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In una eventuale classifica dei giocatori più eleganti e belli da vedere della Serie A, Josip Ilicic sarebbe uno dei primi classificati senza nemmeno starne troppo a discutere.  Eppure è alto quasi un metro e novanta e, guardandolo al di fuori da un campo di calcio, quel corpo più simile a un giocatore di basket (sport in cui buona parte degli sloveni giocano fin da piccoli, come dichiarato anche dallo stesso Ilicic, e che ha messo il piccolo stato dell’est Europa sulla mappa dei principali serbatoi mondiali di talento cestistico, visto anche l’ultimo Europeo dominato) non trasmette certo l’impressione di essere elegante. Poi però c’è il campo, la partita, e Ilicic su un prato verde e con un pallone tra i piedi si muove con l’eleganza di un ballerino classico. Movimenti felpati, con i quali salta gli avversari senza nemmeno dover correre più di tanto, tocchi di fino alternati a tiri di potenza, sempre e solo col piede sinistro. Un piede che è davvero capace di inventare calcio.

Considerando solo i mesi di novembre e dicembre non è un’eresia affermare che il giocatore dell’Atalanta sia,  il fantasista/esterno più incisivo di tutta la Serie A, visti anche gli acciacchi fisici di Insigne, il momento no di Dybala e le prestazioni un po’ sotto tono di Suso. Ilicic ha messo a segno 4 gol e servito un assist nelle ultime 3 partite giocate, numeri che per l’Atalanta sono oro colato. Si, perché quando lo sloveno segna o serve un assist ai compagni la squadra nerazzurra, quest’anno, non ha mai perso una partita (considerando sia il campionato che l’Europa League).

Ilicic i numeri da campione li ha sempre avuti, già da quando arrivò da sconosciuto giocatore del Maribor a Palermo (dopo una prestazione in Europa League la dirigenza rosanero si innamorò di lui). Quel che gli è sempre mancato è la continuità di rendimento. Mesi interi passati a vagare per il campo, poi da un momento all’altro era capace di accendersi e risolvere una partita con una giocata delle sue. Ilicic è uno che per rendere al meglio deve sentirsi importante, e soprattutto deve divertirsi in ciò che fa. Nella scelta di andare all’Atalanta ha pesato molto quest’aspetto, come dichiarato dallo stesso calciatore sloveno (“L’anno scorso ho visto come giocava l’Atalanta e sono rimasto impressionato. I giocatori sembravano che si divertissero parecchio. E io non so giocare a calcio senza divertirmi”). 

Gli orobici, dopo le tante cessioni estive e con uno Spinazzola rimasto inizialmente contro voglia (che in estate aveva manifestato il suo desiderio di ritornare alla Juve), si è ritrovata con diversi buchi tra centrocampo e fasce. Conti, al suo meglio, è uno dei migliori esterni di spinta della Serie A, come lo stesso Spinazzola, e gli inserimenti di Kessie creavano sempre problemi alle difese avversarie. In una situazione del genere ci voleva una mossa anche un po’ azzardata per non perdere qualità in fase offensiva, e proprio quando sembrava già pronto per vestire la maglia della Samp, Percassi e Gasperini hanno convinto Ilicic a scegliere l’Atalanta, prospettandogli un ruolo importante dopo un anno di (pochi) alti e (molti) bassi a Firenze.

Dopo pochi mesi i fatti hanno dato ragione ai nerazzurri: lo sloveno, schierato da trequartista o largo sulla fascia destra, sta trovando una continuità di gioco forse mai avuta, con colpi di bellezza assoluta come l’assist servito a Freuler nel 3-1 contro l’Apollon Limassol in Europa League.

Vedere giocare Ilicic, in questo periodo, riconcilia con il gioco del calcio, e gli applausi ricevuti dai tifosi atalantini sono solo la prova che dimostra il livello raggiunto dallo sloveno. Quando le sue lunghe leve nascondono il pallone agli avversari, quando serve il pallone sul piede di un compagno o calcia con violenza verso la porta, quando duetta col Papu Gomez o scambia il pallone con i compagni creando corridoi di gioco (che Cristante sta sfruttando alla grande) gli applausi sono l’unica reazione possibile. Qualche volta poi si mette in proprio, tirando fuori gol capolavoro come quello segnato al Crotone.

