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Quando l’avanzamento della trattativa Bonucci-Milan ha iniziato a circolare tra le notizie principali del calciomercato estivo, in pochi credevano che alla fine sarebbe andata davvero in porto.  Andare via da Torino per giocare in una delle rivali principali della Juventus, senza la Champions, pareva davvero uno scenario impraticabile. Alla fine però i dissapori con Allegri e la voglia di Leonardo di essere ancora al centro di un progetto, e non più uno fra tanti, ha prevalso su tutto, e in pochi giorni si è concretizzata una trattativa che sembrava davvero quasi impossibile.

Sul momento entrambe le parti avevano motivi per ritenersi più che soddisfatte: la Juventus ha incassato più di 40 milioni per un difensore di 30 anni, scontento della sua situazione, mantenendo però in rosa tutti gli altri protagonisti principali della retroguardia delle ultime stagioni (e acquistando anche il tedesco Howedes come ulteriore rinforzo nel ruolo), Bonucci è andato in una squadra che ha riconosciuto lo status da difensore top che si è guadagnato negli anni con un contratto faraonico, che lo ha subito eletto capitano e guida di un gruppo che punta fin da subito ad essere protagonista, sia in Italia che in Europa.  A distanza di qualche mese, paradossalmente, le cose non sono andate proprio come le due parti avrebbero sperato, o almeno non per ora.

La Juventus, dopo 8 giornate, ha già 5 punti di ritardo dalla vetta e ad ogni partita mostra lacune difensive che nei 6 anni precedenti non aveva mai fatto intravedere.  Sono già 13 i gol subiti in 11 partite ufficiali tra Supercoppa, campionato e Champions, un numero inusuale per una squadra che ha sempre fatto della tenuta difensiva il suo principale punto di forza. Barzagli a 36 anni viene impiegato con parsimonia per sfruttare le sue doti su meno partite, Rugani non ha ancora fatto quel salto di qualità a livello mentale che gli permetterebbe di essere titolare fisso, Benatia va a fasi alterne e Howedes non si è ancora visto causa infortunio. L’unica certezza si chiama Giorgio Chiellini, ma da solo non può reggere un intero reparto, soprattutto in una squadra che gioca 2 competizioni.

Bonucci di quella difesa era la guida, e a sua volta veniva “protetto” da Chiellini e Barzagli. La loro intesa straordinaria, forgiata da Antonio Conte e rinsaldatasi negli anni successivi, ha fatto la fortuna loro e della Juve. Senza Leonardo al centro la squadra ha perso un riferimento importante e le precarie condizioni fisiche di diversi elementi della retroguardia hanno fatto pesare ancor di più la sua assenza.

Bonucci è sempre stato bravissimo a impostare il gioco e a dirigere il reparto, lasciando ai suoi due compagni le marcature più insidiose. Nel caso della Juventus degli anni passati poi, con una squadra intera a fare una fase difensiva di alto livello per un difensore la vita è più semplice. In quel contesto sono venute fuori le qualità che lo hanno portato ad essere considerato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, ma al Milan le cose sono molto diverse.

Una squadra in rifondazione, all’anno zero dopo l’arrivo della proprietà cinese che ha portato tantissimi calciatori nuovi, in cerca di equilibri che non è facile trovare immediatamente; un contesto totalmente diverso da quello in cui si è trovato fino a pochi mesi prima. Le responsabilità sulle sue spalle, con la fascia di capitano al braccio, sono molto maggiori, ma questo è uno dei motivi principali per i quali ha chiesto la cessione alla dirigenza bianconera.

I primi mesi in rossonero di Bonucci sono da dimenticare, tanto da aver suscitato l’ironia della rete in merito ai famosi equilibri che avrebbe dovuto spostare con il suo arrivo a Milano. Il fatto che il Milan sia ancora una squadra in fase di assestamento non può giustificare alcuni errori di posizione e di concetto che un difensore di alto livello non dovrebbe commettere. Il derby in questo senso è la partita che riassume al meglio il primo Bonucci rossonero: in ritardo sul cross di Candreva che ha portato al primo gol di Icardi, completamente fuori posizione sul cross di Perisic con lo stesso Icardi libero di colpire al volo in area di rigore.

