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Se i problemi in campo di Paulo Dybala dipendevano dalla crisi sentimentale, i tifosi della Juventus possono stare tranquilli: l’argentino ha fatto infatti pace con Antonella Cavalieri. Perlomeno, la Joya ha ripreso a seguire su Instagram la fidanzata (ex?), dopo che la storia d’amore tra i due era terminata qualche mese fa. Guarda caso (o no?), proprio la fine del rapporto avrebbe conciso con un abbassamento del rendimento del numero 10 bianconero dopo una partenza sprint e gol.

Non bisognerà attendere molto per capire se era davvero la vita privata a condizionare il nostro. O se c’è dell’altro. Fin da domenica, nella trasferta di Bologna, dove Paulo potrebbe tornare titolare dopo la panchina contro l’Inter e gli ultimi 15′ concessigli da Massimiliano Allegri.

Non sono pochi quelli che giustificano l’argentino, spiegando che alla sua età – e dopo tanti anni insieme alla ragazza – una rottura possa effettivamente incidere pure sulle prestazioni lavorative. Seguendo i social, però, la tempesta pare ormai alle spalle: i due hanno ripreso a scambiarsi like alle foto. C’è dell’altro. I ben informati – gli amici chiacchieroni che sempre esistono in casi del genere – fanno sapere che per il recente compleanno di Dybala, Antonella gli abbia fatto arrivare a casa un regalo (forse di riappacificazione?). Continuate a seguire Instagram che presto la coppia potrebbe ufficializzare quello che ormai tutti immaginano: il ricongiungimento.

Certo, la barra delle prestazioni del fantasista di cui la Juve ha un gran bisogno ha fatto segnare nuvoloso, tempestoso negli ultimi mesi: appena 2 gol e tre assist nelle 13 uscite tra campionato e Champions (dove non segna dalla sfida di andata con il Barcellona dell’anno scorso, doppietta che parve consacrarlo definitivamente anche in campo europeo e mondiale).

Allegri, psicologo oltre che allenatore, contro l’Inter ha mandato Paulo in panchina. Un affronto, verrebbe da dire, per chi una partita del genere vorrebbe sempre giocarla. Un gesto che per altri niente ha a che fare con il cuore, ma che avrebbe invece molti legami con il portafogli. Dybala svogliato, abulico, poco produttivo, fuori dal gioco: perché? C’è l’ipotesi del mal di pancia alla Ibrahimovic perché l’argentino vuole trasferirsi, forse in Spagna. Con Barcellona e Real Madrid che sono pronti a fare ponti d’oro per arrivare alla stellina che, però, con prestazioni sottotono rischia di svalutarsi.

Pavel Nedved, bandiera bianconera, ha dato un buffetto dialettico al fantasista dopo i sorteggi per gli ottavi di Champions: “Dobbiamo accettare che abbia ancora degli alti e bassi. Gli consiglio di concentrarsi veramente sul calcio, di fare sacrifici nella vita privata e di fare veramente il calciatore. Che vorrà dire? Certo, è difficile immaginare un Paulo Dybala da notti brave ed eccessi. E allora?

Gli amici, di nuovo loro, giurano che Paolino sia un calciatore allenamento e casa. E allora, forse, davvero l’assenza di Antonella ha pesato così tanto? Dalla sede juventina spiegano che non c’è nulla da interpretare. Che il biondo Nedved ha voluto solo dire all’argentino di dare il 100 per cento in allenamento per ritrovare la forma forse perduta. La serenità, in particolare, scappata dopo i due errori consecutivi dal dischetto di qualche mese fa.

La terza via – dopo l’amore e il portafogli – potrebbe essere una questione …economica. Il calciatore, nel 2015, ha ceduto i suoi diritti d’immagine a una società di Malta, attraverso cui ha trovato l’accordo con la Puma, per dieci anni. Il fratello Mariano, da qualche mese, ha preso il posto di Pierpaolo Triulzi, suo procuratore. E avrebbe deciso di ridiscutere il contratto per i diritti d’immagine. All’orizzonte, e già in corso, ci sono azioni legali per cause milionarie (la Puma stessa avrebbe citato il calciatore). Anche questo può aver distratto la Joya?