A 29 anni Josip Ilicic forse ha trovato il posto giusto in cui poter diventare quel giocatore che ha fatto intravedere nel corso della sua carriera. Fisicamente tirato a lucido come non mai, investito della responsabilità di guida (insieme agli altri calciatori di maggior esperienza) di un gruppo giovane, nell’ultimo periodo sta forse compiendo la sua evoluzione definitiva. Gasperini lo ha avvicinato alla porta, quasi da seconda punta alle spalle di Petagna, e lui lo ha ripagato con 3 gol da attaccante vero contro Genoa, Torino e Lazio (di taglio sul primo palo, con un movimento in profondità al limite del fuorigioco e con un tiro a volo in area dopo uno scatto tra i centrali avversari).

L’impressione, visti questi primi mesi, è che l’Ilicic show quest’anno sia appena iniziato e che ci riserverà molte altre cose interessanti da qui a fine stagione.

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Nelle ultime giornate, soprattutto negli scontri diretti tra le squadre che stanno giocando per vincere lo scudetto, è sembrato di assistere a una specie di ritorno al passato. Pochi gol, partite non belle dal punto di vista estetico, calcio fisico e attenzione difensiva ai massimi livelli sono stati i leitmotiv di gran parte delle sfide tra i top club della Serie A giocate negli ultimi 2 mesi.

Anzi, in generale, le 4 squadre che guidano la classifica (nonostante i tanti gol segnati) fanno dell’attenzione difensiva un punto di forza fondamentale, anche in un campionato che invece tendenzialmente sta privilegiando l’aspetto offensivo del gioco. Negli ultimi 10 anni infatti la Serie A è passata da secondo peggior torneo per gol segnati (nel 2007/2008, anno in cui vinse l’Inter di Mancini, solo in Francia si segnava meno) ad essere quello con la media gol più alta (nel 2016/2017 la Serie A, con 2.96 gol segnati di media, è davanti a Liga e Bundesliga, leadership mantenuta anche nella prima parte di questo campionato).

Inter, Juve, Napoli, Lazio e Roma partecipano al festival del gol all’italiana, segnano tanto e subiscono pochissimi gol negli scontri con le squadre medio/piccole (quella dei biancocelesti, tralasciando i 4 gol subiti nella sfortunata partita persa con il Napoli, rimane comunque una difesa forte). Queste ultime ormai difficilmente riescono a “rubare” punti a quelle che sono nei piani alti, venendo spesso sommerse di reti senza riuscire a fare granché, segno di un abbassamento qualitativo generale (soprattutto nella fase difensiva).

Ma è negli scontri diretti che viene fuori tutta l’importanza data alla difesa, quella che ha reso celebre il calcio italiano e lo ha portato in cima al mondo più di una volta, che è tornata a rivestire un ruolo di primo piano. In Juve-Inter, Napoli-Juve, Napoli-Inter e Roma-Napoli, in alcuni frangenti sembrava di assistere alle omonime partite giocate negli anni 70/80, quelle in cui si badava prima a non prenderle. La Juventus ha espugnato il San Paolo, campo più volte avverso anche negli anni scorsi in cui ha dominato il campionato, lasciando il pallino del gioco agli uomini di Sarri e ripartendo in contropiede con le frecce Douglas Costa e Dybala, con linee ravvicinate e nessuno spazio concesso agli avanti azzurri. Anche le prestazioni dell’Inter al San Paolo e all’Allianz Stadium sono state improntate soprattutto all’attenzione difensiva e alle ripartenze (più efficaci col Napoli, meno contro i bianconeri).

In questo le vittorie della Juventus del ciclo Conte/Allegri hanno tracciato il solco che poi gli altri stanno seguendo. I bianconeri hanno fondato la propria forza sulla difesa quasi insuperabile, con la BBC e Buffon a proteggere i pali, mentre le altre squadre perdevano i migliori difensori (Thiago Silva venduto dal Milan, Lucio venduto dall’Inter ma ormai a fine corsa, Samuel non più muro dopo il 2010) senza sostituirli adeguatamente. Roma e Napoli hanno provato a scontrarsi con i bianconeri, uscendone quasi sempre con le ossa rotte.