Qualche mese fa Walter Sabatini, interpellato a proposito del quasi certo sbarco del difensore in rossonero, fu quasi profetico nell’affermare che “Bonucci al Milan indebolirà entrambe le squadre. È un trasferimento che toglierà certezze ad ognuna delle parti chiamate in causa”. 

Se ci si riferisce solo al periodo che va da agosto ad ora il dirigente dell’Inter ha avuto pienamente ragione: il paradosso di Bonucci è nell’aver indebolito contemporaneamente la squadra che lo ha ceduto e quella che lo ha acquistato. Due mesi però sono ancora pochi per dare sentenze definitive e nel calcio le situazioni possono cambiare molto velocemente. Starà alla società bianconera dimostrare di poter reggere dietro, anche senza il giocatore che ha guidato la difesa degli ultimi 6 scudetti, e allo stesso Bonucci dimostrare di poter essere un difensore di livello mondiale anche in una squadra che non si chiama Juventus.

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I risultati delle gare di stanotte del girone di qualificazione sudamericano (dopo quelle giocate poche ore prima in Europa) hanno chiuso il cerchio relativo agli spareggi mondiali che si giocheranno nelle prossime settimane e che decideranno chi raggiungerà le nazionali già qualificate per Russia 2018.

Spareggi che riguardano da vicino la nazionale azzurra, che dopo aver ottenuto la certezza matematica di disputarli grazie alla vittoria del Belgio in Bosnia della scorsa settimana, con la sudata vittoria in Albania risulta tra le 4 seconde classificate teste di serie in Europa, assieme a Svizzera (battuta dal Portogallo nella gara decisiva per il primo posto del girone, ma che aveva vinto tutte le gare precedenti), Croazia (qualificata in extremis grazie alla vittoria in Ucraina) e Danimarca (trascinata da un fenomenale Eriksen). L’urna di Zurigo, il prossimo 17 ottobre, deciderà gli accoppiamenti tra queste 4 formazioni e le altre 4 migliori seconde (non teste di serie), ovvero Svezia, Irlanda del Nord, Irlanda e Grecia. 

Avversari da non sottovalutare, ma di certo non quanto lo sarebbero state le teste di serie se l’Italia non fosse riuscita a rientrare tra di esse. La Svezia, dopo il ritiro dalla Nazionale di Ibrahimovic, è squadra quadrata ma non particolarmente talentuosa; l’Irlanda del Nord fa della forza fisica dei suoi calciatori il punto di forza (a Euro 2016 ha fatto una buonissima figura, arrivando fino agli ottavi); la Grecia ha giocatori di talento ma negli ultimi anni ha ottenuto risultati deludenti. La più pericolosa delle 4 è forse l’Irlanda, che ha fatto fuori dai Mondiali i “cugini” del Galles (semifinalisti a Euro 2016, non dimentichiamolo) vincendo sul loro campo.

McClean, che con un suo gol ha portato l’Irlanda agli spareggi

Galles, Olanda, Bosnia e Slovacchia (peggiore seconda) sono probabilmente le squadre più deludenti tra quelle escluse, visto il potenziale tecnico e fisico a disposizione.

L’andamento degli altri gironi nel resto del mondo, in molti casi,  è stato degno di una sceneggiatura hollywoodiana, con qualificazioni dirette e agli spareggi in bilico fino all’ultimo secondo, colpi di scena ed eliminazioni difficilmente pronosticabili di squadre forti, che non avranno la possibilità di giocarsi l’ultima possibilità.

Lo psicodramma dell‘Argentina, costretta a non perdere l’ultima partita per disputare almeno gli spareggi (con una serie di incastri favorevoli) e non rischiare di rimanere clamorosamente fuori, ha colpito tutto il mondo. La squadra di Messi e degli altri grandi talenti offensivi che tutti conosciamo era obbligata a vincere in Ecuador, dopo l’incredibile pareggio con il Perù di qualche giorno fa. Sotto per 1-0 dopo neanche un minuto, l’albiceleste si è affidata alle giocate di una “Pulga” in stato di grazia. La tripletta del fuoriclasse del Barcellona ha trascinato la squadra di Sampaoli (le cui scelte sono state comunque discutibili) direttamente ai Mondiali, assieme a Uruguay, Colombia e Brasile.

