Authors Posts by apignatelli

apignatelli

171 POSTS 0 COMMENTS

0 264

Scempio arbitrale. Caos. Errori. Var pasticcione. Date pure il nome che volete alla 22esima giornata di serie A, segnata da decisioni che hanno cambiato l’esito di diverse partite, facendo ora gioire ora disperarsi tifosi di vari colori. Tra sabato e domenica scorsi è successo davvero tutto. Come se i direttori di gara avessero deciso di concentrare incapacità e sfrontatezza eccessiva tutti insieme, a poche ore di distanza tra un fischio e l’altro. Danneggiando, aiutando, non vedendo, travisando.

Abbiamo gli arbitri più bravi al mondo? Forse. Non vedremo mai un Tagliavento sgambettare un giocatore come reazione. In compenso, abbiamo scoperto che si può segnare di gomito e che nessuno se ne accorge. L’arbitro, il guardalinee, tantomeno gli uomini al Var. E così, Cutrone eguaglia Maradona, aiutando il Milan a battere la Lazio che, per essere sinceri, è una delle squadre più danneggiate in questa stagione. Ok, il gomito noi ‘umani’ telespettatori lo vediamo solo al terzo replay e dopo 20 minuti, allo stadio non se ne accorge nessuno. Neanche i giocatori stessi. Ma nessuno di questi fa l’arbitro di mestiere.

Irrati, Rocchi, Di Liberatore: loro tre sono gli artefici del 2-1 del Milan alla Lazio. Anche loro tre, diciamo. Perché la squadra di Simone Inzaghi avrebbe avuto comunque la forza prima di pareggiare il gol irregolare di Cutrone, di subire (di testa) il 2-1 di Bonaventura e di non riuscire – pur con il miglior attacco del campionato – a recuperare nel secondo tempo.

Da Nord a Sud: questa volta lo Stivale non fa differenze di luoghi. A Crotone, il 2-1 dei calabresi contro il Cagliari, a tempo praticamente scaduto, è stato misteriosamente annullato con il Var per un fuorigioco fantasioso. Inesistente. Qui è stato Tagliavento a intervenire, andando a guardare il replay (ma che immagini avrà guardato?) e dicendo no alla rete-vittoria di Cordaz e compagni. Grave, gravissimo: allo ‘Scida’ si giocava per la salvezza. Punti pesanti, che potrebbero incidere a fine campionato.

Un po’ più su, a Napoli, nel pomeriggio di domenica era stato il Bologna a venire danneggiato. La capolista, sotto dopo pochi minuti, ha potuto infatti usufruire di un rigore molto generoso per una leggerissima spinta su Callejon all’ingresso in area di rigore (la spinta c’è, il Var non può nulla dunque, ma la terna avrebbe potuto eccome). Poco prima, Mazzoleni aveva giudicato involontario un braccio sospetto di Koulibaly su tiro di Palacio. Giustificabile non aver visto, grave errore non aver fatto ricorso al replay, nonostante le indicazioni fresche fresche di Rizzoli: “Vanno rivisti tutti i tocchi sospetti di mani in area”. Volontari e non volontari. Ordine che era arrivato dopo altri pasticci sulle deviazioni con il braccio di Mertens e Bernardeschi. Roberto Donadoni si è lasciato andare nel dopo partita: “Il fallo di Koulibaly lo fischiano solo dall’ottavo posto in classifica in su”. Sospetti, veleni, parole pesanti. Anche da Claudio Lotito, presidente della Lazio, a Nicchi: “Senza il Var, saremmo primi in classifica”.

Non dimentichiamo che il Var è sperimentale. Dicono tutti che indietro non si torna, ma intanto il campionato che doveva filare via bello e senza proteste, sta diventando peggio di un ingorgo sull’Autosole il 15 di agosto. Tutti suonano il clacson, la coda non si muove. E proprio quando entriamo nella fase più rovente del torneo.

