Martin Ødegaard sembra nato per battere tutti i record. A sedici anni è infatti il teenager più ricco del calcio mondiale. Il Real Madrid l’ha acquistato dallo Stromgodeset per una cifra intorno ai quattro milioni di euro. Una quotazione enorme, considerata l’età del ragazzo che si farà le ossa nella squadra B del Castilla. Martin ha firmato un contratto da top player ancora prima di essere maggiorenne e di dimostrare di essere all’altezza di Cristiano Ronaldo e Bale. Roba da predestinati. Ma attenzione ai predestinati. Perché a quell’età ne abbiamo visti diversi, e le carriere di alcuni di loro si sono rivelate tutt’altro che all’altezza delle aspettative. Ma cosa è successo a questi ex giovani talenti? Ripercorriamo 10 storie di calcio, di campioni (o presunti tali) che non ce l’hanno fatta: 

1. Sebastian Rambert

Nato a Bernàl (come un certo Diego Milito), Rambert esordisce nella massima serie argentina nelle fila dell’Independiente, dove ha totalizzato 14 reti in 52 presenze, dal ’91 al ’95. Rambert, soprannominato “Avioncito”, per la sua esultanza dopo ogni gol è una seconda punta, non molto prolifica ma dotata di grande fantasia. Nel 1994 arriva la convocazione nella nazionale argentina, dove disputerà 8 presenze siglando 4 reti e partecipando alla Confederations Cup del 1995. Proprio nel ’95, ecco la sua grande chance: l’Inter è stata appena acquistata da Massimo Moratti, che preleva due 20enni argentini di belle speranze, Javier Zanetti dal Banfield e proprio Sebastiàn Rambert dall’Independiente. Rambert è quindi il primo acquisto di Moratti all’Inter, e arriva in Italia con grandi aspettative. Peccato che il tanto acclamato Rambert non esordisce nemmeno in campionato, mentre partecipa all’eliminazione prematura in Coppa Uefa per via del Lugano, e scende in campo nella gara di Coppa Italia contro la Fiorenzuola. Il celebre Bleacher report lo ricorda come “The Other Javier Zanetti”. Senza di lui, si narra, non sarebbe mai stato preso quel terzino argentino che giocherà “per qualche stagione” con la maglia dell’Inter.

2. Andrés D’Alessandro

Andrés D’Alessandro era il pezzo pregiato del calcio argentino, l’unico per il quale Maradona si sia pesantemente esposto in prima persona pur giocando il ragazzo nel River e avendo, Diego, il cuore Boca. «È il giocatore che più mi assomiglia, l’unico che mi fa divertire guardando una partita di calcio», sentenziava allora il più grande di tutti. Dieci anni dopo la parabola del mancino di 20 anni (oggi quasi 30) finisce tra le «brevi» dei giornali sportivi per il suo passaggio in prestito dal Wolfsburg al Portsmouth, dalla quintultima squadra della Bundesliga alla penultima della Premier League. Il marchio di fabbrica di D’Alessandro, quella finta irridente e irriverente che faceva andare per le terre i suoi marcatori. La «Boba» (traduzione: la Tonta), era stata l’arma vincente dell’Argentina che nel 2001 aveva conquistato il campionato mondiale Under 20.

3. Pierluigi Orlandini

Pierluigi Orlandini ha giocato, tra le altre, con le maglie del Milan e dell’Inter ma viene dal fertile vivaio dell’Atalanta. Quello di Zingonia è l’ottavo settore giovanile più importante d’Europa, per numero di calciatori attualmente militanti nelle lege professionistiche europee. Il motto è crescere tanti buoni giocatori in grado di arrivare in A, non necessariamente dei campioni. Ma Pierluigi Orlandini, insieme a Morfeo e al compianto Federico Pisani, sembrava avere qualcosa di più. Lo dimostrò con Cesare Maldini, nell’Europeo Under 21 del 1994, vinto grazie ad un suo golden gol contro il Portogallo di Figo e Paulo Sousa, una squadra fortissima e piena di futuri campioni. Il Guerino scrisse che “È Orlandini il più Figo” e l’Inter lo comprò. Ala destra in grado di saltare l’uomo e crossare, fisico robusto, tendente al sovrappeso. Vinse il sovrappeso. La sua carriera non è stata all’altezza delle aspettative.

