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Con le prestazioni delle ultime giornate in campionato, quelle che hanno portato l’Inter ad ottenere la vetta solitaria dopo più di due anni dall’ultima volta, Mauro Icardi ha dimostrato di essere ormai un centravanti completo, capace di segnare più di un gol a partita (16 in 15 gare) e giocare anche per la squadra quando necessario, senza limitarsi ad aspettare palloni da buttar dentro. I gol sono sempre stati il filo conduttore della sua carriera, è stato capocannoniere della Serie A a 22 anni, ma rispetto ai top player internazionali che giocano in quel ruolo sembrava sempre avere qualcosa in meno.

Icardi era un bellissimo puzzle a cui mancava qualche pezzo importante per essere completo. Grazie al lavoro impostato da Spalletti quest’anno però il ragazzo di Rosario sembra aver finalmente rifinito il suo modo di stare in campo: non più solo scatti e attese di palloni da buttare dentro negli ultimi 30 metri di campo, ma una presenza costante nella fase di pressing e nella manovra, oltre che un’inedita capacità di aiutare la squadra anche con ripiegamenti difensivi. Basta rivedere alcuni recuperi fatti nelle ultime gare di campionato, che per un attaccante che vive per il gol come lui non sono mai stati usuali, o il gioco di sponda con cui garantisce appoggi importanti ai compagni (aspetto su cui è migliorato costantemente nel corso degli anni) nella fase di possesso offensivo. Ora è sempre presente a se stesso, trascina la squadra da vero capitano e non è più solo un semplice finalizzatore.

Dalla sua Maurito ha sempre avuto dalla sua una professionalità e una serietà nel modo di lavorare sul campo che per un ragazzo della sua età non sono usuali. Quasi l’opposto di un’immagine pubblica che lo ha portato, in alcuni momenti, ad essere considerato sbruffone, arrogante, poco rispettoso delle amicizie (anche se poi, conoscendo come è andata la storia con Wanda, è diventato abbastanza chiaro il fatto che tutto il casino creato attorno alla situazione era quantomeno ingiustificato).

Lui ha sofferto davvero solo per la lite con la curva, dopo le frasi esagerate riportate nella sua autobiografia, per il resto va avanti per la sua strada. La percezione di chi sia Icardi però sta cambiando un po’ alla volta, anche grazie allo status che sta raggiungendo su un campo di calcio. Oggi, a 24 anni, può essere inserito senza problemi nella lista dei migliori attaccanti a livello internazionale, non molto distante dai vari Lewandowski, Suarez e Cavani (i migliori, a parere di chi scrive, viste le tante stagioni in cui questi calciatori sono stati protagonisti per per i gol segnati nelle coppe europee e con le rispettive nazionali). La clausola rescissoria da 110 milioni inserita dall’Inter nell’ultimo contratto firmato dal calciatore appare quindi sempre meno irraggiungibile, soprattutto per i grandi club alla ricerca di un centravanti di livello a cui affidare le chiavi del gioco offensivo.

Solo qualche anno fa una cifra superiore ai 100 milioni avrebbe spaventato chiunque, ma in un mercato folle in cui c’è chi ne spende 150 per Dembele (prospetto di livello assoluto, ma con una sola stagione di alto livello alle spalle) tutto sembra possibile. E se continuasse a segnare con le medie attuali fino a fine stagione, quanto varrebbe Mauro Icardi? Difficile dare una risposta univoca.

I tre nomi citati in precedenza hanno dalla loro un’età decisamente più alta dell’argentino e difficilmente si muoveranno dai rispettivi club. Consideriamo però il valore dei migliori attaccanti che per età sono più vicini  al puntero nerazzurro, per avere un riferimento più preciso.

Andrea Belotti (23 anni) è stato valutato 100 milioni da Cairo, dopo una sola stagione ad alto livello, senza esperienza nelle coppe europee e con sole 13 partite giocate in maglia azzurra (con 4 gol segnati). Romelu Lukaku (24 anni), il centravanti scelto da Mourinho per fare grande il Manchester United, è stato prelevato dall’Everton per 85 milioni di euro dopo diverse stagioni in doppia cifra e con un bottino già cospicuo di reti segnate nell’unica edizione di Europa League giocata dai Toffees e col Belgio in manifestazioni ufficiali (Mondiali 2014, Europei 2016 e qualificazioni Mondiali 2018).