Nell’anno dei Mondiali, anche se l’Italia non ci sarà, i nostri direttori di gara paiono non essere molto in forma. O forse anche per loro valgono i carichi di lavoro eccessivi per arrivare belli tirati in estate? Abbiamo citato i casi più eclatanti dell’ultimo weekend, ma non sono stati gli unici ad aver fatto storcere il naso a molti e ad aver fatto fischiare i tifosi sugli spalti.

Tagliavento è incappato in una di quelle giornata sbagliate, dall’inizio alla fine. Come si fosse presentato allo Scida in pigiama mentre tutti erano in smoking. Contatto in area tra Faragò e Nalini, lui fa come se niente fosse. Lo richiamano al Var, il rigore per i calabresi è netto. Viene dato. Poi è Pisacane che va in tackle su Ricci, ma prima colpisce il pallone: il fischietto ternano, senza esitazione, lascia il Cagliari in dieci, quando il fallo era da giallo. Anche in questo caso, discussione via auricolare, poi di nuovo replay. Ma Tagliavento non se la sente di tornare indietro e conferma l’espulsione. Sui titoli di coda, il vero e proprio harakiri. Punizione di Ricci, Ceccherini di testa regala tre punti d’oro al Crotone, il guardalinee Crispo alza la bandierina per segnalare il fuorigioco. Var, immagini nitide: Ceccherini è assolutamente in gioco, Budimir e Capuano non partecipano all’azione, ma il direttore di gara annulla.

Sulla rete di Cutrone, a San Siro, le uniche proteste arrivano per un possibile fuorigioco, che non c’è. Nessuno però si preoccupa di guardare con che parte del corpo l’attaccante del Milan spinga in rete il pallone. È chiedere troppo di guardare tutto in un’azione decisiva?

In Genoa-Udinese, serve il replay per dare il rosso a Samir che, inizialmente, si era preso solo il giallo. Pairetto l’arbitro. In Torino-Benevento, il 3-0 di Obi viene inizialmente annullato, poi il Var conferma che la posizione è regolare.

Nel sabato di A, c’erano state le due espulsioni in Chievo-Juventus, ma questa volta in pochi avevano puntato il dito contro i bianconeri e contro arbitri e Var. Decisioni sacrosante, stupidaggini dei due giocatori veronesi. Solo Sarri ha parlato dopo Napoli-Bologna, cercando di sviare l’attenzione dall’arbitraggio del San Paolo chiedendo di riguardare quella del Bentegodi. Come se le polemiche della domenica non bastassero.

Vi basta tutto ciò per parlare di scempio arbitrale? Diciamo una cosa, però: difficile parlare di complotto a favore di una o dell’altra. Più semplicemente, incapacità. Ma i nostri arbitri sono i migliori al mondo…

0 277

Se non ci fossero loro! Parliamo di Crotone e Spal, che stanno animando la lotta per non retrocedere e che, probabilmente, lo faranno fino alla fine del campionato. Sono le protagoniste dell’altra Serie A, quella che lotta per non perdere la massima serie. Da una parte c’è il Crotone, che pare finalmente rigenerato da Walter Zenga e da un mercato che, per una piccola, si può dire ottimo. Dall’altra c’è la Spal, neopromossa che ha deciso di lasciare il timone a Leonardo Semplici e che nell’ultima partita a Udine ha rischiato di fare il colpaccio contro le Zebrette, la squadra più in forma del momento. Uscendo alla fine con un solo punto e qualche rimpianto. Anche in questo caso, il mercato di riparazione pare aver regalato nuove opzioni.

In classifica, se togliamo Benevento e Verona, sono proprio Crotone e Spal al momento a giocarsi l’unico posto a disposizione per non annegare in B. I calabresi hanno 18 punti, i ferraresi 16. Il Cagliari non è così lontano, a quota 20, così come il Genoa, a 21.

Ricci (in gol al suo ritorno a Crotone), Capuano e Benali sono stati subito mandati in campo da Zenga. E lo hanno ripagato con tre ottime prestazioni. Dopo la salvezza al cardiopalma dell’anno scorso, quest’anno in Calabria stanno facendo le cose molto meglio. Certo, non c’è più il mago Nicola, ma Zenga pare avere il carisma giusto per guidare i giocatori. E intanto ha dato le indicazioni ai dirigenti su dove intervenire. Il 3-0 di Verona, contro una diretta concorrente, dà entusiasmo (oltre che punti), ma il campionato è ancora molto lungo.

