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Inizia la stagione 2017/2018 della serie A italiana, che ci proietterà direttamente ai Mondiali di Russia. Ma in che condizioni è la nostra massima serie? Calciomercato a parte, assenza di grandi campioni compresa, non sono certo le condizioni di una persona in salute. Le strutture sono quasi tutte fatiscenti o, comunque, vecchie. Le infrastrutture mancano. Siamo, tra i cinque maggiori campionati europei, al penultimo posto, con la Ligue 1 francese che è in corsia di sorpasso e con un Neymar in più.

Il direttore generale della Figc, Michele Uva, batte sempre sullo stesso tasto: “Gli stadi sono il primo fattore su cui intervenire per far tornare il pubblico”. Per fermare un’emorragia di cui non si vede la fine, al momento: nel 2016/2017, 45.912 spettatori in meno hanno visto le partite di serie A dal vivo (-0,5 per cento). E questa tendenza va avanti da tempo.

Altrove, non solo in Premier e in Bundesliga, ma anche nella Liga spagnola, si è pensato proprio alle ‘case’ dei club, ossia agli stadi. Certo, sono campionati più ricchi del nostro, ma in parte lo sono proprio perché la gente allo stadio ci va. Pensate che l’anno passato il campionato tedesco è stato l’evento sportivo più visto, per media di pubblico a partita, secondo solo alla Nfl americana. Da noi, se escludiamo Juventus, Udinese e Sassuolo – con gli stadi di proprietà – si brancola nel buio. Il marketing? E che cos’è?

Le colpe sono dei politici, delle leggi che mancano. Marco Brunelli, direttore generale della Lega calcio e docente del dipartimento di Economia e Tecnologia all’Università di San Marino, spiega: “Ci sono tante ragioni, ma non c’è dubbio che la qualità delle infrastrutture sia il primo punto. Stadi più comodi e accessibili si riempiono più facilmente”.

Non bagnarsi quando piove potrebbe già essere un primo passo, senza scomodare leggi sugli stadi e altro. Nell’ultimo anno, sono stati utilizzati 95 stadi nei cinque maggiori campionati europei, 71 hanno copertura totale dell’impianto (il 75 per cento). La Premier League è tutta al coperto, in Bundesliga manca solo a Darmstadt la copertura totale dello stadio. E in Italia? Sui 17 stadi di serie A in cui si è giocato nel 2016/2017, appena 8 sono totalmente coperti, il 47 per cento, peggior dato del continente. In Spagna vanno un po’ meglio di noi, 10 su 20.

E non è che il futuro possa schiudere mondi nuovi per il nostro calcio: Fiorentina e Roma, che hanno pensato ai nuovi stadi, sono ben lungi dal costruirli e inaugurarli, come sottolinea il report di Kpmg Football benchmark. Se sulla capienza non siamo messi male, con 41 mila siamo secondi in Europa, il problema è che li riempiano poco e male questi posti.

Un calo di pubblico non può che portare a una discesa dei ricavi: -527 milioni di euro negli ultimi cinque anni in serie A, come si legge nel rapporto ‘Deloitte’. E l’anno che sta arrivando non porterà una trasformazione: in Premier League si stimano ricavi per 5,1 miliardi, in Bundesliga per 3,2 miliardi, in Liga per 3 miliardi, noi siamo a 2 miliardi, con la Ligue 1 a 1,75 e che fiuta l’odore del sangue (e del sorpasso).

Mentre noi discutiamo su come e dove fare i nuovi stadi, oltre confine si fabbricano come fossimo in una catena di montaggio. Il Tottenham, dopo la demolizione di White Hart Line, a breve avrà un impianto di lusso e la capienza sarà raddoppiata entro la stagione 2018/2019. A Roma e Firenze si cambiano i progetti, si minacciano boicottaggi e le proprietà (vedi quella giallorossa, americana) fa sapere che se ne andrà senza il nuovo impianto.

Chi fa bene il proprio lavoro, trova anche più facilmente i finanziamenti. Sempre il Tottenham ha ricevuto il sì da Goldman Sachs e Bank of America Merrill Lynch: su 400 milioni di sterline che servono per il nuovo stadio, arriveranno dalle banche 455 milioni di euro. Sotto forma di azioni e obbligazioni, vendita dei diritti sul nome e cartolarizzazione dei futuri introiti dalla vendita dei biglietti e diritti televisivi.

Restiamo nel Regno Unito. L’Arsenal, da quando gioca all’Emirates Stadium, ha moltiplicato i ricavi da gare: 134 milioni di euro, il doppio rispetto al Tottenham. Morale della favola: se hai uno stadio comodo e accogliente, i soldi li fai. E riporti la gente allo stadio.

Uva sottolinea: “Si dice che in Italia abbiamo tra i biglietti più cari d’Europa: balle”. Ha studiato un indicatore, ‘indexuva’, che permette di confrontare il costo dei biglietti dei vari campionati europei in relazione allo stipendio medio. E poi ha emesso la sua sentenza. Non è neanche colpa dell’aumento dell’offerta tv, visto che succede lo stesso negli altri Paesi eppure i tifosi non scappano dagli stadi.

Uva sulla Bundesliga: “Fanno una politica particolare sul prezzo del biglietto, partendo da cifre molto basse, ma studiando un modello a 360 gradi per la fruibilità dello stadio. Da un biglietto che costa pochissimo, con posti in piedi, fino all’offerta per la grande azienda. Sono stati più bravi degli altri”. E in Italia? Brunelli sottolinea: “I club non hanno quasi mai usato in maniera creativa la leva del prezzo, come strumento di marketing, anche se adesso qualcosa si inizia a vedere”.

