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Il Napoli comanda con 24 punti su 24, la Juventus arranca a 19, dopo aver conquistato un solo punto nelle ultime due partite e aver perso prima il comando e poi anche la seconda posizione. Il Napoli sta giocando alla grande e sta dando dimostrazione di grande solidità, i bianconeri di Massimiliano Allegri stanno attraversando una piccola crisi.

Ma da cosa può dipendere questa situazione, oltre che da un calo fisiologico di chi arriva da sei scudetti consecutivi? Anche da un differente utilizzo della rosa. Maurizio Sarri sta impiegando moltissimo i cosiddetti titolarissimi, soprattutto in difesa e in attacco (dove, con Milik fuori fino a gennaio, il tridente Insigne-Mertens-Callejon gioca sia in campionato sia in Champions). Massimiliano Allegri, invece, sta facendo ampio uso del turnover, anche a scapito del risultato qualche volta, ma facendo leva probabilmente sul lungo termine. Il tecnico juventino non vuole che qualcuno non si senta parte del progetto e così dentro Asamoah e fuori Alex Sandro, dentro Bernardeschi e Dybala in panchina. Solo a centrocampo la coperta è un po’ corta a causa degli infortuni che hanno colpito il reparto.

L’intento di Allegri è di avere tutti contenti e un po’ meno stanchi a marzo-aprile, quello di Sarri pare essere prendere il massimo vantaggio in campionato adesso, anche a scapito della Champions, per poi amministrare nei mesi più caldi.

Ma guardiamo un po’ di numeri. In casa Juve, persino il portiere, Gigi Buffon, non è titolare fisso. Ha saltato due partite il capitano, lasciando spazio al polacco Szcsesny. Dall’altra parte, invece, Reina le ha giocate tutte e 8. Uno come Alex Sandro è apparentemente insostituibile, ma nella Juve ha giocato metà delle partite (4, con, 383 minuti totali) per lasciare spazio ad Asamoah (4, 382 minuti): un turnover addirittura scientifico, per non dire matematico, con lo stesso numero di minuti in campo per i due esterni di sinistra.

Nella difesa napoletana, Albiol (6 partite, 522 minuti), Ghoulam (8, 753), Hysaj (6, 554) e Koulibaly (8, 756) sono praticamente sempre presenti, con uno spazio davvero piccolo per Maksimovic (un match, 96 minuti). A Torino, invece, si alternano pure al centro della difesa: Barzagli, Chiellini, Benatia e Rugani (Chiello il più utilizzato, 6 partite e 577 minuti). Per necessità, è Lichtsteiner che in campionato le gioca tutte (8, 578 minuti) a causa dell’infortunio di De Sciglio e perché in Champions League non è iscritto alla lista Uefa.

A centrocampo, il Napoli utilizza sempre Allan e Hamsik, mentre Diawara e Jorginho sono i primi cambi (con quest’ultimo che in realtà è un titolare aggiunto). Rog conta 6 apparizioni, ma per appena 94 minuti, così come Giaccherini (2, 54). Zielinski viene spesso utilizzato a centrocampo da Sarri, infatti ha all’attivo ben 317 minuti e 6 partite. In casa Juve, con Marchisio fuori per infortunio, Khedira che spesso si ferma e Pjanic che è stato assente nell’ultimo mese, hanno dovuto tirare la carretta Matuidi (8 presenze, 608 minuti) e Bentancur (6, 334). Due nuovi arrivati, il che potrebbe portare a pensare che anche i meccanismi dei campioni d’Italia ancora non siano perfettamente oliati.

In fase offensiva, Sarri non rinuncia mai al tridente delle meraviglie, con Callejon, Insigne e Mertens che hanno giocato sempre (723 minuti per Insigne, 672 per Callejon e 665 per Mertens). Praticamente mai visto Ounas (2 partite per 36 minuti, Milik ha avuto tempo di segnare un gol in tre apparizioni (per 97 minuti complessivi) prima di infortunarsi.

Allegri, invece, praticamente mai rinuncia a Mandzukic (8 partite, 724 minuti), si affida spesso pure a Higuain come terminale offensivo (8, 646), ma poi ruota gli uomini. Dybala conta 6 presenze per 618 minuti, Bernardeschi 6 per 182 minuti, Cuadrado 6 per 443 minuti, Douglas Costa 6 per 255 minuti. Senza dimenticare che qualche volta pure Sturaro è entrato nei tre dietro la punta, oppure a centrocampo, o sulla destra per Lichtsteiner (3 partite per l’ex genoano, 191 minuti).

I dati confermano quanto detto a parole: filosofia diversa per le due squadre che dovrebbero contendersi lo scudetto alla fine, anche se di mezzo in questo momento c’è l’Inter. Forse anche per questo motivo Sarri si lamenta spesso del calendario, delle grandi sfide ravvicinate: sa di star giocando con il fuoco della stanchezza, spera di arrivare a Natale con un vantaggio incolmabile per poi mischiare un po’ le carte. Allegri, invece, cerca di restare in scia con il proposito opposto: scatenare il gruppo all’inseguimento quando l’inverno comincerà a diventare più mite. Sperando di essere ancora in lizza, a febbraio, per tutti e tre gli obiettivi.