Quest’anno chi lotta per i posti Champions non può esimersi dal mostrare una fase difensiva solida. Il pilastro su cui Spalletti ha impostato il suo lavoro nei primi mesi all’Inter è stata la difesa, affidata a un tecnico preparato come Martusciello, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il reparto che lo scorso anno faceva acqua da tutte le parti ora è diventato quasi impenetrabile e gli zero gol subiti contro Napoli e Juve sanno di battesimo del fuoco superato per Skriniar e compagni.

Eusebio Di Francesco ha restituito solidità alla Roma con il suo 4-3-3, tanto che i giallorossi (al pari di Inter e Napoli) sono la miglior difesa del campionato. Lo stesso Napoli di Sarri, espressione di un calcio offensivo tra i migliori d’Europa, quest’anno il vero salto di qualità lo ha fatto in difesa, con errori sempre più rari e un Koulibaly ormai tra i migliori in Europa nel suo ruolo.

Anche Emiliano Mondonico, uno dei maestri del calcio all’italiana, ha dichiarato qualche giorno fa che a suo parere “sta ritornando il catenaccio e guardando le partite, tutti giocano dietro la linea della palla. Vedo tatticamente una grande predisposizione di molti verso questo modo di fare calcio: col catenaccio abbiamo vinto i Mondiali, non dimentichiamo che il contropiede e il catenaccio fanno parte della nostra storia”. 

Forse parlare di catenaccio puro è esagerazione, viste soprattutto le medie gol in Serie A nell’ultimo anno e mezzo, ma è indubbio che anche in un campionato sempre più votato all’attacco la fase difensiva sia poi il fondamento su cui costruire una squadra che poi possa aspirare alle posizioni di vertice.

Primo, non prenderle. Soprattutto negli scontri diretti.

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Con le prestazioni delle ultime giornate in campionato, quelle che hanno portato l’Inter ad ottenere la vetta solitaria dopo più di due anni dall’ultima volta, Mauro Icardi ha dimostrato di essere ormai un centravanti completo, capace di segnare più di un gol a partita (16 in 15 gare) e giocare anche per la squadra quando necessario, senza limitarsi ad aspettare palloni da buttar dentro. I gol sono sempre stati il filo conduttore della sua carriera, è stato capocannoniere della Serie A a 22 anni, ma rispetto ai top player internazionali che giocano in quel ruolo sembrava sempre avere qualcosa in meno.

Icardi era un bellissimo puzzle a cui mancava qualche pezzo importante per essere completo. Grazie al lavoro impostato da Spalletti quest’anno però il ragazzo di Rosario sembra aver finalmente rifinito il suo modo di stare in campo: non più solo scatti e attese di palloni da buttare dentro negli ultimi 30 metri di campo, ma una presenza costante nella fase di pressing e nella manovra, oltre che un’inedita capacità di aiutare la squadra anche con ripiegamenti difensivi. Basta rivedere alcuni recuperi fatti nelle ultime gare di campionato, che per un attaccante che vive per il gol come lui non sono mai stati usuali, o il gioco di sponda con cui garantisce appoggi importanti ai compagni (aspetto su cui è migliorato costantemente nel corso degli anni) nella fase di possesso offensivo. Ora è sempre presente a se stesso, trascina la squadra da vero capitano e non è più solo un semplice finalizzatore.

Dalla sua Maurito ha sempre avuto dalla sua una professionalità e una serietà nel modo di lavorare sul campo che per un ragazzo della sua età non sono usuali. Quasi l’opposto di un’immagine pubblica che lo ha portato, in alcuni momenti, ad essere considerato sbruffone, arrogante, poco rispettoso delle amicizie (anche se poi, conoscendo come è andata la storia con Wanda, è diventato abbastanza chiaro il fatto che tutto il casino creato attorno alla situazione era quantomeno ingiustificato).