Nicola Tomesani, che insegna alla Bologna Business School ed è docente di Sport marketing nel Master internazionale in strategia e pianificazione degli eventi e degli impianti sportivi all’università di San Marino e Parma, dice: La Germania deve essere presa a esempio. Inghilterra e Spagna hanno spese folli per i giocatori. In Bundesliga si coniuga l’incertezza del risultato, stadi pieni e conti in ordine”. La Germania, poi, costruisce i campioni in casa, vedi Lewandovski, pescato in Polonia per 4,5 milioni, o Ousmane Dembelé, preso dal Rennes per 15 milioni di euro e che ora vale dieci volte tanto.

Altro tasto dolente tutto italiano è quello legato agli sponsor: la serie A si ferma a 523 milioni di euro contro i 700 della Liga e gli 1,2 miliardi della Bundesliga. E tutto causa la fuga dei tifosi dagli stadi perché meno ricavi portano meno soldi da investire, dunque stadi vecchi e meno pubblico. Umberto Lago, docente di Economia e Gestione delle imprese a Bologna, per 8 anni membro dell’organo di controllo finanziario sui bilanci dei club della Uefa, precisa: “Lo stadio è importante per due motivi: uno patrimoniale, perché generalmente i club non hanno immobili; e poi perché, con i nuovi format del calcio, l’impianto ha la stessa importanza dei flag store. È un luogo in cui l’esperienza deve essere coinvolgente. È generatore di brand identity”.

Anche qui, non siamo certo maestri. Italia ’90 è stata un’occasione sprecata, con stadi già vecchi prima ancora di essere inaugurati. Germania 2006, Francia 2016 hanno trasformato l’occasione in un volano meraviglioso. Detto tutto ciò, l’Italia non fa bene neanche dal punto di vista della difesa di ciò che già ha. “Il Manchester United spende 5 milioni di sterline l’anno per tutelare il marchio, perseguendo i falsari”. E gli abusivi. “Non è che all’estero siano più onesti, gli abusivi ci sarebbero pure a Manchester, se il club lo permettesse. È marketing anche questo”.

La Juventus, che in Italia è la Società modello, spende per perseguire falsari e abusivi un decimo dello United. Eppure, quello bianconero è un modello da seguire: “È una Società che ha una struttura dedicata al marketing, con uno staff di persone, assunte e dedicate al compito. Ci sono squadre di A con uffici marketing di due-tre persone”.

Tomesani manda indietro il nastro ai fantastici Anni Ottanta: “La qualità dello spettacolo, la presenza dei campioni. Così si riempiono gli stadi”. Non solo rifacendoli più belli e comodi. Alla fine, più spendi, più vendi. Come dire che il Psg con Neymar ha fatto un affarone.

Neymar PSG

Chissà se l’abolizione della tessera del tifoso, la possibilità di acquistare di nuovo il biglietto anche a pochi minuti dall’inizio della partita rianimeranno un po’ il calcio italiano: “La tessera del tifoso è stata una cattiva idea. Come se io andassi in un negozio per comprare qualcosa e dovessi fornire le mie generalità per poterlo fare. Chi faceva casino, ha continuato a farlo. Una cosa ridicola a cui, fortunatamente, è stata messa mano”.

Brunelli vuole essere ottimista: “Adesso non ci sono più alibi per non investire in infrastrutture. E c’è chi già lo sta facendo. Ci sono nuovi strumenti normativi e, dal 2021, chi non avrà lo stadio con standard europeo non potrà iscriversi alla serie A”. Insomma, via con gli impianti per non avere rimpianti.

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Neymar PSG

Prima Leonardo Bonucci, poi Neymar. Se il primo trasferimento ha fatto rumore prevalentemente in Italia, il secondo è diventato un fenomeno planetario. Per le cifre, 222 milioni di euro (la clausola di rescissione posta dal Barcellona sul gioiellino sudamericano) e perché Neymar non è solo un giocatore, ma un vero e proprio brand.

Bonucci e Neymar, uno difensore e l’altro attaccante, non avrebbero nulla in comune. Apparentemente. In realtà, oltre che essere sulle prime pagine dei giornali in questa rovente estate 2017, hanno deciso entrambi di fare un passo indietro. Il primo ha lasciato la Juventus dopo sei scudetti, due finali di Champions perse, Coppe Italia e Supercoppe italiane. Per andare a giocare nel Milan che, invece, è ripartito dai preliminari di Europa League. Lo ha fatto per gli attriti con Massimiliano Allegri, forse per i soldi. Di certo, ha deciso di rimettersi in gioco. Ha detto che alla Juve non si sentiva più importante, se non a fasi alterne, in rossonero sarà il leader della difesa. E non solo. L’uomo che dovrà restituire un’anima guerriera al Diavolo.