La Spal? Addirittura c’è chi consegna l’Oscar del mercato invernale ai ferraresi. Effettivamente, con l’arrivo di Kurtic, poche squadre di bassa classifica possono contare su questo centrocampo: l’ex atalantino, Viviani e Grassi. Niente male. Ma non è finita qui: in difesa ecco Boukary Dramè e Thiago Cionek, il mediano brasiliano Everton Luiz tutto da scoprire. A Udine, però, ha segnato uno dei soliti noti, ossia Floccari, su assist di Antenucci. Insomma, anche senza Borriello, la squadra di Semplici può dire la sua in questa seconda fase di torneo. Sperando che Gomis non faccia altre papere come al Friuli.

Crotone e Spal, rispetto al Verona – ci sarebbe pure il Benevento, ma è staccato – paiono al momento avere una marcia in più. In Veneto c’è aspra contestazione nei confronti di Pecchia, il mercato ha portato in dote Matos e Petkovic, ma non paiono bastare. Anche perché è partito Caceres, che aveva tenuto a galla i gialloblù nel girone di andata. Non solo: pure Bessa forse è ai saluti. Altra qualità che parte. E Pazzini? Incompreso, in panchina. Che farà? Se l’idea è mandare via Pecchia e tenere Pazzini, forse non è un’idea folle. Se invece sarà il Pazzo ad andarsene, servirà qualche arrivo di peso. Se invece l’attaccante farà le valigie proprio per l’arrivo di Petkovic e di Matos, beh, la situazione sarebbe abbastanza paradossale. Nessuno dei due nuovi vale Pazzini.

Come avrete capito, le polemiche al momento abitano ben lontane dalla Calabria e dall’Emilia. E a anche questo ha un suo peso. Pure il calendario non pare essere alleato degli scaligeri, attesi dalla difficile trasferta di Firenze. La Spal, invece, aspetta in casa l’Inter, mossa dall’entusiasmo di una città intera. Il Crotone ha la sfida salvezza in casa con il Cagliari. Insomma, il rischio per il Verona è allontanarsi ulteriormente dal terzultimo posto. Come dire che spallini e crotonesi sempre di più si guarderanno in cagnesco. Una sola delle due sopravviverà. L’esperienza dell’anno passato potrebbe premiare proprio i calabresi, che possono contare anche su un portiere di buon livello come Cordaz.

A Ferrara, forse, c’è meno da perdere. Dovesse esserci l’immediato ritorno in serie B, nessuno contesterebbe nulla a dirigenza e ad allenatore. Fin dall’estate, infatti, prendendo Borriello ma non solo, hanno provato a costruire una squadra da serie A. Basterà? Per ora, si lotta. E questo è già un risultato per chi, dopo il salto in massima serie, pronosticava tempi bui per una Spal lontana dai riflettori da troppo tempo. Invece, Crotone e Spal sono due che lottano. Dopo la sosta, ancora di più con il coltello tra i denti. Abbellite dal mercato, per niente impaurite. Con la leggerezza e l’entusiasmo che solo in provincia possono trovare rifugio. Semplici contro Zenga, Zenga contro Semplici. Non è tanto complicato provarci, vero?

0 133
Lionel Messi e Cristiano Ronaldo in Barcellona-Real Madrid.

La rincorsa è stata lunga e faticosa, ma alla fine Cristiano Ronaldo è riuscito a raggiungere Leo Messi: 5 Palloni d’oro contro 5. Loro, nell’ultimo decennio, non hanno lasciato che le briciole ai rivali. Loro, i due super giocatori della Liga spagnola, simboli di Real Madrid e Barcellona. Uno portoghese, l’altro argentino. Uno forte fisicamente, l’altro agile e veloce come nessuno negli spazi stretti. Mai amici: sempre rivali, su barricate opposte.