Alvaro Morata, a 25 anni, è già stato protagonista nella cavalcata della Juventus verso la prima finale di Champions dell’era Allegri (anche se non sempre da titolare) e di due scudetti vinti dal club di Torino, pur non riuscendo mai a superare la doppia cifra in campionato. Nel suo anno di ritorno a Madrid però, uscendo spesso dalla panchina, ha segnato 15 gol in 26 presenze e ha dato il suo contributo anche alla vittoria dei Blancos nella massima competizione europea per club. Tutto ciò ha spinto il Chelsea di Antonio Conte a investire 80 milioni, e nella sua prima vera stagione da punto di riferimento offensivo sta mantenendo medie da grande centravanti.

Il vero punto di riferimento tra i centravanti Under 25, in rapporto a età e gol segnati, è però Harry Kane. L’uragano del Tottenham per caratteristiche è anche il più simile a Icardi e dalla sua ha già 3 stagioni ad altissimi livelli e un’esperienza importante in Champions. Il 2017 è stato l’anno della definitiva consacrazione tra i migliori calciatori al mondo, con medie gol da fantascienza (praticamente con lui si parte già dall’1-0) e una varietà di modi in cui segnare con pochi eguali. Il girone di Champions dominato dagli Spurs ha il suo marchio e anche in Nazionale sta iniziando a segnare con continuità preoccupante per gli avversari (7 gol nelle ultime 6 partite). Corre voce che la società inglese abbia chiesto più di 200 milioni ai club che si sono informati su di lui.

Icardi, continuando di questo passo, potrebbe raggiungere i livelli del centravanti della Nazionale inglese. Mantenere la media gol attuale, dimostrare anche in Europa di poter essere decisivo e prendersi definitivamente la Nazionale sono obiettivi che Maurito deve e può porsi, per affermarsi definitivamente come top assoluto nel suo ruolo. Il Real e altri grandi club sono già alla finestra, ma lui ha dichiarato di voler rimanere a Milano per vincere con l’Inter.

Sta anche alla società nerazzurra adeguare il contratto attuale e rimuovere quella clausola, che visti i prezzi in continua ascesa appare ogni giorno più bassa rispetto al valore di un calciatore come l’argentino, già fortissimo e con margini di miglioramento ancora ampi.

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Ieri sera a San Siro il calcio italiano ha toccato probabilmente il punto più basso degli ultimi 60 anni. Una sconfitta che trascende il piano sportivo, che va a toccare le corde emotive in tutti noi.

La tristezza di Buffon, che si ritrova a chiudere un ventennio di Nazionale straordinario nel modo peggiore, la delusione di De Rossi e Barzagli, il dispiacere sui volti di tutti gli azzurri sono le stesse sensazioni provate da chiunque abbia assistito alla partita.

Non sappiamo cosa sia un Mondiale senza l’Italia, almeno una gran parte di noi. Il prossimo anno invece dovremo fare i conti con questa situazione inedita, inaspettata. Niente corse per tornare presto dal mare, niente locali addobbati a festa, niente scuse per uscire da lavoro un’ora prima “perché alle sei gioca l’Italia”. Oggi siamo tutti tristi, spaesati per questa situazione: ad ogni Mondiale sono legati ricordi, sensazioni indelebili della nostra vita.

I Mondiali di calcio hanno scandito i tempi della nostra vita e scandiranno i tempi che verranno”, dicono Federico Buffa e Carlo Pizzigoni nell’incipit di ogni puntata di Storie Mondiali. Accadranno comunque cose belle e indimenticabili nell’estate del 2018. Rideremo, resteremo svegli fino a tardi, guarderemo anche qualche partita delle squadre che al Mondiale ci sono arrivate. Ma a questo universo narrativo di ricordi mancherà un riferimento sociale, prima ancora che sportivo, un gol di Grosso o un rigore di Baggio a cui appigliarsi quando non ci ricorderemo che anno era.