Neymar ha lasciato il Barcellona, per molti il massimo tra i club, anzi ‘mes que un club’, per dirla alla catalana. Ha lasciato una squadra capace di vincere la Champions League, di laurearsi campione del mondo, di lottare ogni anno da pari a pari con l’altra grande di Spagna e del mondo, il Real Madrid. Ha sciolto la MSN – Messi-Suarez-Neymar – probabilmente il miglior tridente nella storia del calcio. E lo ha fatto per andare a Parigi, al Paris Saint Germain degli sceicchi. Urbi et orbi, ha spiegato di aver preso questa decisione perché ama le sfide. Effettivamente, il Psg – pur avendo speso moltissimo in questi anni – la Champions finora l’ha vista solo in fotografia. Ed è chiaro che sotto la Tour Eiffel si punti proprio a questa. Altrimenti, non avrebbe senso il trasferimento, giusto? Né l’impegno economico degli sceicchi danarosi. Che vincere la Ligue 1 non è un’impresa, di sicuro non come prevalere nella Liga spagnola. Che giocare in un campionato come quello francese non è come farlo in quello iberico. Che, in competitività, surclassa i cugini transalpini.

Neymar, come Bonucci, aumenta e di molto il suo conto in banca a Parigi. Ma a Barcellona non sarebbe stato povero, di certo. Anche lui, dunque, fa un passo indietro. Di allenanti, in Francia, troverà sì e noi 2 – 3 squadre. Contro tutte le altre, potrà concedere molto alla platea. Riempirà gli stadi già solo il nome, come ha fatto al Parco dei Principi pure senza giocare. Ma può bastargli? Dicono che il cognome Messi lo offuscasse e che volesse andarsene per essere il numero uno. Lo è, a Parigi, dove fino a un paio d’anni fa era pure Zlatan Ibrahimovic. Non per niente, entrambi hanno fatto colorare la Tour Eiffel. Pure Ibra lasciò il ‘grande calcio‘ a caccia della Champions. E scelse Paris. Ma fallì. Guidando però i rossoblù parigini a vincere tanto in patria (ma, ripetiamo, il campionato francese viene di sicuro dopo quello inglese, quello tedesco, quello spagnolo e quello italiano).

Lionel Messi, Neymar e Luis Suárez festeggiano uno dei tanti gol del Barcellona nella stagione 2015-2016.

Se vogliamo restare alla cronaca recente, la stessa cosa ha fatto Paul Pogba. Decisamente in rampa di lancio con la Juventus, reduce anche lui da una finale di Champions persa, ma con prospettive di giocarne ancora, decise di tornare all’ovile, al Manchester United. Dove ha vinto, sì, ma l’Europa League. In questo caso, però, il discorso differisce un po’ dagli altre tre. La Premier è affascinante, il Polpo è nato calcisticamente proprio in questa città. Aveva saudade, insomma.

E allora, tornando agli ultimi due, il passo del gambero c’è stato. Ma nel calcio dicono che vincere annoi. E allora si cercano nuove sfide. La stessa cosa fece Antonio Conte, lasciando la Juventus dei tre scudetti consecutivi. O José Mourinho, lasciando l’Inter orfana subito dopo lo storico ‘Triplete’.

Leonardo Bonucci e Neymar jr. sanno che dovranno pedalare, ma anche che nelle nuove squadre loro in spogliatoio avranno l’ultima parola. A Barcellona, Neymar giocava ‘in funzione di’; a Parigi, saranno gli altri a sbattersi (tutti) per lui. A Torino, Bonny sapeva che la Bbc era quasi insuperabile. Il miglior modo per farsi rimpiangere da chi forse gliene aveva dette anche troppe (vero, Max?) è non solo riportare il Milan ai vertici, ma anche guardare come i vecchi compagni e amiconi della difesa se la cavino meno bene senza di lui.

L'ultima volta di Zlatan Ibrahimović con la maglia del PSG.

Forse qualche brivido lo proveranno entrambi la prima volta che torneranno sul luogo del delitto. Allo Juventus Stadium che, però, ora si chiama Allianz Stadium e forse a Leonardo peserà un po’ meno – entrando allo stadio – vedere la nuova scritta e non quella dei tanti successi. Al Camp Nou dove tutti si inchinano per le reti di Messi e urlano ‘Messi, Messi’, ma dove agli ex considerati traditori riservano trattamenti mica da poco (chiedere a Luis Figo per chiarimenti). Ovvio, Neymar non è andato al Real Madrid, ma un po’ tutti – dal presidente al magazziniere, passando per il bambino in curva – pensano che lui abbia tradito la causa. Perché essere tifosi del Barcellona ed essere giocatori del Barça significa fare una scelta pure politica: stare dalla parte di chi vuole l’indipendenza da Madrid. Andare a Parigi, invece, significa essere ‘mercenari’, guidati dal dio denaro. Che se un giorno lo sceicco dovesse stancarsi, potrebbe pure saltare tutto il circo. E chissà se fino ad allora qualcuno quella Champions l’avrà alzata.

Bonucci, poi, al Milan rischia addirittura di prendersi la fascia da capitano. Da ultimo arrivato. Ma del resto, già Kessie gli ha dovuto cedere la maglia numero 19. Insomma, il tappetino rosso per Bonny è già stato steso da tempo. Alla Juve non era così, no, ma in curva lo striscione con il difensore che esulta dicendo a tutti di sciacquarsi la bocca prima di parlare di lui e della Juventus, non ci sarà più. E anche questo, a ben pensarci, sarà strano. Per tutti, per lui anche.

Siamo troppo romantici? Può darsi. Le bandiere non ci sono più, i calciatori scelgono, e spesso scelgono il miglior ingaggio. E chi resta a guardia di una fede piange per un po’, ma poi elegge nuovi idoli. Così come chi ti insultava fino a poche ore prima, ora ti acclama come un Messia. E in questo caso, Messi non c’entra. Lui è fedele. L’ultima bandiera. Insieme a un certo Gigi Buffon. Toh, che caso, ma non giocano proprio a Barcellona e a Torino?

