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Con Napoli e Juventus ormai avviate verso il lungo sprint finale per la vittoria del campionato e la Lazio che si sta confermando una solida realtà (a parte la sconfitta di Milano, che sembra più un episodio sfortunato che un segnale di qualche problematica particolare), l’ultimo posto per raggiungere il paradiso Champions sembra essere l’unico davvero in bilico. A contenderselo ci sono l’Inter di Spalletti e la Roma di Di Francesco, due squadre che però nell’ultimo mese e mezzo hanno affrontato difficoltà difficilmente prevedibili dopo i primi mesi e che, a causa di risultati pessimi, rischiano di doversi preoccupare anche di squadre come Sampdoria e Milan (che nell’ultimo periodo, a differenza di nerazzurri e giallorossi, sono in ottima forma).

Per farsi un’idea basta osservare i numeri delle ultime 6 giornate di campionato, talmente negativi da non dare adito a possibili interpretazioni differenti: 4 punti per la squadra allenata dal tecnico di Certaldo, addirittura 3 quelli raggranellati dalla squadra della Capitale. Meno del Benevento, tanto per fare il nome della squadra attualmente ultima in classifica per distacco, con il solo Chievo ad aver fatto peggio (un pareggio e 5 sconfitte) e il Cagliari con gli stessi punti fatti dall’Inter. Non è un caso che le ultime vittorie collezionate da Inter e Roma siano arrivate, rispettivamente, proprio contro il Chievo e il Cagliari (tra l’altro con un gol molto contestato di Fazio all’ultimo secondo).

Due squadre che vivono un momento simile, con problematiche simili e alcune differenze. Le difese di entrambe sono quasi sempre difficili da battere e anche dopo gli ultimi risultati risultano tra le migliori del campionato, mentre gli attacchi attraversano un momento nero. Gli avanti nerazzurri hanno segnato solamente 4 reti (uno dei quali il clamoroso autogol di Vicari di domenica, senza il quale la partita con la Spal difficilmente si sarebbe sbloccata), gli stessi dei giallorossi.

L’Inter paga la vena smarrita da Perisic, l’inesistente contributo realizzativo di Candreva e l’isolamento di Icardi al centro, con un centrocampo che raramente riesce a contribuire in maniera significativa alla fase offensiva. Le alternative poi sono quasi inesistenti, a partire da un Eder sempre più messo da parte e dal giovane e acerbo Karamoh, talento interessante ma non ancora pronto.

All’ombra del Colosseo invece c’è un Edin Dzeko che sembra tornato (almeno per la media reti) quello del primo anno, con in più una valigia in mano già fatta e poi disfatta per il mancato accordo economico con il Chelsea. Insieme a lui l’incognita Schick, ancora alle prese con problemi fisici, e il contributo altalenante dei vari Perotti, El Shaarawy e Defrel. Anche Radja Nainggolan (sogno nerazzurro di mezza estate), che da trequartista d’assalto aveva raggiunto la doppia cifra, non riesce a incidere allo stesso modo spostato più dietro. Pensare poi che la fascia destra fino allo scorso anno era territorio di un certo Mohammed Salah non può che far aumentare i rimpianti per la cessione dell’egiziano, che a Liverpool si sta imponendo come uno dei migliori attaccanti al mondo.

A prescindere dai numeri, queste due squadre preoccupano per il loro modo di affrontare una partita. L’Inter di Spalletti sembra aver smarrito la convinzione ferrea nei propri mezzi che l’aveva contraddistinta fino a Novembre e che le aveva permesso di arrivare a essere prima in solitaria. Anche quando giocavano meno bene i nerazzurri riuscivano a trovare la via della vittoria, cosa che in questo momento non riesce più (neanche quando passano in vantaggio, come a Firenze o a Ferrara). Un calo che ricorda nefastamente quelli avuti nelle stagioni precedenti e che fa pensare a una debolezza mentale, prima che fisica o tecnica, una sorta di spinta intrinseca a mollare quando le cose iniziano ad andare male (e alcune dichiarazioni del tecnico avvalorano questa teoria).

La Roma invece, reduce da un girone di Champions passato alla grande e un inizio incoraggiante, dopo la sconfitta di Torino sembra essersi fermata. L’incredibile errore di Schick è stato una sorta di sliding door: se il ceco lo avesse segnato e i giallorossi fossero usciti indenni da Torino, forse staremmo parlando di un’altra situazione. Invece la sconfitta all’Allianz Stadium, l’ennesima contro i bianconeri, ha come svuotato la squadra.