Una gran rincorsa è già riuscita alla Juve, dopo una partenza falsa, non come questa che tutto sommato conta 6 vittorie, 1 pari e 1 sconfitta. Riuscirà di nuovo nell’impresa mettendo il gruppo al primo posto?

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Come costruire in laboratorio i giocatori di basket perfetti (sulla carta). Tu, professionista mancato, ma dal fisico decisamente da pallacanestro (201 centimetri di altezza), sposi un’ex giocatrice universitaria, 190 centimetri, e le ‘ordini’ di fare tre figli maschi. Poi, inizi ad allenare tutti e tre come se fossimo in un durissimo collegio, sette giorni su sette. Nessuna possibilità di distrarsi, come spetterebbe di diritto a tre giovanotti, avversari sempre più forti e più grandi d’età da affrontare.

Troppi sacrifici? Rischi di soffocare i tuoi figli? Bene, in casa LaVar Ball questo non è successo. E il prossimo campionato Nba vedrà ai nastri di partenza, tra i rookie (le matricole), Lonzo Ball, classe 1997, scelto al secondo giro del draft niente meno che dai Los Angeles Lakers. Qui inizia l’avventura vera e propria del primo giocatore di basket Nba costruito in laboratorio. O meglio, è già iniziata. Nella Summer League, il torneo estivo pre-campionato, Lonzo ha fatto vedere di non essere soltanto un ‘figlio di papà’ oppressivo, tutt’altro. I Lakers vincono, lui viene eletto miglior giocatore del torneo.

Gioca veloce, Lonzo, gli assist non si contano. Come i rimbalzi. Segna pure tanto. Insomma, appare già completo. Al punto che gli scommettitori sono pronti a investire forti somme su di lui come il nuovo LeBron James. E scusate se è poco. Gioca play Lonzo, di cose ne ha imparate in quella difficile gavetta nel giardino di casa con il papà e i fratellini: “È meglio tirare da otto metri completamente smarcati piuttosto che da più vicino ma con un uomo addosso”. Insomma, il tiro da tre è una sua specialità, nonostante i 198 centimetri di altezza.

La storia, questa storia, va raccontata dall’inizio alla fine, però, senza tralasciare altri particolari. Papà LaVar è ingombrante come pochi, del resto, come ogni bravo scienziato, vuole seguire il progetto dall’inizio alla fine. Ha generato – dice – tre fenomeni: gli altri due sono LiAngelo (1998) e LaMelo (2001) e anche loro presto busseranno alle porte dell’Nba. Perché ne siamo certi? Perché al liceo i ‘Ball Brothers’ erano dei veri e propri fenomeni (e non da baraccone) tutti e tre: su YouTube i video hanno fatto il giro del mondo grazie alle loro giocate da Globetrotters consumati. La squadra di Chino Hills che chiude la stagione con 35 vittorie e neanche una sconfitta grazie ai tre figli di un papà gelido calcolatore. E parliamo di una squadra sconosciuta. Quindi, se tanto ci dà tanto, i due fratelli di Lonzo valgono lui, che è già in Nba semplicemente perché è il più grande in famiglia.

Ma la storia non finisce qui, e non potrebbe essere altrimenti. Se resta un po’ ai margini mamma Tina, che pure ha avuto il merito di metterli al mondo i tre bimbi uno dopo l’altro, quasi fossero tiri da infilare nella retina per vincere, ci pensa papà LaVar, in ogni caso, a seguire i marmocchi ormai adolescenti. L’università di UCLA ingaggia Lonzo e dà una futura borsa di studio agli altri due fratelli. Il primo sogno del signor Ball si concretizza: monetizzare il talento immenso che crede di aver trasmesso prima geneticamente e poi con gli allenamenti alla prole.

Ma serve altro perché l’America parli di te e così LaVar cambia faccia, diventa antipatico e sbruffone, cosa che nell’era di Donald Trump pare che faccia audience. Comincia da Michael Jordan, mica pizza e fichi. “Lo distruggerei in una sfida uno contro uno”. Chissà quante risate si sarà fatto MJ. Poi propone di vendere in blocco i diritti d’immagine dei suoi tre figli a una delle maggiori aziende produttrici di scarpe da basket per un miliardo di dollari. “Pagabili anche in dieci annualità da 100 milioni l’una”.