4. Andre Pinga

Forse, abbiamo trovato l’erede di Rivaldo“. Così parlò nientemeno che Felipe Scolari, decano degli allenatori brasiliani. Era il 2001, Felipão era c.t. della Seleçao durante il suo primo mandato. Pelle scura, piedi che parlano. Era André Luciano da Silva, meglio conosciuto come Pinga. Diverse società europee monitorano il ragazzo, fino a che è il Torino a prenderlo per la stagione 1999/2000. Un investimento non costosissimo per un prospetto del domani. I primi passi in Serie A sono minimi, in un’annata in cui il Toro retrocede. Nell’aprile del 2000 si regala una notte magica contro il Milan: doppietta strepitosa, con un gol di testa e un pallonetto di mancino. “Il Milan si inchina al fenomeno Pinga“, si legge sui quotidiani. Una bandana granata sempre in testa, inizialmente utilizzata per coprire le ferite di un tragico incidente stradale dell’anno precedente, poi diventata simbolo di questo brasiliano con tanta voglia di emergere. Nonostante le sue buone prestazioni, però, il ragazzo non esplode e fa la spola tra Siena e la casa madre, tra tanta serie B e poca serie A. E rimette nel cassetto la bandana, per sempre.

5. Lampros Choutos

Una carriera bruciata troppo in fretta o forse mai iniziata del tutto. Arriva in Italia giovanissimo, ha appena tredici anni quando entra a far parte del settore giovanile della Roma. In Primavera delizia tutti, segna tanto ed entra nell’orbita della prima squadra. In panchina c’è Carlo Mazzone, l’allenatore romano lo butta nella mischia in una domenica d’aprile del 1996, Choutos debutta in Serie A a soli sedici anni, prendendo il posto in campo di un certo Francesco Totti. Nei successivi quattro anni colleziona altre due presenze con la maglia giallorossa ma non lascia il segno, i capitolini non puntano più su di lui. Nel 1999, all’età di venti anni, la Roma lo lascia libero di trovarsi un’altra sistemazione, il ragazzo che impressionava in Primavera non convince più e lo cede all’Olympiakos per dieci miliardi di lire. In patria, l’ex baby prodigio, vede il campo con il contagocce: in quattro stagioni gioca solo 47 volte e realizza 22 reti. Le soddisfazioni però non mancano: quattro campionati conquistati e dieci presenze con la nazionale maggiore. Nonostante il poco utilizzo sembra il momento giusto per spiccare il volo in Europa, l’Inter ci crede e lo riporta nuovamente nel Bel Paese. Ma giocherà solo in amichevole, e di lui perderemo le tracce dopo una parentesi all’Atalanta.

6. Corrado Grabbi

L’esperienza di Corrado Grabbi nella prima squadra della Juventus durò appena una stagione, con esordio degno delle favole più belle, ed un futuro radioso all’orizzonte. L’11 dicembre del 1994, per la precisione, i bianconeri sono di scena all’Olimpico contro la Lazio. I biancocelesti passano in vantaggio, Lippi toglie Carrero e inserisce il giovane Grabbi, 19 anni. La Juve ribalta il risultato grazie anche ad una perla del giovane attaccante, la partita finisce 4 a 3 e sarà decisiva per lo scudetto bianconero.  A fine anno Grabbi viene ceduto dalla Juventus alla Lucchese, in prestito. Poi Chievo e Modena, dove segna, e molto. Dopo una deludente esperienza alla Ternana Grabbi si rifà a Ravenna. Torna quindi in rossoverde è l’anno 2000/2001 è quella che impone il nome di Grabbi all’attenzione di tutti: segna 20 goal in Serie B e la Ternana va vicinissima alla promozione, che sfuma in extremis. Nell’estate dopo arriva il trasferimento della vita per Grabbi, che firma con i Blackburn Rovers, per quello che deve essere per lui l’inizio della consacrazione in ambito europeo. La cifra sborsata dal suddetto club è da capogiro: l’assegno corrisposto agli umbri è di ben 20 miliardi di vecchie lire. In Inghilterra, tuttavia, le cose non vanno come previsto, e per Corrado è l’inizio della fine: 14 partite, 2 goal, e qualche critica di troppo gli valgono un immediato ritorno in Italia già nel gennaio del 2002. Grabbi è tuttora uno dei più accanito detrattori di Luciano Moggi, sul quale ha riversato parte delle colpe di una carriera finita sui binari sbagliati: “Hai rifiutato il Prato? Giocherai nel giardino di casa tua”, disse l’ex dg a Ciccio.

7. Hugo Enynnaya

“Contassero solo 90 minuti, la carriera di Hugo Enynnaya vanterebbe un diritto di prelazione. Segni per primo all’Inter, ti abbracciano tutti, ma poi, a differenza dell’altro, non vai alla Roma né al Real Madrid. Anzi, è proprio allora che scopri di avere un fisico tanto fragile da non reggere nemmeno l’emozione. Diventi ricco ad una settimana da Natale e poi, passata la festa, ti ritrovi più povero di prima” (Davide Giangaspero, La Bari Siete Voi). Quando lo prese il Bari era così veloce che correva i 200 metri in 22 secondi. Sempre scalzo, ovviamente. È il sesto minuto dell’ormai mitico Bari – inter del dicembre 1999 quando Jugovic perde il primo pallone. Enynnaya ci prova: un rimbalzo, due e poi dritto verso la porta con una fucilata da metà campo dalla traiettoria secca e potente. È gol. Era costato 200 milioni di vecchie lire e dopo quel gol vale già 5 volte tanto. A cinque minuti dalla fine però Cassano segna il gol della vittoria. E la stella di Enynnaya viene oscurata da quella del ragazzo di Bari Vecchia. Era destino. O forse è semplicemente più romantico pensare che sia così. Il campioncino si dissolve e finisce addirittura in Polonia. Tornerà in Italia per giocare in eccellenza, sempre con il ricordo di quella testa addormentata accanto alla bandierina del San Nicola, dopo il gol all’Inter.

