Authors Posts by ccarriero

ccarriero

166 POSTS 0 COMMENTS

0 130

Ormai è una questione di ore. Manca veramente poco. Siamo alla vigilia di Juventus- Cagliari, match che darà il via alla Serie A 2017- 2018. Ci eravamo lasciati, come ormai succede da 6 anni, con la Juventus festante per la vittoria in campionato e in Coppa Italia. Nei 6 anni di dominio bianconero mai nessuno ha avuto dubbi su chi fosse la più forte in Italia. L’estate 2017, però, ha minato le certezze bianconere, dalla sconfitta di Cardiff a quella dell’Olimpico in Supercoppa Italiana passando per le amichevoli pre-campionato non del tutto convincenti. Ma dove sono i reali problemi della Juventus? Soprattutto, c’è qualche problema in casa Juventus?

4-2-3-1: scommessa o traccia tattica su cui lavorare?

L’anno scorso mister Allegri, dopo la trasferta fiorentina, compì un autentico capolavoro tattico: inserì in campo tutte le stelle a disposizione in un 4-2-3-1 che si rivelò l’arma letale della Juventus. Il tecnico livornese ottenne ottimi risultati sia in Italia che in Europa, sino alla finale di Champions persa malamente con il Real Madrid. Quel 4-2-3-1 stellare rappresentò una scommessa europea, un patto tattico per provare a sfatare il tabù Champions League: una rivoluzione tattica che in finale, però, al cospetto dei galacticos, ha mostrato qualche crepa. Un assetto tattico che non garantisce la costante copertura centrale e che spesso espone i bianconeri a dei rischi che in Europa possono rivelarsi fatali.

Il 4-2-3-1, quindi, può essere una traccia tattica costante su cui Allegri può lavorare? La Supercoppa italiana, persa dalla Juventus per 3-2 contro la Lazio, ha mostrato una squadra imballata e poco dinamica. Sia sugli esterni che in mezzo al campo: l’assenza di Marchisio e l’ingresso tardivo di Douglas Costa hanno complicato le cose ma i bianconeri sono stati lontani parenti della squadra famelica ed aggressiva dello scorso anno. Non è escluso che, con l’arrivo di Matuidi, Allegri possa pensare ad un 4-3-3, rimpolpando il centrocampo e consegnando alla squadra i polmoni e la grinta garantiti dal neo-acquisto francese.

A livello tattico, il tecnico livornese dovrà fronteggiare anche l’assenza di un regista difensivo come Bonucci, un’assenza che peserà nella costruzione della manovra, una delle lacune evidenziatesi nella sfida contro la Lazio. Mister Allegri dovrà analizzare questo pre-campionato e dovrà capire se il problema è nei singoli, nel modulo o nelle motivazioni dei suoi: l’impressione è che sia un mix su cui bisognerà lavorare sin da subito.

La nuova Signora e le altre: gap assottigliato?

Non accadeva da anni che un top-player bianconero passasse ad una diretta concorrente. Durante l’estate 2017 è successo anche questo: Bonucci passa al Milan. “Nessuno è indispensabile” è il diktat bianconero ma il trasferimento di Bonucci può spostare gli equilibri per due motivi:

  1. La Juventus non troverà un altro Bonucci, per il modo di interpretare il ruolo di difensore centrale
  2. Il Milan si è rafforzato acquistando uno dei migliori centrali difensivi al mondo

Due fattori che non possono essere tralasciati in un’analisi complessiva del campionato che sta per cominciare. Fattori a cui si aggiunge la cessione di Dani Alves, uno degli artefici della scalata bianconera sino alla finale di Champions: il terzino ex Barca, tra i giocatori più vincenti della storia del calcio, era stato decisivo a più riprese sia in Italia che, soprattutto, in Europa. Al suo posto, ad oggi, c’è Mattia De Sciglio, terzino dalle caratteristiche diverse da Dani Alves ma, soprattutto, con un pedigree diverso. Alla vigilia dell’inizio del campionato, la sensazione è che il gap tra la Juventus e le altre sia assottigliato rispetto al passato: il Milan ha speso più di 200 milioni sul mercato, l’Inter ha confermato i big e può contare su un tecnico preparato come Spalletti e il Napoli ha confermato in tronco la squadra che l’anno scorso ha brillato su ogni campo. Parte un gradino sotto la Roma di Di Francesco che non ha ancora rimpiazzato il partente Salah.