L’America ride. Ne parla. E questo è l’obiettivo di LaVar. Sì, perché tv, giornali e radio si interessano a lui, pagano per ospitarlo, sperando in una delle sue battute impossibili. Negli States la famiglia Ball si prende i titoli dei giornali sportivi, per adesso più che altro per le sparate del papà, che non è sazio. Al Draft Nba, l’estate scorsa, Lonzo arriva con scarpette fatte su misura, ‘signature shoes’. Sì, avete capito bene: non avendo concluso la trattativa con l’importante azienda di scarpette da basket, LaVar si è fatto un marchio tutto suo. Si chiama ‘Big Baller Brand’. Autoproduce le ZO2, mettendole in vendita a una cifra inaccessibile: 495 dollari. Il figlio le indossa quando le franchigie devono scegliere su chi puntare. Provocazioni su provocazioni, insomma, da questo papà ingombrante. Intanto, Lonzo finisce sotto i riflettori, probabilmente per la prima volta per doti solo sue, non costruite mediaticamente, in laboratorio. I Lakers lo scelgono, lo mandano in campo: lui non ha paura e fa il leader.

La famiglia LaVar fa discutere davvero più di Trump e questo risultato è da ascrivere completamente al capo famiglia, bravo e scaltro, pure un po’ fortunato. Ha chiesto disciplina (forse anche un po’ troppa), sta riscuotendo i primi risultati, inizia a far soldi con i suoi Ball Brothers che finora non si sono mai domandati sul serio se papà l’abbia fatto davvero per riscattare il suo fiasco e il suo sogno andato in frantumi (diventare professionista), per dare una chance vera ai figli o semplicemente per farci su dei soldi. Poco importa, forse, ora che Lonzo è in Nba. Qui, tra i giganti, dovrà dar prova di avere anche un cuore, oltre che un atletismo formatosi con il duro impegno. Qui non si scherza. E quando davanti si troverà i mostri sacri, dovrà ricordarsi che se finora ha ‘giocato’, ora ci vuole un attimo per passare dalla prima pagina all’ultima. Dalle stelle alle stalle.

Andrà un po’ meglio a LaVar che, dovesse fallire con Lonzo, avrebbe ancora due carte da giocarsi sui parquet americani. LiAngelo e poi LaMelo. In fondo, quando fai un esperimento, non è detto che la prima volta tutto funzioni a dovere. Finora è andata così però e i ‘replicanti’ sono pronti ad affiancare, nelle stagioni future, il fratellone in Nba. Roba da prima pagina, questa sicuramente, se tutti e tre dovessero trovare posto un giorno nella stessa franchigia. Ma pensate ai titoli pure se dovessero giocare uno contro l’altro. Insomma, LaVar Ball hai fatto centro. Tre volte.

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Madrid impone la forza alla Catalogna, che chiedeva l’indipendenza ed è andata al voto nonostante il no della capitale. Gli effetti politici si riflettono anche sullo sport. Se domenica pomeriggio Barcellona-Las Palmas si è giocata a porte chiuse, dopo un acceso dibattito tra il Consiglio direttivo del club e i giocatori (il primo non voleva assolutamente che si scendesse in campo, i secondi hanno spinto per questa soluzione, e non giocare sarebbe costato alla squadra catalana sei punti di penalizzazione), a poche ore dal 2-0 Gerard Piqué, catalano dentro e difensore simbolo del Barça, si è messo addirittura a piangere ripensando agli scontri e ai feriti della domenica di sangue in Catalogna.

Quando in Spagna non si votava, c’era il franchismo. Io sono orgoglioso di essere catalano. Piqué sarebbe anche pronto a lasciare la Nazionale: “Mi sento catalano, oggi più di sempre. Si può votare sì o no, ma si deve votare. Non siamo riusciti a ottenere il rinvio della partita. I fatti della Guardia Civil e della polizia parlano da soli, non si possono comportare così, quella di oggi è stata la peggiore esperienza professionale di tutta la mia vita. Se la Federazione pensa che io sia un problema, farò un passo indietro in vista dei Mondiali.

Piqué, grande risorsa per la Spagna del ct Julen Lopetegui, un problema rischia di diventarlo. Le Furie Rosse si sono infatti ritrovate per gli allenamenti in vista delle prossime partite di qualificazione a Russia 2018 e il difensore è stato sonoramente fischiato e insultato dai tifosi della Roja. Proprio il commissario tecnico, parlando a ‘El Larguero’, ha detto: “Ho parlato con Gerard dopo quello che è successo, volevo sapere come sta mentalmente, se è al 100%: ho capito che lo è, che sta bene, ha voglia di esserci ed è motivato. Se non avessi avuto queste percezioni, non l’avrei convocato. C’è da gettare un po’ di acqua fredda su questa storia, nella speranza che lo sport unisca. Nella prossima gara contro l’Albania ci giochiamo il lavoro di un anno e mezzo, dobbiamo concentrarci su questa partita e chiudere definitivamente il discorso qualificazione”.