I verdeoro, già qualificati, sono stati gli artefici della sorprendente eliminazione del Cile, campione sudamericano in carica. Vidal, Sanchez e gli altri potranno assistere ai Mondiali solo guardando la Tv, senza poter nemmeno provare a entrare dalla porta secondaria. Agli spareggi è andato il Perù, squadra dal passato glorioso che non disputa un mondiale dall’anno di grazia 1982. Guerrero e compagni se la vedranno con la Nuova Zelanda, con l’ambizione più che legittima di giocare la competizione calcistica più importante dopo tanti anni di assenza.

Uno sconsolato Sanchez, sconfitto dal Brasile e fuori dal Mondiale assieme al suo Cile

Nel girone nordamericano ha del clamoroso la mancata qualificazione degli Stati Uniti. Messico, Costa Rica e la sorprendente nazionale di Panama sono qualificate al Mondiale (Panama per la prima volta nella sua storia). Ai playoff ci va l’Honduras, che si giocherà il Mondiale nel turno successivo interzona contro l‘Australia, vincente dello spareggio asiatico con la Siria. Quella della nazionale siriana sarebbe stata la storia calcistica più significativa di questi anni, se fossero riusciti almeno a raggiungere lo spareggio. Dopo l’ 1-1 casalingo, nel ritorno in Australia la Siria è addirittura passata in vantaggio, ma poi l’eterno Tim Cahill (a cui gli Aussie dovranno dedicare una statua prima o poi) con una doppietta ha regalato ai suoi la chance di giocarsi la qualificazione contro gli honduregni.

Non resta che aspettare il 17 ottobre per conoscere gli accoppiamenti delle Europee e avere il quadro completo delle gare, dalle quali usciranno le ultime squadre qualificate ai Mondiali 2018. L’ultimo treno per la Russia sta per passare e ci auguriamo con tutto il cuore che l’Italia sia tra le nazionali che ci saliranno. 

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Quel magico microcosmo chiamato Lazio ultimamente riesce a tirar fuori diamanti anche dove gli altri vedono solo zirconi. Giocatori presi per pochi milioni, sconosciuti ai più o in cerca di rivincite dopo un periodo difficile, dopo una fase iniziale di ambientamento si trasformano magicamente in campioni. È un lavoro che parte dall’alto, dal lavoro di un direttore sportivo come ce ne sono pochi di nome Igli Tare (rabdomante del talento come pochi altri) e che arriva sul campo, dove il bravissimo Simone Inzaghi (ma risultati simili li ha ottenuti anche Stefano Pioli) riesce a plasmare i calciatori come vuole e a convincerli di poter essere anche migliori di quel che pensano.

L’esplosione di questi giocatori non ha nulla a che fare con la fortuna. Felipe Anderson e Lucas Biglia prima, ora Milinkovic-Savic, Bastos, Marusic, Immobile, Lucas Leiva e in ultimo Luis Alberto Romero Alconchel, uno che i tifosi fino a pochi mesi fa prendevano in giro come se fosse un personaggio quasi immaginario (Luis Alberto come Lupo Alberto, vista anche l’assonanza linguistica). Si, perché non giocava mai, neanche pochi spezzoni di partita. Quello che verrebbe definito un oggetto misterioso, arrivato come sostituto di Candreva dal Deportivo per 5 milioni e che al posto dell’ex capitano biancoceleste non ci ha quasi mai giocato.

Una decina di presenze, spesso di pochi minuti, nei quali è difficile poter dimostrare qualcosa. Eppure uno che nel 2012 era il secondo giocatore più impiegato del Barcellona B dopo Deulofeu (in quell’anno segnò 11 gol in 38 presenze) e che è passato da Liverpool e poi dal Deportivo (segnando anche 6 gol in Liga nell’anno a La Coruna) non poteva aver perso di colpo tutte le qualità che aveva mostrato. Tutto però faceva pensare che lo spagnolo sarebbe stato un incompiuto.

Le poche presenze, l’ambientamento difficile nello spogliatoio e la difficoltà a trovare una sistemazione in campo avevano quasi convinto Luis Alberto a smettere addirittura di fare il calciatore.  “Era bloccato, aveva bisogno di liberare la mente. Non era soddisfatto, non giocava, era scontento. I problemi erano questi: non gli piacevano i rapporti all’interno dello spogliatoio, non si era adattato alla nuova realtà e al calcio italiano. Vedeva tutto nero – ha detto Juan Carlos Campillo, il mental coach a cui si è rivolto a luglio per farsi aiutare –  non pensava di essere più in grado di fare il calciatore, pensava di non essere all’altezza”.

