Da quando Senna non corre più… Da quando Baggio non gioca più…non è più domenica

Un ritornello che risuona spesso in loop nella testa di appassionati, tifosi e sportivi nostalgici, sempre con uno sguardo proteso al tempo che fu – che non di rado coincide con la propria infanzia o giovinezza – e a due campioni che, per motivi diversi, hanno smesso di incantare troppo presto nelle rispettive discipline. Versi semplici e intensi al tempo stesso. Parole in grado di rappresentare con immagini efficaci un sentimento comune a molti e che si rinnova ad ogni addio del campione di turno, capace di regalare emozioni difficilmente replicabili, almeno non nella stessa forma.

Si pensi ai recenti ultimi giri di valzer di fenomeni Nba del calibro di Kobe Bryant, Tim Duncan e Kevin Garnett, nel corso del 2016, ma anche agli azzurri di Berlino 2006, ora quasi tutti in giacca e cravatta, in panchina, dietro una scrivania o davanti a un microfoni. Ad eccezione di pochi highlander. Tra questi, un giovanotto che oggi compie 40 anni e che con la sua voglia di fermare il tempo e continuare a stupire, contribuisce a mantenere giovani anche milioni di appassionati. Francesco Totti, un nome, un’icona, un marchio, indelebile per il calcio e per la storia, sportiva e non, di una città. Definirlo bandiera, anche in un’epoca in cui non ne esistono più, appare riduttivo. E a dirla tutta, con ogni probabilità, non esiste definizione che possa rappresentarlo in maniera efficace, senza banalizzarlo.

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Del resto come si può raccontare la storia di Totti, senza parlare della sua romanità, della completa immedesimazione nella città in cui è nato, la sua gente, i tifosi. Una carriera lunghissima, fatta di slanci, cadute e risalite. Momenti di esaltazione, alternati a fasi buie da cui ha saputo sempre risollevarsi con lo stesso orgoglio, il carattere, la capacità di stupire e con caparbietà andarsi a prendere quello che più desiderava. L’esordio a 16 anni con Vujadin Boskov, la promozione in prima squadra l’anno dopo con Carletto Mazzone, quasi a suggellare un ideale passaggio di consegne con Giuseppe Giannini, quindi il primo gol in A a 17 anni e le successive stagioni, da quella con Carlos Bianchi, che lo avrebbe voluto mandare in prestito alla Sampdoria, a quelle con Zdenek Zeman che ha contribuito in larga parte a renderlo il campione che è.

E poi la maglia azzurra. Dai titoli europei con l’Under21 di Cesare Maldini alla promozione tra i grandi con Dino Zoff per l’Europeo del 2000, rimasto nella memoria collettiva anche per il suo “cucchiaio” dal dischetto, sfrontato e guascone, a sorprendere un portiere esperto come Van der Saar, nella semifinale contro i padroni di casa dell’Olanda. Quindi il Mondiale deludente in Corea e Giappone con il Trap, lo sputo a Poulsen all’esordio dell’Europeo 2004, ma prima l’esaltazione con la Roma per il terzo scudetto della storia giallorossa, conquistato con in panchina Fabio Capello. Un titolo che ha fatto epoca e che ha contribuito a consacrarlo ulteriormente nell’Olimpo dei grandi, “perché un titolo a Roma vale più della Coppa del Mondo“, come disse una volta. Ma per sua fortuna non ha dovuto scegliere. Nel 2006, infatti, a sollevare quel trofeo nella sua Roma del Circo Massimo c’era anche lui. E pensare che un grave infortunio provocatogli dall’empolese Vanigli stava per fargli saltare la spedizione.

Al resto del racconto ci pensano le cifre: 25 stagioni con la stessa maglia (e la voglia di proseguire anche il prossimo anno, Pallotta permettendo), 605 presenze in campionato e 250 gol in A, 763 e 306 complessive sempre in giallorosso, 866 e 333 considerando anche le Nazionali.  In una parola: unico. Il Re Sole della Capitale.