Ma non è automatico passare dalle botte al campo di calcio. E lo sa bene pure Lopetegui che, in relazione alla reazione di tifosi iberici contro Piquè, dice: È una situazione sgradevole”. Anche perché, in Spagna, non è come da noi: il Paese tifa per te quando indossi la casacca della Nazionale, dopo averti visto come un nemico o un avversario per tutto il resto dell’anno; da noi, invece, puoi essere fischiato perché juventino se ti alleni a Coverciano, che si trova praticamente a Firenze, dove la Signora è odiata. E invece, adesso, pure la Spagna sperimenta le divisioni interne. Calcistiche.

La nazione spagnola chiede a Lopetegui cosa ne pensi dei tweet pro-Catalogna di Piqué e la sensazione è che proprio i media vogliano in un certo senso fare fuori il difensore: “Non possiamo farci distrarre da queste cose. Come ho detto, è una situazione sgradevole e per questo chiedo a tutti testa e serenità. Spero che Alicante sia con noi, che non ci sia la tensione di questi giorni. Non analizziamo le opinioni politiche di chi viene in Nazionale. Piquè è straordinario, è con noi da 16 anni e il suo impegno è sempre stato massimo, è un grandissimo giocatore e un punto di forza per noi e non vedo perché non dovrei convocarlo. So che la situazione non è facile, ma io devo pensare all’Albania, è questa la mia priorità, poi per il resto ho la mia opinione, ma la tengo per me perché il mio compito è pensare alla partita e a gestire i giocatori”.

Peraltro, pare che almeno nello spogliatoi ci sia pace. Lopetegui elogia il gruppo del Real Madrid, che ha cercato di prendere le difese del difensore catalano: “Nello spogliatoio è molto amato, i compagni lo sostengono. Del resto, si possono avere vedute politiche diverse rispetto a un amico, ma il clima all’interno del gruppo è positivo”.

A fare più paura, oltre che l’Albania, è la reazione dei tifosi. L’appello è forte: “Ci giochiamo tanto e abbiamo bisogno del sostegno del pubblico di Alicante. Questa partita non deve essere l’occasione per una protesta politica, noi facciamo calcio e lo sport unisce. Abbiamo deciso di fare allenamento a porte aperte perché abbiamo sempre fatto così. È giusto che la gente manifesti le sue opinioni, ne ha tutto il diritto, ma quando si insulta in maniera grave allora si perde la ragione”.

Se, al di là delle parole, proviamo ad approfondire la situazione, non è per niente facile per la Nazionale spagnola scendere in campo dopo quello che è successo a Girona, Barcellona e in tutta la Catalogna. A parole, Sergio Ramos e Gerard Piquè si sostengono, ma la realtà qual è? Che parliamo del capitano della Spagna e simbolo del Real Madrid da una parte, del compagno di reparto ma con idee completamente diverse su Spagna e Repubblica di Catalogna dall’altra. Due giocatori con palmares eccezionali, tra mondiali, europei e Champions. Più volte, i due hanno dichiarato di sostenersi a vicenda, “qualunque cosa accada”. Ma è veramente così?

Sergio Ramos, castigliano dentro, è un difensore a spada tratta dell’unità della Spagna. Prima di domenica scorsa, evidentemente, i due si stimavano e si sostenevano davvero. Tanto che il primo aveva chiesto ai tifosi del Real Madrid di non fischiare Gerard quando scendeva in campo con la maglia rossa della Nazionale (appello in parte accolto, in parte no). Ma ora? Non si può fare finta di niente, domenica è successo qualcosa di molto grave.

Sergio Ramos, il ruolo glielo impone, deve ricompattare la Spagna. Ma non solo la Nazionale, pure la nazione. Cosa impossibile, in questo momento, in Catalogna visti i sentimenti di ostilità nei confronti di Madrid. E la voglia di indipendenza. Sergio Ramos è costretto ad abbandonare Gerard Piquè, che non ha intenzione di mollare, solo di lasciare la Nazionale se capirà di essere un problema. Nel 2010, mentre la Nazionale spagnola festeggiava il Mondiale vinto in Sudafrica, lui sventolava la bandiera catalana sotto gli occhi di tutto il mondo.

Barcellona ha già subito un tradimento da quella che non è solo una squadra, ma un amore viscerale. La squadra è scesa in campo, a porte chiuse, seppure praticamente obbligata dalla Federazione. È stato come un arretrare di fronte al nemico. La seconda mazzata sarebbe un Piquè che ora parla di Spagna prima di tutto, magari intendendo solo la Nazionale. La coerenza dell’uomo, prima che del giocatore, non lo porterà a farlo. Ma questo determinerà forzatamente una divisione tra chi pensa alla Repubblica catalana e forse a una Nazionale di calcio catalana e chi tifa Spagna come unica indivisibile.

Ciò che la Guardia Civil e la polizia hanno tentato di sedare con la forza, è esploso con più forza. La voglia di indipendenza. Che per i catalani è legale. E Piquè è catalano. Dunque, giocherà, ma con quali pensieri? E i tifosi, che faranno? La Spagna giocherà davvero in casa ad Alicante?