Il vice presidente Pavel Nedved, uno che in quanto a vita sana da calciatore non può accettare suggerimenti da nessuno, due anni fa strigliò pure Paul Pogba: “Pogba è giovane, ha molto tempo per crescere, ma dovrebbe essere meno bello e più concreto”. Alla fine, come andò? Che Paul riprese a essere decisivo (10 gol e 16 assist in stagione) e la Juve più avanti incassò circa 100 milioni di euro dalla sua cessione in Inghilterra. Si ripeterà la stessa cosa adesso? Dybala tornerà a essere decisivo e poi la Juve lo darà via? I tifosi sperano che accada solo la prima delle due cose. La stagione è ancora lunga, i campioni d’Italia sono in corsa per tutti gli obiettivi. Ma non possono prescindere dalla Joya, forse ora di nuovo di buon umore dopo che Antonella è tornata a Torino. Per il futuro ci sarà tempo. E se proprio la fidanzata chiederà a Paulo di potersi affacciare tutti i giorni e guardare il mare, questa volta non sarà come per la signora Zidane, che disse di volersi trasferire a Madrid per lo stesso motivo. Barcellona il mare ce l’ha davvero. E c’è un certo Leo Messi

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In quell’estate del 2015, il centrocampista serbo Sergej Milinkovic-Savic aveva deciso di sbarcare in Italia. Su di lui avevano messo gli occhi parecchie squadre, ma il giocatore – allora 20enne – aveva scelto la Fiorentina. Fino al clamoroso voltafaccia, nella sede viola, con tanto di lacrime e di un “Non posso, davvero” con motivazioni personali annesse.

Un cambio improvviso, da Firenze a Roma, maglia Lazio. Una magia di Claudio Lotito dicono i fan del presidente biancoceleste. Che, a distanza di due anni e mezzo da allora, può effettivamente dire di avere in casa un campione, sempre più decisivo nella stagione che la squadra di Simone Inzaghi sta conducendo, a pochi passi dal primo posto, con la Supercoppa italiana in bacheca.

Sergej Milinkovic – Savic già da un paio d’anni sta dimostrando di essere uno dei migliori nel suo ruolo. Si dice che su di lui abbia messo una bella ipoteca la Juventus. Gran fisico, ottimo negli stacchi aerei, bravissimo a inserirsi in area di rigore. Questa è la freccia in più nell’arco di Inzaghino. Anche contro la Sampdoria, il serbo ci ha messo lo zampino firmando il gol dell’1-1, che ha dato il via alla rimonta completata da Caicedo (su assist sempre di Sergej). E la Samp sempre aveva vinto a Marassi fino a domenica sera.

Ma andiamo meglio a scoprire chi è la mezzala laziale. Serbo, ma con passaporto spagnolo, alto ben 191 centimetri. Dopo gli esordi con il Vojvodina, in Belgio con il Genk si fa notare dagli osservatori italiani. Suo fratello gioca nel Torino, come portiere. Lui, con il Genk, gioca una sola stagione, come del resto aveva fatto da ‘pro’ con il Vojovodina. Trasferitosi in Belgio per 400 mila euro, Il 6 agosto del 2015, passa alla Lazio per 10 milioni di euro. Cifra che adesso è grandemente aumentata.

Ha già esordito con la Nazionale maggiore serba e la Federazione ha deciso di mandar via il commissario tecnico perché pare lo vedesse comunque poco. Il suo procuratore è l’ex attaccante Mateja Kezman. Difficile paragonarlo con qualche giocatore del passato: è un carrarmato alla Ibrahimovic, ha movenze alla Pogba, e grazie alle ottime doti di palleggio, non si fa problemi se viene schierato come trequartista. Ha conquistato definitivamente i tifosi della Lazio segnando due gol in semifinale di Coppa Italia, la stagione passata, addirittura nel derby contro la Roma.