Come siamo arrivati a tanto? Come è stato possibile infangare la storia di una Nazione che ha dato tanto al calcio mondiale e far indignare un intero paese? Il fallimento dell’Italia di Ventura e di Tavecchio è epocale, con pochi precedenti, ma è solamente l’apice negativo di un periodo di declino assoluto di un intero movimento, convinto che la storia gloriosa possa bastare per portare a casa risultati positivi. E invece non è così, perché intorno a noi gli altri non sono stati a guardare e pian piano ci hanno sorpassato.

Belgio, Germania, Spagna, nazionali che hanno vissuto anni difficili, sono ripartite grazie a progetti di crescita ben definiti, che hanno avuto come base il lavoro sui giovani e che negli anni hanno dato i frutti sperati. Chi dirige il calcio in questi paesi si è preso la responsabilità di cambiare la rotta di un movimento in difficoltà, di attuare riforme di lungo periodo che poi col tempo hanno portato a risultati importanti.

Noi ci ritroviamo indietro, ancorati a un passato di vittorie che diventa sempre più passato. La nostra Nazionale, dopo la straordinaria impresa del 2006, ha collezionato brutte figure sia in Sud Africa che in Brasile (con gli intermezzi degli Europei del 2012 e del 2016, in cui abbiamo ottenuto risultati superiori alle nostre possibilità grazie soprattutto al gran lavoro fatto da Prandelli e Conte), la Serie A è spaccata tra squadre deboli sempre più deboli e quelli che dovrebbero essere top club che vincono senza difficoltà contro di esse, ma che poi in Europa vengono sistematicamente battute dalle altre big europee (solo la Juventus è riuscita, in parte, a competere ad alti livelli), per i giovani che emergono con difficoltà la maglia della Nazionale maggiore sembra quasi impossibile da raggiungere.

Nel post 2006 non c’è stata lungimiranza nelle azioni di chi ha guidato il calcio.  L’era di Carlo Tavecchio ha portato al disastroso epilogo di ieri, con Ventura Ct in bambola e incapace di dare un’impronta definita alla squadra azzurra. Dopo la sconfitta con la Spagna l’ex allenatore del Torino ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza, preferendo tornare sui suoi passi e rinnegare il 424 su cui aveva puntato per riproporre il 352 di Conte. Le sue scelte senza criterio (su tutte quella di tenere Insigne, probabilmente il miglior calciatore italiano in questo momento, in campo per 10 minuti nella gara di andata e in panchina ieri) e le dichiarazioni fuori luogo (parlare di arbitri e sfortuna dopo la sconfitta in Svezia è assurdo) parlano per lui.

In questa situazione assurda sia il presidente della FIGC che il Ct non sono stati ancora in grado di fare un passo indietro e dare le dimissioni, cosa che almeno fecero Prandelli e Malagò poco dopo Italia-Uruguay. Sono ancora lì, ad aspettare non si sa cosa.  Sembra che si sia sempre l’interesse personale prima della dignità, la poltrona da difendere, il milione di buonuscita da trattare.

L’indignazione di una nazione intera deve servire da stimolo a portare un profondo rinnovamento calcistico in un movimento immobile da troppi anni. Emblematiche a tal proposito le dichiarazioni rilasciate proprio oggi dal ministro per lo sport Lotti: “Le parole di Gigi Buffon sono state molto chiare: è evidente che dobbiamo tutti aiutare a far ripartire il mondo del calcio, in tutti i sensi. Non è dalla partita con la Svezia che si è capito che ci sono dei problemi, che c’è qualcosa che non va: negli ultimi due Mondiali siamo usciti al primo turno, non si riescono ad eleggere il presidente della Lega di A e di B. C’è molto da fare, credo che sia opportuno sfruttare questa occasione negativa per rifondare del tutto il calcio italiano

L’occasione di ricostruire sulle macerie un calcio nuovo, che riporti finalmente l’Italia fuori da una situazione ormai insostenibile, stavolta è troppo grande per non sfruttarla. Reiterare con gli stessi errori del passato recente significherebbe solamente condannarci a un futuro di incertezze e di sicuri insuccessi.