Qualche segnale di ripresa c’era già stato sul finire della scorsa stagione, quando nella prima partita in cui ha giocato 90 minuti ha messo a segno anche la prima rete in campionato giocando da trequartista e non più sulla fascia, lui che esterno di fascia non è. Un gran gol da fuori area, con un tiro di controbalzo, che forse ha fatto accendere una lampadina anche a Mister Inzaghi.

Da quel giorno a Marassi qualcosa è scattato anche nella testa di Luis, che grazie anche al supporto costante di Campillo ha ripreso fiducia nei suoi mezzi e ha iniziato a dare spettacolo, anche quando è stato spostato un po’ più indietro. Nell’amichevole estiva giocata contro il Bayer Leverkusen, con Leiva ancora di proprietà del Liverpool, Luis Alberto è stato il migliore della Lazio giocando da regista davanti alla difesa, come se quel ruolo lo avesse sempre interpretato. Segnali del genere vogliono dire solo una cosa per un calciatore: che è pronto a fare il salto di qualità definitivo. In quei giorni la stampa e i tifosi non si sono accorti del cambiamento del ragazzo di San Jose del Valle, troppo distratti dal caso Keita e dalla partenza di Biglia. Simone Inzaghi invece ha capito subito che Luis Alberto aveva un’altra marcia, così come Tare, che in lui ha sempre avuto fiducia cieca.

E il salto di qualità è arrivato. La vittoria della Supercoppa contro la Juventus, un inizio di campionato sfavillante da trequartista, dietro l’implacabile Immobile. Quel ruolo probabilmente sarebbe stato di Felipe Anderson, che però è tormentato da continui problemi muscolari, ma dire che Luis Alberto sia solo un sostituto del brasiliano attualmente è un’eresia. Pochi in Serie A sono capaci di incidere come lui su una partita: assist, gol e la capacità di riuscire a saltare un avversario anche quando sembra che gli stia per togliere la palla, grazie a un trattamento di palla sopraffino. Luis è un trequartista completo, che può centrare la porta da qualsiasi posizione. La punizione segnata contro il Sassuolo forse è una delle più belle realizzate nell’era post-Pirlo, per esecuzione e difficoltà. E la finta, sul secondo gol, è roba che solo i giocatori che hanno una marcia in più sono capaci di pensare e realizzare.

Fino a pochi mesi fa Luis Alberto era solo un calciatore in crisi di identità e con la voglia di mollare tutto, oggi è l’idolo di quei tifosi che prima lo nominavano solo come oggetto di scherno e un calciatore che, se continua a giocare come sta facendo, può arrivare dove vuole.

I prossimi obiettivi sono la qualificazione alla Champions con la Lazio e i Mondiali di Russia 2018. Per uno al primo anno di calcio “vero” ad alti livelli potrebbero essere considerati sogni più che obiettivi, ma per questo Luis Alberto – libero dal peso dell’inadeguatezza e finalmente consapevole delle sue enormi qualità – sono un’aspirazione più che legittima.

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Assistere a partite come Benevento-Roma, in Serie A, ormai è una consuetudine sempre più diffusa. Una delle prime 4-5 in classifica gioca contro una delle ultime e porta a casa i 3 punti con una facilità quasi disarmante, quasi come se fosse un allenamento con la primavera. Neanche il fattore campo riesce ad incidere più di tanto su questo trend, che negli ultimi anni ha reso il campionato Italiano molto meno sfidante e molto più disequilibrato. Ovviamente la squadra di Baroni (che risulta essere la peggiore di quelle che giocano nei 5 campionati più importanti d’Europa) è solo l’ultima delle formazioni che, dopo essere arrivate in Serie A, mostrano difficoltà a confrontarsi con un livello superiore a quello a cui sono state abituate.

La differenza tra le prime e le ultime sembra una voragine che ogni anno diventa più larga e profonda. Nel campionato 2016/2017 a fine anno la differenza tra i punti conquistati da Juve, Napoli e Roma (le prime 3) e Palermo, Empoli e Pescara (le ultime 3) è stata di 188 punti, la più alta da quando esistono i 3 punti. Quest’anno, visto l’andamento delle prime 6 giornata, il primato in negativo della scorsa stagione è già in bilico. La differenza ora è di 48 punti (Juve, Napoli e Inter hanno totalizzato 52 punti, Genoa, Verona e Benevento solo 4), mentre nella scorsa stagione dopo 6 giornate era di 32 punti (Juve, Napoli e Inter avevano totalizzato 40 punti, Empoli, Atalanta e Crotone ne avevano totalizzati 8).