Lo chiamano il Sergente, non ama le parole – infatti troverete poche sue interviste in giro sul web – ma preferisce i fatti. Le giocate. Quando si dice che è un centrocampista che sa far tutto, moderno dunque, non si dicono fesserie: a Marassi contro la Sampdoria ha giocato 79 palloni, ha vinto 25 duelli (11 più di ogni altro compagno di squadra), di cui 10 aerei, ha recuperato 13 palloni. Immarcabile, irrefrenabile, incontenibile. Cuore selvaggio e tecnica sopraffina. Lotito probabilmente sorride, e non solo perché Sergej sta guidando la Lazio in posizioni altissime di classifica, ma anche perché pensa alla miniera d’oro che si ritrova in casa. Quando e se lo venderà. Dove lo trovi oggi un mediano con i piedi da trequartista?

In 14 partite di serie A, il nostro ha vinto 104 duelli: nessuno come lui. Lo sguardo da duro, ma non cattivo, il fisicaccio a protezione della palla. Recentemente, dalla Premier League, si sono scomodati gli scout di Manchester City e Manchester United per lui. I secondi già sognano la coppia Pogba – Milinkovic-Savic. Per portarlo via da Roma, bisognerà sborsare tra gli 80 e i 100 milioni di euro. Per pochi, insomma.

Lo stipendio in biancoceleste dice un milione e mezzo di euro, che arriva a due milioni con i bonus. Dovesse arrivare un’offerta indecente – anche se con Lotito è sempre difficile trattare – difficilmente avremo ancora il serbo nel nostro campionato l’anno prossimo. Benché, bisogna dirlo, nella capitale viva da pascià. Abita a 500 metri in linea d’aria da Formello, in una villa con piscina. Ha una Mercedes Gla di colore bianco. Non ostenta, questo è vero. Anzi, ha portato in Italia due amici d’infanzia, che vivono con lui e lo aiutano nella gestione della casa e delle faccende di tutti i giorni: Vladimir e Nikola. Quando si dice che non si dimenticano le radici neanche quando si diventa famosi.

Non ha problemi con le belle donne, almeno così pare. Dopo la fine della relazione con Andreja Travica, accanto a lui è apparsa la bellissima Natalija Ilic. Come tutti i ragazzi di 22 anni, ama la musica, specialmente la dance e il turbo-folk, musica nata dalla commistione tra folk e l’idea di forza e modernità del concetto ‘turbo’. Un genere che andava molto di moda in Serbia negli anni ’90, ma che è ancora cool.

Se state pensando che l’Italia sia stata veramente l’America per lui, ci andate abbastanza vicini. Ma se un giorno la lascerà, non si dispiacerà troppo per il cibo. Sergej è infatti un amante della cucina giapponese, va matto per il sushi.

A proposito di calciomercato, Claudio Lotito pare aver già aperto l’asta: “La Juve non ha i soldi per prenderlo e non me l’ha mai chiesto”. Forse la Premier League è più stuzzicante per il presidente, in attesa che chiedano della sua gallina dalle uova d’oro anche in Spagna.

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Cane che abbaia non morde, ma se ringhia abbiatene paura. Con questa filosofia, probabilmente, i dirigenti del Milan si sono affidati a Rino ‘Ringhio’ Gattuso per sostituire Vincenzo Montella. L’unico a pagare per la classifica, i risultati e i fischi di San Siro. Se volessimo essere meno benevoli – e anche più realistici – potremmo però dire che il Milan ha scelto l’ex mediano perché siamo a fine novembre, sulla piazza di allenatori liberi c’era solo Carlo Ancelotti (che però non avrebbe accettato ora l’incarico). E poi bisogna risparmiare perché i cinesi saranno anche ricchi, ma in estate hanno speso tanto.

Gattuso arriva, per così dire, dalla cantera del Diavolo visto che il buon Ringhio, dopo le ultime esperienze con il Pisa, aveva deciso di fare ritorno a casa, per ripartire dal settore giovanile, dalla Primavera rossonera. Gattuso, finora, mai ha allenato in serie A. Dopo l’esordio in Svizzera con il Sion, la gavetta l’ha fatta a Palermo (in B), nell’Ofi Creta e, appunto, in Toscana dove ha ottenuto la promozione proprio nel torneo cadetto, ma dove si è ritrovato l’anno dopo a dover gestire una situazione tra il surreale e l’inverosimile, tra stipendi che non arrivavano e proprietà che cambiavano.