Il mercato di gennaio, per entrambe, non è stato di certo scoppiettante. Almeno il calendario, in questo periodo, sembra voler dare una mano alle due squadre più in difficoltà della Serie A. L’Inter dovrà affrontare il Crotone di Zenga e il Bologna in casa (e con i calabresi molto probabilmente dovrà fare a meno di Icardi),  la Roma va a Verona e ospiterà in casa il Benevento. Tutte e quattro le prossime avversarie però attraversano un momento migliore e non saranno di certo disponibili a regalare punti.

Continuare questa specie di corsa del gambero e non riuscire a sbloccarsi significherebbe allargare la lotta al quarto posto anche a squadre che fino a poche giornate fa sembravano tagliate fuori, che ora sono lì pronte ad approfittare di ogni passo falso.

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Agli inizi degli anni 2000, se avessero chiesto a qualsiasi appassionato di calcio il nome di un grande portiere brasiliano, forse gli unici nomi fatti sarebbero stati quelli di Claudio Taffarel (visto anche dalle nostre parti e protagonista della vittoria dei verdeoro a Usa ’94) e di Gilmar (leggendario portiere del Brasile bicampione del mondo nel ’58 e nel ’62). Poi però qualcosa è cambiato e dal paese del futebol bailado sono arrivati alcuni dei portieri che hanno scritto la storia del calcio contemporaneo, italiano e internazionale.

Prima Nelson Dida, grande protagonista delle vittorie in Champions del Milan di Ancelotti, poi Julio Cesar, che sulla sponda nerazzurra dei navigli per diversi anni ha giganteggiato e ha rappresentato un baluardo quasi insuperabile per gli avversari. Anche a Roma si sono visti portieri brasiliani: Doni e Julio Sergio Bertagnoli (passato da terzo a primo portiere e diventato idolo dei tifosi romanisti grazie ad alcune prestazioni super nei diversi derby giocati contro la Lazio) hanno protetto i pali all’Olimpico, con fortune più o meno alterne. Oggi però, grazie all’intuizione avuta lo scorso anno da Walter Sabatini, la Roma può schierare un portiere che ha le stimmate del predestinato e che, per le qualità che sta mostrando, può ripercorrere la storia dei suoi migliori predecessori.

Alisson Becker è speciale, basta assistere a una partita qualsiasi della Roma per rendersene conto. Quella di domenica, proprio nello stadio che ha consacrato Julio Cesar, è stata probabilmente la serata della definitiva consacrazione del classe ’92 di Novo Hamburgo, una serata in cui ha mostrato tutte le qualità che rendono grande un portiere. Plasticità nei pali (il volo sul tiro di Icardi, toccato con la punta delle dita prima di finire sul palo, grazie a un tuffo esplosivo), sicurezza nelle uscite e anche capacità di gestire le situazioni più complicate senza mai dare l’impressione di essere in affanno (a pochi minuti dalla fine, su retropassaggio non perfetto di un compagno, salta Icardi che va in pressione con un dribbling degno di un grande libero).

Nella freddezza, nella capacità di non andare in difficoltà, Alisson mostra tutta la freddezza della sua parte tedesca (il cognome Becker non è casuale), che unita all’estro tipico di un brasiliano (con i piedi ci sa fare, eccome!) lo rendono un numero 1 con pochi eguali. Nei 2340 minuti giocati ha subito appena 21 reti, mantenendo la porta inviolata per ben 12 volte. La difesa della Roma è la migliore in Serie A dopo quella del Napoli, a pari merito con la Juventus, e lui è uno degli artefici principali di questo eccellente rendimento. I giallorossi, che lo scorso hanno ha mostrato più di una crepa nelle retrovie, quest’anno stanno dimostrando di aver ritrovato la compattezza difensiva, nonostante la cessione di Rudiger (e grazie alla difesa sono in zona Champions, visto che i numeri della fase offensiva sono notevolmente peggiorati) e il ruolo del portiere verdeoro in questo processo di miglioramento è stato fondamentale.

Se oggi Alisson è il portiere che tutti ammirano lo deve soprattutto a una testa da grande campione, prima che ai suoi pur notevoli mezzi. Dopo essere arrivato a luglio del 2016, anche un po’ in sordina, è rimasto tranquillo in panchina per tutta la stagione, accettando il ruolo di vice Szczesny in campionato e giocando solamente in Europa League e in Coppa Italia. Mai una polemica, mai un atteggiamento sbagliato o una parola fuori posto nei confronti di Spalletti, solo tanto lavoro e studio per imparare al meglio la nostra lingua (per guidare una difesa è importante saper comunicare, e lui lo ha capito presto).