 

Niente più sorprese insomma, con le possibilità delle “piccole” di far risultato contro le prime della fila sempre più ridotte al lumicino. Negli altri principali campionati europei la situazione è migliore, ma non di tanto, per non parlare della Champions League, che durante la prima fase vede sempre più squadre-materasso che vanno a influenzare l’andamento dei gironi.

Gli ultimi, insomma, sono sempre più ultimi. Aumentare il numero delle partite per riempire il calendario ha portato a un abbassamento del livello generale del calcio, un problema che neanche il Fair Play Finanziario attuato dalla Uefa riesce a risolvere.  Rimanendo nel nostro “orticello“, ultimamente si sta parlando molto del ritorno della Serie A a 18 squadre, una soluzione che andrebbe di sicuro a migliorare il livello dei club che partecipano al campionato.

Lo stesso Tavecchio ne ha parlato qualche giorno fa (spiegando di aver sempre detto “che i campionati professionistici vanno ridotti. E con questo intendo la Serie A, la B e soprattutto la Lega di C. Finché abbiamo le normative per cui la decisione di ridurre i campionati compete ai soggetti partecipanti sarà difficile portare a compimento la questione. I fatti sono questi. La volontà c’è, ma quelli della parte destra della classifica non votano per quelli della parte sinistra. E per ridurre i campionati ci vogliono maggioranze qualificate.  Con l’inizio dell’anno apriremo un tavolo molto chiaro esponendo i risultati che potrebbero far capire com’è la situazione. Io mi auguro che si possa arrivare a una soluzione ragionevole nell’arco di 3-4 anni.”)

Alzare il livello qualitativo significa anche avere maggior potere nel momento della vendita dei diritti televisivi, fondamentali per i bilanci di tutti i club. Il famoso sfogo telefonico di Lotito di due anni e mezzo fa (“fra tre anni se c’abbiamo Latina, Frosinone, chi c… li compra i diritti? Non sanno manco che esiste, Frosinone. Il Carpi… E questi non se lo pongono il problema!”), per quanto sbagliato nei modi e nei termini utilizzati, nella sostanza metteva in evidenza un problema reale, che in qualche modo deve essere affrontato. Così come dovrà essere affrontato in seguito anche il problema della redistribuzione dei proventi dei diritti, finora troppo a vantaggio dei grandi club.

Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili, cantava qualche anno fa Frankie Hi-NRG. Una frase che riassume meglio di tutte la situazione del nostro calcio (anche se la canzone parlava di altro). Se non si agisce in tempi brevi per cercare di migliorare la situazione attuale della Serie A il rischio è quello di continuare a vedere sempre più partite come Benevento-Roma, già decise molto prima del calcio d’inizio.

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In Premier League sembra arrivato finalmente il momento della sfida tra i due allenatori più vincenti della storia del calcio contemporaneo. Josè Mourinho e Pep Guardiola, dopo un anno in cui il campionato è scomparso abbastanza velocemente dai radar di entrambi, quest’anno sembrano pronti a battagliare fino all’ultima giornata per giocarsi la vittoria del titolo inglese.

La prospettiva, in questo momento, è quella di uno scontro fino all’ultima giornata tra il City allenato dal tecnico catalano e lo United guidato dal mago portoghese. Paolo Condò, in un bellissimo libro, li ha definitii duellanti, andando a sottolineare come gli incroci tra le squadre guidate da questi due geniali interpreti del ruolo di allenatore non siano mai delle semplici partite, ma veri e propri scontri tra filosofie e personalità opposte e ugualmente vincenti. Addirittura la rivalità tra i due viene definita “materiale da film“, e paragonata a “un franchise cinematografico“, e a guardar bene queste definizioni risultano tutt’altro che esagerate.

Mourinho ha vinto ovunque col suo calcio verticale e pragmatico, e grazie al suo modo di entrare sotto pelle ai calciatori ha spremuto sempre il 110% del loro potenziale. Guardiola, grazie ad un mix tra il calcio totale olandese e il possesso palla a livelli celestiali, ha inventato il tiki taka e dato vita a quella che forse è la squadra più forte di tutti i tempi.