Misurarsi con le grandi è un banco di prova forse persin troppo duro per Rino. Cuore Milan, è vero, amato dai tifosi. Anche da quelli illustri – vedi Silvio Berlusconi – ma che si ritrova in mano una squadra fuori ormai dai giochi di alta classifica, che ha come obiettivo stagionale l’Europa League, dove Montella ha dato il meglio di sé.

Non solo. Gattuso va a guidare una squadra figlia di una Società che ha dimostrato, da tre anni a questa parte, di non trovare mai il bandolo della matassa. Dopo Allegri (esonerato il 12 gennaio del 2014), il buio: Tassotti, Seedorf, Pippo Inzaghi, Sinisa Mihajlovic, Cristian Brocchi e Vincenzo Montella. L’ex centrocampista è dunque il settimo a sedere sull’illustre panchina negli ultimi tre anni – quasi quattro. Ognuno di quelli sopra elencati, se escludiamo Tassotti e Brocchi, avrebbe dovuto aprire un ciclo. Tutti se ne sono andati, non capiti, senza risultati, talvolta derisi dalla stessa tifoseria.

Clima difficile per il nostro Ringhio. Verrebbe da dire che questo è il clima che preferisce. Da giocatore si esaltava nella battaglia, da tecnico ha vissuto i giorni tempestosi di Pisa. Sarà dunque pronto per recitare alla Scala del Calcio da Maestro e non più da comprimario, da medianaccio che doveva portare la croce per i solisti là davanti?

In conferenza stampa, Gattuso non ha perso tempo: “Quella con il Benevento è una finale”. Frase che molti allenatori dicono. E ancora: “Seedorf? Pippo? Non voglio fare la loro fine”. Già meno scontato. Fino a quello che potremmo definire un Manifesto del Gattuso non più in pantaloncini e scarpe bullonate, ma in tuta: “Il patentino non me l’hanno regalato. Io non sono solo grinta, ma anche preparazione”.

Ha preso pure la distanze da Montella, quando a Milanello ancora risuona il suo accento campano: “Lo stimo, ma abbiamo filosofie di gioco diverse”. La difesa a tre sarà uno dei suoi capisaldi. Vincenzo ama il palleggio, io preferisco verticalizzare e arrivare al tiro prima. Come dire: niente svolazzi, anche se siamo al Milan. Dritti alla meta. Machiavellico.

Vuole entrare nella testa dei giocatori, come dice di aver fatto con quelli più piccoli. Anche se potrebbe essere un’esperienza cuscinetto in attesa di affidare la squadra a qualche solone già a giugno. Forse per questo motivo Gattuso, che a Milanello è comunque a casa sua, può pure scherzare con il proprietario cinese: “Non ho ancora parlato con il presidente Yonghong Li, lui non parla inglese e neanche calabrese. Ci mancava un interprete. Ma nei prossimi giorni troveremo il modo di farlo”. Ha sentito, invece, Berlusconi: “L’ho ascoltato, non ho fatto finta. Lui è in grande conoscitore di calcio. Abbiamo parlato dei due attaccanti, del dna del Milan”.

Pare di capire che, comunque, sarà un Milan diverso anche nell’approccio alla gara: A me non interessa che i giocatori escano insieme la sera, ma che mettano la gamba e si buttino nel fuoco per un compagno.

Forse Mirabelli e Fassone hanno voluto Gattuso anche per frasi di questo tipo: “Quando si perde, deve bruciare. A Milanello deve essere un funerale”. Non importa se sarà un contratto a tempo determinato, da precario: “L’avrei pensato se mancassero cinque partite, ma ci sono 72 punti in palio”. Vincenzo Montella è già lontano, è tornato Ringhio. Pronto pure per abbaiare, ma per davvero, in faccia ai suoi ragazzi: “Ho detto loro di non essere permalosi. Le cose ce le dobbiamo dire in faccia, sempre”.

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Guai agli sconfitti. Ma soprattutto al Valencia, finora l’unica squadra a saper rimanere in scia del Barcellona nella Liga spagnola. I catalani hanno fin qui rischiato di fare filotto, con 10 vittorie e un pareggio, gli avversari inseguono a quattro punti e sono reduci da otto vittorie consecutive. Se dovessero salire sull’ottovolante, domenica al Mestalla, si porterebbero a un solo punto dalla formazione di Valverde. Perché quella sera c’è proprio Valencia-Barcellona, il big match del campionato spagnolo.