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E ora chiamatela ‘Zona Inter’. Non nel senso di modulo, ma nel senso che la squadra di Luciano Spalletti è la più prolifica della serie A nell’ultimo quarto d’ora. In molti casi mortifera, a lancette del cronometro che stanno per arrivare al 90′, come nell’ultima in casa con il Genoa. Il Grifone che pensa ormai di farla franca, poi arriva il testone di D’Ambrosio ed è 1-0.

Dalla zona Cesarini alla zona Inter, insomma, il passo è breve. Su 12 realizzazioni in sei giornate, la formazione meneghina ben 8 volte ha colpito negli ultimi 15 minuti. E la cosa può essere vista e analizzata da due punti di vista almeno. L’Inter mantiene calma e lucidità necessarie a colpire l’avversario anche quando i minuti scorrono, dall’alto di una sorta di consapevolezza: siamo più forti e prima o poi un gol lo facciamo. Oppure, di riffa e di raffa e anche con un po’ di fortuna, un pallone nella rete entra. E poco importa se fin lì il gioco è stato farraginoso, se Handanovic ha rischiato, eccetera eccetera…

Qualcuno, visto anche che il giorno di Inter-Genoa e delle elezioni tedesche era lo stesso, ha paragonato questa Inter di Luciano Spalletti ad Angela Merkel. Ossia: vince, ma non convince. Il che è sufficiente, per ora, a tenersi stretto il terzo posto ad appena due punti dalla vetta (colpa del pari a Bologna, anche allora con un gol, su rigore, nell’ultimo quarto d’ora).

Altro dato da non dimenticare è che le reti segnate in zona Inter sono praticamente sempre pesanti perché l’Inter ha la miglior difesa d’Italia finora: appena due gol subiti. Una cassaforte. Certo non è questa l’Inter che pensava di modellare Spalletti, più propenso allo spettacolo che al risultato. Ma, alla fine, a questa squadra sono proprio i risultati che sono mancati nelle ultime stagioni. Dunque, va bene così, no? I puristi del calcio storceranno del naso, come del resto fanno i tifosi a San Siro fino al 75′. Poi, siccome ormai il golletto nel finale non è più un caso, una strana elettricità pervade lo stadio dal 76′ in poi. Quasi chiamando la rete. Insomma, i fischi (finora riservati ai singoli e e non alla squadra) paiono sempre essere vicini vicini. Una prodezza, di Icardi, Perisic o D’Ambrosio, è sufficiente per trasformare quei fischi in applausi e olè. Perché tutto il mondo è paese, dai, e pure quelli del loggione del Meazza, che neanche si accontentavano talvolta delle prodezze del Fenomeno Ronaldo o che criticavano lo stregone Mourinho. Insomma, anche quelli con la puzza sotto il naso, alla fine se ne vanno a casa contenti. Per un’altra vittoria arrivata in zona Inter.

E poi siamo al paradosso alla Catalano. Che cambia se segni al 1′ o al 90′? Sempre tre punti sono! Solo che se segni subito e poi amministri, sei una squadra matura. Se segni al 90′, sei una squadra che fatica tanto e risolve solo grazie alla dea bendata.

Ora è d’obbligo far seguire alle parole i numeri. Ecco la sequela di reti dopo il 75′ da parte della Beneamata. Il 3-0 alla Fiorentina dell’esordio è facile, al punto che la rete di Perisic al 79′ è solo il terzo squillo, con la doppietta di Icardi che aveva già indirizzato la partita nei primi 15′ (toh, che strano). Alla seconda, c’è la trasferta a Roma con i giallorossi: se è vero che Icardi pareggia al 67′, è altrettanto vero che i tre punti la squadra dell’ex Luciano Spalletti se li va a prendere proprio nei fatidici 15′ finali, con Icardi al 77′ e Vecino all’87’.

Alla terza c’è la Spal in casa: tutto facile, no? Sì e no: Icardi la sblocca su rigore al 27′, ma Perisic scaccia i fantasmi con il 2-0 all’87’. Alla quarta ecco la trasferta sul campo del Crotone, altro 2-0 per i nerazzurri: all’82’ Skriniar, al 92′ Perisic e il piatto è servito. Altri tre punti arrivati alla fine, dunque.

Alla quinta, a Bologna, arriva il primo stop per l’Inter: è 1-1, con i rossoblù che mettono sotto per larghi tratti l’Inter, andando anche in vantaggio con Verdi, ma ci pensa bomber Icardi, su rigore al 77′, a portare a casa un punto. La magia si ripete contro il Genoa, che si chiude bene in difesa e sfiora anche la rete, ma poi arriva il calcio d’angolo, la testa di D’Ambrosio, l’1-0 che ormai non stupisce più: questa squadra resta sempre sul pezzo. Concentrata.

