Uno, due, tre, dieci, cento, centosettantacinque. Un passo (e un gol) dopo l’altro, in punta di piedi. Andriy Shevchenko era così. Silenzioso e discreto, sinceramente timido fuori dal campo. Ma dentro, dentro era spietato. Quando arrivò in Italia, nella primavera del 1999, faceva persino fatica a guardare la telecamera senza distogliere lo sguardo. L’imbarazzo era tanto, i riflettori non lo avevano mai puntato così forte, prima di allora. Eppure, bastò veramente poco perché iniziasse ad imparare a ‘bucare’ l’obiettivo. Nel rettangolo verde di San Siro, già dal suo esordio (con il Lecce, contro cui segnò anche il suo primo gol), capì che avrebbe rubato la scena e il posto a molti campioni che si trovavano con lui o che sarebbero poi arrivati.

Una carriera straordinaria quella di Sheva, che con il Milan ha vinto praticamente tutto: Champions, Scudetto, Coppa Italia, Supercoppa Europea ed Italiana. Protagonista di ciascuno di questi trofei, Andriy è stato premiato con il massimo riconoscimento per un calciatore: il Pallone d’Oro (quando non era ancora così ‘scontato’ vincerlo…).

Era il 13 dicembre del 2004, esattamente 12 anni fa. Sheva volò a Parigi insieme a Galliani e Braida, suoi ‘scopritori’ e per questo a lui molto cari. Nella capitale francese, nello studio di France Football, salì su quel palco, calcato da chi, prima di lui, aveva fatto la storia del calcio, con la consapevolezza mista a sorpresa, che in quella stessa storia c’era anche la sua, di firma. Gli occhi da cerbiatto (gli stessi del rigore decisivo di Manchester), il sorriso tenero, l’emozione nella voce, quell’oro al cielo, solo suo, tutto suo. Pochi ringraziamenti e una dedica speciale all’Ucraina, la sua terra: “Tutti i ragazzi che giocano a pallone devono pensare che tutto questo un giorno potrebbe accadere anche a loro”.

E “tutto questo”, invece, stava succedendo a lui. Il 2004 fu il suo anno. L’anno della conferma. Il rigore di Manchester che lo aveva portato in cima all’Europa, un anno prima, era solo l’inizio. Lo scudetto vinto contro la Roma, grazie anche al suo colpo di testa, fu la consacrazione: quel ragazzo impacciato era diventato un campione vero.

Eppure, al numero 7 rossonero sono state dedicate poche prime pagine. Sheva era uno che in campo metteva scompiglio, ma fuori non faceva rumore. Persino il suo addio al Milan, nel 2006, tanto doloroso per i tifosi rossoneri, durò quasi il tempo di una notizia qualunque. La sua assenza, però, nel Milan ma anche nel campionato italiano, si è sentita per anni.

Dopo la seconda separazione dal Milan, nel 2009, di Sheva si è parlato poco. La carriera da calciatore l’ha conclusa alla Dinamo Kiev, chiudendo un cerchio aperto quando aveva appena 10 anni. Appesi gli scarpini al chiodo, si è dato alla politica, ma poi è tornato al calcio, suo vero amore. Oggi, dopo aver fatto il vice della Nazionale Ucraina negli ultimi Europei, la allena in prima persona. Accanto a lui, un certo Mauro Tassotti.

sheva ucraina

Al Milan hanno tentato di sostituirlo in tanti modi, quel 7 è finito dietro tante spalle diverse ma mai abbastanza grandi e forti per onorarlo come sarebbe stato giusto.

Indimenticato, indimenticabile e intramontabile campione, da qualunque prospettiva lo si guardasse.

Nonostante il tempo, mancherà sempre un po’.

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