Lui ha sofferto davvero solo per la lite con la curva, dopo le frasi esagerate riportate nella sua autobiografia, per il resto va avanti per la sua strada. La percezione di chi sia Icardi però sta cambiando un po’ alla volta, anche grazie allo status che sta raggiungendo su un campo di calcio. Oggi, a 24 anni, può essere inserito senza problemi nella lista dei migliori attaccanti a livello internazionale, non molto distante dai vari Lewandowski, Suarez e Cavani (i migliori, a parere di chi scrive, viste le tante stagioni in cui questi calciatori sono stati protagonisti per per i gol segnati nelle coppe europee e con le rispettive nazionali). La clausola rescissoria da 110 milioni inserita dall’Inter nell’ultimo contratto firmato dal calciatore appare quindi sempre meno irraggiungibile, soprattutto per i grandi club alla ricerca di un centravanti di livello a cui affidare le chiavi del gioco offensivo.

Solo qualche anno fa una cifra superiore ai 100 milioni avrebbe spaventato chiunque, ma in un mercato folle in cui c’è chi ne spende 150 per Dembele (prospetto di livello assoluto, ma con una sola stagione di alto livello alle spalle) tutto sembra possibile. E se continuasse a segnare con le medie attuali fino a fine stagione, quanto varrebbe Mauro Icardi? Difficile dare una risposta univoca.

I tre nomi citati in precedenza hanno dalla loro un’età decisamente più alta dell’argentino e difficilmente si muoveranno dai rispettivi club. Consideriamo però il valore dei migliori attaccanti che per età sono più vicini  al puntero nerazzurro, per avere un riferimento più preciso.

Andrea Belotti (23 anni) è stato valutato 100 milioni da Cairo, dopo una sola stagione ad alto livello, senza esperienza nelle coppe europee e con sole 13 partite giocate in maglia azzurra (con 4 gol segnati). Romelu Lukaku (24 anni), il centravanti scelto da Mourinho per fare grande il Manchester United, è stato prelevato dall’Everton per 85 milioni di euro dopo diverse stagioni in doppia cifra e con un bottino già cospicuo di reti segnate nell’unica edizione di Europa League giocata dai Toffees e col Belgio in manifestazioni ufficiali (Mondiali 2014, Europei 2016 e qualificazioni Mondiali 2018).

Alvaro Morata, a 25 anni, è già stato protagonista nella cavalcata della Juventus verso la prima finale di Champions dell’era Allegri (anche se non sempre da titolare) e di due scudetti vinti dal club di Torino, pur non riuscendo mai a superare la doppia cifra in campionato. Nel suo anno di ritorno a Madrid però, uscendo spesso dalla panchina, ha segnato 15 gol in 26 presenze e ha dato il suo contributo anche alla vittoria dei Blancos nella massima competizione europea per club. Tutto ciò ha spinto il Chelsea di Antonio Conte a investire 80 milioni, e nella sua prima vera stagione da punto di riferimento offensivo sta mantenendo medie da grande centravanti.

Il vero punto di riferimento tra i centravanti Under 25, in rapporto a età e gol segnati, è però Harry Kane. L’uragano del Tottenham per caratteristiche è anche il più simile a Icardi e dalla sua ha già 3 stagioni ad altissimi livelli e un’esperienza importante in Champions. Il 2017 è stato l’anno della definitiva consacrazione tra i migliori calciatori al mondo, con medie gol da fantascienza (praticamente con lui si parte già dall’1-0) e una varietà di modi in cui segnare con pochi eguali. Il girone di Champions dominato dagli Spurs ha il suo marchio e anche in Nazionale sta iniziando a segnare con continuità preoccupante per gli avversari (7 gol nelle ultime 6 partite). Corre voce che la società inglese abbia chiesto più di 200 milioni ai club che si sono informati su di lui.

Icardi, continuando di questo passo, potrebbe raggiungere i livelli del centravanti della Nazionale inglese. Mantenere la media gol attuale, dimostrare anche in Europa di poter essere decisivo e prendersi definitivamente la Nazionale sono obiettivi che Maurito deve e può porsi, per affermarsi definitivamente come top assoluto nel suo ruolo. Il Real e altri grandi club sono già alla finestra, ma lui ha dichiarato di voler rimanere a Milano per vincere con l’Inter.

