Antonio G. Rossi, avventurato marinaio scrittore, ha insinuato che gli argentini siano tristi perché, abbuffandosi di carne, affaticano il fegato fino a venirne turbati. Ma la storia che stiamo per raccontare non è quella di due argentini tristi, piuttosto quella di due peones di Buenos Aires che hanno trovato casa in Italia, a Milano il primo, a Napoli il secondo. Cos’hanno in comune Antonio Valentin Angelillo e Gonzalo El Pipita Higuain? La fame e la cara, traduzione di “faccia”. Entrambi hanno la faccia sporca, un po’ angeli, un po’ hijos de puta, come a molti argentini piace essere definiti. La fame, invece, non è quella per l’asado, ma quella per il gol.

Antonio Valentin Angelillo nacque da due che avendo ruminato mandorle mordevano carne con inesausta fame. Non ancora diciottenne, Antonio Valentin è già nazionale. È centravanti di una squadra che, “guidata con un po’ di decenza,” (cit. Gianni Brera) non avrebbe eguali al mondo. Un trio centrale di classe cosmica: composto da MaschioSivori e appunto Angelillo. Gli angeli dalla faccia sporca che finiranno presto in Italia: Sivori alla Juventus, Maschio al Bologna, Angelillo all’Inter. Preso alla Boca e buttato nel centro di Milano, il giovane Valentin le pene del mammone. Gioca senza voglia, gli mancano la mamma e il filetto al sangre. In quella Inter infieriscono goffi nazionalisti: Benito Lorenzi, detto Veleno, non a caso, toscanello da Borgo a Buggiano, chiamava stranieracci gli oriundi e non solo gli negava la palla, ma gli faceva smorfie da bambino scemo.

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Angelo Moratti, presidente dell’Inter e papà di Massimo, esprimeva seri dubbi sulla precisa identità del soggetto: Second mi diceva n’han mandà minga quell giust (pensava infatti che gli avessero mandato un falso Angelillo). Ma fu questione di una stagione, il tempo di ambientarsi. I racconti dell’epoca parlano di una dolce ballerina di un night, tale Ilya, conosciuta in un locale, ma su questo non è dato indagare. Ciò che è certo è che il calcio di Angelillo inizia a trasformarsi in una danza ora concitata ora lieve, ora violenta ora blanda e quasi soave nei toni. Rimane all’Inter e segna 33 gol in una stagione. Uno a partita (record del campionato a 18 squadre) per un record che resiste dal 1959.

Ne segna cinque in una sola partita alla Spal. “Non dovevo nemmeno giocare. Mi faceva male il ginocchio. Il medico mi disse che potevo farcela e andai in campo. Per cinque partite non ho segnato: pali, traverse, Era diventato un incubo. Nell’ultima giornata c’era la Lazio a San Siro. Carosi non mi mollava un attimo. Ma perché fai così, gli chiesi. E mi disse che gli avevano promesso un milione se non mi avesse fatto segnare. Non ho mai saputo chi è stato. Poi i due gol a Lovati: uno su punizione, l’altro su un incertezza difensiva. È record, anche se per quei 33 gol non ho mai preso né un premio né una lira“. L’anno successivo Angelillo non si ripete, i gol sono 11. Nel 1960-61 sulla panchina dell’Inter arriva Herrera e per l’angelo dalla faccia sporca sono guai. Andrà a Roma, proprio nel cuore della Dolce Vita.

Gonzalo Higuain è nato a Brest, in Francia, ma presto è tornato nella sua Buenos Aires. Sponda River, ha esordito nel 2005 e da allora non si è più fermato. È uno dei centravanti più forti al mondo, forse uno dei primi 3, ma ci ha messo 28 anni per capirlo. Non è mai troppo tardi se hai giocato nel Real Madrid e hai segnato 121 reti. È stato Capello a sceglierlo:  «Lo presi io al Real Madrid quando non aveva ancora venti anni, mi piacque subito. Vidi delle cassette, mi interessò immediatamente perché si muoveva molto e partecipava sempre all’azione. Higuain non è un attaccante che resta fermo in area avversaria in attesa del pallone. Appena arrivò a Madrid si mise subito a disposizione del gruppo, lavorava tantissimo per migliorare tecnicamente. Ha sempre dimostrato fiuto del goal e grande determinazione, è un calciatore importante». 

Eppure il centravanti mobile sa diventare anche un implacabile bomber: il primo obiettivo di Higuain sarà superare Edinson Cavani, che al suo ultimo anno a Napoli segnò 29 reti. Poi c’è da superare Luca Toni e i suoi 31 gol nel 2005-06, con la maglia della Fiorentina. Più in alto c’è proprio Antonio Valentin Angelillo con il suo record. Niente di impossibile per il centravanti che punta allo scudetto, che ha segnato (e tanto) con Benitez ma ha trovato un feeling incredibile con Sarri, per il quale sembrerebbe disposto a qualsiasi sacrificio. In questo momento El Pipita è un tutt’uno con il suo allenatore, con la sua squadra che vola, ma soprattutto, con il suo pubblico. Higuain è quello che dopo essere uscito dalla Champions con 12 punti face il giro di campo piangendo. È un giocatore sanguigno, innamorato della sua maglia, e forse innamorato come pochi di Napoli.

Lui e Pepe Reina sono i capi ultras della squadra, quelli che fanno partire i cori, che non si stancano mai di ballare sotto la curva perché questa è la magia di Napoli, una piazza dove per festeggiare non devi aspettare maggio, ma ogni domenica c’è una scusa giusta. Ancora di più se hai un attaccante come el Pipita, che potrebbe giocare ovunque e con qualunque maglia, ma non ci meraviglierebbe se facesse la scelta di un altro grande argentino, il più grande, quello che decise di vincere nel posto più difficile e più bello del mondo, perché con quel posto si sentiva un tutt’uno. Di Napoli ci si innamora, dei pregi, dei difetti, delle urla, degli eccessi. E lui, che se continua così di gol ne segnerà 40, di eccessi se ne intende davvero. Ma solo sotto porta, perché fuori dal campo, nonostante la faccia sporca, non va oltre un pranzo ai Quartieri Spagnoli. Sarri gongola  “Lo vorrebbero tutti, sta diventando quello che io ho sempre pensato potesse diventare: l’attaccante centrale più forte del mondo. Non lo cambierei nemmeno con Lewandowski”. E forse nemmeno con Angelillo.

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