In fondo. All’Europeo, con un biglietto per la finale appena conquistato. In fondo. Ai propri sogni, con un riconoscimento individuale che ora diventa quasi realtà (o che almeno è un passo più vicino). In fondo, Paul Pogba sta vivendo quello che ha sempre desiderato. Il centrocampista della Juve non lascia nulla al caso. E presto, domenica, vivrà una delle giornate più importanti della sua carriera, già intensa e ricca di soddisfazioni, sia chiaro. Ma alla bacheca di Pogba manca qualcosa: non c’è un grande trionfo con la Nazionale maggiore, non c’è una grande consacrazione individuale. Ecco perché domenica a Saint Denis, Parigi, Paul Pogba giocherà più di una finale. Ecco perché ieri, al Velodrome, Marsiglia, Paul Pogba ha giocato più di una semifinale. A 23 anni, il centrocampista della Juve può davvero realizzare i propri sogni, quei pensieri solo immaginati a Lagny sur Marne, paesino di 20 mila anime, a meno di 40 km da Saint Denis.

Dal paesino di nascita allo stadio dei principi: la traiettoria di Paul, però, non è stata così breve. È passato per Le Havre, in una delle accademie giovanili più prestigiose di Francia, e a soli 16 anni ha passato la Manica e ha scelto il Manchester United. Ecco, i Red Devils. Lì si costruisce il fenomeno Pogba. Lo vuole Ferguson, pronto a litigare con mezza Europa. Gli esordi, le prime partite. Poi la rottura. Perché Scholes, un altro Paul, torna in squadra e per lui non c’è più posto. Il suo procuratore (quanto è importante Mino Raiola in questa vicenda forse lo scopriremo solo nel corso di questa estate) lo porta a Torino, a parametro zero. È l’inizio della sua vera storia, perché Paul non lascia nulla al caso: il gol al Napoli, nel 2-0 dell’ottobre 2012, è la chiave. Conte è in difficoltà, dentro Pogba: è una Juve che cambia, il sinistro al volo dai 25 metri del francese apre una nuova strada.

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Ed è una strada che Pogba vuole portare fino in fondo. Con la Nazionale dopo il bronzo agli Europei U17 nel 2010, un altro bronzo agli Europei U19 nel 2012, l’oro ai Mondiali U20 nel 2013. Con la Juve, dopo quattro scudetti, due Coppe Italia, tre Supercoppe, anche? Per quello c’è sempre tempo. Prima c’è Saint Denis, prima c’è il Portogallo. Che, in fondo, è quello che Pogba voleva di più. Di fronte, l’uno all’altro, Pogba e Cristiano Ronaldo, tre volte Pallone d’Oro. Battere il migliore per dimostrare di essere il top, in Europa. Con un compagno di squadra come Antoine Griezmann, le petite diable, compagno di stanza nel ritiro durante l’Europeo, alleato in campo, nuovo avversario per la corsa a quella sfera del metallo più prezioso. Del resto, Paul Pogba è un giocatore unico: per stile, dentro e fuori dal campo, ma anche per caratteristiche.

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Nell’albo d’oro del Pallone d’Oro, come lui non ce ne sono. Si avvicina a Nedved per corsa e muscoli (ma il ceco non aveva lo stesso fisico), ricorda Matthaus per potenza e forza (ma il tedesco non aveva la stessa corsa e la stessa fisicità). Forse, sempre tra i vincitori del Pallone d’Oro, il giocatore con cui condivide più caratteristiche è Gullit per movenze, estro e creatività.

Ma Paul Pogba è diverso da tutti questi, è il simbolo del calcio moderno: banale, scontato, ma forse (oggi ancora più) vero. È un incontrista ma fa gol, è un centrocampista avanzato ma difende come un muro, è un mediano muscolare ma fa assist e crea per i compagni (come il dribbling e il cross che mandano in tilt difensore e Neuer nel 2-0 di Griezmann), è un fantasista ma quel 10 sulle spalle alla Juve sta stretto pure a lui.

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“Quella maglia è solo un numero” ha detto Paul in uno dei momenti più bassi della scorsa stagione, dopo lo 0-0 casalingo con il Borussia. Pogba voleva risalire, doveva liberarsi di un peso. E lo ha fatto, pubblicamente, come spesso gli accade. Uomo social (4 milioni 400 mila mi piace su facebook, 2 milioni di follower su twitter, 5 milioni di follower su instagram), con i suoi capelli, i suoi vestiti, i suoi modi di esternare gioie e difficoltà. Paul Pogba non lascia nulla al caso. E tendenzialmente va fino in fondo. Ha iniziato male la stagione quest’anno in bianconero (forse anche per colpa di quel 10) ma l’ha chiusa alla grande, ha iniziato male anche il suo Europeo. Con l’affaire “ciabatte” non gradito al ct Deschamps, con le prestazioni sotto tono. Poi la battuta di Matuidi sul suo look e il presunto gesto dell’ombrello nella gara contro l’Albania. Il suo “Volevo solo esultare” vale tanto quanto il “Quella maglia è solo un numero”. Una liberazione. Confermata dal gol di testa realizzato con l’Islanda . Non gli capita spesso, ma in Nazionale di più con tre gol sui sei totali in blue (uno di questo nel 2-0 mondiale alla Nigeria nel 2014).

Dettagli, colpi di testa, una strada da percorrere, il Pallone d’Oro. Saint Denis, a 40 km da casa. Manchester (nel passato e nel futuro?), la Juventus. Griezmann, in un mix di rapidità e fisicità. È il momento del polpo, è il momento di Paul Pogba: in fondo, è quello che ha sempre desiderato. Chissà se per liberarsi dalle pressioni, domenica penserà: “Questa è solo una finale”.

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