Per la nuova Signora incomincia un campionato diverso rispetto al passato: parte da favorita, come ogni anno, ma con qualche certezza in meno ed una concorrenza più agguerrita. Arriverà il settimo gioiello o sarà costretta a cedere il passo alle concorrenti? Non ci resta che attendere. Da domani, sarà battaglia.

0 125

Non si tratta di basket, nonostante ormai tutti parlino di A2. Parliamo di calcio. Ed esattamente, si parla della seconda serie italiana, meglio nota come Serie B. Sempre un po’ snobbata, sottovalutata e non considerata all’altezza dei grandi palcoscenici che offre la Serie A. Negli ultimi anni il trend si è quasi invertito: la Serie B accoglie un bacino di tifosi in molte piazze più ampio di quello della Serie A. Bari, Salerno, Avellino e Cesena sono le piazze più calde che, ormai da anni, militano stabilmente in Serie B: una media costante di 10.000 tifosi ogni match e tanti sostenitori sempre presenti in trasferta. Piazze che, se si considerassero soltanto le presenze sugli spalti, non meriterebbero la Serie B.

Curva del Bari

Quest’anno chiamarla semplicemente Serie B o seconda divisione italiana, è veramente difficile. Un campionato che trasuda di storia, piazze prestigiose e curve che sono pronte a riempirsi ogni weekend. La Serie B 2017-2018 accoglierà 20 squadre che nella loro storia hanno disputato anche la Serie A, con soltanto Virtus Entella e Cittadella che non hanno mai partecipato ad un campionato di massima serie.

Le matricole terribili

La Serie C ha consegnato alla cadetteria quattro piazze calde, ambiziose e storiche: Parma, Foggia, Venezia e Cremonese. Quattro squadre che vengono da promozioni esaltanti e vantano alle spalle società che tenteranno la scalata verso la Serie A. Il Parma di D’Aversa ha già messo a segno i primi colpi di mercato portando in Emilia giocatori del calibro di Siligardi, Dezi, Di Gaudio e Gagliolo, per citarne qualcuno, e il duo Faggiano-D’Aversa ha nel mirino il triplo salto, dalla D alla A in tre anni.

Sogno che cova anche la deliziosa Venezia con SuperPippo Inzaghi alla guida dei veneti, che tornano in B dopo 11 anni: in silenzio, e dietro le quinte, lavora Giorgio Perinetti, specializzato in promozioni. C’è il Foggia poi, che dopo 19 anni con Giovanni Stroppa torna a calcare campi di B ed ora sogna ad occhi aperti, perché la storia recente ha lasciato una convinzione: le neo-promosse in Serie B sono le più temibili, rodate e con una marcia in più degli altri.

Dulcis in fundo, c’è la Cremonese: la squadra di Attilio Tesser lo scorso anno ha compiuto un’impresa incredibile riuscendo a riprendere in classifica l’Alessandria, che sembrava promossa in B da mesi. I grigiorossi hanno messo a segno qualche colpo che in Serie B può fare la differenza ma i lombardi partono a fari spenti, con l’obiettivo di lasciare tutti a bocca aperta.

Curva del Foggia
Nel segno della Z: Zeman e Zamparini (ri)vogliono la A

Ci ha pensato anche la Serie A a rendere il campionato di B più affascinante, costringendo alla retrocessione Palermo, Pescara ed Empoli. Il Palermo, nonostante la permanenza di Zamparini, si candida prepotentemente per la pronta risalita in A. In panchina c’è Tedino, ex allenatore del Pordenone, all’esordio in B ma esponente di idee tattiche affascinanti ed innovative: il suo Pordenone ha sfiorato la promozione in cadetteria.