Sapete come sarebbe la classifica dell’Inter fino al 75′? I nerazzurri avrebbero appena 9 punti, a -9 dalla vetta. Sapete, invece, se le partite durassero solo quel quarto d’ora? Calcolo facile. L’Inter sarebbe a punteggio pieno, con 18 punti nel carniere. Ecco perché questa è ora ufficialmente ‘Zona Inter’. Non resta che capire se gli avversari, da adesso in poi, rimarranno concentrati anche loro, contro Icardi e compagni, fino all’ultimo. Perché la paura fa 90′. Ma a volte anche solo 75′. Per gli altri, ovvio, non per Luciano Spalletti.

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È tutta una questione di numeri. Di alta scuola, ma non solo. La Juventus ha deciso di dare la maglia numero 10 a Paulo Dybala, quella dei grandissimi (da Sivori a Platini, da Baggio a Del Piero) e lui sta ricambiando. Lo dicono, ancora una volta, i numeri: 8 gol in campionato in 4 partite giocate, a cui vanno aggiunte le due (inutili) fatte in Supercoppa italiana contro la Lazio. Che portano il totale a 10 (ancora questo numero). Resta lo zero in Champions League contro il Barcellona, al cospetto di Leo Messi, di cui si dice La Joya sia l’erede.

Numeri che da soli valgono il prezzo del biglietto, quelli del gol. Per bellezza stilistica e prontezza nel tiro. Tre volte ha firmato il cartellino a Marassi contro il Genoa, tre volte ha infilzato il Sassuolo a Reggio Emilia. Una Joya da esportazione, si direbbe. Ma pure all’Allianz Stadium ha infilato due perle, giocando solo mezzora contro il Chievo.

Con questo Dybala la Juve dove può arrivare? Al settimo scudetto consecutivo? Per ora, le cifre sono assolutamente monstre per l’argentino che piace tanto (pure troppo, dicono a Torino) al Barcellona. È naturalmente capocannoniere in serie A, in 100 partite con la maglia bianconera è a quota 52 gol. Lui ha detto di non volere paragoni con Messi, e allora un paragone si impone con un altro connazionale, e compagno di squadra, quel Gonzalo Higuain che invece è criticato in questo inizio di stagione (con 2 sigilli in campionato).

Può Dybala battere il record di Higuain, fresco appena di due anni e stabilito con il Napoli (36 reti in tutto il campionato)? Beh, quell’anno, il Pipita era fermo a 4 segnature in 4 partite. Aveva segnato una doppietta alla Sampdoria e una alla Lazio, entrambe al San Paolo. Fino alla 24esima giornata, l’Higuain partenopeo mantenne la strabiliante media di una rete a incontro. E poi chiuse con 36, avendo saltato pure qualche partita (tre turni di squalifica). La media gol/minuti fu impressionante quell’anno: una rete ogni 82 minuti. Il Napoli partiva sempre 1-0, insomma.

Dybala sta viaggiando su medie ancora superiori. La proiezione finale lo porterebbe addirittura a 76, record che difficilmente arriverà. Pensate: finora Paulo ha segnato ogni 37′. Per battere i 36 gol del Pipita, gli basterebbe abbassare la media a un gol ogni 86 minuti perché chiuderebbe a 37 nella classifica marcatori. Il migliore di tutti i tempi. Dybala sta facendo meglio anche dell’attaccante dell’Inter, Mauro Icardi, uno che di gol se ne intende eccome: ha segnato una rete ogni 70 minuti (e ogni 16 tocchi di palla). Il 9 interista in classifica è distante tre reti da Dybala che, ricordiamolo, prima punta non è, lasciando l’incombenza proprio a Higuain.

Se qualcuno ipotizza che ormai possa chiamarsi Tribala per via delle triplette, non sbaglia. Ha eguagliato intanto David Trezeguet, altro juventino entrato negli annali per i tanti portieri che ha battuto: nel 2007/2008 segnò due triplette a questo punto della stagione. Ma Dybala punta ancora più in alto, a superare il recordman di triplette in una singola stagione, l’argentino Pedro Manfredini, che ne fece quattro in tutto l’anno 1960/61 con la maglia della Roma. Da allora, diventò Mantredini.

Se Paulo La Joya dovesse anche solo eguagliare Manfredini, diventerebbe il giocatore della Juventus con più triplette in un anno calcistico. Al top c’è, un altro numero 10, un altro argentino, Omar Sivori che, nel 1960/61, ne fece tre. Quello che è sicuro è che nessuno dei re dei bomber del nostro campionato, negli ultimi 15 anni, aveva mai toccato quota 8 gol dopo quattro giornate. Quello che si avvicina maggiormente è Totò Di Natale, a quota 6 con l’Udinese nel 2006/2007.

Dybala ha segnato finora in tutte le partite di campionato. Nella storia recente della serie A è riuscito ad Adriano nel 2003 con l’Inter, a Luca Toni nel 2005 con la Fiorentina e a un difensore, Christian Terlizzi, con il Palermo nel 2005.