Sta anche alla società nerazzurra adeguare il contratto attuale e rimuovere quella clausola, che visti i prezzi in continua ascesa appare ogni giorno più bassa rispetto al valore di un calciatore come l’argentino, già fortissimo e con margini di miglioramento ancora ampi.

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Ieri sera a San Siro il calcio italiano ha toccato probabilmente il punto più basso degli ultimi 60 anni. Una sconfitta che trascende il piano sportivo, che va a toccare le corde emotive in tutti noi.

La tristezza di Buffon, che si ritrova a chiudere un ventennio di Nazionale straordinario nel modo peggiore, la delusione di De Rossi e Barzagli, il dispiacere sui volti di tutti gli azzurri sono le stesse sensazioni provate da chiunque abbia assistito alla partita.

Non sappiamo cosa sia un Mondiale senza l’Italia, almeno una gran parte di noi. Il prossimo anno invece dovremo fare i conti con questa situazione inedita, inaspettata. Niente corse per tornare presto dal mare, niente locali addobbati a festa, niente scuse per uscire da lavoro un’ora prima “perché alle sei gioca l’Italia”. Oggi siamo tutti tristi, spaesati per questa situazione: ad ogni Mondiale sono legati ricordi, sensazioni indelebili della nostra vita.

I Mondiali di calcio hanno scandito i tempi della nostra vita e scandiranno i tempi che verranno”, dicono Federico Buffa e Carlo Pizzigoni nell’incipit di ogni puntata di Storie Mondiali. Accadranno comunque cose belle e indimenticabili nell’estate del 2018. Rideremo, resteremo svegli fino a tardi, guarderemo anche qualche partita delle squadre che al Mondiale ci sono arrivate. Ma a questo universo narrativo di ricordi mancherà un riferimento sociale, prima ancora che sportivo, un gol di Grosso o un rigore di Baggio a cui appigliarsi quando non ci ricorderemo che anno era.

Come siamo arrivati a tanto? Come è stato possibile infangare la storia di una Nazione che ha dato tanto al calcio mondiale e far indignare un intero paese? Il fallimento dell’Italia di Ventura e di Tavecchio è epocale, con pochi precedenti, ma è solamente l’apice negativo di un periodo di declino assoluto di un intero movimento, convinto che la storia gloriosa possa bastare per portare a casa risultati positivi. E invece non è così, perché intorno a noi gli altri non sono stati a guardare e pian piano ci hanno sorpassato.

Belgio, Germania, Spagna, nazionali che hanno vissuto anni difficili, sono ripartite grazie a progetti di crescita ben definiti, che hanno avuto come base il lavoro sui giovani e che negli anni hanno dato i frutti sperati. Chi dirige il calcio in questi paesi si è preso la responsabilità di cambiare la rotta di un movimento in difficoltà, di attuare riforme di lungo periodo che poi col tempo hanno portato a risultati importanti.

Noi ci ritroviamo indietro, ancorati a un passato di vittorie che diventa sempre più passato. La nostra Nazionale, dopo la straordinaria impresa del 2006, ha collezionato brutte figure sia in Sud Africa che in Brasile (con gli intermezzi degli Europei del 2012 e del 2016, in cui abbiamo ottenuto risultati superiori alle nostre possibilità grazie soprattutto al gran lavoro fatto da Prandelli e Conte), la Serie A è spaccata tra squadre deboli sempre più deboli e quelli che dovrebbero essere top club che vincono senza difficoltà contro di esse, ma che poi in Europa vengono sistematicamente battute dalle altre big europee (solo la Juventus è riuscita, in parte, a competere ad alti livelli), per i giovani che emergono con difficoltà la maglia della Nazionale maggiore sembra quasi impossibile da raggiungere.

Nel post 2006 non c’è stata lungimiranza nelle azioni di chi ha guidato il calcio.  L’era di Carlo Tavecchio ha portato al disastroso epilogo di ieri, con Ventura Ct in bambola e incapace di dare un’impronta definita alla squadra azzurra. Dopo la sconfitta con la Spagna l’ex allenatore del Torino ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza, preferendo tornare sui suoi passi e rinnegare il 424 su cui aveva puntato per riproporre il 352 di Conte. Le sue scelte senza criterio (su tutte quella di tenere Insigne, probabilmente il miglior calciatore italiano in questo momento, in campo per 10 minuti nella gara di andata e in panchina ieri) e le dichiarazioni fuori luogo (parlare di arbitri e sfortuna dopo la sconfitta in Svezia è assurdo) parlano per lui.

