Quasi 20 anni sulla stessa panchina. Se solo non fosse esistito Sir Alex Ferguson, staremmo parlando di un record assoluto. Forse Arsène Wenger non ha vinto quanto lui, magari è stato più sopportato che amato, dai suoi stessi tifosi, dai rivali, dalla stampa, ma stiamo parlando comunque di un manager cha ha scritto pagine di storia. Manager, prima ancora che allenatore. Perché il primo obiettivo di Wenger non è quello di vincere, ma costruire un’identità, una visione. Prima di lui i Gunners erano quelli descritti con maestria dalla penna di Nick Hornby:

«Certo, tipico dell’Arsenal, ce ne servono due e ne fanno uno giusto per farci arrapare!»

È il più bel racconto di Liverpool-Arsenal, la partita del secolo, della vita per i tifosi di Highbury (il vecchio stadio dei Gunners). Per conquistare il titolo bisogna vincere a Liverpool, e con due gol di scarto. Altrimenti la Big League (allora non si chiamava “Premier”) l’avrebbero vinta i Reds. Non solo l’Arsenal vincerà quella partita, ma il gol decisivo verrà segnato allo scadere dal carneade per antonomasia, quel Thompson bistrattato e criticato per tutta la stagione.

La letteratura ci viene in soccorso, per raccontarci cosa era l’Arsenal prima di Wenger. E cosa è diventato in questi 20 anni. Una multinazionale del calcio spettacolo, un’azienda che scopre talenti e li aiuta a diventare campioni, che crea fatturato e plusvalenze. Un modello di business, prima ancora che una squadra, sapientemente gestita da un manager moderno, che parla cinque lingue, ha due lauree, una in ingegneria e una in economia, ed ha allenato in Giappone nel momento clou della sua carriera per mettersi in discussione prima di diventare l’allenatore dell’Arsenal. Non a fine carriera.

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Questo manager si chiama Arsène Wenger. Solo che nel calcio devi anche vincere, e il titolo nazionale manca da troppo tempo all’Emirates Stadium, per non parlare del trionfo internazionale, vero tabù di Wenger, quello che gli è costato stress e tensioni con Mourinho, vecchie ruggini, alimentate abilmente dai tabloid inglesi. 

«Molti grandi allenatori non hanno mai vinto la Champion’s League. Un grande esempio non è molto lontano da noi»

Sabato scorso Arsène si è tolto un sassolino dalla scarpa, e finalmente ha battuto Mou. Certo, si trattava “solo” di un Community Shield, ma iniziare la stagione con un successo e far innervosire l’arcirivale, che esce dal campo regalando la sua medaglia ad un bambino, è il miglior modo per candidarsi al titolo, o quantomeno ad una stagione da protagonista, che da queste parti manca da troppo tempo. Non va dimenticato che nel frattempo Wenger ha scoperto e lanciato gente come Viera, Fabregas, Ramsey, ha valorizzato Overmars, Ljungberg e Petit rendendoli giocatori immortali, ha rilanciato Bergkamp e Henry dopo una stagione negativa in Italia.

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Forse non sarà un allenatore vincente, ma solo perché il calcio ha la memoria corta. Nella stagione 2003-2004 il suo Arsenal ha raggiunto un risultato storico, vincendo la Premier senza perdere una partita, prima squadra a riuscire nell’impresa dopo il Preston nel 1888 – 1889. Un anno prima Wenger era stato oggetto di derisioni per aver dichiarato che l’Arsenal avrebbe potuto terminare una stagione senza essere battuto. Le stesse ironie di chi oggi afferma che questo Arsenal non può ambire al titolo, come dimostrano le quote che danno la squadra di Wenger vincente. Di certo, il manager non ha mai perso la sua bussola, la sua vision: quella di fare dei Gunners un modello che resista nel tempo. Non solo il progetto di una stagione. E su questo Wenger non è secondo a nessuno.

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