Una specie di periodo di apprendistato (in questo la sua storia somiglia un po’ a quella di Julio Cesar, “parcheggiato” 6 mesi al Chievo per iniziare a prendere confidenza con il ruolo di portiere in Italia e mai sceso in campo con i gialloblu), in cui ha cercato di sfruttare al meglio la presenza in giallorosso di un preparatore top come Marco Savorani. L’ex Internacional è una spugna, cerca di apprendere al meglio. E pensare che, per sua stessa ammissione, da adolescente era piuttosto immaturo e con qualche chilo di troppo. Per diventare un professionista ha dovuto sudare, in tutti i sensi: “Sapevo che avrei dovuto lavorare sodo e perdere peso. Su una scala da 1 a 5, il mio livello di maturità era 1, e altri erano già 5, evoluti. Ho sofferto molto per la differenza fisica, gli altri portieri erano più forti. Ma sono cresciuto di 17 centimetri l’anno, ho perso molto peso, questo mi ha portato a guadagnare rispetto come portiere“.

A inizio stagone l’addio di Szczesny aveva creato qualche dubbio nei sostenitori giallorossi, visto il rendimento eccellente del portiere polacco nelle stagioni precedenti. Dubbi che poi sono scomparsi col passare dei mesi. Il punto di svolta per Alisson è stata probabilmente la partita dell’Olimpico contro l’Atletico Madrid del Cholo Simeone, nella quale è riuscito a parare qualsiasi cosa passasse dalle sue parti. Da lì in poi il portiere brasiliano ha sbagliato praticamente nulla, dimostrando di essere tra i numeri uno più affidabili in circolazione.

Le sue prestazioni stanno attirando l’interesse di tutti i grandi club europei, in particolare di PSG e Liverpool, ma per ora Monchi e la dirigenza giallorossa non hanno alcuna intenzione di cedere un giocatore con le sue qualità, ancora giovane e con ulteriori margini di miglioramento.

La Roma con lui è in buone mani, questo è certo.

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Sappiate amare la Bari, sappiatela custodire e guardatela sempre da innamorati

Le parole di Floriano Ludwig, imprenditore oriundo di origine austriaca e appassionato di sport, sono quelle che hanno accompagnato la nascita del Foot-ball club Bari, 110 anni fa,  con la sola luce di un lume a petrolio a illuminare il retrobottega in cui i soci si erano riuniti.

Parole che esprimono quel sentimento che poi ha accompagnato la storia di una squadra come poche altre, una storia di cadute e rinascite, di grandi delusioni e di passione indistruttibile. Parole che in qualche modo sembravano già presagire quel destino travagliato che la squadra ha vissuto, quasi un invito a non mollarla e a non abbandonarla, neanche nei momenti più difficili. La Bari (nell’accezione femminile, riportata in auge negli ultimi tempi, che si fa preferire per quel retrogusto un po’ romantico) si deve amare, senza condizioni, anche nei momenti bui, anche con i continui saliscendi tra una categoria e l’altra che l’hanno sempre contraddistinta e portata ad essere definita una “squadra ascensore”.

Tifare La Bari è un “mestiere” difficile, che ha abituato i tifosi a una specie di cronica rassegnazione. Anche quando la gloria è a portata di mano c’è sempre l’impressione che sia frutto di un bel sogno e che, al risveglio, tutto sarà svanito come neve al sole. Una concezione difficile da cancellare, perché legata a un vissuto in cui la gioia è solo un momento passeggero che precede quasi sempre una grande delusione.

Le ultime due stagioni in Serie A in questo senso sono paradigmatiche: al San Nicola e a San Siro i biancorossi hanno fermato due volte l’Inter di Mourinho nell’anno del triplete, ricevendo apprezzamenti per il gioco mostrato in tutta Europa (e chiudendo il campionato con 50 punti, risultato incredibile visti i presupposti), e all’inizio del campionato 2010/2011 hanno battuto la Juventus 3-1.

Poi però nella stagione seguente è arrivata la tempesta calcioscommesse e quei risultati eccezionali sono svaniti, sotterrati dalla vergogna. Una parentesi nera del nostro calcio in una stagione horribilis, che non poteva che terminare con la retrocessione in B da ultima in classifica.