In questa situazione assurda sia il presidente della FIGC che il Ct non sono stati ancora in grado di fare un passo indietro e dare le dimissioni, cosa che almeno fecero Prandelli e Malagò poco dopo Italia-Uruguay. Sono ancora lì, ad aspettare non si sa cosa.  Sembra che si sia sempre l’interesse personale prima della dignità, la poltrona da difendere, il milione di buonuscita da trattare.

L’indignazione di una nazione intera deve servire da stimolo a portare un profondo rinnovamento calcistico in un movimento immobile da troppi anni. Emblematiche a tal proposito le dichiarazioni rilasciate proprio oggi dal ministro per lo sport Lotti: “Le parole di Gigi Buffon sono state molto chiare: è evidente che dobbiamo tutti aiutare a far ripartire il mondo del calcio, in tutti i sensi. Non è dalla partita con la Svezia che si è capito che ci sono dei problemi, che c’è qualcosa che non va: negli ultimi due Mondiali siamo usciti al primo turno, non si riescono ad eleggere il presidente della Lega di A e di B. C’è molto da fare, credo che sia opportuno sfruttare questa occasione negativa per rifondare del tutto il calcio italiano

L’occasione di ricostruire sulle macerie un calcio nuovo, che riporti finalmente l’Italia fuori da una situazione ormai insostenibile, stavolta è troppo grande per non sfruttarla. Reiterare con gli stessi errori del passato recente significherebbe solamente condannarci a un futuro di incertezze e di sicuri insuccessi.

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La vittoria contro il Manchester United del “nemico” Mourinho non è bastata a rasserenare il clima teso che si è creato intorno al Chelsea allenato da Antonio Conte. Anzi, la vittoria della squadra londinese contro una diretta rivale è passata quasi sottotraccia rispetto alla mancata stretta di mano tra il tecnico leccese e quello portoghese. Questa situazione è paradigmatica della situazione dell’ex Ct della nazionale azzurra, che in questo inizio di stagione è stato messo costantemente in discussione per i risultati non sempre in linea con le attese.

E proprio queste ultime forse sono il problema principale: il Chelsea lo scorso hanno ha vinto il titolo in modo netto ribaltando anche le previsioni di inizio stagione che non lo vedevano di certo favorito visto il disastroso campionato disputato due stagioni fa. Quest’anno invece la situazione è molto diversa, con le due squadre di Manchester rinforzate da un mercato faraonico: il City di Guardiola ha iniziato triturando qualsiasi avversario affrontato e sembra non potersi più fermare; lo United è molto più solido e continuo (e manca ancora Ibra). Senza dimenticare il Tottenham capace di battere in modo netto i Campioni d’Europa del Real in Champions e l’ambizioso (ma discontinuo) Liverpool di Klopp.

Vincere in questo campionato è difficilissimo, quindi dobbiamo cercare di fare il miglior lavoro possibile. Negli altri campionati ci sono delle partite in cui puoi anche rilassarti un po’, qui no”

Antonio Conte


Il carico di aspettative per questa stagione ha portato ad una situazione di nervosismo generale all’interno della società, con Abramovich scontento delle sconfitte rimediate finora e la stampa sempre pronta a mettere in discussione la posizione del tecnico (prima della vittoria con lo United qualcuno parlava di esonero in caso di sconfitta). Conte invece ha sottolineato diverse volte il fatto di avere a disposizione una rosa numericamente non sufficiente a sostenere tutte le competizioni a cui il Chelsea partecipa: gli acquisti di Zappacosta, Bakayoko, Rudiger, Drinkwater e Morata non possono bastare a rinforzare una squadra orfana di due elementi fondamentali come Matic e Diego Costa.

La gestione del bomber brasiliano/spagnolo ha contribuito in modo fondamentale a incrinare il rapporto tra Conte e Abramovich. Il fatto che uno dei protagonisti principali della scorsa stagione sia stato scaricato con un sms non è andato giù al proprietario russo, tanto che ad agosto si era parlato di Tuchel come possibile candidato a sostituire il mister leccese.