Non può passare inosservato il boemo, Zdenek Zeman alla guida del Pescara. Gli abruzzesi dallo scorso anno hanno cominciato a costruire una squadra che rispecchi a pieno le ormai note idee zemaniane. La prima giornata offre già un incrocio nostalgico: proprio il boemo contro il suo Foggia, una delle tante sfide che la Serie B settimana dopo settimana sarà pronta a sfornare.

L’Empoli è, tra le tre retrocesse, la squadra che parte a fari spenti. Un giovane allenatore, Vivarini, ed un ambiente distrutto da una retrocessione inaspettata. Toccherà al mister, attraverso il suo calcio propositivo, rilanciare le ambizioni biancoazzurre.

Zdenek Zeman, allenatore del Pescara
Benvenuti in B, campioni!

Sarà una Serie B anche da campioni del mondo. All’esordio sia Fabio Grosso, alla guida del Bari, che Filippo Inzaghi, con il suo Venezia. L’ex terzino della nazionale rappresenta una vera e propria scommessa del direttore sportivo Sogliano che ha scelto un profilo giovane per riscattare la stagione deludente dello scorso anno. Prima esperienza tra i professionisti per l’ex tecnico della Primavera della Juventus, che sta provando ad imprimere il suo ‘credo‘ ai biancorossi: fraseggio veloce, ricerca del possesso palla e squadra corta.

Inzaghi e Grosso con la maglia della nazionale
Tra sorprese e certezze

Da un lato il Carpi di Antonio Calabro e dall’altro il Frosinone di Moreno Longo. Antonio Calabro per molti tifosi della B sarà sconosciuto, viene dalla Virtus Francavilla ed è nato a Galatina, provincia di Lecce. Modello? Antonio Conte, non uno qualunque. Ha condotto la Virtus Francavilla dall’Eccellenza alla Serie C, qualificandosi l’anno scorso per i play-off di Serie C come quinto e venendo eliminato, dopo un doppio pareggio, dalla corazzata Livorno. Un calcio aggressivo, intenso e, fino ad oggi, vincente, con il Carpi che ha deciso di puntare su di lui per il dopo-Castori. Il primo risultato, arrivato in Coppa Italia, non può che essere ben augurante: 4-0 al Livorno e, dopo aver dominato dall’Eccellenza alla Serie C, arriva il banco di prova della Serie B. Molti parlano di lui come un predestinato, ora sarà il campo ad emettere l’ultima sentenza.

Antonio Calabro, nuovo allenatore del Carpi

La certezza non può che essere il Frosinone, squadra che l’anno scorso ha sfiorato la promozione in A, e che vanta una società ricca ed ambiziosa, guidata dal presidente Stirpe. La scelta di Moreno Longo, ex allenatore della Pro Vercelli, segna l’inizio di  un nuovo progetto, che riparte, però, da solide basi: Ciofani, Dionisi, Maiello, Krajnc e Soddimo. Confermata, quasi in toto, la squadra che l’anno scorso per lunghi tratti ha dominato il campionato di Serie B.

Non ci resta che attendere, i presupposti sono ottimi ed i tifosi attendono con trepidante attesa la prima giornata che, probabilmente, rimarrà nella storia. Calore, passione e storia. Ed è solo la seconda divisione italiana. Anzi, forse è meglio non chiamarla così. Siete ancora in tempo: salite sulla giostra!

0 111

Un pugno, sferrato dopo un contatto sotto canestro a un avversario contro cui non c’era nulla in gioco. Una semplice amichevole di preparazione a un Europeo atteso un anno, per poter riscattare la bruciante sconfitta con la Croazia nel preolimpico della scorsa estate. Quello giocato a Torino, in casa propria, vantaggio che non è servito a regalare una gioia in uno sport come il basket in cui l’Italia è da troppo tempo relegata a un ruolo da comparsa, dopo gli anni ruggenti culminati con un indimenticabile argento Olimpico.