Quella brutta storia di partite vendute però non può cancellare le storie che Bari ha regalato al calcio. Storie di grandi imprese e di un tifo che ha pochi eguali in Italia, storie di talenti che hanno fatto emozionare e di squadre che contro ogni pronostico hanno saputo regalare momenti straordinari.

1984 – Bye bye Juve, nel segno di Totò Lopez

La prima grande impresa moderna risale al 1984. L’avversario è la Juve di Platini, quella con Boniek, Tardelli, Paolo Rossi e altri campioni che avrebbe poi vinto il campionato e la Coppa delle Coppe a fine anno. Una sfida impari, troppa la differenza di valori. Poi però c’è il campo, e a Torino Antonio Lopez detto Totò si prese il palcoscenico e segnò un’incredibile doppietta (alla fine la partita finì 1-2). Al ritorno i bianconeri tentarono in tutti i modi di ribaltare il risultato, ma un rigore all’ultimo minuto del solito Lopez li ricaccia indietro. Se chiedete a un barese il primo calciatore che gli viene in mente che si chiami Totò, probabilmente non risponderà Schillaci.

 

Joao Paulo, il tunnel e la Mitropa Cup

Per molti baresi Sérgio Luís Donizetti, meglio conosciuto come Joao Paulo, è ancora oggi l’idolo prediletto. Nazionale brasiliano, mancino dal talento abbacinante, tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 ha illuminato la scena con giocate da fenomeno insieme a Pietro Maiellaro. Due dalla classe superiore, che si intendevano naturalmente, e che hanno trascinato La Bari alla vittoria del suo unico trofeo, quella Mitropa Cup vinta in finale col Genoa. Il gol al Milan, con tanto di tunnel a Costacurta, è ancora lì tra i momenti più indimenticabili della storia biancorossa. Peccato poi che un grave infortunio ne abbia accorciato la carriera, ma i suoi numeri resteranno per sempre nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare.

 

La banda Materazzi e il trenino

Neopromossa, con poche possibilità di salvezza. Così veniva dipinta La Bari all’inizio della stagione 94/95. Tanti giocatori sconosciuti, qualche giovane promettente e nulla più. Sembrava già scritto il ritorno in B, ma dopo un inizio un po’ così le cose cambiano di colpo. Un pomeriggio a San Siro, contro l’Inter (che ritorna spesso nella storia biancorossa, spesso per cose positive) Guerrero porta in vantaggio i suoi battendo Pagliuca. Quel che viene dopo entra di diritto nell’amarcord barese: il colombiano si mette carponi e invita i compagni a seguirlo nella sua esultanza. Era nato il “trenino”, che diventa poi il simbolo di quella squadra che poi batterà anche il Milan di Capello e chiuderà salvandosi senza troppi patemi (a un certo punto era in zona Uefa). Protti (che l’anno dopo sarebbe diventato capocannoniere della Serie A, anche se poi la squadra tornò in B), Tovalieri, Guerrero, Lorenzo Amoruso, Gautieri, Barone. Quella squadra poi ha perso pezzi importanti e l’anno dopo è tornata in B (come da tradizione, per La Bari una grande gioia deve essere sempre compensata da una grande delusione), ma il trenino è rimasto un simbolo per la squadra, tanto da essere rievocato in più occasioni anche negli anni successivi.

La supernova Cassano e la meteora Enninaya

Ancora una volta l’Inter, ma stavolta i protagonisti principali sono due adolescenti buttati in campo da Fascetti per mancanza di alternative. I nerazzurri se li trovano davanti e forse prima della partita tirano un sospiro di sollievo, ma una volta in campo per loro inizia una serata da incubo. Per i ragazzini e per tutta Bari quella serata invece sarà indimenticabile. Prima Hugo Enninaya scarica una folgore da 35 metri nell’angolo dove Peruzzi non può arrivare, poi sale in cattedra Antonio Cassano.

Quello stop di tacco a seguire e poi sappiamo come è andata a finire. Uno stadio intero impazzito, decine di migliaia di tifosi in delirio, Cassano che si toglie la maglietta, Inter stesa al tappeto. Quell’azione è stata vista milioni di volte, a Bari e in tutto il mondo, ma rivederla ancora oggi mette sempre un brivido. Il talento infinito di “Fantantonio” non è mai riuscito ad esprimersi al massimo, per i limiti che tutti conosciamo, quello di Enninaya non è mai definitivamente sbocciato per tutta una serie di motivi. Quella notte perfetta però, per loro e per Bari, non verrà mai dimenticata.