Se ne avete basta di numeri e simili, allora parliamo anche del perché la Juve – felicità a parte per Dybala – debba comunque temere di non confermarsi campione d’Italia. Ha già subito tre reti in campionato nelle prime quattro giornate. Se allarghiamo il campo alle altre competizioni, siamo a quota 9 (tre dalla Lazio e tre dal Barcellona). Era dal 1990, tempi di Gigi Maifredi, che la retroguardia non soffriva tanto (9, ma in cinque sfide e non sei). Ben 5 dal Napoli in Supercoppa italiana, all’epoca, 2 dal Taranto in Coppa Italia, 2 in A da Atalanta e Parma. Quella Juve terminò il campionato al settimo posto, uno dei peggiori risultati in assoluto. Come a dire che puoi avere l’attacco mitraglia, un attaccante da due gol a partita, ma se non sistemi la difesa, sono guai.

Il dopo Bonucci evidentemente, là dietro, non è facile. Ma pure davanti, Dybala a parte, gli altri paiono sonnecchiare, a cominciare da Gonzalo Higuain, che ha sì segnato due gol finora, ma che pare fuori forma in zona gol. Oltre alla Joya, finora, e al Pipita, hanno fatto esultare i tifosi una volta Mandzukic e una volta Cuadrado. Poi stop. Quella che spesso è stata la cooperativa del gol, al momento ha un solista: 10 reti in tutto su un totale di 14 segnate dall’attacco bianconero. Praticamente, è il numero 10 che si sta sobbarcando sulle spalle tutta la Juve. E quando non trova il pertugio lui, la Juve finisce al tappeto (vedi Barcellona). Detto questo, essere Dybala-dipendenti non è assolutamente una vergogna. Quasi tutte le grandi hanno un giocatore che toglie le castagne dal fuoco spesso e volentieri: per non citare solo il Barcellona con Messi (ieri autore di 4 reti nel 6-1 dei blaugrana), c’è il Real Madrid con Cristiano Ronaldo (anche se, ultimamente, anche gli altri partecipano), c’è il Bayern Monaco con Lewandowski. C’è il Paris Saint Germain che ha cominciato a dipendere da Neymar e prima lo faceva da Ibrahimovic.

In attesa di capire se Paulo Dybala rallenterà, per adesso, la Juve spolvera il suo gioiello. Che valeva 150 milioni l’estate scorsa, ma che adesso almeno 200 li vale tutti. Se poi dovesse diventare recordman in serie A, beh, almeno quanto Neymar dovrebbe costare. Soprattutto perché non è un attaccante centrale alla Icardi. Lui lo trovi pure a centrocampo a impostare. E non è cosa da poco farsi trovare lucido poi in zona gol. Immaginiamo che a lui dei record interessi relativamente, vorrebbe iniziare a mettere le mani su qualcosa di unico, tipo la Champions League, portare l’Argentina ai Mondiali, essere sul podio del Pallone d’oro, magari come numero uno, interrompendo il dominio incontrastato della Pulce e di CR7.

Segna Paulo, segna…

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Ei fu, siccome Immobile gli fece tre gol, ridicolizzandolo verso fine partita in dribbling… L’Ei in questione altri non è che Leonardo Bonucci, neo capitano del Milan, l’uomo che con il suo trasferimento estivo ha messo a rumore il calciomercato italiano perché, da colonna portante della Bbc juventina esacampione d’Italia, si era concesso ai rivali del Diavolo. Non per una cifra irrisoria considerata l’età e il ruolo, ma comunque neanche per noccioline.

Solo che a Roma contro la Lazio, Bonny è naufragato un po’ come tutto il Milan. Al primo vero scoglio sul cammino della serie A, il rinnovatissimo Milan di Vincenzo Montella ha subito un 1-4 che più che sulla classifica potrebbe avere ripercussioni sul morale, sull’autostima che Donnarumma e compagni stavano riconquistando dopo le ultime annate storte. E proprio su Bonucci facevano leva per trasformare il settore difensivo in un bunker. Ma Leo ‘Napoleone’ ha fatto proprio come l’imperatore in quel 5 maggio di manzoniana memoria: ‘percosso’ tre volte, ‘attonito’ di fronte al dilagare della formazione di Simone Inzaghi.

Non sarebbe comunque giusto gettare la croce solo addosso a quello che ha scalato in fretta anche i gradi milanisti, portando da subito la fascia di capitano al braccio. Un po’ tutta la squadra si è disunita tra fine primo tempo (dopo il rigore) e l’inizio del secondo, con quattro gol presi in 13′. Difficile dare colpe specifiche, tutto non ha funzionato. Ma è anche vero che un po’ tutti dicevano che una squadra completamente nuova avrebbe avuto bisogno di tempo per carburare, per conoscersi. Vero. Infatti, non è il ko all’Olimpico a scuotere gli animi, ma le proporzioni.