Quel pugno di Gallinari al carneade olandese Kok non è solo un gesto insensato, da parte del giocatore che, grazie alla sua immensa classe, avrebbe dovuto essere il trascinatore del gruppo. È la metafora che riassume la frustrazione di una generazione di giocatori troppe volte etichettata come “la più forte di sempre“, con tre giocatori in grado di arrivare in Nba, ma che poi alla prova dei fatti non è mai riuscita a raggiungere risultati degni del valore che le è stato attribuito. Un gruppo capace di singole prestazioni di livello assoluto, come la vittoria con la Spagna agli Europei del 2015, ma mai in grado di fare il salto di qualità in grado di portarlo a competere per una medaglia.

La generazione di Bargnani e Gentile, neanche convocati per i prossimi europei. Uno, prima scelta assoluta in Nba, giocatore etichettato come erede di Nowitzki per la sua capacità di tirare da fuori e per la coordinazione incredibile per uno della sua altezza, poi smarritosi tra infortuni e limiti caratteriali mai superati (ad oggi è senza squadra). L’altro, prima giovane capitano dell’Olimpia Milano scudettata, poi mandato in prestito in giro per l’Europa a causa dei dissapori con ambiente e società e ora a Bologna per provare a rilanciarsi insieme alla Virtus.

La generazione di Belinelli, sempre ottimo comprimario Nba e vincitore di un anello a San Antonio, che in maglia azzurra non è mai stato capace di diventare trascinatore, anche se è tra quelli che hanno sempre dato tutto alla maglia (come ha spiegato Messina nella sua intervista più recente, “dipende se hai vinto con ruolo da protagonista o meno, non è la stessa cosa. Posso essere stato molto bravo in un team dove c’erano due giocatori che erano punto di riferimento, ma non è detto che quando tocca a me essere il faro io ne sia in grado“)

La generazione mai capace di sfornare un lungo vero, in grado di battagliare sotto canestro con i top mondiali (anche se Cusin, con tutti i suoi limiti, è sempre risultato tra i migliori) e che ha cambiato tanti playmaker senza mai trovarne uno in grado di interpretare il ruolo nel modo giusto. Neanche l’esperimento Travis Diener, agli Europei del 2013, ha sortito effetti positivi.

La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra
La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra

Di questa generazione Gallinari avrebbe dovuto diventare faro e uomo principale, per doti caratteriali e cestistiche. Gli infortuni spesso gli hanno impedito di esprimersi al meglio, ma il “Danilo step back” (Flavio Tranquillo docet) contro la Germania di due anni fa, il tiro che all’ultimo secondo ci ha portato ai supplementari di una partita fondamentale degli Europei 2015 (poi vinta), sembrava aver certificato la leadership finalmente acquisita da un giocatore che in Nba ha raggiunto lo status di quasi-stella (e che quest’anno, col passaggio ai Clippers, è diventato lo sportivo italiano più pagato di sempre). La sua rabbia dopo la sfortunata sconfitta con la solita Lituania (diventata l’incubo azzurro nelle ultime competizioni) nella stessa competizione, sempre ai supplementari, il suo “mi sono rotto le p..le di perdere sempre” poteva significare voglia di riscatto. Invece, in una calda serata estiva, in un’amichevole senza nulla in palio, Gallinari con quel pugno e con la frattura alla mano ha buttato all’aria una delle ultime grandi opportunità che poteva avere con la Nazionale.

Nelle parole di Messina traspare la delusione di chi si aspettava tanto dal Gallo, da chi si è sentito tradito prima umanamente e poi sportivamente: “Ha chiesto scusa, era mortificato. Ma io non avevo molta voglia di parlargli. È difficile spiegare a un uomo di 30 anni concetti come lealtà e responsabilità”. Gallinari ha provato a scusarsi, anche se parzialmente ha incolpato gli avversari rei di averlo provocato. I campioni però sanno resistere alle provocazioni, e lui in Nba avrà preso e dato colpi anche più forti di quella mezza gomitata di Kok. 

gallinari kok

All’Italia non resta che affidarsi a chi rimane. La squadra azzurra rimane ancora in grado di dire la sua, nonostante la situazione che si è creata. Con Datome che finalmente avrà un ruolo da titolare dopo la vittoria dell’Eurolega, Melli pronto a dimostrare in azzurro i progressi incredibili degli ultimi anni, Belinelli desideroso di riscatto e tutto il gruppo compatto gli azzurri devono puntare a giocarsela con tutti. Nel 2003, con una squadra operaia molto meno talentuosa di questa, Recalcati e i suoi arrivarono al bronzo.