 

Una meravigliosa stagione fallimentare

Come può una squadra sull’orlo del fallimento dare vita a una delle storie sportive più belle di sempre? Con La Bari è possibile anche questo. A inizio stagione 2013/2014, dopo il calcioscommesse è in procinto di subire anche l’onta del fallimento. La “dittatura illuminata” dei Matarrese sta per finire, mister Gautieri se ne va prima dell’inizio di campionato e il gruppo, giudicato da molti acerbo per la categoria, inizia il campionato senza certezze e con una serie di risultati altalenanti. La gente sembra aver abbandonato la squadra, ma quando a marzo viene dichiarato fallimento qualcosa cambia. Le parole di Floriano Ludwig, il suo appello ad amare La Bari e custodirla, in quel momento prendono forma e si trasformano in un miracolo sportivo. La gente torna allo stadio, il Bari (nel frattempo gestito da Gianluca Paparesta) inizia a volare e sembra non volersi più fermare. Il fallimento passa in secondo piano, con Capitan Sciaudone a fare da catalizzatore del grande amore della gente anche sui social.

La squadra che stava per scomparire arriva ai playoff grazie a un gol all’ultimo di Edgar Cani, uno che è sbarcato in Italia insieme a migliaia di connazionali albanesi proprio sulle coste pugliesi e che a Bari è stato accolto.

Alla fine il Latina metterà fine al sogno Serie A, ma le emozioni e l’unione creatasi in quei 3 mesi sono qualcosa che raramente si è vista nel calcio. Nessun fischio dopo la sconfitta, ma tutti i giocatori che vanno a salutare i 60.000 tifosi e ad intonare il coro “La Bari siete voi”. Sciaudone l’anno dopo va via, ma nessuno potrà dimenticare quella meravigliosa, incredibile stagione fallimentare.

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1154 giorni. Più di 3 anni senza Serie A (l’ultima partita da allenatore nel nostro campionato, prima di domenica, era il famoso Inter-Verona 2-2, quello della frase culto “poi è cominciato anche a piovere”, pronunciata nel post partita per giustificare un altro risultato negativo dei nerazzurri), alla fine il ritorno tanto agognato.

Walter Mazzarri sentiva il bisogno di ricominciare in Italia, per tanti motivi. La scelta di andare all’estero, per cambiare un po’ aria e rimettersi in discussione dopo la deludente esperienza a Milano, alla fine non ha portato i frutti che il tecnico di San Vincenzo avrebbe sperato. Non che abbia fatto così male in Inghilterra, ma quella barriera linguistica mai definitivamente abbattuta per il club alla fine ha contato molto, forse più dei risultati che alla fine non sono stati neanche così pessimi (salvezza raggiunta nonostante la stagione disastrosa di Ighalo, che l’anno prima era stato il trascinatore della squadra a suon di gol).

Si dice che il club gli avesse consigliato più volte di migliorare il suo inglese, che Mazzarri aveva studiato in quella specie di anno sabatico precedente al suo ingaggio. Un anno di preparazione sul posto, che però evidentemente non è bastato a imparare la lingua a un livello tale da renderlo autonomo nel gestire allenamenti e conferenze stampa (tanto da dover far ricorso costantemente ad un’interprete). Queste cose per gli inglesi hanno un peso importante, anche se la società è gestita dai Pozzo, e Mazzarri, che già con la  presentazione non aveva destato una buonissima impressione (il suo inglese scolastico ha reso il video virale in pochissimo tempo), ha pagato il suo scarso feeling con la lingua d’oltremanica.

Lo disse già in tempi non sospetti, l’idea era quella di fare un’esperienza diversa da quelle affrontate fino a quel momento, ma di fare ritorno nel suo paese: “Se mi mancherà? L’Italia è l’Italia, ma ora sono proiettato in questa nuova avventura; staccare dopo 15 anni fatti in Italia per poter magari rientrare un domani con ancora più voglia e stimoli”.  La chiamata del Torino è arrivata al momento giusto, per tanti motivi. Urbano Cairo stima da tempo Mazzarri, fin dai mesi che precedettero il suo arrivo alla Sampdoria (il presidente granata provò a portarlo a Torino, ma il tecnico aveva già firmato con i blucerchiati), la piazza è importante, entusiasta, pronta a sostenere una squadra che fino a questo momento ha espresso solo in parte le proprie potenzialità.