Due personaggi così diversi sono nati praticamente nello stesso ambiente, in quel Barcellona di cui Pep è stato bandiera in campo e che poi ha portato in cima al mondo e in cui Mou ha militato per alcuni anni da allenatore in seconda (ha cominciato come braccio destro di Bobby Robson, dopo un passato di calcio giocato praticamente inesistente). Mentre il Porto di Josè arrivava in cima all’Europa, Pep muoveva i primi passi da capo allenatore al Barcellona B, poi forse l’evento che ha generato la rivalità tra i due: la panchina blaugrana è vacante, il portoghese sembra essere l’indiziato numero uno a sostituire Rijkard. Guardiola stesso lo indica come possibile successore del tecnico olandese, ma alla fine la dirigenza sceglie di affidare proprio a lui il ruolo di capo allenatore. Una sceneggiatura quasi cinematografica, che ha continuato ad alimentarsi negli anni successivi

Quella scelta dirigenziale Mourinho in fondo non l’ha mai digerita (anche se Guardiola non c’entra direttamente) e da quel momento è un susseguirsi di duelli verbali e sul campo. Il primo incrocio è in occasione della Champions del 2010, prima nei gironi e poi in semifinale, con quella corsa liberatoria di Mou sul prato del Camp Nou che assume molti più significati di una semplice esultanza per un’impresa sportiva. I “Clasicos” spagnoli con vittorie spesso tonanti del Barça, quasi sempre ingiocabile anche per una corazzata come il Real, hanno alzato l’asticella dello scontro, fino al famoso dito nell’occhio del portoghese ai danni di Tito Vilanova (allora secondo di Guardiola, scomparso pochi anni fa a causa di un maledetto tumore) dopo l’ennesimo trofeo perso ai danni dei blaugrana (in quel caso la Supercoppa di Spagna).

Il duello è proseguito anche quando i due erano in campionati differenti, con il solito Mou ad accendere la scintilla con dichiarazioni sempre pungenti (tipo nel 2014, quando disse che “se nella vita fai una cosa che ti piace, non perdi i capelli: e Guardiola è calvo. A Pep non piace il calcio”, oppure poco dopo la vittoria della Premier del 2015, quando disse in conferenza stampa: “avrei potuto scegliere di allenare un’altra squadra, in un paese dove diventare campioni è più facile: invece ho scelto il campionato più difficile in Europa”. Riferimento neanche tanto velato alle vittorie di Guardiola al Bayern).

L’anno scorso, quando si sono ritrovati a Manchester, tutti pensavano che la Premier dovesse da subito diventare una questione tra loro due. Alla fine invece United e City sono arrivati molto dietro il Chelsea di Conte. Ma il ritorno in vetta era solo questione di tempo, viste anche le disponibilità finanziarie praticamente illimitate dei due club.

Lo United, che comunque a portato a casa il “triplete” minore (Europa League, Community Shield e Supercoppa inglese) ha raddrizzato la mira sul mercato e, complice l’infortunio di Ibrahimovic (che a 36 anni non può più essere l’unico in grado di risolvere le partite) ha scelto di puntare sul devastante Lukaku e sulla solidità di Matic, due giocatori che hanno migliorato in modo esponenziale le prestazioni della squadra. Guardiola ha rifatto la difesa acquistando Mendy, Walker e Danilo, oltre al promettente portiere Ederson, ha preso il talentuoso Bernardo Silva e ha lanciato definitivamente il fenomenale Gabriel Jesus in avanti. Centinaia di milioni spesi, ma se i risultati seguiranno quelli di questi primi mesi di stagione non saranno stati soldi buttati.

Ex aequo in vetta in Premier League dopo la quinta giornata, entrambe con 13 punti, 16 gol fatti e 2 subiti. Un andamento quasi a specchio, anche se come al solito il modo di ottenere i risultati è molto diverso. Ultimamente gli animi tra Mou e Guardiola sembrano essersi placati, ma se le premesse sono queste il duello (anche verbale) sembra destinato a riaccendersi molto presto.