Il riscatto azzurro passa proprio da qui. A Messina il compito di creare l’alchimia giusta e di motivare un gruppo di giocatori sempre perdente nei momenti importanti. Senza il Gallo, ma con la rabbia giusta, il riscatto è ancora possibile.

0 210

Circa due anni fa, dopo la clamorosa vittoria a San Siro contro l’Inter di Mancini (fino ad allora in testa al campionato), la Fiorentina di Paulo Sousa si era ritrovata da sola in testa al campionato. Gioco spettacolare, interpreti capaci di suonare lo spartito del tecnico portoghese alla perfezione e l’illusione che si potesse lottare fino alla fine almeno per un posto in Champions. La Juve annaspava e le altre grandi ancora non avevano trovato la quadratura, e non era impossibile sognare di arrivare tra le prime 3. Un’illusione durata poco, perché poi Roma, Napoli e Juve hanno iniziato a macinare calcio e i viola a perdere colpi un po’ alla volta. Il calo della seconda parte di quel campionato è stata solo l’inizio di una lunga discesa che, dopo il deludente campionato di quest’anno, sta portando i viola ad essere una realtà sempre più marginale del calcio italiano.

La proprietà dei Della Valle, poche settimane dopo la presentazione del progetto dello nuovo stadio, ha rilasciato un comunicato significativo nel quale chiedeva a chiunque avesse la disponibilità economica di acquistare la Fiorentina. Un gesto simbolicamente forte, successivo alle polemiche dei tifosi nei confronti della stessa proprietà, accusata di non investire abbastanza nella squadra e di pensare più alle proprie casse che al campo.

In effetti il calciomercato di quest’anno ha confermato finora il fatto che la Fiorentina sta subendo un ridimensionamento importante: Paulo Sousa, dopo un anno horribilis (tra campo, dichiarazioni al vetriolo come quella su Bernardeschi che secondo lui doveva andare in una società seria per crescere, e rapporti con la squadra non idilliaci) ha lasciato, capitan Rodriguez non ha rinnovato dopo alcuni dissapori con la società, gli stessi avuti da Borja Valero (forse il miglior calciatore degli ultimi anni a Firenze) che è sbarcato a Milano anche un po’ forzatamente (le sue prime dichiarazioni hanno fatto intendere che, se fosse stato per la sua volontà, non avrebbe lasciato la Fiorentina) e il discontinuo talento Ilicic è passato all’Atalanta. La cessione che fa più male però è quella gioiello Bernardeschi, che a Firenze è cresciuto e che poteva essere una bandiera, diventato ufficialmente un calciatore della Juventus (lo stesso tragitto che, a suo tempo, fece Roberto Baggio). 

bernardeschi

Oltre ai nomi citati in precedenza i vari Vecino, Kalinic, Tatarusanu e Badelj sembrano essere sempre più lontani da Firenze, attirati da progetti sportivi più ambiziosi. Un’intera squadra smantellata, fatta a pezzi, senza che si intravedano all’orizzonte sostituti all’altezza di chi è partito. Stefano Pioli si ritrova tra le mani un gruppo con giovani prospetti tutti da verificare ad alto livello come Milenkovic, Zekhnini e il giovane Hagi (che nelle prime amichevoli è sempre stato tra i migliori) e calciatori da rilanciare (Sportiello, Babacar) o da far rendere al meglio (il nuovo acquisto Veretout ed Eysseric, talentino francese del Nizza che a breve arriverà a Firenze, oltre ai vari Victor Hugo, Bruno Gaspar, Sebastián Cristóforo e Maximiliano Olivera).