Mentre Leo Messi costruiva e rilanciava l’epopea del Barcellona, CR7 iniziava a far parlare di sé nel Manchester United prima che il Real Madrid se lo portasse a casa per rispondere al lusso blaugrana e interrompere l’egemonia del club allenato in quel periodo da Pep Guardiola. I due – Cristiano e Leo – hanno illuminato il calcio iberico e quello europeo. Portando a casa non solo campionati e coppe nazionali, ma anche Champions League e Mondiali per club. Le ultime due sono finite nella bacheca del portoghese, probabilmente all’apice della sua carriera dopo aver vinto anche gli Europei con la maglia del Portogallo.

Quest’anno, però, i destini dei due fuoriclasse paiono quanto mai diversi e lontani. Il Barcellona vola in Liga, forse imprendibile per l’Atletico Madrid, lontano ormai dai radar di un Real Madrid in crisi. Messi comanda la classifica del Pichichi, con 17 gol, e una magica punizione a siglare il 4-2 contro la Real Sociedad. Una rete che è entrata nella storia in quanto è stata la numero 366 con la maglia del Barça, un gol più di un certo Gerd Muller, tedescone che con il Bayern Monaco si fermò a 365. Nessuno mai aveva fatto così tanti gol la stessa casacca in uno dei cinque maggiori tornei europei (Spagna, Francia, Italia, Germania e Inghilterra).

Lionel Messi

Messi è la follia, la genialità applicata al calcio. Se ultimamente sembrava un po’ essersi nascosto, con la partenza di Neymar è tornato a essere lui il Barcellona. Non che prima sonnecchiasse la Pulce, come segnalato dai suoi 100 gol in 125 presenze nelle competizioni Uefa, ovvero togliendo dalla lista campionati e coppe delle federazioni nazionali, laddove Muller ne aveva siglati 62 in 71 apparizioni. Ma siccome Messi è famelico e prolifico, ha ora un altro obiettivo da avvicinare e poi superare: Josef Bican, attaccante austriaco naturalizzato cecoslovacco, tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso segnò 410 gol in campionato indossando solo la maglia dello Slavia Praga. Leo ha i numeri per fare ancora meglio, intanto guida una spaventosa macchina da guerra che quest’anno non vuole fare prigionieri, ma vincere tutto. Il Barcellona è l’unico club imbattuto nei cinque tornei maggiori d’Europa: 16 vittorie e tre pareggi. Gli altri sono lontani.

Cristiano Ronaldo in estate pareva intristito dalla questione fisco. E addirittura pronto a fare le valigie secondo i giornali portoghesi, ma Florentino Perez l’aveva convinto a restare, prospettandogli un ricco rinnovo di contratto. Le nuvole erano parse allontanarsi: bene, benissimo in Europa, con 9 gol su 6 presenze in Champions League, due tanto per gradire nel Mondiale per club vinto dalle merengues. Una rete pure in Supercoppa spagnola, ma in campionato è un’altra storia: CR7 ha messo a segno appena 4 marcature in 14 incontri, roba da attaccante mediocre.

Sempre più intristito, contro il Villarreal al Bernabeu, ha fallito più di un’occasione solo davanti al portiere avversario. La sua astinenza è l’astinenza di tutto il Real, che ha perso e che ormai vede il Barcellona con il binocolo. Zinedine Zidane rischia l’esonero, il pubblico è sconcertato. E in una situazione simile, non potevano non fioccare le voci di un trasferimento del portoghese, a breve. L’uomo dei record (anche lui, sì), a febbraio farà 33 anni e Florentino Perez pare aver detto al suo agente, il potente Jorge Mendes, che il suo assistito può andarsene. Bisogna naturalmente trovare l’offerta giusta.

Il motivo del nervosismo, dei pochi gol, della rottura con la Società madridista? La promessa non mantenuta dopo il bis in Champions League, ossia il rinnovo del contratto. Si è sparsa addirittura la voce di un CR7 utilizzato come pedina di scambio per arrivare a Neymar che, dopo solo un anno, tornerebbe in Liga, ma con la maglia dei nemici storici del Barcellona: un affare da 400 milioni di euro tra Real e Psg. Più praticabile la strada che riporterebbe Cristiano Ronaldo dove ha spiccato il volo, ossia in un Manchester United dove ritroverebbe José Mourinho e dove le difese meno ferree che in Spagna gli darebbero la possibilità di essere ancora leader.