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La vittoria contro il Manchester United del “nemico” Mourinho non è bastata a rasserenare il clima teso che si è creato intorno al Chelsea allenato da Antonio Conte. Anzi, la vittoria della squadra londinese contro una diretta rivale è passata quasi sottotraccia rispetto alla mancata stretta di mano tra il tecnico leccese e quello portoghese. Questa situazione è paradigmatica della situazione dell’ex Ct della nazionale azzurra, che in questo inizio di stagione è stato messo costantemente in discussione per i risultati non sempre in linea con le attese.

E proprio queste ultime forse sono il problema principale: il Chelsea lo scorso hanno ha vinto il titolo in modo netto ribaltando anche le previsioni di inizio stagione che non lo vedevano di certo favorito visto il disastroso campionato disputato due stagioni fa. Quest’anno invece la situazione è molto diversa, con le due squadre di Manchester rinforzate da un mercato faraonico: il City di Guardiola ha iniziato triturando qualsiasi avversario affrontato e sembra non potersi più fermare; lo United è molto più solido e continuo (e manca ancora Ibra). Senza dimenticare il Tottenham capace di battere in modo netto i Campioni d’Europa del Real in Champions e l’ambizioso (ma discontinuo) Liverpool di Klopp.

Vincere in questo campionato è difficilissimo, quindi dobbiamo cercare di fare il miglior lavoro possibile. Negli altri campionati ci sono delle partite in cui puoi anche rilassarti un po’, qui no”

Antonio Conte


Il carico di aspettative per questa stagione ha portato ad una situazione di nervosismo generale all’interno della società, con Abramovich scontento delle sconfitte rimediate finora e la stampa sempre pronta a mettere in discussione la posizione del tecnico (prima della vittoria con lo United qualcuno parlava di esonero in caso di sconfitta). Conte invece ha sottolineato diverse volte il fatto di avere a disposizione una rosa numericamente non sufficiente a sostenere tutte le competizioni a cui il Chelsea partecipa: gli acquisti di Zappacosta, Bakayoko, Rudiger, Drinkwater e Morata non possono bastare a rinforzare una squadra orfana di due elementi fondamentali come Matic e Diego Costa.

La gestione del bomber brasiliano/spagnolo ha contribuito in modo fondamentale a incrinare il rapporto tra Conte e Abramovich. Il fatto che uno dei protagonisti principali della scorsa stagione sia stato scaricato con un sms non è andato giù al proprietario russo, tanto che ad agosto si era parlato di Tuchel come possibile candidato a sostituire il mister leccese.

Questo continuo sentirsi in bilico infastidisce il tecnico, che dopo il titolo dello scorso anno probabilmente si aspettava maggior considerazione da parte della società e maggior fiducia. Abramovich invece si fida esclusivamente di Marina Granovskaia, suo braccio destro fin dai tempi della Sibneft (ex compagnia petrolifera russa di cui era socio, dalla cui cessione delle sue quote a Gazprom ha guadagnato 13 miliardi di dollari). Un sodalizio inscindibile, con Conte tagliato praticamente fuori dalle decisione riguardanti acquisti e cessioni di calciatori.

In estate il tecnico ha chiesto diversi calciatori, in primis Alex Sandro e Lukaku, che alla fine non sono arrivati. I nuovi, tra problemi fisici e di adattamento (escluso Morata, che finora si è dimostrato all’altezza, anche se gli 80 milioni spesi per lui non sono proprio pochi) non hanno inciso più di tanto, e con alcuni dei “senatori” i rapporti non sembrano essere più così buoni.

Oltre ai 3 gol subiti a Roma nella partita di Stamford Bridge contro i giallorossi c’è stata la polemica sollevata da David Luiz. Il difensore ha reagito molto male alla sostituzione e, dopo la prestazione negativa dell’Olimpico, è stato escluso dalla partita con lo United. Questo è solo l’ultimo episodio che ha coinvolto l’ex Ct della nazionale e uno dei suoi giocatori: dopo la partita con la Roma anche Gary Cahill e Cesc Fabregas hanno avuto un confronto con Conte, ma non sono stati puniti come David Luiz. Per molti sulla decisione hanno pesato anche i buoni rapporti tra Diego Costa e Luiz, con quest’ultimo che ha sempre sostenuto l’attaccante.