Anche Pantaleo Corvino, di ritorno a Firenze come Direttore Sportivo, è finito al centro delle polemiche per le dichiarazioni rilasciate nei confronti di Gonzalo Rodriguez. Insomma, una situazione che non sembra avere grosse vie di uscita positive e la sensazione che la Fiorentina sia ormai in un tunnel la cui unica via di uscita si chiama cessione societaria. Il progetto dei Della Valle, così come il loro entusiasmo, sembra naufragato. O si cambia strada, rilanciando in qualche modo la società (cosa che attualmente sembra quasi impossibile), oppure all’orizzonte si intravede un periodo di mediocrità, più o meno lungo, in cui si aspetterà solamente il passaggio di consegne a qualche nuovo acquirente.

della valle

Nelle parole di Diego Della Valle si legge tutto lo sconforto di chi non ha più tanta voglia di continuareDov’è ancora il divertimento? Non si può restare in Paradiso a dispetto dei santi”. I primi anni, quelli di Prandelli e delle partite di Champions giocate faccia a faccia contro le grandi del calcio europeo, sembrano un ricordo lontanissimo. Quell’entusiasmo iniziale, con acquisti di primo piano, è pian piano svanito, forse anche per l’impossibilità di costruire uno stadio di proprietà per aumentare i ricavi societari. L’era dell’autofinanziamento ha portato altre buone stagioni, come quelle con Montella in cui la squadra è arrivata a un passo dalla finale di Europa League, ma un po’ alla volta la proprietà ha mollato la presa e non ha più puntato in modo deciso sulla Fiorentina.

Le prospettive per i prossimi anni non sono positive e Pioli, dopo l’Inter, avrà a che fare con un’altra situazione estremamente difficile da gestire. Una società assente, un mercato povero, una tifoseria ormai sfiduciata. Auguri Stefano, ne avrai bisogno.

0 127

Negli ultimi giorni, quando è stato intervistato dai giornalisti che giornalmente seguono l’Inter, Luciano Spalletti è sembrato molto tranquillo. Sorrisi, battute (quelle, a dire il vero, non mancano mai), parole che esprimono fiducia nei confronti di Sabatini e Ausilio e del gruppo Suning. L’arrivo in Cina e la visita al quartier generale del colosso cinese, con la sua maestosità e i 25 mila uffici, sembra aver impressionato l’allenatore di Certaldo, che appare convinto delle potenzialità della macchina che gli è stata messa a disposizione da Zhang.

Anche la valutazione degli elementi della rosa attuale, dopo il ritiro a Riscone, sembra essere positiva, almeno nella maggior parte dei casi. Molti rimarranno, qualcuno partirà senza ombra di dubbio, ma Spalletti avrà il compito di recuperare diversi di quelli che lo scorso anno sono stati accusati di aver trascinato l’Inter in basso, per renderli protagonisti in un gruppo che dovrà essere compatto come non è mai stato negli ultimi anni. “Siamo qui per lavorare duro e con questi giocatori possiamo farcela. In questo tour dovremo riconoscere i meccanismi di squadra, mettere a punto il motore e creare un cuore” (il gergo spallettiano, da questo punto di vista, è sempre efficace nel comunicare al meglio una determinata situazione). Cuore, lavoro duro con i giocatori, la costruzione di una compattezza di squadra con quel il materiale umano a disposizione.

E il mercato? Quasi scomparso dalle dichiarazioni recenti. O almeno, negli ultimi giorni le risposte del mister nerazzurro sono sempre uguali, omologate (“bisogna chiedere alla società e ai direttori, non mi occupo io di queste cose, io penso ad allenare“) e vanno un po’ a cozzare con quelle delle prime conferenze stampa. Proprio in questa differenza è possibile captare qualche segnale di insofferenza dell’allenatore.

Le cose promesse bisogna portarle a casa, alcuni giocatori verranno acquistati. Come dicevo non sono più bravo di chi è venuto prima di me. Ci vogliono giocatori che vanno a integrare una rosa buona ma da integrare”. Quando è stato presentato Spalletti è stato molto diretto, facendo capire nemmeno troppo velatamente di aver accettato l’Inter (rinunciando anche alla Champions, quella che poi i calciatori nerazzurri gli dovranno “restituire”) anche per le promesse di un mercato importante.