Questo continuo sentirsi in bilico infastidisce il tecnico, che dopo il titolo dello scorso anno probabilmente si aspettava maggior considerazione da parte della società e maggior fiducia. Abramovich invece si fida esclusivamente di Marina Granovskaia, suo braccio destro fin dai tempi della Sibneft (ex compagnia petrolifera russa di cui era socio, dalla cui cessione delle sue quote a Gazprom ha guadagnato 13 miliardi di dollari). Un sodalizio inscindibile, con Conte tagliato praticamente fuori dalle decisione riguardanti acquisti e cessioni di calciatori.

In estate il tecnico ha chiesto diversi calciatori, in primis Alex Sandro e Lukaku, che alla fine non sono arrivati. I nuovi, tra problemi fisici e di adattamento (escluso Morata, che finora si è dimostrato all’altezza, anche se gli 80 milioni spesi per lui non sono proprio pochi) non hanno inciso più di tanto, e con alcuni dei “senatori” i rapporti non sembrano essere più così buoni.

Oltre ai 3 gol subiti a Roma nella partita di Stamford Bridge contro i giallorossi c’è stata la polemica sollevata da David Luiz. Il difensore ha reagito molto male alla sostituzione e, dopo la prestazione negativa dell’Olimpico, è stato escluso dalla partita con lo United. Questo è solo l’ultimo episodio che ha coinvolto l’ex Ct della nazionale e uno dei suoi giocatori: dopo la partita con la Roma anche Gary Cahill e Cesc Fabregas hanno avuto un confronto con Conte, ma non sono stati puniti come David Luiz. Per molti sulla decisione hanno pesato anche i buoni rapporti tra Diego Costa e Luiz, con quest’ultimo che ha sempre sostenuto l’attaccante.

La situazione attuale di Conte non è per nulla semplice, ma il campionato per il Chelsea è ancora aperto (è a 1 punto dallo United secondo e il City potrebbe accusare un calo fisiologico, dopo la partenza a razzo) così come la qualificazione agli ottavi di Champions.

L’impressione però è che, anche di fronte a risultati positivi, a fine stagione le strade tra Conte e il club londinese si separeranno. Per un passionale come lui i rapporti con la società e i calciatori sono fondamentali e al Chelsea la situazione non è certo di suo gradimento (il corteggiamento dell’Inter, in estate, lo aveva già fatto vacillare parecchio). L’Italia lo aspetta e lui sente la mancanza del suo paese. Rivederlo su una panchina di Serie A, nella prossima stagione, è un’ipotesi sempre più credibile.

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Nel gruppo delle squadre che si trovano immediatamente dopo le prime 5 in classifica, che ormai sembrano destinate a una lunga gara ad inseguimento da qui a maggio, la Samp di Marco Giampaolo è quella che nel primo scorcio di campionato ha impressionato di più per carattere e organizzazione. Il sesto posto con 20 punti in classifica (e con una gara da recuperare, quella casalinga con la Roma), raggiunto grazie a un mix di gioco sempre propositivo e attenzione difensiva (e nonostante le tante cessioni importanti come quelle di Skriniar, Muriel e Schick), è il giusto premio al lavoro di un allenatore preparatissimo e di interpreti che hanno imparato come mettere in pratica quasi alla perfezione le sue idee.

Nel cuore della manovra doriana, lì dove passano la maggior parte dei palloni, c’è un ragazzino di 1 metro e 67 che come un direttore d’orchestra detta i tempi e corre senza sosta. Lucas Torreira da Frey Bentos, Uruguay,  è intelligenza calcistica allo stato puro, unita ad una resistenza e a una forza fisica che per uno della sua altezza non è usuale. Chiedere a Frank Kessie,  di 15 centimetri più alto e più pesante di 10 chili (e che fisicamente in Serie A ha pochi rivali), spostato di forza e senza tanti complimenti dal piccolo Torreira. Un paio di volte nella gara di Marassi tra Milan e Sampdoria i due si sono trovati spalla a spalle, e alla fine l’ha spuntata proprio il piccolo Lucas.