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Hanno terminato in parata, primo Sebastian Vettel e secondo Kimi Raikkonen. All’Hungaroring la Ferrari ha piazzato la doppietta prima della vacanze. Un po’ come ottenere un 10 l’ultimo giorno di scuola, staccando chi era considerato a inizio anno il ‘secchione’ del circus. Ossia la Mercedes di Bottas e, soprattutto di Hamilton, terzo e quarto.

Il tedesco di Maranello adesso ha 14 punti di vantaggio sul britannico, dopo undici Gran Premi. A fine agosto si tornerà dentro le monoposto, a Spa, replicando poi a Monza. Due piste che, sulla carta, sono più adatte alle Frecce d’Argento. Ma il morale, i continui miglioramenti nella meccanica e un Vettel mai così centrale come ora nelle scelte della scuderia italiana possono davvero rovesciare la situazione. Senza contare che, a Monza, Hamilton e gli altri correranno in trasferta.

Ferrari ferma

Come ha fatto Maranello, in nove mesi, a colmare la distanza da una Mercedes che pareva irraggiungibile anche quest’anno? Lavorando, in silenzio. Come avrebbe chiesto di fare – era nel suo stile – un certo Enzo Ferrari. La SF170H ha fatto il resto, dimostrando di sapersi adattare su tutti i circuiti, proprio come un cavallo che ora sa correre. A scapito di una Mercedes che, nell’ultimo triennio, ha dominato. E che forse si è un po’ seduta sugli allori.

E ancora: la Ferrari in questo anno sta sfruttando meglio le gomme da qualifica, il che non la porta a dover sempre fare gara di rincorsa: entrano prima in temperatura, fanno il ‘tempo’, come in Ungheria. Ma non solo. Maranello ha creato una monoposto dal passo più corto, che ha permesso alla Rossa di dominare su piste più piccole e dove bisogna essere bravi a guidare più che ad accelerare (Montecarlo e Budapest).

Se da una parte ci sono stati tanti miglioramenti, dall’altra (ovvero in casa Mercedes) è venuta fuori qualche magagna. Le gomme, per esempio. Problemi in parte risolti proprio negli ultimi GP. La power unit anglo-tedesca resta la migliore e ha fatto la differenza in Austria, Spagna e Russia.

Lewis Hamilton

Vettel e Raikkonen scontano le caratteristiche delle loro auto quando si trovano su tracciati o su tratti veloci di pista. In casa Mercedes, invece, ci sarà un mese per cercare di sfruttare al meglio le gomme più morbide. Ciò che è chiaro a tutti è che il Mondiale è ancora apertissimo perché la scuderia campione del mondo non è abituata ad abbattersi, ma anzi a reagire prontamente.

A favore della Ferrari c’è la chiarezza nella gerarchia tra i due piloti. È stato chiarissimo a Budapest, con Raikkonen che ha fatto da perfetto guardaspalle al compagno Vettel mentre Hamilton tentava la rimonta: è il tedesco il deputato a correre per il Mondiale, il finlandese gli fa da scudiero. C’è invece competizione tra Lewis Hamilton e Valtteri Bottas. Certo, la Mercedes ha dato la sensazione di spalleggiare di più il primo, ma in Ungheria ha preso una decisione piuttosto cervellotica, facendo passare il finlandese all’ultima curva e togliendo così punti fondamentali per la classifica finale a Lewis (3 per la precisione). Una decisione andrà presa, questo è chiaro.

Fino a questo momento, Bottas ha fatto meglio di Raikkonen e questo ha permesso alla Mercedes di ritrovarsi spesso due contro uno. È stato così più facile gestire la strategia di gara, sacrificando a volte Valtteri. All’Hungaroring non pochi si sono stupiti del rallentamento di Hamilton a favore del compagno di squadra. Forse una scelta per poter avere ancora il finlandese nelle migliori condizioni mentali alla ripresa del campionato. Ma la Ferrari, a Budapest, ha ritrovato pure Raikkonen e così il gioco di squadra, questa volta, l’ha fatto proprio Maranello.

Kimi Raikkonen

Sul Mondiale peserà, e molto, il rendimento dei piloti da qui alla fine. La Ferrari può contare su un Vettel capace, anche nelle giornate peggiori, di fare prestazioni eccellenti, grazie al feeling con la macchina e alle grandi motivazioni. Fin qui, ha mancato solo Silverstone. Hamilton, di contro, a volte è sembrato distratto e senza un po’ di determinazione. Le seconde guide sono a favore della Mercedes, per ora, con Bottas che continua ad avere un ottimo rendimento, fatta eccezione per la Cina e, se non è riuscito a vincere, ha permesso al compagno di scuderia di farlo, bloccando le Ferrari. Raikkonen non ha la stessa capacità: ce l’ha fatta esclusivamente a Montecarlo prima dell’Ungheria e, se nelle libere ha spesso fatto benissimo, si è perso nelle prove e in gara. Il suo rendimento deve assolutamente salire perché la Ferrari possa avere aspirazioni legittime di vittoria finale.

Valtteri Bottas

La classifica al momento dice: Vettel 202 punti, Hamilton 188, Bottas 169. Perché il sogno iridato possa essere tutto rosso, serve che Vettel prosegua con questo passo e che Raikkonen rosicchi qualche posizione al duo Mercedes. Sempre che non sia lo stesso Bottas a farlo ai danni del suo compagno di squadra.