Luciano Spalletti Leads His First Training Session As New As Roma Coach

Con il passare dei giorni però le dichiarazioni del tecnico sono cambiate, così come sembrano essere cambiate le prospettive di mercato della società nerazzurra. Nainggolan ha quasi rinnovato con la Roma, Di Maria non sembra raggiungibile, Sanchez non vuole tornare in Italia, Rudiger è andato al Chelsea. Dei nomi top iniziali nessuno sembra poter arrivare all’Inter, che finora è riuscita a portare a Milano solamente Padelli, Skriniar e Borja Valero. Ottimi giocatori, certo, ma sicuramente non in grado di cambiare una squadra che lo scorso anno è arrivata settima. Con il ridimensionamento del mercato, insomma, anche Spalletti sembra aver ridimensionato un po’ le sue aspettative. Almeno a parole. Ora la priorità sembra essere quelli che già c’erano. “La differenza la farà quello che daranno in più rispetto al campionato precedente i giocatori che c’erano già. Non i rinforzi che comunque arriveranno. Se poi arriverà il giocatore importante che può farci fare il salto di qualità non ci tireremo indietro“.

Quel “se poi arriverà” sembra un’ammissione consapevole del fatto che difficilmente arriveranno top player. Vecino è vicino, Keita e Schick sono giovani importanti, ma bastano per rendere l’Inter una squadra da primi 3-4 posti? Difficile dirlo. Il Milan ha comprato tanto e bene e sembra debba ancora portare a Milanello un centravanti di livello, la Juve dopo aver venduto Bonucci sta completando la rosa con giocatori funzionali e probabilmente farà un altro colpo importante, la Roma di Di Francesco si sta completando, il Napoli ha comprato poco ma bene e ha mantenuto tutti i migliori.

Spalletti è l’allenatore perfetto per i calciatori che vogliono mettersi in discussione, il peggiore per quelli che si sentono già arrivati, quindi molti dei calciatori della rosa nerazzurra con lui hanno la possibilità di migliorare il loro rendimento. Questo però non toglie che debba essere integrata con calciatori di livello in diversi ruoli. Il 31 agosto è ancora lontano, ma il campionato inizierà prima della fine del mercato e darà già qualche indicazione sul lavoro fatto da società e tecnico.

A me sono state promesse delle cose, se non vengono mantenute vengo qui e lo dico”, ha affermato durante la presentazione. Non ci resta che aspettare per capire se la tranquillità ostentata ultimamente è reale o solo di circostanza.

0 226

Ci sono giocatori destinati ad essere amati e odiati allo stesso modo, ad essere idoli dei tifosi e allo stesso tempo i principali bersagli quando le cose non vanno bene. Josip Ilicic da Prijedor è da sempre uno che fa parte di questa categoria: gambe interminabili, classe cristallina e mancino terrificante, ma rendimento da montagne russe. Periodi di anonimato assoluto seguiti da altri in cui è capace di segnare per diverse partite di fila, senza apparenti difficoltà. La genialità e l‘incostanza dello sloveno di origini bosniache sono quelle classiche dei fantasisti mancini, anche se in determinati momenti è sembrato che Ilicic potesse finalmente diventare anche un giocatore continuo. E quindi assolutamente incontenibile.