8. Freddy Adu

Quanto siano pericolose le etichette – nella vita in genere ma nel calcio in particolare – lo dimostra la storia di Freddy Adu, che a 14 anni davano come “il nuovo Pelè” e undici anni dopo compare stabilmente nelle classifiche alla voce “fallimenti”. L’ultimo è di poche settimane fa, quando il 25enne centrocampista statunitense ha chiuso i rapporti con l’FK Jagodina, squadra della SuperLeague serba, senza aver mai giocato una partita (ha collezionato appena 14 minuti in Coppa di Serbia contro l’FK BSK Borca).  La realtà è che questo ex enfant prodige del pallone che solo pochi anni fa era sulla copertina del famoso gioco Fifa 2006, nel 2008 faceva parte della squadra Olimpica degli Stati Uniti si ritrova senza squadra per la settima volta negli ultimi sei anni (e per la seconda nel solo 2014): se non è un record, poco ci manca.

9. Pedro Manuel Torres “Mantorras”

Pedro Mantorras, figlio di una terra falcidiata dalla rivalità umana, l’Angola, e orfano di padre e madre, l’inferno l’ha già conosciuto. Il suo trasferimento dall’Alverca, società nella quale è professionalmente nato, al Benfica è stato un grande colpo nel 2001. Lo volevano anche il Milan e il Barcellona che provò ad intavolare una trattativa con l’Alverca nel 1998, ma era evidentemente troppo presto. Sia per volontà del calciatore (attaccatissimo ai colori della società che lo ha cresciuto), che per una certa distanza di vedute fra le parti, i catalani finirono per tirarsi indietro. Il presidente alvercano Luis Filipe Vieira affermò che “Pedro Mantorras sarà per l’Angola ciò che Eusebio fu per il Mozambico. E finirà per brillare nel firmamento del calcio mondiale”. Forse anche per questo Mantorras scelse il Banfica, ma Eusebio resterà una chimera, e l’Europa pure. Nel 2011, a seguito dei numerosi infortuni subiti, ha deciso di lasciare il calcio giocato. Si è presentato al Tribunale del Lavoro di Lisbona per chiedere la pensione di invalidità

10. Vincenzo Sarno

Enzino, puoi venire un momento?” A pronunciare questa frase è Bruno Vespa, il palcoscenico è quello di Porta a Porta. Vincenzo Sarno si ritrovò a palleggiare con Batistuta e Mancini, dato in pasto al pubblico di seconda serata come l’ennesimo nuovo, piccolo Maradona. Classe ’88, identificato come il fenomeno. Lotterà una vita sui campi di Serie C per togliersi di dosso un’altra etichetta, quella di fenomeno da baraccone. Molti lo ricorderanno: nel 1999, quando appunto aveva 11 anni, fu ingaggiato dal Torino per 120 milioni di lire. Una somma mica male, che servì per portarlo da Secondigliano in Piemonte, ad illuminare i riflettori sul suo “caso” e a scatenare le polemiche di chi ci vide un’esagerazione. Alla fine “Enzino” fu granata solo per tre mesi e tornò subito a Secondigliano. Fino al 2002, quando passò agli allievi della Roma, con meno clamore ma aspettative altissime. Nel 2005, la prima delusione: la Roma lo svincola e Sarno finisce alla Sangiovannese, dove esordisce, in Serie C1, in una domenica di dicembre. È l’inizio della discesa da predestinato a ragazzo qualunque. E di una gavetta che di fatto non è mai finita. Il Giulianova in C2, poi il Brescia per fare due presenze in Serie B, poi ancora C1 con il Potenza, Prima e Seconda Divisione con la Pro Patria, poi a gennaio 2011 di nuovo Serie B, con la Reggina. Ma non è ancora il momento e Sarno finisce in prestito al Lanciano in Prima Divisione. Lì le cose iniziano a girare e l’ex baby prodigio è autore di due gol decisivi nei play-off per la storica promozione in Serie B della squadra abruzzese. L’anno scorso ha contribuito alla promozione dell’Entella in B, oggi gioca a Foggia. Di certo l’Italia l’ha girata in lungo e in largo.