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Tu pensi a Patrick Schich e ad Andrea Belotti. Uno potrebbe arrivare, nonostante il cuore matto, l’altro è il sogno del Milan per completare un calciomercato di fuochi d’artificio. Altrimenti, beh, c’è sempre Kalinic che aspetta. Poi, però, guardi in casa tua e scopri che due attaccanti su cui contare magari ce li hai già: Andrea Pinamonti e Patrick Cutrone.

In comune hanno che sono molto giovani entrambi, che giocano vicino alla porta e che vestono le maglie delle due milanesi. Pinamonti con l’Inter, Cutrone per il Milan. Insomma, perché andare a cercare tanto lontano i bomber quando sono già sotto il tuo tetto?

pinamonti_inter

In questa estate di preparazione, alla ribalta è salito Cutrone. Contro il Bayern Monaco, quasi fosse un veterano lui che di anni ne ha 19 anni, ha infilato due volte la porta avversaria. Vero che di fronte non c’era Neuer, ma in panchina un certo Carletto Ancelotti. E davanti gente del calibro di Bernat, Rafinha, Alaba e Hummels, campione del mondo.

La doppietta ai tedeschi ha fatto gridare al miracolo tutti. Tranne chi nel settore giovanile rossonero lavora a stretto contatto con lui e con gli altri del vivaio. Sì, perché Patrick il gol ce l’ha nel sangue. Dopo gli esordi alla Paradiense, Cutrone è entrato nella famiglia rossonera. Nel 2012 gli addetti ai lavori si accorgono di lui al torneo ‘Gaetano Scirea’. Il Milan in finale affronta il Barcellona e Patrick segna una doppietta.

Il giovane puntero fa tutta la trafila delle giovanili milaniste, segnando 43 reti in 67 partite con la Primavera. Dal 2013 al 2016 gioca per la Nazionale, dall’Under 15 alla 19. Nel gennaio di quest’anno l’arrivo in prima squadra e il debutto in serie A all’85’, nel 3-0 al Bologna, al posto di Deulofeu. Quest’anno, per lui, l’idea dei dirigenti era di mandarlo a farsi le ossa in prestito. Ma dopo il Bayern qualcosa è cambiato.

cutrone_bayern

Cutrone è una prima punta potente, 183 centimetri per 75 chili. Eppure è anche veloce e tira di prima intenzione. Sa reggere da solo il reparto offensivo, si sacrifica per i compagni. È un destro naturale, è stato schierato pure più largo per accentrarsi e tentare la conclusione. Vincenzo Montella lo sta valutando attentamente e gli ha dato spazio nelle amichevoli. Aveva segnato un gol pure contro il Lugano e giocato piuttosto bene nel ko contro il Borussia Dortmund.

La via più facile è che vada in prestito, in A o in B, perché a quest’età conta giocare con continuità. Prima del prestito, però, c’è una questione urgente da risolvere: il contratto scade infatti nel giugno del 2018. Lui ha già detto la sua: “Io spero di rimanere al Milan”. Parlava del futuro ma, tutto sommato, anche del presente. Potrebbe dire la sua in prima squadra, anche se nel Milan stellare costruito dalla proprietà cinese rischierebbe davvero di trovare poco spazio.

Spostiamoci in casa Inter. Andrea Pinamonti era più conosciuto di Patrick Cutrone. Nonostante abbia un anno in meno, è parecchio tempo che si divide tra la Primavera e la prima squadra. Tanto è vero che ha già esordito pure in Europa, l’8 dicembre del 2016, a 17 anni, contro lo Sparta Praga nell’ultimo match del girone 2016/2017 di Europa League. Andrea giocò molto bene. Il 12 febbraio del 2017 c’è stata anche la prima presenza in serie A, nel 2-0 all’Empoli, parlando di una esperienza “indescrivibile”.

PInamonti campione

Il 2017 si è chiuso alla grande con la conquista dello scudetto Primavera, anche grazie a una sua rete, mentre con l’Under 17 dell’Italia ha partecipato agli Europei del 2016, segnando un gol. Il suo idolo è, manco a dirlo, Mauro Icardi, a cui dice di ispirarsi parecchio, e che nelle amichevoli di inizio stagione ha sostituito spesso per via dell’infortunio dell’argentino, tanto che in Cina è stato uno dei giocatori più acclamati dai tifosi. Proprio suo papà Massimo ha postato una foto di tifosi cinesi con in mano un’immagine del giovane attaccante.

Per lui non dovrebbe esserci il prestito, ma la prima squadra, dove agirà probabilmente da vice Icardi, col quale ha uno splendido rapporto e dal quale cerca di carpire i segreti di un attaccante da 20 e più gol a stagione. Solo se dovesse concretizzarsi l’arrivo di Patrick Schick in casa nerazzurra, Pinamonti verrebbe sacrificato per poter giocare con continuità.

Insomma, in questa stagione difficilmente vedremo il derby Cutrone vs Pinamonti, ma negli anni a venire i due sono destinati a scrivere pagine di derby a suon di gol. Pagine di storia, dunque. E, chissà, ai Mondiali del 2022 potrebbero anche essere nella spedizione azzurra. Quella maggiore, naturalmente.

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Irrefrenabile. Ma soprattutto immortale. Roger Federer ha indossato per l’ottava volta la corona di Re a Wimbledon. Tanti sono i successi dello svizzero in quello che viene considerato il campionato del mondo di tennis sull’erba. Otto vittorie, dal 6 luglio 2003 al 16 luglio 2017: un’epopea più che un’era.