La netta vittoria col Bologna è da considerare fino a un certo punto, sia per i pochi giorni passati dall’arrivo del tecnico alla partita che per i cambiamenti tattici non ancora apportati, ma la voglia con cui i granata sono scesi in campo è quella giusta.  Aggressività bassa in fase di non possesso nella metà campo offensiva e forte in quella propria (a chiudere gli spazi agli avversari) e gioco sulle fasce si sono intravisti, ma i primi aggiustamenti veri il tecnico toscano li studierà in questi giorni di pausa dal campionato. Il passaggio alla difesa a 3, in cui a fiano a N’koulou e Burdisso potrebbe trovar spazio anche Moretti (che si gioca un posto con Lyanco) è prevedibile, così come la presenza di due mediani forti fisicamente (gli indiziati sono Rincon e Baselli, con quest’ultimo che però potrebbe essere schierato come mezz’ala offensiva per le qualità balistiche).

In attacco il tecnico toscano invece dovrà cercare gli giusti equilibri per non sprecare i talenti a disposizione, con Belotti come unica certezza e tanti altri calciatori forti da gestire. Iago Falque e Ljajic potrebbero appoggiare il Gallo, come trequartisti, oppure giocare singolarmente in alcune occasioni per aggiungere un centrocampista in determinate partite. Da non dimenticare anche la presenza di Niang, Boye, Berenguer e dell’emergente “canterano”  Edera, tutti talenti con qualità importanti pronti a dare il loro contributo. La storia dice che il tecnico toscano è capace di valorizzare al meglio proprio gli attaccanti (per rendersene conto basta guardare i numeri di Lucarelli e Protti a Livorno, Amoruso e Bianchi alla Reggina, Pazzini e Cassano alla Samp e Cavani al Napoli quando lui era in panchina) e con i granata avrà la possibilità di scegliere come forse mai prima.

Il Torino è pronto a ripartire con nuove ambizioni, così come il tecnico, desideroso di rifarsi anche quell’immagine di allenatore di alto livello che aveva costruito con fatica dopo la gavetta, partendo dal basso, fino ad arrivare a giocare anche la Champions e a vincere trofei come la Coppa Italia.

Ultimamente il suo nome più che altro è stato citato per ricordare le stagioni storte e le occasioni in cui ha cercato di giustificare i suoi risultati negativi con scuse un po’ rivedibili. Ora è arrivato il momento di ricordare a tutti che Walter Mazzarri non è un allenatore in declino, ma il tecnico capace di raggiungere risultati spesso inaspettati e di valorizzare al massimo il materiale umano a sua disposizione.

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Quando, dopo l’ennesima sconfitta rimediata in casa col Cagliari l’Udinese ha scelto di esonerare Del Neri, i friulani erano impantanati in una situazione di classifica inaspettatamente negativa. 4 vittorie (3 in casa e 1 fuori) e 8 sconfitte (4 in casa e 4 fuori), con 18 gol fatti e 23 subiti, ma soprattutto l’impressione di una squadra che ancora una volta avrebbe dovuto lottare per non retrocedere. A dire il vero è dal 2012 in poi, anno in cui si classificò al terzo posto dietro la prima Juve di Conte e il Milan di Allegri, che l’Udinese è scomparsa dai piani alti della classifica, disputando una serie di campionati ai limiti della mediocrità.

La provinciale dei miracoli, quella capace di rivaleggiare con gli squadroni del nord nella lotta alle posizioni nobili del campionato e di sfornare elementi come Sanchez, Di Natale e le decine di altri calciatori lanciati verso i club più importanti d’Europa, sembrava aver perso di colpo tutta la magia che l’aveva portata ad essere una società modello in tutto il continente. Una serie di campionati mediocri (il tredicesimo posto raggiunto alla fine dello scorso campionato, con 45 punti, è il risultato migliore degli ultimi 5 anni), esoneri e la diminuita capacità di trovare diamanti grezzi e trasformarli in campioni stavano lì a certificare una mediocrità inedita per la gestione Pozzo.

Le annate negative ci sono sempre state, perché una società che fa dello scouting e delle plusvalenze la propria ragion d’essere può sbagliare una stagione, ma 5 anni di risultati negativi sono qualcosa di inedito per chi è abituato a respirare spesso l’aria delle competizioni europee. Dopo le prime 12 giornate di questo campionato nulla avrebbe fatto presagire ad un miglioramento, con i bianconeri in piena lotta per non retrocedere. Ci voleva una sterzata netta per invertire il trend, una mossa anche un po’ azzardata, e quella mossa è stata l’arrivo in panchina di Massimo Oddo.