L’anti Barça, a sorpresa, non è infatti il Real Madrid di Zidane, e neanche l’Atletico Madrid di Simeone: è il Valencia di Marcelino (che non sarà in panchina per squalifica). Imbottito di ex giocatori che sono transitati dal campionato italiano, tutti a caccia di riscatto: da Zaza e Kondogbia a Neto e Murillo che, però, si è fatto male all’inguine nell’ultimo turno contro l’Espanyol (vittoria per 2-0 dei Pipistrelli) e salterà dunque il super match del Mestalla.

Geoffrey Kondogbia Valencia

Proprio l’ex Inter Kondogbia è uno dei trascinatori dell’undici di Marcelino. Ha già segnato tre gol – bellissimo l’ultimo – ed è lontanissimo parente del fantasma visto con la maglia nerazzurra. Contro gli azulgrana tornerà in campo pure Simone Zaza, nonostante il menisco rotto, perché serve la sua furbizia contro la difesa migliore della Liga. Sì, perché il Barcellona di Valverde è diversissimo da quelli che eravamo abituati ad ammirare, non solo perché non c’è più il brasiliano Neymar, ma perché in attacco si segna di meno (i blaugrana hanno comunque il miglior attacco del torneo iberico) e la difesa è una cassaforte. Se le reti fatte sono 33, quelle subite in 12 turni risultano essere appena 4 (meglio pure dell’Atletico Madrid che, con Simeone, ha fatto proprio del reparto arretrato il punto forte). Il Valencia di gol ne fatti finora 32, subendone però 11.

Zaza nella classifica del Pichichi segue Leo Messi: 12 gol per la Pulce in 12 partite, 9 in 11 per l’ex Juventus e Sassuolo, ma il Valencia poi può contare pure sull’attaccante Rodrigo, che si trova a quota 7 reti, e su Santi Mina, che è a 5.

Insomma, ci sono tutti i presupposti per una partita incerta anche se, per forza di cose, il Barcellona si prende il ruolo di favorita, con un Luis Suarez che, dopo la doppietta nell’ultimo turno di campionato, pare di nuovo in grande spolvero e con in mano la pistola fumante. Dall’altra parte, al posto di Murillo, ci sarà un giocatore esperto come Garay, perché il Valencia di quest’anno pare avere anche una rosa ampia, come ha dimostrato nella già citata vittoria per 2-0 a Barcellona, pur con in campo tanti rincalzi per via della sfida contro Valverde.

Luis Suárez festeggia uno dei due gol segnati in Real Madrid-Barcellona 0-4.

Un’assenza pesante, in difesa, pure per gli ospiti che domenica dovranno rinunciare a Gerard Piqué. Non solo: non ci sarà neanche Javier Mascherano e Valverde sarà obbligato ad affidarsi a Umtiti e Vermaelen. Difficile, però, parlare di emergenza per una squadra che può schierare al centro del reparto difensivo due titolari delle rispettive nazionali.

La domanda che tutti si fanno in Spagna in questi giorni è: il Valencia può veramente tenere aperto il campionato o dovremo parlare già di titolo mezzo assegnato a fine novembre? Se Messi e compagni dovessero fare bottino pieno al Mestalla, infatti, volerebbero a +7 sui diretti avversari. E con Real e Atletico a -10, la banda Valverde potrebbe iniziare ad amministrare il vantaggio.

E ancora: può una squadra che, nei pronostici della vigilia, veniva inserita tra quelle che si sarebbero accontentate di un posto nella prossima Europa League essere in grado di fermare la corazzata Barça, avvicinandosi e facendo un po’ spaventare i catalani? Gli esempi di underdog che poi hanno fatto la storia ci sono. Come dimenticare il Leicester di Claudio Ranieri?