La situazione attuale di Conte non è per nulla semplice, ma il campionato per il Chelsea è ancora aperto (è a 1 punto dallo United secondo e il City potrebbe accusare un calo fisiologico, dopo la partenza a razzo) così come la qualificazione agli ottavi di Champions.

L’impressione però è che, anche di fronte a risultati positivi, a fine stagione le strade tra Conte e il club londinese si separeranno. Per un passionale come lui i rapporti con la società e i calciatori sono fondamentali e al Chelsea la situazione non è certo di suo gradimento (il corteggiamento dell’Inter, in estate, lo aveva già fatto vacillare parecchio). L’Italia lo aspetta e lui sente la mancanza del suo paese. Rivederlo su una panchina di Serie A, nella prossima stagione, è un’ipotesi sempre più credibile.

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Nel gruppo delle squadre che si trovano immediatamente dopo le prime 5 in classifica, che ormai sembrano destinate a una lunga gara ad inseguimento da qui a maggio, la Samp di Marco Giampaolo è quella che nel primo scorcio di campionato ha impressionato di più per carattere e organizzazione. Il sesto posto con 20 punti in classifica (e con una gara da recuperare, quella casalinga con la Roma), raggiunto grazie a un mix di gioco sempre propositivo e attenzione difensiva (e nonostante le tante cessioni importanti come quelle di Skriniar, Muriel e Schick), è il giusto premio al lavoro di un allenatore preparatissimo e di interpreti che hanno imparato come mettere in pratica quasi alla perfezione le sue idee.

Nel cuore della manovra doriana, lì dove passano la maggior parte dei palloni, c’è un ragazzino di 1 metro e 67 che come un direttore d’orchestra detta i tempi e corre senza sosta. Lucas Torreira da Frey Bentos, Uruguay,  è intelligenza calcistica allo stato puro, unita ad una resistenza e a una forza fisica che per uno della sua altezza non è usuale. Chiedere a Frank Kessie,  di 15 centimetri più alto e più pesante di 10 chili (e che fisicamente in Serie A ha pochi rivali), spostato di forza e senza tanti complimenti dal piccolo Torreira. Un paio di volte nella gara di Marassi tra Milan e Sampdoria i due si sono trovati spalla a spalle, e alla fine l’ha spuntata proprio il piccolo Lucas.

Piccolo si, ma solo di statura, perché per tutto il resto questo ragazzo sta diventando un gigante del centrocampo. Il suo pregio maggiore è il controllo dei passaggi corti rasoterra, la capacità di dare ritmo alla squadra senza diventare prevedibile e senza perdere palloni quando la Samp costruisce l’azione, grazie anche alla tecnica con cui protegge la palla che gli permette di girarsi con un controllo orientato per saltare la pressione avversaria. Ormai gli allenatori, prima di affrontare la Sampdoria, preparano la partita per limitare le giocate di Torreira. Gasperini ad esempio ha piazzato Bryan Cristante in marcatura su di lui, e il centrocampista ex Milan lo ha messo anche in difficoltà per un tempo, prima che Torreira salisse di tono e la sua squadra ribaltasse la partita.

Non stupisce quindi il fatto che dopo 11 giornate il centrocampista uruguaiano sia il primo in Serie A per falli subiti, 33 (con una partita ancora da giocare) e che spesso e volentieri risulti essere il blucerchiato che tocca il maggior numero di palloni. Stupefacente è il fatto che uno tecnicamente dotato come lui sia anche il miglior recupera-palloni del campionato e il giocatore che percorre in media più km in una partita tra quelli presenti nella rosa della Samp.

Uno sviluppo incredibile per uno che è arrivato in Italia nel 2013 dalle giovanili dei Wanderers di Montevideo, senza aver mai giocato in prima squadra. A portarlo nel nostro paese è stato il Pescara, orfano di Verratti che pochi mesi prima si era trasferito al PSG e in cerca di un altro talento speciale per sostituirlo.