Quando il tecnico pescarese è stato nominato nuovo allenatore lo scetticismo nei suoi confronti era chiaro. Come può un allenatore con così poca esperienza, esonerato dal Pescara già praticamente retrocesso la stagione precedente, risollevare una squadra in crisi? In pochi credevano che l’ex Campione del Mondo fosse capace di riportare sulla retta via un gruppo di calciatori in così grandi difficoltà. Oddo invece si è subito rimboccato le maniche, ha studiato a fondo la rosa e le potenzialità latenti in essa (anche di chi è stato meno impiegato da chi lo aveva preceduto sulla panchina) e ha capito che i calciatori che è stato chiamato a guidare avrebbero potuto fare molto meglio di quanto fatto fino a quel momento.

Sotto la sua gestione l’Udinese sembra tornata la squadra capace di potersi imporre con chiunque. I 15 punti in 6 partite (con 5 vittorie di fila) sono numeri che parlano chiaro, così come i 12 gol fatti e i 3 soli subiti (con una media reti che, in questo periodo, mette i friulani dietro solo a Juve e Lazio), con la ciliegina sulla torta della vittoria a San Siro contro la fino ad allora imbattuta Inter di Spalletti. E anche nelle due sconfitte rimediate (entrambe col Napoli, in campionato e in Coppa Italia) la squadra ha sempre dimostrato il giusto atteggiamento, venendo sconfitta in entrambi i casi solo di misura.

Il lavoro del tecnico ha favorito la valorizzazione di tanti degli elementi in rosa, sia di quelli giovani che dei profili più esperti. La linea difensiva a 3, con il ritrovato Danilo e la scommessa belga Nuytinck punti fermi e gli adattati Stryger Larsen e Samir a giocarsi il posto rimanente (entrambi nascono terzini), sembra aver trovato una solidità invidiabile, guidata dall’esperienza in porta del super veterano Alvaro Bizzarri (40 portati alla grandissima).

In mezzo, con Behrami a fare da schermo, stanno esplodendo definitivamente due interni come Jankto e Barak, tra i pochi a mettersi in luce anche prima dell’arrivo di Oddo. Giovani, fortissimi fisicamente, instancabili e capaci di trovare anche la porta con una certa facilità, hanno già attirato l’attenzione di grandi club. La fisicità del reparto centrale è completato poi dalla spinta sulle fasce di Adnan e del redivivo Widmer, due giocatori che per motivi diversi (l’iraniano per inutilizzo, lo svizzero a causa di un infortunio) negli ultimi tempi erano finiti ai margini e che ora sono tornati protagonisti.

Con Rodrigo De Paul a fare da jolly (a metà tra l’essere titolare e da spacca partite in corso d’opera), il calciatore che forse rappresenta al meglio la nuova Udinese però risponde al nome di Kevin Lasagna: 2 gol nelle prime 11 partite giocate, 5 nelle ultime 5 (con 2 assist). L’ex Carpi, spostato stabilmente da punta centrale, è il calciatore perfetto per il gioco impostato da Oddo, con la sua capacità di colpire in contropiede le difese avversarie e di tagliare nello spazio, oltre a favorire gli inserimenti dei centrocampisti.

La classifica dice che i bianconeri sono al momento in piena lotta per un posto nei piani alti, anche se il difficile inizia ora. Confermare la stessa continuità sarà difficile e prima o poi arriveranno periodi di minor brillantezza, ma l’Udinese con l’atteggiamento delle ultime gare può aspirare a un posto in Europa, che manca ormai in Friuli da troppi anni.

Sarebbe una grande rivincita per Massimo Oddo, bollato da molti come allenatore di scarso valore (dimenticando il campionato di Serie B vinto a Pescara) forse troppo in fretta. Proprio il tecnico, in uno status condiviso sui suoi canali social a capodanno, ha riassunto bene questo periodo (e, forse, anche quello della sua squadra): “Il lavoro paga sempre, l’importante è avere sempre la forza di rialzarsi“.

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Gli ultimi 6 mesi del 2017, anche per un ragazzo giovane, talentuoso e con la testa sulle spalle come Patrick Schick, sono stati tutto fuorché come ci si aspettava. La stagione da rivelazione con la maglia della Sampdoria, gli 11 gol segnati giocando spesso spezzoni di partita, la voglia di consacrarsi come uno dei maggiori talenti emergenti del calcio mondiale ha attirato su di lui l’interesse di grandi club italiani e stranieri. Alla fine sembrava averla spuntata la Juve, tanto che il calciatore ceco aveva già ricevuto la benedizione di Pavel Nedved e si era fatto fotografare mentre svolgeva le visite mediche.