“Ronaldo si è sentito ingannato”: filtra questo virgolettato. Proprio nell’anno in cui CR7 ha preso Messi, la coppia rischia di separarsi definitivamente. Del resto, uno è lucidato a nuovo, l’altro appare appassito. Uno si sente di Barcellona, non solo del Barcellona; l’altro è stato adottato da Madrid. Di mezzo, oltre che tutta la seconda parte della stagione – la canzoncina della Champions potrebbe riportare il portoghese ai suoi livelli – c’è un Mondiale in Russia. I due saranno rivali. Come sempre. Come la storia ha imposto dal principio ai simboli dell’ultimo decennio del calcio mondiale. Anche se CR7 dovesse emigrare in UK, facendo il percorso inverso di quanti per la Brexit faranno le valigie. Anche se la Spagna perdesse, prima del tempo, il duello della settimana. Di ogni maledetto weekend. Perché una cosa è sicura: Cristiano Ronaldo non è ancora arrivato all’ultimo atto della sua carriera. E se Leo Messi dovesse andare a prendersi il sesto Pallone d’oro, state certi che l’altro non mollerà prima di aver provato a riprenderlo. Sapete che chi parte di rincorsa…

0 180
José Mourinho Antonio Conte

Rieccoli: uno contro l’altro. Antonio Conte e José Mourinho animano, a parole, un campionato inglese che sul campo pare aver già decretato chi vincerà il titolo: il Manchester City. Lui, l’italiano che ha rifatto grande la Juventus, e il portoghese che ha portato l’Inter al Triplete, danno titoli ai tabloid inglesi (che non ne avrebbero bisogno, in realtà). Lo dicevamo all’inizio della stagione: ci divertiremo in conferenza stampa. Pensavamo a un Mou contro Pep (Guardiola), ma il secondo guarda tutti dall’alto (in tutti i sensi), e allora lo Special One prende a bersaglio Antonio da Lecce, che invece in classifica sgomita con lui per la seconda posizione.

Inizia proprio Josè. Non fa nomi, ma parla di clown che si agitano in panchina, riferendosi al tarantolato Conte: “Io non ho bisogno di fare il clown per dimostrare il mio attaccamento al Manchester United” la sentenza di Mourinho. Del resto, l’anno passato, il Chelsea ne fece quattro allo United e Mou, a partita in corso, si avvicinò all’italiano chiedendogli di ricomporsi, che non c’era bisogno di esultare in modo così sfrenato per il quarto gol. Insomma, Josè non fa nomi, ma fa feriti.

Ecco allora la conferenza stampa di Conte che, nella dialettica, rivaleggia con il portoghese. In italiano, il nostro spiega ai giornalisti inglesi che Mourinho forse soffre di “demenza senile”, ossia, non ricorda la sue esultanze smodate nel passato. Apriti cielo: il tecnico di Manchester non accetta e rilancia: “Io di errori ne ho fatti e ne farò ancora di sicuro, però non sono mai stato squalificato per calcioscommesse. Che poi, Conte, in realtà è stato sospeso per omessa denuncia, cosa diversa dalle scommesse proibite. Ma tant’è.

Voi direte che basta così. Anche perché in Inghilterra, contrariamente all’Italia, si continua a giocare, e dunque ci sarebbe da sviscerare l’eliminazione dell’Arsenal in Fa Cup a opera del Nottingham Forest. Niente da fare. Conte replica nuovamente, la stampa prende nota: “Quando offendi la persona e non conosci la verità sei un piccolo uomo. Forse lui è un piccolo uomo nel passato, nel presente e nel futuro”.

Siamo partiti dal modo di esultare, siamo arrivati alle frasi dritte e dirette alle persone. Escalation da prime pagine, l’eco arriva pure in Italia, Paese dalla polemica molto più facile di così. Chissà al Chelsea cosa ne pensano, però: il loro ex Special One che attacca Conte, dunque anche i Blues, che ormai hanno adottato il tecnico fumantino nostrano.