Zaza Kondogbia Real Betis-Valencia

Ruben Urìa, vice allenatore del Valencia, dice: “Sarebbe un errore pensare che siamo candidati per il titolo”. Il sospetto che si preferisca volare bassi, di non volersi far pizzicare dai radar c’è. Ma anche la consapevolezza di non avere probabilmente la forza e l’esperienza per durare a lungo su questi ritmi. Al Mestalla, però, l’apporto del pubblico (e le fatiche di Champions del Barcellona) potrebbero pesare, se non altro per continuare a braccare da vicino i grandi favoriti della Liga. Quelli che, senza Neymar, avrebbero dovuto faticare e che invece stanno correndo più veloci degli anni passati, grazie a un modo nuovo di giocare, meno spettacolare ma più attento al risultato.

Restando in Spagna, nel 2013/2014 l’Atletico Madrid fece più o meno la stessa cosa: data per outsider in estate, a questo punto della stagione era in una situazione simile. E poi portò a casa la Liga. Pure allora c’era il Barcellona davanti, ma la seconda squadra di Madrid restò in scia finché, a febbraio e marzo, con tre inciampi consecutivi, il Barça si fece acchiappare e superare.

Marcelino come Simeone, quindi? Un po’ ci sta. Pochi fronzoli, squadra unita, sacrificio da parte di tutti. Giocatori che credono ciecamente nel loro allenatore e che sono venuti a Valencia voluti fortissimamente proprio da lui, come Gabriel Paulista, discepolo di Marcelino già al Villarreal. Ma il tecnico è riuscito a resuscitare tanti altri giocatori, non solo chi proveniva dall’Italia: Santi Mina, Rodrigo e Dani Parejo sembravano sulla via del tramonto prima di oggi.

Marcelino García Toral Valencia

Certo, resta l’incognita di una squadra che, come il Barcellona, finora vede immacolato lo score sotto la voce sconfitte: zero. Dovesse arrivare la prima, le vele si sgonfierebbero e il Valencia potrebbe crollare? Meno grave un ko del Barcellona, sia per la posizione in classifica sia per la personalità e l’abitudine a stare sotto pressione di Iniesta e compagni.

Guai ai vinti, dunque. Soprattutto se saranno quelli del Valencia.

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Le coreografie di Lazio e Roma per il derby d'andata della Serie A 2014-2015.

Roma-Lazio quest’anno non è solo derby capitale, ma è anche derby scudetto. Quella di sabato alle 18 sarà una stracittadina di altissima classifica. Non varrà solo per la supremazia cittadina, come tante volte è accaduto quanto a confrontarsi sono state le squadre del Cupolone, ma è sufficiente guardare la classifica per accorgersi che il derby sarà forse meno ‘spensierato’ di altri, pur essendo appena alla 13ª giornata, perché un pensiero non potrà non andare alla graduatoria.

La Roma e la Lazio sono rispettivamente a 27 e 28 punti, ed entrambe hanno una partita in meno di chi le precede. Come a dire che i biancocelesti di Simone Inzaghi potrebbero essere a braccetto con la Juventus al secondo posto, a -1 dal Napoli; i giallorossi a quota 30, comunque a tiro di sorpasso dei partenopei.

Ci si gioca tanto, e mai come questa volta non c’è una favorita d’obbligo. La Roma ha infilato un filotto di successi che l’ha proiettata direttamente nell’Olimpo del pallone, dopo che una partenza con il freno a mano tirato aveva fatto storcere un po’ il naso a più di qualcuno. Già erano saliti alti al cielo i mugugni per un Eusebio Di Francesco non ancora pronto per il salto in una grande, ma il ruolino di marcia di Dzeko e compagni, da quel momento, è stato impressionante: il 14 ottobre il Napoli passava per 1-0 all’Olimpico, poi ecco il 3-3 di Londra contro il Chelsea, in Champions, con tanto di rimonta romanista; quindi, tre 1-0 consecutivi prima dell’illustre scalpo di Antonio Conte in Europa e il 4-2 del Franchi contro la Fiorentina.

La Lazio non è stata da meno. Se escludiamo l’1-4 con il Napoli, dopo lo 0-0 della prima con la Spal, Immobile (capocannoniere) e compagni le hanno date a tutti. Compresa la Juventus sul suo campo.