Per un ragazzino di 17 anni l’impatto con una nuova realtà non è facile, c’è tanto da imparare. Ufficialmente è un giocatore prettamente offensivo, una seconda punta rapida. L’allenatore della Primavera del Pescara a un certo punto intuisce che Torreira potrebbe rendere al meglio se spostato un po’ più indietro, sulla trequarti. Quell’intuizione è la genesi del giocatore che è ora, e nemmeno a farlo a posta l’allenatore in questione è Federico Giampaolo, fratello del suo attuale allenatore.

Con Oddo poi avviene la definitiva trasformazione in regista, prima nelle giovanili e poi nella prima squadra del club abruzzese.  Prende confidenza con le difficoltà del calcio italiano in Serie B, diventa sempre più importante per il Pescara e la Samp decide di portarlo a Genova, dopo un anno di prestito in Abruzzo.  Il merito di aver intuito la sua collocazione in campo è dei due allenatori, per tutto il resto Torreira deve ringraziare solo se stesso, la sua voglia di arrivare e la “garra charrua” da vero uruguaiano. Un aneddoto lo descrive più di tutti: dopo un anno dal suo arrivo la moglie di Roberto Druda, suo scopritore, si accorse che non camminava bene.  Quando fu portato da uno specialista si accorsero che aveva 7 verruche in un piede, una roba che non avrebbe dovuto permettergli neanche di camminare. Lui invece, pur di non perdere il posto, aveva giocato per mesi in quelle condizioni.

Per far si che i riflettori fossero puntati definitivamente su di lui mancava solo il gol, che domenica è arrivato. Anzi, ne sono arrivati due, uno più bello dell’altro (la punizione nel sette da 30 metri è una magia vera e propria). Il piccolo grande mago del centrocampo uruguaiano sta dimostrando di poter migliorare ancora in tutti gli aspetti del gioco, primo fra tutti la finalizzazione. Nei prossimi anni sarà inevitabile il suo trasferimento in una grande squadra, dopo che i corteggiamenti di quest’estate da parte di Inter e Atletico Madrid non si sono concretizzati.

Giampaolo sperava di poter “nascondere” Lucas Torreira ancora per un po’, ma ormai troppi top club si sono accorti di lui. Il suo grande sogno però è quello di giocare nella nazionale del suo paese, visto che curiosamente non è ancora stato convocato dal ct Tabarez. Se continua a migliorare come ha fatto finora, vederlo con la gloriosa casacca della “Celeste” a Russia 2018, a guidare la squadra insieme a Cavani, Suarez e Godin, è molto più che un’ipotesi.

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Quando è atterrato a Fiumicino a fine luglio, per molti tifosi romanisti Alexander Kolarov era solamente un ex terzino della loro rivale cittadina più vicino ai 32 che ai 31. Un giocatore per molti sul viale del tramonto, tanto che qualcuno scriveva sui social frasi come “Ci siamo ridotti a pagare la pensione ai laziali. Oltretutto ai tempi della sua militanza con la Lazio aveva anche segnato in un derby vinto dai biancazzurri per 4-2 ed era uno dei giocatori più rappresentativi della rosa, uno di quelli che i tifosi apprezzavano di più.

Dopo l’esperienza vincente al City (2 campionati, 2 Coppe di Lega, un Community Shield e una Coppa d’Inghilterra conquistate con i Citizens), reduce da una stagione in cui Guardiola lo ha quasi sempre fatto giocare da centrale sinistro della difesa a 3, Kolarov ha accettato di tornare in Italia e vestire proprio la maglia della squadra di cui per diversi anni è stato avversario nei derby all’ombra del Colosseo.

Un acquisto non gradito a tanti romanisti e in controtendenza con quelli soliti di Monchi, sempre propenso a prendere calciatori giovani dal grande potenziale (i vari Pellegrini, Under, Karsdrop, oltre alla lista chilometrica di talenti lanciati a Siviglia) e quasi mai giocatori ultratrentenni con tanto chilometraggio.  Una tendenza che si riscontra sempre più spesso anche nel lavoro di altri direttori sportivi, ma che non deve rappresentare un limite.