In questo tirar di sciabola e di spada – poco di fioretto – mancano un paio di cose: le scuse di Conte a chi soffre veramente di demenza senile, ma anche un accenno alle accuse e alla condanna del presidente del Porto per corruzione. Proprio quel Porto che è stato il trampolino di lancio per lo Special One, quel Porto che è salito sul tetto d’Europa con Mou in panchina. Dall’altra parte, è lecito pensare che a José non vada giù che qualcuno possa vincere con il Chelsea (e Conte ha conquistato la Premier League al primo colpo), oscurandone la fama immortale.

Il 24 febbraio, intanto, United e Chelsea si affronteranno davvero. Sul campo. Non prendete impegni per quella data. O anche prima visto che, da buon italiano focoso, Conte ha proposto di risolvere la cosa a due. Senza microfoni e giornali vicino. Non sappiamo se a scazzottate, a ricordi di sconfitte altrui, magari a calcio uno contro l’altro (Mou, in questo caso, sarebbe probabilmente spacciato).

Resta una cosa che nessuno dei due contendenti probabilmente potrà cambiare: la classifica. Guardiola se n’è andato, non si iscrive all’arena che Mou ha voluto aprire, a uso e consumo di giornalisti, tifosi e squadra. Se solo fosse stato più vicino Pep, il suo eterno avversario avrebbe provato a tirarlo dentro per i capelli (diciamo così).

Mourinho ama fare la guerra con le parole. E qualcuno potrebbe obiettare che questo è il suo più grande pregio, non come schiera la squadra in campo. Conte ha ricordato anche questo, disegnando il portoghese come un bullo falso: “Mi ricordo quando offese Ranieri per il suo inglese. Poi quando fu esonerato, indossò la sua maglia. È un falso”. E prima ancora c’erano stati Benitez e Wenger. Sennò non si diverte, Mou. E Conte, probabilmente, è caduto anche lui nella rete. Però, diciamolo, senza questi due la Premier League sarebbe veramente noiosa.

0 197

Eravamo (e siamo tuttora) quattro amici al Var, ma presto anche altri Paesi potrebbero aggiungere la tecnologia di supporto all’arbitro. Mentre Pierluigi Collina fa sapere che solo a marzo si prenderà una decisione sull’eventuale utilizzo del Var anche ai Mondiali di Russia 2018, noi più modestamente facciamo il bilancio del girone di andata. Ha funzionato il nuovo strumento? Sì e no. Le lamentele ci sono lo stesso, del resto la tecnologia è pur sempre nelle mani di esseri umani, dunque soggetta e errori. E a conseguenti risatine da parte di chi viene danneggiato. Ma qualcosa è cambiato rispetto al passato? Se non altro, a parte qualche voce fuori dal coro (vedi Simone Inzaghi, tecnico della Lazio), nessuno degli addetti ai lavori ha sventolato lo spettro del complotto al primo rigore concesso o non concesso.

È stato Tiziano Pieri, ex arbitro internazionale e oggi esperto di Var, a tracciare il bilancio di 19 giornate di campionato. Il Var è stato utilizzato 45 volte (media di più di due volte a turno) per correggere le decisioni dei direttori di gara. Sono stati concessi 18 calci di rigore grazie alla tecnologia, quelli tolti sono stati invece 7. Per fuorigioco, in leggera differita sull’esultanza dei giocatori, sono state cancellate 9 prodezze (leggi gol). Per tre volte l’assistente ha segnalato il fuorigioco, ma è stato smentito poco dopo dal Var, che ha dunque concesso la segnatura. Dieci cartellini rossi sono usciti dalla tasca dell’arbitro proprio dopo aver riguardato le immagini alla moviola, due di queste per chiara occasione da rete.

La novità ha aiutato a togliere due calci di rigore, che erano già stati assegnati. Sono naturalmente e drasticamente diminuite le ammonizioni per protesta.