Sarà il derby degli attaccanti, Immobile (che pare ad oggi poter essere del match) contro Dzeko, ma anche di qualche assente di troppo, con Felipe Anderson e Radja Nainggolan che cercano disperatamente di recuperare ed essere presenti. Perché è troppo importante. Il primo però difficilmente ce la farà. Roma e Lazio hanno già dimostrato e dimostrano di poter sopperire anche alle assenze.

E che dire poi di Simone Inzaghi ed Eusebio Di Francesco? Proprio mentre si mette in croce Gian Piero Ventura, ecco che due giovani allenatori ci fanno sperare in un futuro migliore. Entrambi per la prima volta a guerreggiare anche per lo scudetto. Per tutti e due la stracittadina – da giocatori e in panchina – non è sinonimo di gioia, ma per uno dei due potrebbe diventarlo sabato intorno alle 20. Di Francesco, tra l’altro, ha rivelato recentemente che proprio il derby era l’unica partita in cui gli tremavano le gambe. Adesso, dovesse capitargli ancora, potrà farsi aiutare dalla panchina, sedendocisi sopra.

Abbiamo lasciato per ultimo il grande assente della partita. Sarà il primo derby, dopo più di 20 anni, senza Francesco Totti in campo. Il simbolo della Roma, ma anche un po’ di tutta Roma. L’uomo del selfie sotto la curva, della maglietta e degli sfottò ai cugini. Guarderà la sfida dalla tribuna e sembrerà molto strano anche a lui.

Nonostante l’addio dell’ex Pupone, sarà proprio Di Francesco a schierare i veterani. Tutti hanno alle spalle almeno un derby: Kolarov l’ha vissuto sull’altra sponda, Alisson nelle semifinali di Coppa Italia. Solo in caso di forfait del Ninja, al suo posto giocherebbe un debuttante.

Inzaghino, invece, si affiderà ai soliti 11, gli stessi dell’impresa dell’Allianz Stadium. Qualche forfait potrebbe scaturire dagli impegni con le Nazionali, con in particolare Parolo e Immobile tornati delusi e spompati, ma in questo caso saremmo 2-2, perché pure Florenzi e De Rossi hanno vissuto l’amara notte di San Siro, chi in campo, chi dalla panchina. Una stracittadina, però, dovrebbe ricaricare presto le pile a tutti e quattro. De Rossi, poi, già sentiva questa partita più delle altre quando c’era il paravento Totti, adesso si sente ancora più responsabilizzato.

Se non l’aveste capito, insomma, sarà un derby diverso questo. Per la classifica, per gli uomini in campo, per chi li guida dalla panchina. Tutte variabili che concorrono a trasformare Roma-Lazio in una partita ancora meno uguale alle altre: dove fare un pronostico è impossibile, dove sarà anche il contorno dello stadio Olimpico a entrare in campo con i 22.

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Brasiliano, ma naturalizzato italiano. Dunque, convocabile per la nazionale azzurra. Dunque, convocato per la prima volta da Giampiero Ventura, proprio sull’orlo del baratro in vista della doppia sfida con la Svezia per i Mondiali del 2018. Stiamo parlando di Jorginho.

Ci ha messo un po’ il nostro ct a rispondere alle sirene che volevano il centrocampista del Napoli in azzurro già da diverso tempo. Quando però sono arrivate dal Brasile voci su una possibile convocazione con la Selecao, Ventura ha rotto gli indugi. Non è detto che giocherà venerdì o lunedì Jorginho, ma intanto c’è. Se poi non dovesse scendere in campo neanche un minuto, sarebbe di nuovo arruolabile per la Nazionale sudamericana.

Non è la prima volta che un cosiddetto oriundo fa capolino con la nazionale dell’Italia. Anzi. Non sempre visti come un bene, perché si dice sia poco propenso a lottare per un Paese che non sente come il suo, a volte questi giocatori hanno rappresentato un valore aggiunto. Siamo andati a ripescare la storia di chi ha preceduto Jorginho e non mancano le sorprese.