Sorrisi, dichiarazioni di circostanza, tutto come da copione. Quando sembrava tutto fatto però è accaduto l’imponderabile: la diagnosi di un’infiammazione cardiaca, la Juve non più convinta di prenderlo, la ricerca di altre soluzioni in attesa che quel problema fosse risolto. Schick si è ritrovato in una situazione anomala, spiazzante, senza certezze di alcun tipo. Alla fine è arrivata la Roma, che ha scelto di soddisfare le richieste di Ferrero pur di fargli vestire subito la maglia giallorossa, convinta in ogni caso che quel problema temporaneo non avrebbe creato troppi fastidi.

Poi però, quando sembrava in rampa di lancio, ci hanno pensato un paio di fastidiosi infortuni muscolari a frenare il suo inserimento. Dopo qualche partita da subentrante e l’esordio da titolare nello sfortunato 0-0 contro il Chievo è arrivato anche il primo gol, anche se non è servito ad evitare l’eliminazione dalla Coppa Italia per mano del Torino. Quando stava per raggiungere la fine del lungo tunnel di difficoltà, ecco poi l’incredibile gol sbagliato all’Allianz Stadium, contro quella Juventus che sembrava prima averlo scelto e che poi ha preferito ritornare sui suoi passi.

Ormai quell’azione è stata vista, vivisezionata, e ha lasciato un segno nell’ambiente giallorosso. I bianconeri sono l’avversario per eccellenza, la rivale che da troppi anni vince e lascia le briciole agli altri. A Torino poi la squadra allenata da Di Francesco non vince da troppo tempo (la Juventus, prima dell’ultima sfida, veniva da sei vittorie consecutive in casa contro i giallorossi, vittorie nelle quali per ben 4 volte non hanno subito neanche una rete. Il trend, quindi, è stato più che confermato) e un pareggio, nell’ottica di un campionato combattuto come mai negli ultimi anni, avrebbe significato tantissimo.

Dopo quella sera Schick è diventato una specie di capro espiatorio, il bersaglio di critiche preferito di molti dei suoi stessi tifosi. Il giocatore costato più di 40 milioni, il miglior talento giovane espresso dalla Serie A, nei pochi secondi intercorsi tra l’errore di Benatia e Alex Sandro e il pallone tirato sui piedi di Szczesny è passato da possibile eroe a sopravvalutato/scarso. Come può uno così sbagliare un gol del genere? In fondo è il calciatore più pagato nella storia del club, quindi dovrebbe essere quasi infallibile. E via con i dubbi sul suo reale valore e con offese varie. Come se quell’errore dovesse essere l’unico elemento di giudizio per un ragazzo alla sua seconda stagione vera tra i professionisti.

Si, Patrick Schick è un ragazzo, che ha passato dei mesi molto difficili che sta provando a mettersi alle spalle, e metterlo alla berlina in questo modo è davvero ingiusto. In molti hanno dimenticato i suoi problemi, i periodi di inattività dovuti prima al cuore e poi alla fibrosi muscolare che ne ha complicato il recupero in questi mesi. Hanno dimenticato anche la lezione avuta con Dzeko, etichettato già come fallimento di mercato e diventato poi capocannoniere della Serie A e finalista nella classifica del Pallone d’oro.

Per tornare il giocatore capace di incantare l’Olimpico a suon di numeri da giocoliere e gol da bomber vero, per sviluppare al meglio il suo incredibile potenziale, il ragazzo di Praga ha bisogno di essere sostenuto da tutte le parti in causa, anche dai tifosi. Ha la totale fiducia di Di Francesco (c’è chi dice che stia pensando a un modulo con il doppio attaccante, con lui e Dzeko accentrati e due esterni offensivi a supporto), così come dei suoi compagni e della società. La Roma ha la miglior difesa del campionato, è solida ed equilibrata, ma lì davanti con la partenza di Salah e il periodo di appannamento del bomber bosniaco il bilancio non è dei più positivi.

Proprio per questo, nella lunga corsa che si prospetta da qui a maggio, poter contare sul talento di Patrick Schick al meglio può fare la differenza tra l’ennesimo buon piazzamento finale e la vittoria tanto rincorsa.