Il ds giallorosso si è fiondato su Kolarov perché in in una squadra che vuole puntare ai vertici non c’è solo bisogno di talenti da far crescere, ma anche di calciatori di esperienza che sanno cosa significhi giocare per vincere.  E finora ha avuto ragione, alla grande. Kolarov è, insieme a Dzeko, l’unico ad aver giocato tutte le partite tra campionato e Champions (solo una non intera, quella con l’Udinese) e oltre a rappresentare un argine per gli esterni avversari riesce ad essere decisivo anche nella fase offensiva, tanto che Espnfc si chiede se il suo possa essere considerato come il trasferimento dell’anno in Serie A.

La domanda che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata quantomeno ridicola, oggi ha tutto il diritto di essere formulata. I suoi 3 gol (due su punizione in campionato, che sono valsi 6 punti, e quello fantastico segnato al Chelsea in Champions League) e i 3 assist smazzati ai compagni sono stati decisivi per i risultati dei giallorossi, così come la sua continuità di rendimento in un ruolo difficile, in cui la squadra è stata falcidiata dagli infortuni.

Tutto questo è solo la parte più visibile dell’apporto che Kolarov sta dando alla Roma. Il suo innesto ha avuto un ruolo fondamentale soprattutto nel lavoro di tutti i giorni della squadra, quello che non passa in tv ma che alla fine fa la differenza, perché la sua straordinaria etica lavorativa alza l’asticella negli allenamenti. Di Francesco ne ha parlato qualche giorno fa, definendolo un esempio per tutti i calciatori, giovani e non, per la meticolosità nella preparazione di una partita e per la cura del suo corpo, che lo ha portato ad essere (a quasi 32 anni, ricordiamolo) quello che attualmente è uno dei calciatori più incisivi della Serie A.

In diverse partite è stato il calciatore della Roma a giocare più palloni (il record sono i 115 nella partita vinta a San Siro con il Milan), che insieme al lavoro “da terzino” ne fanno un interprete top del ruolo, capace di essere allo stesso tempo regista e stantuffo di fascia, assistman (miglior giallorosso per occasioni create, 17) e difensore efficace (è anche il secondo per il numero di eventi difensivi ogni 90 minuti).

Un calciatore completo come pochi, che ha saputo completarsi nell’esperienza inglese e aggiungere una fase difensiva di alto livello al proprio bagaglio, dimostrando un’apertura mentale e una duttilità non comuni (altrimenti con Guardiola non avrebbe mai giocato). Quest’anno è tornato al ruolo in cui lo abbiamo conosciuto al meglio nella sua prima versione italiana e nonostante un’età diversa sembra non aver perso quasi nulla della capacità di spinta che aveva quando era più giovane, oltre ad esser migliorato in tutto il resto.

Kolarov oggi è uno dei calciatori giallorossi più apprezzati e un punto di riferimento per tutti nell’ambiente. Altro che ex laziale a cui pagare la pensione, Alexandar a quasi 32 anni è ancora uno dei migliori terzini d’Europa e vuole vincere come non mai.

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Quando l’avanzamento della trattativa Bonucci-Milan ha iniziato a circolare tra le notizie principali del calciomercato estivo, in pochi credevano che alla fine sarebbe andata davvero in porto.  Andare via da Torino per giocare in una delle rivali principali della Juventus, senza la Champions, pareva davvero uno scenario impraticabile. Alla fine però i dissapori con Allegri e la voglia di Leonardo di essere ancora al centro di un progetto, e non più uno fra tanti, ha prevalso su tutto, e in pochi giorni si è concretizzata una trattativa che sembrava davvero quasi impossibile.

Sul momento entrambe le parti avevano motivi per ritenersi più che soddisfatte: la Juventus ha incassato più di 40 milioni per un difensore di 30 anni, scontento della sua situazione, mantenendo però in rosa tutti gli altri protagonisti principali della retroguardia delle ultime stagioni (e acquistando anche il tedesco Howedes come ulteriore rinforzo nel ruolo), Bonucci è andato in una squadra che ha riconosciuto lo status da difensore top che si è guadagnato negli anni con un contratto faraonico, che lo ha subito eletto capitano e guida di un gruppo che punta fin da subito ad essere protagonista, sia in Italia che in Europa.  A distanza di qualche mese, paradossalmente, le cose non sono andate proprio come le due parti avrebbero sperato, o almeno non per ora.

