quella notte Massimo Ferrero non poteva immaginare che sarebbe diventato, un giorno, il presidente della Sampdoria. Era un tifoso della Roma, di quelli da curva sud, tanto da apparire persino nel film Ultrà come comparsa. Non poteva pensare che quindici anni dopo si sarebbe trovato alla guida di una squadra con un serbo in panchina. Proprio come Boskov. Un serbo che, in questa storia fatta di traiettorie, di punizioni, lacrime e bengala, ha un ruolo fondamentale: Sinisa Mihaijlović è il suo uomo, l’allenatore ideale, quello che presto si prenderà meritatamente una grande, a meno che Ferrero non decida di far diventare la stessa Sampdoria tale.

Ferrero è l’uomo del momento: lo abbiamo visto a Che tempo che fa, lo ascoltiamo nelle interviste in TV, lo leggiamo sui quotidiani. È spontaneo, scende in campo a fine partite, fa l’areoplanino come Montella, ha idee innovative. Come quella di impiegare un suo dipendente, regolarmente pagato, tale Delio Rossi, nella gestione di un progetto legato alle squadre giovanili. Progetto bocciato dal Presidente dell’Associazione Allenatori, Renzo Ulivieri, chissà per quale motivo (in un momento di crisi non sarebbe stato un bel segnale da parte del calcio?). Ma Ferrero è un vulcano, un fiume in piena, uno che dice “Giochiamo a Sampddoria” con due D. Non piace solo ai tifosi, piace a tutti, perché è verace, perché è straordinariamente anni ’80.

Nell’epoca dei presidenti americani, indonesiani, dei manager, degli AD e dei bilanci, lui ci ricorda l’esplosività di Romeo Anconetani, quello che a Pisa tirava il sale in campo prima delle gare o di Costantino Rozzi che sfidava le grandi in contese dialettiche dove tirava fuori tutto il suo carisma marchigiano. Massimo Ferrero piace, ed è il personaggio del momento, perché dice quello che pensa, si mischia alla gente, abbraccia il vicino di posto ed è un bambino felice dopo una vittoria. Piace perché è un simbolo di un calcio che ci manca da morire. La sua Sampdoria non è un miracolo: è una squadra intelligente costruita da un istrionico imprenditore e da un allenatore di cui sentiremo parlare. Un allenatore che in quello spogliatoio racconta la storia di una banda di ragazzi affamati arrivati sul tetto d’Europa. Raccontateci un’altra favola Massimo e Sinisa.

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L’Olanda è sempre stata nel suo destino: un figlio del profondo Sud tricolore che diventa idolo indiscusso nel Nord Europa regalandosi una ribalta sempre sfuggita in Italia. Paradossi della vita che spesso vengono amplificati in ambito calcistico. Ma Graziano Pellè, alla prima convocazione nella Nazionale maggiore, non cova sentimenti di livore o spirito di rivalsa. Al contrario è stato onesto nell’ammettere di aver impiegato più tempo di altri nel maturare e riuscire ad esprimere con continuità quell’indiscusso talento sul quale erano in molti a giurarci sin da quando, scalando tutti i gradini del calcio giovanile, si era affacciato nel mondo dei grandi.

Era l’estate del 2005, mandata in archivio la prima esperienza in B con il Catania (15 presenze), lo spilungone di San Cesario di Lecce imprime a fuoco il suo nome sui taccuini di molti osservatori. Lo scenario, neanche a dirlo, il Mondiale Under20 di scena in Olanda. La manifestazione rivela al mondo il talento di Messi, vincitore sia della Coppa con la sua Argentina sia del premio di migliore del torneo, ma anche il nostro Pellè non sfigura. Anzi. Quattro gol in cinque presenze che trascinano gli azzurri ai quarti di finale contro il Marocco, dove l’attaccante si esibisce anche in un fantastico “cucchiaio” dal dischetto che non impedisce però agli italiani di uscire sconfitti dalla lotteria dei rigori. Nel campionato successivo il Lecce, neo-promosso in A, decide di trattenerlo ma dura poco. A gennaio il passaggio al Crotone in B, dove arrivano anche i primi sei gol da professionista (in 17 presenze).

Il momento del definitivo salto di qualità sembra vicino ed è il bianconero del Cesena, ancora in B, ad accoglierlo con la promessa di una maglia da titolare. Campionato da protagonista, arricchito da 10 gol in 37 presenze e il bianconero si tinge anche dell’azzurro della Nazionale Under21. Per Pellè è il momento delle scelte. Attorno al suo nome si scatena un’asta, ma è ancora una volta l’Olanda a palesarsi nel suo orizzonte. La spunta l’AZ Alkmaar di Van Gaal che gli aveva messo gli occhi addosso dai tempi del Mondiale. Graziano studia alla scuola del santone olandese, si impegna, manda a memoria i suoi dettami tattici e comincia a collezionare gol. Mai in doppia cifra, ma sempre abbastanza convincente per impegno e voglia di migliorarsi. Arriva anche la partecipazione alla Champions, ma nel 2010/2011 qualcosa si rompe. Il nuovo allenatore Gertjan Verbeek lo esclude dalla lista dell’Europa League e finisce per lasciarlo ai margini anche in campionato. Solo a ottobre arrivano le prime presenze nelle quali Pellè risponde con quattro gol consecutivi. Alla fine saranno sei, ma la parentesi olandese volge al termine.

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Il richiamo dell’Italia torna a farsi forte. È il Parma di Ghirardi a decidere di affiancarlo a Giovinco, ma il progetto ambizioso non produce gli effetti sperati (11 “caps” e 1 rete). Il salentino torna in B alla Sampdoria e con 4 gol contribuisce alla promozione dei blucerchiati. Che fare allora? Riecco l’Olanda. Un altro  grande estimatore della terra dei mulini a vento, Ronald Koeman, decide di farne il perno dell’attacco della gloriosa squadra olandese. E l’uomo del gel e del taglio più imitato dai ragazzini dei Paesi Bassi risponde alla grandissima collezionando 50 gol in 57 presenze. Segna praticamente in tutti i modi facendo arrivare gli echi delle sue imprese anche alle nostre latitudini. Si comincia a parlare di Nazionale, ma Prandelli non lo vede. Non lo ritiene all’altezza, o forse non ritiene tale il campionato olandese. Dopo i 27 gol del primo campionato, però, la Fiorentina prova a fargli riassaggiare la serie A. Il Feyenoord non lo molla e Graziano non fa una piega continuando a collezionare record. A fine campionato Koeman passa in Premier, sponda Southampton: una squadra in totale ristrutturazione che perde i suoi talenti migliori (Lallana, Shaw, Chambers, Lambert) ma decide di ripartire proprio da Pellè. Primo nome sulla lista dell’ex giocatore del Barcellona che non perde tempo per farsi amare dalla  nuova tifoseria. Sette presenze, quattro gol, ma soprattutto una rovesciata in stile “Fuga per la vittoria”, nel 2-1 contro il Queens Park Rangers, che gli fa fare il giro dei principali siti mondiali.

Un gesto tecnico che ha definitivamente convinto Conte a regalargli la prima convocazione in Nazionale maggiore. E adesso per il ballerino (è stato anche campione juniores di liscio e latino-americano) si profila una nuova vita calcistica: a 29 anni, nel pieno della maturazione calcistica, con vista sugli Europei del 2016… ma sempre con i capelli perfettamente in ordine!