Alla fine però, per un motivo o per un altro, quando sembra che l’esplosione sia prossima succede sempre qualcosa che scombussola i piani. Infortuni, quella discontinuità quasi patologica, i pali colpiti (7 lo scorso anno a Firenze, roba da guinness dei primati) e Ilicic alla fine rimane sempre sospeso nel limbo di quelli che potrebbero essere delle stelle ma che non lo sono. Ora, sulla soglia dei 30 anni, inizia l’avventura con l’Atalanta dei miracoli. La società orobica ha fatto di tutto per portarlo a Bergamo, strappandolo alla Sampdoria quando già sembrava tutto fatto, proprio perché Gasperini (che lo conosce bene, avendolo allenato proprio a Palermo per un periodo) crede di poterlo recuperare in pieno inserendolo in un sistema di gioco che l’anno scorso ha esaltato giovani e meno giovani (Papu Gomez e Masiello su tutti).

ilicic gasperini

Arrivato a Palermo per 2 milioni di euro dopo aver fatto innamorare la dirigenza dei siciliani in un preliminare di Europa League (all’epoca Ilicic giocava nel Maribor) nella prima stagione in Italia, con accanto altri talenti come Pastore e Miccoli, Ilicic aveva fatto intravedere i numeri della stella. Da interno di centrocampo o da trequartista (il ruolo in cui forse si esprime meglio) ha mostrato numeri di alta scuola e in 39 presenze è riuscito a mettere a segno 8 gol totali. I tifosi lo amavano, la dirigenza lo apprezzava e la coppia con Javier Pastore era una delle migliori della Serie A. Le premesse sembravano ottime, ma già dall’anno successivo qualcosa si è inceppato. Con le cessioni di molti elementi importanti, tra cui proprio il trequartista argentino, Sirigu e Nocerino, il Palermo si era indebolito di molto e Ilicic, in un contesto di livello più basso, non è mai riuscito a caricarsi la squadra sulle spalle. La tripletta in Coppa Italia col Siena (prima nella storia per un giocatore del Palermo nella competizione) è l’unico picco di un’annata non proprio da ricordare.

Il terzo anno a Palermo (quello in cui incrocia Gasperini) è emblematico: la squadra retrocede e lui è il miglior marcatore con 10 reti in campionato, anche se la tendenza alla discontinuità di Ilicic tocca il punto massimo. Dalla 30ª alla 34ª giornata segna sempre, anche con la pubalgia, mentre in altre partite scompare. Le stagioni a Firenze, anche se diverse, ricordano il triennio palermitano nell’alternanza di rendimento: tra aspettative disattese al primo anno (2013-2014), polemiche (i fischi dei tifosi e la risposta col dito sulla bocca per zittirli nel 2014-2015), record di gol (13 in campionato, 15 totali) e amore dei tifosi riconquistato (nel 2015-2016) e il ritorno dell’Ilicic discontinuo (2016-2017, con il record di pali di cui abbiamo accennato in precedenza), alla fine rimangono più rimpianti che cose positive da ricordare.

Nel primo anno di Paulo Sousa lo sloveno ha toccato l’apice, mostrando anche una continuità di rendimento inedita. La partita dominata con l’Inter, a San Siro, con la Fiorentina in testa al campionato, è stato probabilmente il picco stagionale sia per la squadra che per Ilicic (che realizzò il primo gol su rigore e giocò una partita spaziale), un picco altissimo che per la Viola non è durato a lungo, mentre lo sloveno alla fine ha chiuso la miglior stagione della sua carriera

Quest’anno ci si aspettava il salto di qualità sia della squadra che dello sloveno, che non è mai arrivato, e l’affermazione di Chiesa e Bernardeschi in pianta stabile ha chiuso le porte a Ilicic, che un po’ alla volta ha perso il ruolo da protagonista e si è ritrovato ad essere una seconda scelta.

Dopo Palermo e Fiorentina, l’Atalanta per Ilicic può rappresentare il momento di svolta di tutta una carriera. La piazza è meno movimentata rispetto a Palermo e Firenze, le pressioni sono minori e la squadra è un blocco compatto, che gioca quasi a memoria, anche se diversi protagonisti dello scorso anno sono andati via. In più c’è l’Europa League da giocare, la competizione con cui Ilicic ha un feeling particolare fin dai tempi del Maribor.

Gasperini ha scommesso su di lui perché vuole recuperarlo sia fisicamente che mentalmente e farlo diventare quel giocatore devastante che si è intravisto solo in determinate occasioni. Se ci riuscirà, a Bergamo ci sarà da divertirsi anche quest’anno.