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In quel concentrato di talento calcistico che è il Napoli di Sarri scegliere quale giocatore sia più forte o dotato tecnicamente è un’impresa. Il folletto Mertens demolisce le difese con le sue accelerazioni, Insigne sulla sinistra può inventare la giocata anche nelle partite (tipo Bologna) in cui sembra non essere in giornata, Callejon si infila come nessuno al mondo negli spazi. A centrocampo poi c’è solo l’imbarazzo della scelta, tra la classe e le geometrie di Jorginho, la corsa perpetua di Allan, la fisicità e la maturità di Diawara e la completezza di Marko Rog. Senza dimenticare Marek Hamsik, perno del gioco e calciatore in grado di incidere come pochi altri.

Per prospettive future e qualità intraviste nell’ultimo anno però Piotr Zielinski sembra essere il giocatore che, se messo nelle condizioni di esprimersi al massimo, può rendere ancora migliore il Napoli. Nessuno degli altri componenti della mediana azzurra possiede il mix di talento e completezza del polacco, che nel cuore del gioco può davvero fare qualsiasi cosa. Hamsik è il Capitano e l’uomo simbolo della squadra di Sarri, il calciatore a cui il tecnico toscano non rinuncia mai, ma nelle prime uscite stagionali è sembrato ancora lontano parente del fuoriclasse che ha dimostrato di essere nelle scorse stagioni.

In queste prime partite è toccato proprio a Zielinski il ruolo di raccordo tra la mediana e l’attacco azzurro, e visti i risultati sembra davvero arrivato il momento di lanciarlo in pianta stabile tra i titolari. Due gol in tre partite (l’anno scorso sono stati 5, con in aggiunta 7 assist, in 36 partite giocate non sempre da titolare), tra cui lo spettacolare tiro di controbalzo che ha dato vita alla rimonta con l’Atalanta in una partita che sembrava ricalcare quella persa in malo modo lo scorso anno. L’altro, a Bologna, lo ha segnato da subentrante, quasi a voler mandare un messaggio al suo allenatore.

Sarri lo conosce meglio di tutti, visto che ai tempi di Empoli è stato lui a trasformarlo in interno di centrocampo (prima aveva giocato solo da trequartista) insegnandogli come muoversi nel cuore del gioco. Con Giampaolo poi è migliorato ancora, fino a diventare un giocatore in grado di poter spaccare le partite come pochi.

Zielinski calcia quasi indifferentemente di destro e di sinistro (caratteristica sviluppata già da quando aveva 8 anni, grazie ad allenamenti appositi), è in grado di abbassarsi per ricevere palla per far partire l’azione o di essere lui stesso ricevitore di palloni negli spazi tra la difesa e il centrocampo avversari, può creare corridoi offensivi ai compagni o inserirsi per concludere in prima persona. Se a tutto questo aggiungiamo una progressione palla al piede con la quale può fare a fette qualsiasi difesa otteniamo il profilo di un potenziale fenomeno, come ce ne sono pochi in quel ruolo.

Di Zielinski però in Italia si parla sempre poco, in proporzione alle enormi qualità.

Molti siti specializzati lo hanno inserito nelle loro classifiche dei migliori talenti europei, nel suo paese è considerato il futuro della Nazionale, ma l’hype che lo circonda qui da noi non è poi tanto elevato. Il fatto di giocare al Napoli e di non essere ancora considerato stabilmente titolare probabilmente incide su questa difformità di giudizio, distogliendo in parte l’attenzione dalle qualità eccezionali di Zielinski.

Quelle qualità che hanno attirato le attenzioni di squadre come Liverpool e Real Madrid, e che anche i numeri confermano: il ragazzo di Ząbkowice Śląskie, oltre alle già accennate qualità in fase di realizzazione e di assistenza ai compagni, vince la metà dei duelli con i propri avversari, è il secondo miglior dribblatore della squadra dopo Dries Mertens e la sua percentuale di passaggi riusciti sfiora il 90%. Nelle prime gare di quest’anno si sono visti ulteriori miglioramenti: è passato da 0.9 a 1.7 tiri a partita, migliorando anche nel numero di dribbling e nei passaggi chiave (rispettivamente 1.7 e 1.3 per match giocato, anche se siamo solo agli inizi).

I primi segnali di questa stagione sono chiari, e dicono che è arrivata l’ora di lanciare finalmente Piotr Zielinski da titolare e di affidargli responsabilità importanti. Perché un suo salto di qualità definitivo potrebbe fare la differenza tra una stagione ottima e una (finalmente) vincente.