Jorge Luiz Frello Filho, ossia Jorginho, si trova nel frattempo in buona compagnia, visto che c’è il suo connazionale Eder, ormai fisso nelle convocazioni di Ventura adesso e di Antonio Conte prima. Cominciamo proprio dai brasiliani, una delle scuole migliori di football. Nel 1934, Amphilòquio ‘Anfilogino’ Marques Guarisi diventa campione del mondo con Vittorio Pozzo. Non solo: gioca in una sola gara e segna pure, agli ottavi di finale contro gli Stati Uniti. Era approdato alla Lazio nel 1931, Pozzo lo aveva convocato per due edizioni della Coppa internazionale prima dei Mondiali casalinghi.

Pure José Altafini ha avuto l’onore di vestire azzurro, ma senza fortuna. O meglio, lui segna cinque gol in sei partite, ma di gioie ne colleziona davvero poche. Partecipa tra l’altro all’edizione dei Mondiali del 1962, una delle peggiori degli Azzurri: gioca contro Germania Ovest e Cile, poi non viene più convocato. Nel 1958 aveva vinto la Coppa Rimet da verdeoro in Svezia.

Nel 1961, a Mantova, arriva Angelo Benedicto Sormani, destinato a lasciare il segno in particolare con la maglia del Milan. Anche lui partecipa ai Mondiali del 1962 in Cile, giocando una sola gara contro la Svizzera al primo turno. È ancora con l’Italia per le qualificazioni agli Europei del 1964: segna un gol con la Turchia, ma gli Azzurri non si qualificano alla fase finale.

Bisogna aspettare 50 anni per rivedere un brasiliano che gioca con l’Italia. Il merito è di Thiago Motta, centrocampista di Genoa e Inter. Con il Brasile Under 23 nella Gold Cup 2003, dal 2011 diventa azzurro, convocato da Cesare Prandelli e titolare inamovibile dopo il gol alla Slovenia sulla via di Euro 2012. Gioca anche la finale, dove dopo tre minuti esce per un brutto infortunio. Convocato pure per i Mondiali del 2014 e gli Europei del 2016, è l’oriundo brasiliano più presente con l’Italia grazie a 30 presenze.

Arriviamo a Eder Citadin Martins. Conte punta su di lui nel 2015 e l’attaccante segna all’esordio, permettendo all’Italia di pareggiare con la Bulgaria nelle qualificazioni a Euro 2016. Con cinque gol segnati, è il più prolifico insieme ad Altafini. A Francia 2016 il suo gol più importante: l’1-0 decisivo alla Svezia. Il ct Ventura punta su di lui e all’orizzonte c’è ancora la Svezia.

Altra grande armata che è andata a rinforzare le file dell’Italia è stata quella argentina, con ben 22 giocatori che hanno vestito l’azzurro, contro i 9 brasiliani (tra cui c’è anche Amauri). Non possiamo non partire da Mauro German Camoranesi, che ha collezionato ben 50 gettoni di presenza, segnando 5 gol e partecipando da protagonista alla vittoria dei Mondiali del 2006 in Germania. Da citare anche Angelillo, Cesarini, Demaria, Guaita, Ledesma, Libonatti, Lojacono, Martino, Maschio, Montuori, Mosso, Osvaldo, Pesaola, Paletta, Ricagni, Schelotto, Scopelli e Franco Vazquez.

Abbiamo lasciato fuori Mumo Orsi, che ha segnato 13 gol in 35 presenze a ha vinto il Mondiale del 1934 con 3 gol in 5 presenze. Con lui c’era anche Luisito Monti, il medianaccio della Juventus, che giocò 5 partite in quella storica edizione vinta. E poi c’è un certo Omar Sivori: 8 gol in 9 presenze, ma un po’ come Altafini poche gioie in nazionale azzurra. Anche perché segnò 4 volte in amichevole, altrettante nelle qualificazioni ai Mondiali del 1962 dove, in due match, il cabezon fece scena muta.

Citiamo poi l’Uruguay, con 9 oriundi in maglia italiana. Tra loro Michele Andreolo, che fece parte della spedizione vincente ai Mondiali del 1938 in Francia. In totale: 26 presenze e un gol. E ancora: Ghiggia e Schiaffino. Giusto per le statistiche, l’azzurro l’hanno vestito anche un austriaco, uno scozzese, un paraguayano, un sudafricano e uno svizzero.