L’arbitro più aiutato dal Var è stato Mariani, con cinque decisioni modificate dal video, a quota quattro c’è Valeri. Calvarese e Irrati finora non si sono mai recati a bordo campo per guardare lo schermo. Il primo, anche quando è stato in regia – ossia al Var – non ha mai fatto cambiare idea all’arbitro. Alla pari con lui ci sono Giacomelli, Manganiello e Tagliavento. Davanti al video, Fabbri è stato il più attivo: ha fatto modificare cinque decisioni già prese sul campo.

Mentre siamo ancora qui a domandarci se si dica il Var o la Var, la nuova classifica ha naturalmente preso una sua fisionomia. Con il Napoli che precede la Juventus di un punto. Ma se il video non ci fosse stato, come sarebbe la graduatoria? Avremmo al comando della classifica la Juventus, la più penalizzata dunque dalla novità, con tre punti di vantaggio proprio sui partenopei e campione d’inverno. L’Inter avrebbe un punto in più, il Milan uno in meno. La Roma addirittura quattro in meno, la Lazio tre.

Secondo Pieri, il Var “ha portato più giustizia nel calcio”. L’ex arbitro ha aggiunto: “Nessuno è perfetto, ma questo esperimento ha di fatto eliminato le proteste in campo e sugli spalti. Ci sono stati degli errori, essendo ancora questa una fase sperimentale. Ci sono stati errori di protocollo e di valutazione”. Tutto rimediabile, verrebbe da dire, quando il meccanismo sarà più oliato. Ai nostalgici, però, la novità non va giù. Strozza l’urlo del gol in gola, ai calciatori e ai tifosi. Allo stadio si trattiene il fiato, si scatena l’oooooh quando l’arbitro fa segno che valuterà con il Var (il rettangolo fatto con le mani), arrivano boato o fischi a seconda di ciò che viene deciso di lì a pochi secondi. Ma forse è lo scotto da pagare per non parlare di favoritismi.

Nei bar (con la B), si discute di meno dopo il weekend calcistico. E questo è un bene o un male? A fine anno si prenderà una decisione se proseguire o meno con il Var. Quindi, ai posteri l’ardua sentenza.

Commento molto personale: preferisco esultare in diretta. Al massimo dopo aver dato un’occhiata al guardalinee. Anche disperarmi in tempo reale perché il calcio è emozioni, stati d’animo. E pure baruffe al bar. Ma se il Var toglierà una parte di ciò che non va nel mondo del pallone, allora forse accetterò anche quel po’ di bene che toglie.

0 243

Chi farà il botto? Non di Capodanno, ma del mercato di riparazione che, per il calcio, prende il via il 3 gennaio per concludersi il 31 gennaio alle ore 23. Le trattative, ufficialmente, si svolgeranno all’hotel Melià di Milano, in zona San Siro, e mai luogo fu più simbolico perché proprio Milan e Inter paiono le più bisognose di ritocchi.

Già, il calciomercato invernale è proprio quello del ritocchino. Se in estate si fa una vera e propria plastica, a gennaio ci si ‘accontenta’ di chi lascia andare qualche campioncino che non ha trovato spazio tra i titolari. Più facilmente arrivano giocatori che possono far rifiatare i titolari o allungare la panchina in vista dei tanti impegni in primavera. Dunque, non è facile attendersi fuochi d’artificio, ma qualcosa accadrà. Sono in particolare le squadre immediatamente dietro alle big a rivoluzionare il proprio organico in questo periodo. Cosa dobbiamo aspettarci, dunque?

Iniziamo con il togliere dal tavolo delle trattativa un difensore che faceva gola a diversi club, anche italiani, forse per giugno. Si tratta dell’olandese Virgil van Dijk, del Southampton. Su di lui, secondo il ‘Telegraph’, il Liverpool avrebbe già messo entrambe le mani grazie a un’offerta inarrivabile: 84,5 milioni di euro.

Passando al mercato italiano vero e proprio, si attendono movimenti dal Napoli. Emanuele Giaccherini ha chiesto la cessione e sarà accontentato. Per l’ex Juve solo spiccioli di partite: impossibile restare sotto il Vesuvio. Pure Tonelli potrebbe salutare tutti. Su entrambi, il Crotone ha mostrato interesse. De Laurentiis stringe i tempi per Simone Verdi, talento esploso nel Bologna. Il suo agente per ora ha risposto che se ne riparlerà a giugno, quando anche Roma e Inter potrebbero iscriversi all’asta.