Forse la partita contro lo spilungone Marin Cilic non passerà alla storia come una delle più combattute e belle da parte dell’elvetico, ma tornare a vincere nel Regno Unito dopo 5 anni ha un significato che va al di là del singolo match per il 36enne, che di Slam ne ha portati a casa ben 19 nella sua lunga carriera sportiva. Iniziando proprio da quel 6 luglio 2003.

Ripercorriamo l’incredibile serie di vittorie di Re Roger Federer, oggetto di dibattito se sia il miglior sportivo della storia.

6 luglio 2003: Wimbledon

Roger Federer si sta appena affacciando al tennis dei migliori il 6 luglio del 2003. Ha 21 anni e, a Wimbledon, arriva in finale dove si trova di fronte Mark Philippoussis, uno che tira forte. In un’ora e 56′ Federer si aggiudica la partita, con due tie-break: 7-6, 6-2, 7-6. È la prima vittoria in un torneo del Grande Slam per Roger, che non concede una palla break, chiude con 50 colpi vincenti, 9 errori gratuiti e appena 6 punti persi sulla prima di servizio. È nata una star del tennis? Seguiteci, anche se già conoscete la trama.

1 febbraio 2004: Australian Open

Federer 2004

Pure nella terra dei canguri, Roger Federer è campione. Pochi mesi dopo Wimbledon. Questa volta gli servono 2 ore e 15′ contro il russo Marat Safin, rimandato a casa con un 7-6, 6-4, 6-2. Federer raccoglie gioie su gioie a Melbourne: battendo in semifinale Juan Carlos Ferrero, era infatti diventano il numero uno del ranking Atp. Il tie-break del primo set è decisivo: Safin manca due set point sul 6-5, poi crolla poco alla volta. Alla distanza. Non sarà la prima volta che succede: gli altri dopo un po’ cadono in errore, non sfruttando le chance a disposizione. Lui no, Roger di ghiaccio.

4 luglio 2004: Wimbledon

Federer 2004 Wimbledon

Ci risiamo. Roger Federer si mangia di nuovo l’erba della famiglia reale. L’avversario è Andy Roddick, che lo svizzero affronterà spesso in finale. Dura 2 ore e 30′ per vincere 4-6, 7-5, 7-6, 6-4. Match in salita per l’elvetico che, addirittura, perde il primo set. Nel secondo, avanti 4-0 e con una palla per il 5-0 si fa raggiungere, prima di rigirare la partita a suo vantaggio. Nel terzo, ancora Roddick meglio: 2-1 e 4-2, ma arriva la pioggia ad aiutare Roger. E nel quarto, dopo aver salvato quattro palle break, è ancora Federer a trionfare.

12 settembre 2004: Us Open

Federer 2004 Us Open

Quando è in forma, in questo periodo, non ce n’è per nessuno. Poco più di due mesi dopo il bis a Wimbledon, Federer conquista per la prima volta lo Us Open. Lleyton Hewitt perde 6-0, 7-6, 6-0 ed entra nella storia, a suo modo, anche lui. Era dall’800 che in una finale dello Slam qualcuno non perdeva due set 6-0. Il primo set dura 18′. Nel secondo c’è partita, nel terzo no.

3 luglio 2005: Wimbledon

Federer 2005

Ancora Wimbledon per Federer, che non trova avversari in Inghilterra. Andy Roddick esce di nuovo con le ossa rotte dal confronto con lo svizzero: 6-2, 7-6, 6-4 in un’ora e 41′. Nel primo set, Re Roger perde un solo punto al servizio, nel secondo recupera un break. Nel terzo, strappa subito il servizio a Roddick e se ne va verso il trionfo.

11 settembre 2005: Us Open

Federer ok

André Agassi, l’idolo di casa, non ce la fa contro la montagna Roger: 6-3, 2-6, 7-6, 6-1 in 2 ore e 19′. Alla distanza, Agassi risente forse dei 10 anni in più sulla carta d’identità.

29 gennaio 2006: Australian Open

Federer

Bis in terra australiana per il più forte di tutti. La sorpresa cipriota Marco Baghdatis fa sudare Roger per 2 ore e 46′: 5-7, 7-5, 6-0, 6-2, ma ancora una volta l’esperienza e la calma da parte dell’elvetico fanno il solco quando il match diventa più lungo. E dire che Federer si era presentato in campo con un problema alla caviglia, era andato sotto di un set e 0-3. Alla premiazione, arrivano pure le lacrime del vincitore.

9 luglio 2006: Wimbledon

Federer Nadal

Federer contro Nadal: quante volte l’abbiamo visto? A Wimbledon, però, Roger non lascia scampo al maiorchino: 6-0, 7-6, 6-7, 6-3 in 2 ore e 50′. Nadal spreca un set point nel secondo set, cosa che probabilmente incide tantissimo sull’esito finale della partita.

10 settembre 2006: Us Open

Federer Roddick

Roddick di nuovo contro Federer a Flushing Meadows. Ci vogliono 2 ore e 25′, con questi parziali: 6-2, 4-6, 7-5, 6-1. E poi la braccia al cielo sono quelle dello svizzero.

28 gennaio 2007: Australian Open

Federer vincitore

Avversario a sorpesa, a Melbourne, è il cileno Fernando Gonzalez. Roger Federer vince in 2 ore e 20′ per 7-6, 6-4, 6-4. Decimo titolo dello Slam. Per lo svizzero neanche un set perso nel torneo australiano. Gonzalez gli mette paura con due set point: 5-4 e 40-15. Ma Federer rimonta, come tante altre volte.