Piccolo si, ma solo di statura, perché per tutto il resto questo ragazzo sta diventando un gigante del centrocampo. Il suo pregio maggiore è il controllo dei passaggi corti rasoterra, la capacità di dare ritmo alla squadra senza diventare prevedibile e senza perdere palloni quando la Samp costruisce l’azione, grazie anche alla tecnica con cui protegge la palla che gli permette di girarsi con un controllo orientato per saltare la pressione avversaria. Ormai gli allenatori, prima di affrontare la Sampdoria, preparano la partita per limitare le giocate di Torreira. Gasperini ad esempio ha piazzato Bryan Cristante in marcatura su di lui, e il centrocampista ex Milan lo ha messo anche in difficoltà per un tempo, prima che Torreira salisse di tono e la sua squadra ribaltasse la partita.

Non stupisce quindi il fatto che dopo 11 giornate il centrocampista uruguaiano sia il primo in Serie A per falli subiti, 33 (con una partita ancora da giocare) e che spesso e volentieri risulti essere il blucerchiato che tocca il maggior numero di palloni. Stupefacente è il fatto che uno tecnicamente dotato come lui sia anche il miglior recupera-palloni del campionato e il giocatore che percorre in media più km in una partita tra quelli presenti nella rosa della Samp.

Uno sviluppo incredibile per uno che è arrivato in Italia nel 2013 dalle giovanili dei Wanderers di Montevideo, senza aver mai giocato in prima squadra. A portarlo nel nostro paese è stato il Pescara, orfano di Verratti che pochi mesi prima si era trasferito al PSG e in cerca di un altro talento speciale per sostituirlo.

Per un ragazzino di 17 anni l’impatto con una nuova realtà non è facile, c’è tanto da imparare. Ufficialmente è un giocatore prettamente offensivo, una seconda punta rapida. L’allenatore della Primavera del Pescara a un certo punto intuisce che Torreira potrebbe rendere al meglio se spostato un po’ più indietro, sulla trequarti. Quell’intuizione è la genesi del giocatore che è ora, e nemmeno a farlo a posta l’allenatore in questione è Federico Giampaolo, fratello del suo attuale allenatore.

Con Oddo poi avviene la definitiva trasformazione in regista, prima nelle giovanili e poi nella prima squadra del club abruzzese.  Prende confidenza con le difficoltà del calcio italiano in Serie B, diventa sempre più importante per il Pescara e la Samp decide di portarlo a Genova, dopo un anno di prestito in Abruzzo.  Il merito di aver intuito la sua collocazione in campo è dei due allenatori, per tutto il resto Torreira deve ringraziare solo se stesso, la sua voglia di arrivare e la “garra charrua” da vero uruguaiano. Un aneddoto lo descrive più di tutti: dopo un anno dal suo arrivo la moglie di Roberto Druda, suo scopritore, si accorse che non camminava bene.  Quando fu portato da uno specialista si accorsero che aveva 7 verruche in un piede, una roba che non avrebbe dovuto permettergli neanche di camminare. Lui invece, pur di non perdere il posto, aveva giocato per mesi in quelle condizioni.

Per far si che i riflettori fossero puntati definitivamente su di lui mancava solo il gol, che domenica è arrivato. Anzi, ne sono arrivati due, uno più bello dell’altro (la punizione nel sette da 30 metri è una magia vera e propria). Il piccolo grande mago del centrocampo uruguaiano sta dimostrando di poter migliorare ancora in tutti gli aspetti del gioco, primo fra tutti la finalizzazione. Nei prossimi anni sarà inevitabile il suo trasferimento in una grande squadra, dopo che i corteggiamenti di quest’estate da parte di Inter e Atletico Madrid non si sono concretizzati.

Giampaolo sperava di poter “nascondere” Lucas Torreira ancora per un po’, ma ormai troppi top club si sono accorti di lui. Il suo grande sogno però è quello di giocare nella nazionale del suo paese, visto che curiosamente non è ancora stato convocato dal ct Tabarez. Se continua a migliorare come ha fatto finora, vederlo con la gloriosa casacca della “Celeste” a Russia 2018, a guidare la squadra insieme a Cavani, Suarez e Godin, è molto più che un’ipotesi.