La Juventus, dopo 8 giornate, ha già 5 punti di ritardo dalla vetta e ad ogni partita mostra lacune difensive che nei 6 anni precedenti non aveva mai fatto intravedere.  Sono già 13 i gol subiti in 11 partite ufficiali tra Supercoppa, campionato e Champions, un numero inusuale per una squadra che ha sempre fatto della tenuta difensiva il suo principale punto di forza. Barzagli a 36 anni viene impiegato con parsimonia per sfruttare le sue doti su meno partite, Rugani non ha ancora fatto quel salto di qualità a livello mentale che gli permetterebbe di essere titolare fisso, Benatia va a fasi alterne e Howedes non si è ancora visto causa infortunio. L’unica certezza si chiama Giorgio Chiellini, ma da solo non può reggere un intero reparto, soprattutto in una squadra che gioca 2 competizioni.

Bonucci di quella difesa era la guida, e a sua volta veniva “protetto” da Chiellini e Barzagli. La loro intesa straordinaria, forgiata da Antonio Conte e rinsaldatasi negli anni successivi, ha fatto la fortuna loro e della Juve. Senza Leonardo al centro la squadra ha perso un riferimento importante e le precarie condizioni fisiche di diversi elementi della retroguardia hanno fatto pesare ancor di più la sua assenza.

Bonucci è sempre stato bravissimo a impostare il gioco e a dirigere il reparto, lasciando ai suoi due compagni le marcature più insidiose. Nel caso della Juventus degli anni passati poi, con una squadra intera a fare una fase difensiva di alto livello per un difensore la vita è più semplice. In quel contesto sono venute fuori le qualità che lo hanno portato ad essere considerato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, ma al Milan le cose sono molto diverse.

Una squadra in rifondazione, all’anno zero dopo l’arrivo della proprietà cinese che ha portato tantissimi calciatori nuovi, in cerca di equilibri che non è facile trovare immediatamente; un contesto totalmente diverso da quello in cui si è trovato fino a pochi mesi prima. Le responsabilità sulle sue spalle, con la fascia di capitano al braccio, sono molto maggiori, ma questo è uno dei motivi principali per i quali ha chiesto la cessione alla dirigenza bianconera.

I primi mesi in rossonero di Bonucci sono da dimenticare, tanto da aver suscitato l’ironia della rete in merito ai famosi equilibri che avrebbe dovuto spostare con il suo arrivo a Milano. Il fatto che il Milan sia ancora una squadra in fase di assestamento non può giustificare alcuni errori di posizione e di concetto che un difensore di alto livello non dovrebbe commettere. Il derby in questo senso è la partita che riassume al meglio il primo Bonucci rossonero: in ritardo sul cross di Candreva che ha portato al primo gol di Icardi, completamente fuori posizione sul cross di Perisic con lo stesso Icardi libero di colpire al volo in area di rigore.

Qualche mese fa Walter Sabatini, interpellato a proposito del quasi certo sbarco del difensore in rossonero, fu quasi profetico nell’affermare che “Bonucci al Milan indebolirà entrambe le squadre. È un trasferimento che toglierà certezze ad ognuna delle parti chiamate in causa”. 

Se ci si riferisce solo al periodo che va da agosto ad ora il dirigente dell’Inter ha avuto pienamente ragione: il paradosso di Bonucci è nell’aver indebolito contemporaneamente la squadra che lo ha ceduto e quella che lo ha acquistato. Due mesi però sono ancora pochi per dare sentenze definitive e nel calcio le situazioni possono cambiare molto velocemente. Starà alla società bianconera dimostrare di poter reggere dietro, anche senza il giocatore che ha guidato la difesa degli ultimi 6 scudetti, e allo stesso Bonucci dimostrare di poter essere un difensore di livello mondiale anche in una squadra che non si chiama Juventus.