Certo, questa Lazio che ha venduto Biglia e Keita, non pare inferiore a quella che conquistò a sorpresa l’accesso all’Europa League pochi mesi fa. Simone Inzaghi, senza squilli di tromba, sa il fatto suo. Ha tra le mani uno dei migliori talenti attualmente in circolazione nel nostro campionato, a centrocampo, Milinkovic-Savic, ha sostituito il regista con il solido Leiva. E con Immobile in giornata di grazia, può spezzare le reni non solo al povero Diavolo, ma pure a Nostra Signora degli Scudetti (Supercoppa, do you remember?).

Insomma, non è utopia pensare a una Lazio che possa lottare per un posto nella prossima Champions. Se Juventus e Napoli paiono star rispettando i pronostici e l’Inter sembra in grado di dare fastidio fino all’ultimo alle due duellanti, rimane il quarto posto. Il Milan salirà probabilmente di giri a campionato iniziato e bisognerà capire, a quel punto, dove sarà in classifica. La Roma sta incontrando difficoltà e ha un allenatore nuovo anche lei. La Fiorentina non pare in grado di entrare tra le magnifiche. A meno di qualche sorpresa, insomma, il quarto posto è raggiungibile dalla banda di Inzaghino, sempre più Inzagone, visto che il fratello al momento allena in serie B.

Ricapitolando, quindi: piccolo Milan, ma anche grande Lazio. E dire che dopo la Supercoppa portata a casa, in molti avevano storto il naso per l’esordio in campionato senza niente di fatto, in casa, contro la neopromossa Spal. Poi, però, i biancocelesti hanno espugnato il ‘Bentegodi’ proprio grazie a Milinkovic-Savic, sul taccuino delle grandi e non da adesso. Prima di stritolare i rossoneri.

Al contrario, Montella – preliminari di Europa League a parte – aveva vinto agevolmente a Crotone, ma contro una squadra subito ridotta in 10. Aveva poi faticato contro il Cagliari a San Siro, avendone ragione solo grazie a un’invenzione di Suso su punizione. Insomma, il calendario e gli eventi avevano concorso a far salire la squadra in cima alla classifica. E già i complimenti si erano alzati da più parti. Guarda com’è bravo Montella, ha già assemblato uno squadrone.

Ora, proprio Vincenzo, potrebbe studiare qualche stratagemma per aiutare la difesa. Magari passando a quella a tre. Gli uomini per farla ci sono. E Bonucci, ancora lui, proprio con questo schema ha fatto le fortune sue e della Juventus. Donnarumma sarebbe maggiormente protetto, Leonardo potrebbe concedersi qualche ‘bonucciata’ in più e, nello stesso tempo, avere più tempo e lucidità per fare il regista arretrato (come alla Juve con Pirlo, al Milan con Biglia). Il correttivo in corsa non sarebbe certo un rinnegare dei principi, ma semplicemente rendere la squadra più funzionale agli uomini che si hanno in rosa. L’esempio arriva proprio dalla Juve e da Max Allegri. Ereditata da Antonio Conte una squadra con il marchio di fabbrica del 3-5-2, poco alla volta le ha cambiato abito, fino ad arrivare allo spregiudicato 4-2-3-1 che è storia e attualità insieme. Vincenzo non è presuntuoso e neanche chiuso nei suoi schemi, se servirà cambierà la versione del suo Milan. Non è un oltranzista, sa però anche che passare alla difesa a 3 significherebbe ulteriore tempo per ingranare e imparare i nuovi meccanismi (non tanto della difesa, quanto degli altri reparti).

Tornando alla Lazio, Inzaghi ha fatto sapere urbi et orbi che lui Biglia lo rivorrebbe volentieri indietro. Ma un dubbio noi ce l’abbiamo: non sarà che adesso la Lazio è più imprevedibile? Biglia attirava palloni come fosse una calamita, ma tutti sapevano che le azioni partivano sempre dai suoi piedi. Leiva è un calciatore diverso, seppure preso per fare lo stesso ruolo. Adesso i biancocelesti si affidano pure ad altre soluzioni, dal lancio lungo all’uso della fasce. Non solo: Luis Alberto è la sorpresa, da trequartista, in attesa che Felipe Anderson si rimetta. Ma il brasiliano dovrà sudare per riprendersi la maglia da titolare. Chiudiamo con Strakosha: non sarà un fenomeno alla Peruzzi o alla Marchegiani (giusto per citare due ex numeri uno laziali), ma sta crescendo molto bene. Copre i pali, è essenziale. E si sa, in Italia, le grandi squadre nascono proprio da numeri uno affidabile.

Ah, ovvio: siamo solo alla terza giornata. Che il Milan possa riprendersi o affondare, che Bonucci possa tornare roccia o sgretolarsi, che la Lazio possa mettere la ‘quarta’ o restare nei ranghi al momento non si può dire. E Manzoni ci perdonerà se abusiamo ancora dei suoi versi: ai posteri l’ardua sentenza.