8 luglio 2007: Wimbledon


Una delle partite più belle della storia a Wimledon, Federer contro Nadal. Dura 3 ore e 45′: 7-6, 4-6, 7-6, 2-6, 6-2. Federer eguaglia il record di Bjorn Borg. Primo set: 3-0 Federer, poi 3-3, al tie-break 5-2 Federer che chiude dopo 5 set point. Nel terzo set, Nadal per due volte è a due punti dal set, ma perde nettamente il tie-break. Nel quarto, Nadal va 3-0, nel quinto Federer salva 4 palle break.

9 settembre 2007: Us Open

Federer contro Djokovic

Un certo Novak Djokovic è l’avversario di Roger Federer. L’uomo che per un po’ di anni toglierà lo scettro di migliore allo svizzero. Ma il 9 settembre del 2007, è l’elvetico a vincere: 7-6, 7-6, 6-4 in 2 ore e 24′. Djokovic è sempre avanti nel punteggio, ma cede alla distanza.

8 settembre 2008: Us Open

Andy Murray ci prova, ma esce anche lui sconfitto in finale contro Roger Federer: 6-2, 7-5, 6-2 in un’ora e 51′. Pur avendo perso la prima posizione nel ranking, per la prima volta dal 2004, l’elvetico vince in 27′ il primo set. Nel secondo si fa recuperare un break e poi salva a sua volta 3 palle break, nel terzo passeggia.

7 giugno 2009: Roland Garros

Federer Rolang Garros

Arriva il primo successo sulla terra rossa a Parigi per Federer. Lo svedese Robin Soderling, che aveva eliminato negli ottavi Rafa Nadal, soccombe per 6-1, 7-6, 6-4 in un’ora e 55′. Una delle migliori partite per Re Roger, che pure nel tie-break domina con quattro ace e il 7-1 finale.

5 luglio 2009: Wimbledon

Federer 2009

Passa neanche un mese e Federer rivince Wimbledon. Vittima preferita è Andy Roddick: 5-7, 7-6, 7-6, 3-6 e 16-14. Un incontro che non finisce mai: 4 ore e 16′. Sull’8-8 del quinto, Andy va a servire per il match, invece poi si ritrova dieci volte a dover servire lui per non uscire dal match. L’undicesima è letale.

31 gennaio 2010: Australian Open

Federer vince ancora

Andy Murray perde di nuovo contro Roger Federer: 6-3, 6-4, 7-6 in 2 ore e 41′. La partita dura parecchio, ma lo svizzero ha sempre pienamente in mano l’incontro.

8 luglio 2012: Wimbledon

Federer Wimbledon 2012

Come successe per Agassi anni prima in America, a Wimbledon sono tutti con Andy Murray. Ma Roger Federer non si spaventa e vince 4-6, 7-5, 6-3, 6-4 in 3 ore e 24′. Per metà partita, si gioca sotto il tetto del Centre Court a causa della pioggia. Come se pure il cielo amasse Re Roger: dopo la pioggia, alza la percentuale di prima, vince il terzo set e poi fa il break nel quarto.

29 gennaio 2017: Australian Open

Federer 2017

Cinque anni dopo, rieccolo. Tirato a lucido. E splendido vincitore a Melbourne, contro Rafael Nadal, anche lui agli antichi splendori: 6-4, 3-6, 6-1, 3-6, 6-3 in 3 ore e 38′. Saranno anche due vecchietti questi due, ma corrono e lottano su ogni pallina. E, naturalmente, vince Roger. Con l’aiuto dell’occhio del falco sull’ultimo punto.

16 luglio 2017: Wimbledon

Contro il gigante Marin Cilic, Federer vince facile: 6-3, 6-1, 6-4 in un’ora e 41′. È il diciannovesimo Slam. Una sola palla break salvata nel quarto game dell’incontro, poi 17 punti di fila sul servizio. Cilic piange, lamenta un dolore alla caviglia, cede. Un mese dopo il suo 36esimo compleanno, anche Re Roger piange guardando i due gemellini in tribuna.

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Da Romeo e Giulietta a Luca Toni e Giampaolo Pazzini e ora ad Antonio Cassano e il Pazzo. A Verona si divertono con il gioco delle coppie. E se la prima ha avuto un esito tragico – ma indimenticabile secoli e secoli dopo – la seconda è andata decisamente meglio. E adesso, con la terza, gli scaligeri sperano di fare ancora di più nella prossima serie A.

È successo tutto in poco tempo. Fantantonio pareva destinato al Parma, in serie B. Tutto sommato, dopo un anno di forzata inattività per i problemi con la Sampdoria, la serie giusta per ricominciare a giocare a calcio. Oltre che una scelta di cuore. Ma poi è arrivato il Verona, per cui comunque il Talento di Bari Vecchia aveva già dispensato carezze. E lui non ha potuto certo dire di no. Si ricomincia dalla serie A, dove si era lasciato.

Pazzini e Cassano

Il Verona scommette sul giocatore, che firmerà un contratto di un anno, da svincolato. All’Hellas si riforma la coppia che, nel 2009-2010, fu autrice di un torneo fantastico, trascinando proprio la Sampdoria fino ai preliminari di Champions League. Nostalgia, nostalgia canaglia: al ‘Bentegodi’, l’anno prossimo vedranno addirittura un tridente che, qualche anno fa, sarebbe stato degno di una squadra da scudetto. Ci sarà pure Alessio Cerci, infatti, che ha risolto nei mesi scorsi il suo accordo con l’Atletico Madrid e ha firmato per un anno, con automatico prolungamento biennale in caso di salvezza, con i gialloblù.