Arriverà sicuramente Inglese, dal Chievo, l’attaccante che dovrà far tirare il fiato ai titolarissimi, in attesa che torni abile e arruolato pure Milik. Ma il Napoli cerca anche di puntellare la fascia: Sime Vrsaljko è stato dichiarato incedibile da Diego Simeone, ma se l’Atletico Madrid dovesse trovare un sostituto… altrimenti, le opzioni alternative sono Darmian (Manchester United) e Fares (Verona). L’Inter dovrà invece vendere un big per farne arrivare un altro: a partire potrebbe essere Joao Mario, il gran colpo potrebbe essere Javier Pastore, che ha fatto sapere di avere una vera e propria cotta per la maglia nerazzurra. In difesa, per 5 milioni, dal Lione potrebbe accasarsi in nerazzurro Mapou Yanga-Mbiwa. Luciano Spalletti può fare affidamento solo su tre centrali: Skriniar, Miranda (ora infortunato) e Ranocchia. Timido interesse pure della Fiorentina per il difensore francese.

E il Milan che fa? I 240 milioni spesi in estate sono stati davvero tanti, dunque è difficile attendersi qualcosa dalla società rossonera, ma l’ultimo messaggio proveniente dalla Cina lascia presagire un altro tentativo di rinforzare il Diavolo. Theo Walcott, esterno inglese dell’Arsenal, non è praticamente mai sceso in campo e ha paura di perdere il treno per i Mondiali 2018. Ecco allora che la soluzione Milan potrebbe essere quella buona. A fare le valigie, forse, il trequartista turco Hakan Calhanoglu. In vista dell’addio di Donnarumma, ci sarebbe un accordo con Pepe Reina del Napoli (per giugno).

In difesa potrebbe muoversi eccome la Roma, che punta allo scudetto. E allora indiscrezioni vogliono Aleix Vidal, Barcellona, in rotta giallorossa. La squadra capitolina punta al prestito: dovesse fallire l’assalto, le alternative sono Darmian e Zappacosta. In partenza Bruno Peres, Under (in prestito al Sassuolo per Politano?) e Skorupski (piace al Genoa per il dopo Perin). La Juventus continua nella corte serrata al centrocampista del Liverpool Emre Can, ma l’obiettivo è portare il tedesco in bianconero a giugno e a parametro zero. Potrebbe partire in prestito Marko Pjaca, che andrebbe a giocare con regolarità in una delle Società amiche in serie A (Genoa, per esempio, o Sassuolo).

Ancora una grande, la Lazio, alle prese con la grana De Vrij, che piace a tanti, troppi. Gennaio è l’ultimo momento disponibile per venderlo incassando qualcosa. Altrimenti, probabile l’addio a giugno a parametro zero. Arriverà Martin Caceres, parcheggiato al Verona fino a ora. Rodrigo Caio, del San Paolo, è l’obiettivo per giugno. Potrebbe invece fare molto la Fiorentina nel mercato di riparazione: chi arriverà sulla fascia sinistra visto che Maximiliano Oliveira partirà? Luca Antonelli o Adam Masina sono i due nomi di spicco. Dal Nantes si studia Leo Dubois (a giugno?). Infine, dal Chelsea, potrebbe arrivare a Firenze Rahman Baba.

E le altre? Filip Djuricic lascerà la Sampdoria per la Stella Rossa. Il Benevento fa sapere che Amato Ciciretti non è sul mercato, anche se il Napoli insiste. In attesa dell’esito delle visite mediche è in città Sandro, sempre per il Benevento. Oscar Hiljemark potrebbe tornare al Genoa perché il Panathinaikos è in cattive acque finanziarie. L’Inter potrebbe mandare in serie B il giovane attaccante Pinamonti, che piace al Parma. E il Foggia, sempre in B, ha il sogno Mirko Vucinic.