Il colpo Cassano è destinato sicuramente a far crescere l’interesse intorno alla neopromossa. Seppure stiamo parlando di un Cassano di 35 anni, fermo da tanto tempo. In tre, Antonio, Giampaolo e Alessio, fanno 98 anni. Non pochi. Ma sommano anche un bel po’ di gol, di assist e di esperienza. Starà all’allenatore Fabio Pecchia non trascurare comunque gli altri uomini della rosa, meno famosi forse, ma che hanno portato l’Hellas di nuovo nella massima serie dopo solo un anno di purgatorio. Starà a Pecchia non farsi soverchiare dal carisma e dall’interesse mediatico del barese.

A 35 anni, ci si domanda, Fantantonio di cosa sarà ancora capace? Il talento, naturalmente, resta ed è smisurato. In provincia, poi, Cassano ha dimostrato di saperci fare, mettendo da parte pure le ‘cassanate’ che l’avevano reso famoso nelle grandi (e che gli hanno precluso una carriera migliore). E poi, beh, basta guardare fuori dal cortile del pallone, per accorgersi che Roger Federer ha vinto gli Australian Open dopo mesi ai box, Valentino Rossi – con tre anni in più – ha festeggiato ad Assen e lotta ancora per il Mondiale di MotoGp, che sarebbe il decimo. Poi c’è Francesco Totti, una volta amicone del guascone barese, che a 40 anni ha detto basta, ma che fino a cinque anni fa era ancora sulla cresta dell’onda.

Cassano e Totti

Certo, stiamo parlando di campioni che hanno fatto del sacrificio, degli allenamenti e della dieta le loro armi di longevità. Riuscirà a fare altrettanto l’uomo che imitava Fabio Capello al Real Madrid? Si calerà nella parte? E poi, proprio nell’anno in cui l’ex Pupone mette giacca e cravatta, Fantantonio ripone le infradito nel cassetto per rimettersi gli scarpini: non trovate che ci sia suggestione anche in questo? Loro due, in una Roma di qualche tempo fa, fecero sognare un’intera città. Lui che andava a pranzo dalla mamma di Francesco, come fosse un altro figlio. Prima di rompere con il capitano, con la mamma, con la Roma, con Roma.

Tornando al Verona, non siamo negli anni Ottanta, non c’è Osvaldo Bagnoli in panchina e quelli in campo non sono esattamente Briegel ed Elkjaer, ma chi si abbonerà sa che potrebbe divertirsi parecchio con quei due. Uno a fare gli assist, l’altro a prendere l’ascensore. E se proprio non fosse Fantantonio a fornire i palloni giusto, ci potrebbe sempre pensare Cerci. Qualcuno dice che questo Verona somiglia al Brescia di Carletto Mazzone, quando Roby Baggio e Luca Toni (toh!) s’incrociarono. E a centrocampo c’era anche il signor Pep Guardiola. Quel Brescia sfiorò la Coppa Uefa.

Cassano nei primi sei mesi è sempre il miglior acquisto nella storia dei club. E al Verona potrebbe anche bastare per salvarsi. Arriva spesso a parametro zero. Fa spellare dagli applausi i tifosi, sa mandare in gol pure uno sconosciuto. In spogliatoio è amico di tutti. L’altra faccia di Cassano è quella dell’indolenza, della schiettezza, dell’insofferenza generata in compagni, allenatori e dirigenti. Finché non si arriva alla rottura. L’ultima volta è stato Massimo Ferrero. E Cassano si è ritrovato ad allenarsi con la Primavera. Messo in gabbia, senza partite, partitelle e allenamenti. Verona si accolla l’onere e l’onore di provare a rilanciare solo il primo dei due Cassano.

antonio cassano al parma

Lui, il Cassano bello e forte, può essere ancora decisivo. Proprio in un periodo in cui, in serie A, si è riscoperto il trequartista-seconda punta alla Dybala, alla Bernardeschi, alla Papu Gomez. Sperava lo chiamassero dalla porta principale: per questo motivo aveva rinunciato alle lusinghe cinesi, dove avrebbe potuto fare coppia con Graziano Pellé, e statunitensi. Ai dollari del mondo arabo. Aveva detto di no perché preferiva fare il papà oppure il procuratore della moglie Carolina Marcialis. Una vita da quasi pensionato, con qualche allenamento giusto per non perdere totalmente la forma. Per non accumulare troppi chili, altro limite di Antonio, che ha preferito spesso una bella spaghettata a un Pallone d’oro o a un trofeo vinto. Tutti se lo ricordano nelle vesti di mascotte: Zidane, Ronaldo, Roberto Carlos e Raul. Erano i tempi del Real Madrid: lui animava le spaghettate di mezzanotte, poi in campo non ci andava o ci andava poco.

A Verona si potrà concedere qualche licenza in più perché l’Hellas non è il Real Madrid. Ma nella Verona che sa apprezzare la bellezza, ma che pure è famosa per le tragedie (Romeo e Giulietta, non quelle calcistiche di un Milan a cui due volte il Verona ha tolto lo scudetto all’ultima curva), si aspettano una commedia di qualità questa volta. Firmata Fantantonio–il Pazzo–Alessio.